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domenica 23 novembre 2014

TITANIC di Alice Stregatta



Navigavo in acque calme su una nave da crociera, ero in prima classe. L'orchestra: un piacevole sottofondo ad una vita agiata, forse pigra, a tratti troppo. Piatta, con guizzi di allegria.
Una pacata serenità. I miei pensieri si inseguivano come i delfini che si rincorrevano all'orizzonte, giocosi. Una voglia latente di scappare da quella gabbia dorata strisciava come un geco alla ricerca di un raggio di sole... un'insoddisfazione di fondo che mi faceva sentire fuori posto in ogni luogo, con la voglia di altro, la voglia di altrove.
Fino al giorno, apparentemente come tutti gli altri, in cui la nave si scontrò contro il suo iceberg, collassando.
Si spezzò in due, spezzando anche me. Vita distrutta, sgomento, disperazione, senso di vuoto e solitudine esplosero in un silenzioso, assordante boato.
Colai a picco. Mi aggrappai ad una sbilenca scialuppa di salvataggio: fuscello, barchetta che imbarcava acqua ad ogni ondata calma. Gelida morsa d'acqua ghiacciata.
Bagnata fradicia, attorniata da squali, dibattuta tra la voglia di resistere e la tentazione di lasciarmi scivolare tra i flutti. Darmi in pasto alle belve, diventare cibo per pesci, dare un nobile scopo alla mia vita: finalmente, smettere di soffrire.
Un attimo di panico, un dolore feroce, un lago di sangue: un morso, un boccone.
E poi, la pace.

ONDATE ORGASMICHE di Alice Stregatta



Parlare con lui le piaceva, ma bastava una parola, un suo sguardo, il ghigno malizioso che immaginava gli si dipingesse sul volto per infiammarla di desiderio.
Si erano salutati da un po', lei aveva cercato di distrarsi, di dormire, di non pensare a lui... Ma al risveglio si ripresentò la stessa voglia che l'aveva accompagnata tra le braccia di Morfeo.
Si spogliò, si immerse ancora più a fondo sotto il piumone e immaginò le sue mani, la sua bocca... Il suo modo di farsi strada con la lingua, dalla bocca, al seno, all'ombelico... Giù fino alle cosce. Le avrebbe scostate con decisione per tuffarsi a leccarla, mordicchiandole il clitoride, con due dita a penetrarla...
Quando fosse stata al limite del godimento, si sarebbe ritratto e sarebbe risalito a baciarla... A lungo, per un tempo infinito.
Lei avrebbe inarcato il bacino in cerca di un contatto deciso e profondo col suo cazzo... Scopami...
Ti prego... Scopami...
Era come se stesse accadendo, era come averlo lì, mentre si accarezzava e ansimava godendo...
Diventò tutto buio, si abbandonò all'ondata che la travolse, mormorò il suo nome... Melodia di gemiti e consonanti... Continuò ad accarezzarsi dolcemente, cullata dal loro orgasmo, cercando di prolungare lo spasmo, trasformandolo in piccoli sussulti...
Sorrise, soddisfatta... Aveva voglia di dirglielo: ho goduto di te.
Annusò il proprio piacere, leccando e succhiandosi le dita...
Gustosa, solitaria lussuria...
Prese il telefono... E glielo scrisse.


HO VOGLIA DI TE di Alice Stregatta



Serata malinconica...
Ho voglia di silenzio. Ho voglia di coccole. Ho voglia di te.
Sedermi a cavalcioni, sfilarti l'iPad dalle mani, lasciarlo scivolare tra i cuscini del divano.
Guardarti... Seguire i contorni del tuo viso con le dita, quelli della bocca con la lingua.
Guardarti... Chinarmi a baciarti.
Un bacio dolce, lungo, un bacio infinito, un bacio da togliere il fiato.
Posare baci leggeri, sulla fronte, le palpebre, il naso, gli angoli delle labbra, il collo...
Continuare in lenta discesa... Petto, ventre, ombelico.
Ho voglia di sfilarti i jeans.
E continuare con i baci, e con la lingua, ad esplorarti.
Di attirarti a me.
Ho voglia di fare l'amore.
Ho voglia dell'unico silenzio che abbia un senso.
Un silenzio fatto di sospiri, gemiti e ansimi.
Un silenzio solo nostro.
Ho voglia di te.


COME IL BURRO di Alice Stregatta




Si sentiva come un panetto di burro. Morbido, lucente, invitante.
L'incarto d'alluminio scintillava, una metà perfettamente liscia, accartocciato nella parte aperta e richiusa.
Un panetto di burro è una delle tante cose che non reincarterai mai in maniera perfetta, un po' come quando apri l'imballo di un frullatore.
Non c'è neanche bisogno di tirarlo fuori: si espande al solo contatto con l'aria. Non riuscirai mai a richiuderlo come se fosse uscito dalla fabbrica, o dal negozio... Qualunque cosa tu faccia. Nemmeno se sei campione di Tetris. Mai.
I frullatori, i giochattoli e i panetti di burro.
Dicevo... Si sentiva come un panetto di burro. Le persone sollevavano l'alluminio, ne tagliavano un pezzetto e lo riaccartocciavano per poi rimetterla in frigo.
Ultimamente le sembrava di essere continuamente trafitta da coltelli dalle lame roventi. L'ultima ferita era ancora aperta, recentissima. E, per una volta, non c'entrava niente l'amore ma, come sempre, la fiducia concessa al prossimo.
Si era sentita in vendita. E non lo era.
Mai- mai stata- mai.

Poi... Poi c'era lui, lui che aveva deposto le armi come promesso, lui che non era un coltello, neanche uno di quelli con la lama arrotondata che le piaceva tanto -perché c'è modo e modo per prender qualcosa dagli altri- perchè tutto può diventare carezza... Lui era panna, ricca e corposa. Sostanza nutritiva, golosità e voglia. 
E aveva quel modo di fare che la faceva impazzire.
La scioglieva, la plasmava, si fondeva con lei. 
Burro e panna, sciolti in un abbraccio, fusi in un amplesso.
Burro e panna, che ogni volta che si avvicinavano, cambiavano composizione e sostanza. Che stavano pian piano prendendo una forma nuova, una dimensione diversa.
Stavano diventando un panetto di burro talmente gustoso e speciale, che tutti avrebbero voluto assaggiarne un po'.
Dovrebbero brevettarne la ricetta...

CASTELLO DI CRISTALLO di Alice Stregatta



Sono stanca, mi si chiudono gli occhi: ho sonno.
O forse, semplicemente, si sta esaurendo l'autonomia di te.
Ti aspetto, oh se ti aspetto... Continuamente ti aspetto e penso a te.
Sono giorni che non riesco a smettere di sorridere. Mi fa strano, tanto.
Sono giorni felici, da quando sei capitato nella mia vita, per caso o per disegno divino.
Non lo so, non m'importa.
Non conta. Conti solo tu.
Che, adesso, ci sei. Che sei arrivato per restare. Credo. Penso.
Ci credo. Lo voglio.
Io, che mi nascondo dietro battute taglienti, ho paura che tu ti accorga che non sono così speciale come sembro.
Che sono un'insicura rompiscatole.
Che ho tutti i difetti del mondo, più uno.
E tu, a quanto pare, solo tre...
A me, che non ti ho dato fiducia, ma ti ho solo concesso il beneficio del dubbio.
A me, che dopo ogni carezza, dopo ogni tenerezza, aspetto una pugnalata, un silenzio, un'assenza.
Che non arriva.
Arrivano solo parole dolci, lievi, tenere, profonde.
Da te, che sei caparbio.
Da te, che ci sei davvero e me lo dimostri ogni minuto.
A noi, che stiamo costruendo insieme un castello di cristallo.
Trasparente.
Che sembra fragile, ma non lo è.
A noi.
Da ieri, da prima, da sempre...
A poi.

CROLLO PSICOTICO DI Alice Stregatta



Era bastata una semplice frase per catapultarla indietro nel tempo, al pugno nello stomaco, alla fine delle illusioni, al giorno in cui tutto crollò.
Un castello di carte e bugie, non detti e omissioni.
Tradimento, umiliazione, sgomento, smarrimento.
Un giorno come tanti, il primo di molti. L'inizio della fine.
Parlava con lui ma si rivolgeva a sè stessa, all'uomo che l'aveva ferita a morte, uccisa. Assassinata. All'uomo in cui credeva.
Nelle mani del quale si era affidata: colui con il quale aveva costruito una famiglia. Il suo punto di riferimento e la sua ragione di vita.
L'uomo che avrebbe dovuto proteggerla, amarla e onorarla ogni giorno della sua vita.
Minchiate. Tutte minchiate.
Aveva ignorato e ingoiato milioni di bugie nel corso degli anni.
E, in quell'attimo, fu come (ri)trovarsi in punto di morte: quando in un minuto ti scorre davanti il film accellerato di tutta la vita.
Bugie. Non detti. Omissioni.
Triplo giro di frittata con avvitamento, che neanche Gordon Ramsey... Arrampicate sugli specchi in solitaria.
Aveva giurato a sè stessa di non accettare mai più la minima imprecisione, incongruenza, discrepanza... Mai più...
Si sentì assalire dal terrore, svuotata di ogni energia e forza di reagire. Ebbe solo voglia di scappare e respingerlo e richiudere quella porta che lui aveva scardinato senza fatica alcuna. Perchè lei lo stava aspettando da sempre.
Aspettava Lui, non uno come lui. Lui lui lui. E più sapeva di volerlo e amarlo, più lo spingeva fuori con una furia cieca, tra lacrime che scendevano copiose e singhiozzie urla silenziose, sfidandolo,
augurandosi, sperando, pregando che lui non se ne andasse.
NON-ANCHE-LUI.
Che non le lasciasse la mano che aveva promesso di tenerle stretta, le dita talmente intrecciate ad imbiancare le nocche, bloccare la circolazione, le dita cianotiche...
Supplicava ad ogni insulto: tienimi, ad ogni stilettata sarcastica: non andare, ad ogni vattene: resta. Ad ogni cattiveria: scuotimi.
Resta con me.
Resta con me...
Amami.
Amami, anche se sono un disastro.
Amami, anche se non abbiamo futuro.
Amami, anche se il per sempre non esiste.
Amami... Anche se sono un'insopportabile rompiballe col bisturi stretto in pugno. Vivisezionando emozioni e parole.
In fondo, quel bisturi era puntato più verso sè stessa che non contro di lui.
Autolesionismo sentimentale.
Autosabotamento.
Profezia autoavveratasi.
Chiedeva aiuto insultandolo.
Chissà se lui l'aveva capito.
Chissà se l'aveva capita.
Chissà...


OGGI di Alice Stregatta




Oggi ho sentito la tua voce, ho ascoltato le tue parole, la tua risata (felice, imbarazzata, limpida).
Oggi ho aggiunto un dettaglio al quadro che sto dipingendo di te... Sommandolo alle cose scritte, dette, sentite, provate per iscritto. Alla tua immagine.
Oggi ho desiderato incastrare quell'ultimo tassello: assaggiare la tua pelle, inebriarmi del tuo odore, lascarmi imprimere il tocco delle tue mani.
Guardarti negli occhi dopo un bacio, sprofondare nella tua anima durante l'amplesso, riemergere da un tuo abbraccio.
Perdermi per te, in te, con te.
Ritrovarmi.
Rinascere a nuova vita.
Alice 2.0.
Ci stai, a bighellonare con me nel mio giardino segreto, di cui solo tu possiedi le chiavi?

LA PAURA FA NOVANTA di Alice Stregatta




Era notte fonda, uscì di casa, prese la macchina e si fermò davanti alla caserma dei carabinieri. Scampanellò e attese.
Un uomo in divisa biascicò qualcosa al microfono, seguirono un ronzìo sinistro e lo scatto del cancello. La squadrò da capo a piedi: era in pigiama.
"Mi mancava una matta alle due di questa notte tempestosa..."
La fece accomodare.
Lei scoppiò in un pianto dirotto... E lo inondò di lacrime e parole.
"Agente, sono disperata, io non volevo. Io non sapevo... Io: posso avere un bicchier d'acqua per favore?"
"Signora, si calmi, vuole sporgere denuncia?" Le mise una mano sulla spalla porgendole il bicchiere; lei si alzò di scatto, rovesciandoglielo sulla divisa, e lo abbracciò singhiozzando.
Omammasantissima...
"- Lui, lui c'è riuscito, capisce?
Ma io non volevo, non volevo. Ho paura. P A U R A !
Doveva chiedere: non l'ha fatto!
Ha iniziato a parlarmi, dice tutte le cose che ho sempre dediderato sentire. Lui mi conosce. Credo mi abbia spiato per poter usare tutte le mie metafore. È un pazzo, capisce?
Un pazzo!
- Immagino di si, ma non capisco, cosa le ha fatto quest'uomo?
- Mi ha stregata! E io sono una stracazzo di stregatta! Non doveva permettersi... Io non dovevo permetterglielo!!!
Avevo sbarrato gli ingressi, avevo messo catenacci e lucchetti e filo spinato e allarmi sonori e protezioni di ogni sorta. Ero al sicuro, cazzo! Al sicuro...
Ma no, il signorino ha trovato la combinazione che non conoscevo nemmeno io! E l'ha usata. L'ha U-SA-TA!
- Signora scusi, lei lo ha fatto entrare in casa e lui ha aperto la cassaforte? Le ha rubato qualcosa? Prendo appunti se ricorda cosa c'era dentro...
- Ma quale cassaforte, agente, lei non mi ascolta!!! È entrato in me! E adesso mi passeggia dentro... Mi aggroviglia budella e pensieri. Mi tocca l'anima, la fa vibrare... Io lo sento risuonare e rimbombare ovunque... Fa un sacco di rumore. Mi invade, mi colma, mi riempie, mi placa, mi consola, mi appaga... Mi accarezza, mi stringe, mi coccola e fa l'amore con me. C'è senza esserci.
Mi rende felice.
Mi fa sorridere: le assicuro che non ho un cazzo da sorridere, mi creda!
E mi manca, ho voglia di stare con lui tutto il tempo... Non mi basta mai. Appena va via aspetto che torni.
E se poi non ritorna?
Capisce che sono in pericolo?
Lo capisce?"
"- No signora- sospirò- non lo capisco... Io pagherei per vivere quello che le é capitato. Quello che sta vivendo.
Se lo goda. Gli stati di grazia durano un secondo e si rimpiangono in eterno..."
La accompagnò al cancello, si assicurò che salisse in macchina, le sorrise... E invidiò quella matta di Stregatta, la sua follìa, le sue emozioni... Invidiò lui.
Invidiò persino la sua paura.

( E questo è il mio primo sogno su di te...)

UN TATUAGGIO E' PER SEMPRE di Alice Stregatta



Il ronzìo della macchinetta e il sottile dolore dell'ago che penetrava nella carne la stavano cullando, portandola ad un livello di piacevole dormiveglia. Una specie di limbo che faceva vagare la sua mente... Bzzzz
Alternava la visualizzazione del tatuaggio a un milione di pensieri che cozzavano, si accavallavano, sparivano e tornavano ad affacciarsi nella frazione di un nanosecondo...
Bzzzz... Il respiro regolare, l'abbandono al piacevole dolore la distraevano dal suo stato di disperazione e le facevano desiderare sofferenze ben più concrete.
Desiderava stilettate profonde. Segni violacei. Striature e lividi.
Il sibilo della frusta, lo schiocco della cinghia, il fruscìo delle corde a segarle la pelle... Gemiti soffocati emessi attraverso la gag ball, la saliva a colarle dalla bocca semiaperta. Lo sguardo implorante, a pregarlo di smettere e di continuare... L'altalenante bisogno di piacere e dolore.
Pausa e ripresa.
Presa e ripresa. Goduta e usata.
"Ancora..." Gemette
"Manca ancora un'oretta", pronunciò una voce ovattata che si fece strada tra le sue fantasticherie e la catapultò nuovamente sul lettino nello studio del tatuatore, illuminato a giorno.
Gli sorrise di sottecchi, sorrise tra sè...
Ancora...
Ancora un'ora e finalmente avrebbe avuto il Suo nome tatuato nell'incavo dei reni.
"STRONZO", perché gli si addiceva.
Stronzo, perché se la loro storia fosse finita, poteva andar bene per chiunque...
Il Suo Stronzo.


SINDROME DI STOCCOLMA di Alice Stregatta




Prendi la mia mente in ostaggio, non renderla per nessun riscatto, seducila e seviziala. Plasmala a tuo piacimento. Penetrala e invadila. 
Una volta soggiogata, il mio corpo ubbidirà ai tuoi comandi.
Vibrerá al solo pensarti, si schiuderá al tocco delle tue mani.
Il mio cuore batterá, segregato, solo per te.
Vivró pendendo dalle tue labbra, mi nutrirò delle tue parole, mi disseterò con i tuoi baci.
Riposerò protetta dal tuo abbraccio.
Mi sentiró libera perché legata a te da un filo da pesca.
Invisibile, incorruttibile, indistruttibile,impossibile da spezzare.
Non si sfilaccia, se lo tiri ti penetra più a fondo nella carne, si aggroviglia alle viscere, non può essere rimosso se non tranciato di netto.
Io, tua prigioniera, tu, il mio splendido aguzzino.
Saremo un tutt'uno, indissolubilmente uniti dalla nostra passione.
Dall'amore.
Tua. Mio.

martedì 11 novembre 2014

FILO SPINATO di Alice Stregatta




Piano piano, senza quasi accorgersene, si ricoprí di fittissimi aculei. In un primo momento si sentì protetta. Poi, aggiunse collane di filo spinato.
Non voleva far avvicinare nessuno, ma allo stesso tempo non desiderava che quello.
Qualcuno che si armasse di pazienza. Qualcuno che avesse tempo e voglia di spogliarla da tutte quelle paure e insicurezze. Che tramutasse la rabbia in sorrisi, che sciogliesse il dolore, che cancellasse il suo odio profondo, radicato.
Che si dedicasse a lei.
Che le sfilasse aculeo per aculeo, delicatamente, pur pungendosi, che continuasse ad esserci.
Che la scegliesse.
Invece.
Invece, alcuni le si erano avvicinati: incuriositi, intrigati, rapìti.
Ma senza tempo da perdere. Da impiegare. Da dedicare.
Un breve giro di ricognizione prima di abbandonare il campo: troppa fatica. Troppo impegno. Risultato incerto.
Ogni volta che permetteva a uno di loro di sbirciare attraverso la sua corazza, si sentiva sollevata e speranzosa, per poi crollare all'inesorabile defezione.
Ancora, e ancora, e ancora...
Si accorse ben presto che, purtroppo, gli aculei non erano solo rivolti verso l'esterno. Avevano due punte. Un'estremità le si conficcava nella carne e irradiava pungenti fitte di un dolore lancinante, che le si irradiava fino al cuore, al cervello, allo stomaco, dilaniandola.
Voleva solo smettere di sperare.
Voleva solo smettere di sognare.
Voleva solo smettere di soffrire.
Decise di chiudersi definitivamente al mondo.
Nessuno avrebbe potuto più ferirla.
Non parlò mai più con nessuno.
Morì sola.

ARTICOLANDO di Alice Stregatta



I pensieri bui, le strade senza uscita, le notti angoscianti, i buongiorno mancati. 
Il pessimismo cosmico, i sorrisi forzati.
Le amiche trascurate, il non avere la forza di alzarsi.
I progetti che danno un barlume di speranza.
Il dolore che offusca la mente, le lacrime che ti riempiono tutta.
Il nonnulla che basta a farle tracimare.
Il nulla in cui nuoti, il buio che ti circonda. Ti avvolge, ti assale.
Le cose belle che non riesci a vedere, come la te stessa che ti sbircia dallo specchio.
Le fusa consolatorie.
La voglia di coccole e presenze.
La totale solitudine.
Io e me.

lunedì 10 novembre 2014

SELEZIONE ALL'INGRESSO di Alice Stregatta





È l'alba di un giorno d'autunno, sono sveglia da e per poco, continuo a rimuginare sugli ultimi avvenimenti mentre nutro i miei cuccioli di drago.
Spalanco le finestre per far entrare un po' d'aria: ho bisogno di respirare. Un vento glaciale non vedeva evidentemente l'ora di turbinare nel mio salotto, vista la rapidità con cui scompiglia i foglietti su cui appunto i miei pensieri, appoggiati sul davanzale.
Come me, adesso. Gomiti puntati sul marmo gelido -toh, come una lapide- mi sussurra all'orecchio la mia vocina alla Mercoledì Addams...
Dicevo: gomiti puntati, viso tra le mani, sguardo perso sul desolante panorama di un giorno qualunque, ad un orario impossibile. Mi accendo una sigaretta. Un gatto sta vomitando in cucina-la tua vita fa veramente schifo- poi in sala, poi in antibagno. I gatti amano le cacce al tesoro e vomitare a rate.
Un gatto che vomita al buio, io senza occhiali. Ci finirò sopra: sono a piedi nudi. Mi troveranno loro.
"Si Mercoledì, hai ragione, la mia vita fa veramente schifo; grazie di avermelo ricordato."
Inizio a tremare, il freddo è solo una scusa, ho la punta del naso ghiacciata, mi pizzicano gli occhi, un brivido sale a fulminarmi il cervello e ridiscende rapidamente lungo la schiena. Vien da vomitare anche a me. É tutto così complicato e io son sempre stata una schiappa con i giochi di logica. Il cubo di Rubik versione anniversario mi sfida dal ripiano della libreria. Lo ignoro.
Come dovrei continuare ad ignorare IlRestoDelMondo, la gente, i personaggi, i divi da quattro soldi e due "mi piace", tutti quelli che vivono per un commento da social network, i bloggers, gli scrittori sfigati da e-book... Si, dovrei ignorare la gente ancor più di ora.
Dovrei scovare Persone, scremare tra milioni di futili parole quelle che vanno oltre, quelle di cuore, quelle di testa, quelle di pancia...
Buttare il camice da crocerossina alla "io ti salverò" e indossare la tuta gialla alla Kill Bill.
-meglio Cat Woman, Alice. Il nero sfina-
"Grazie di esserci, Mercoledì, non so come farei senza te che mi strappi un sorriso sarcazzo... No, sarcastico."
Ridiamo entrambe. La mia voce interiore ha le sembianze di Mercoledì, ma è meno mostruosa e cinica di voi. Di lui. Di te.
Pulisco le chiazze di vomito, prima che qualcuno se lo mangi -i gatti sono strani, pulitissimi e schizzinosi, con disgustose cadute di stile- mi fumo un'altra sigaretta, mi rifiondo a letto.
Decido per il mio prossimo tatuaggio:
"Selezione all'ingresso."
Sullo sterno. Appena sopra, appena prima del cuore.

martedì 28 ottobre 2014

VOGLIO UN LIVE di Alice Stregatta




Il tuo sguardo penetrante, fisso nel mio.
La tua bocca, da baciare, la lingua da succhiare. Leccarsi a vicenda.
Desiderio palpabile.
La voglia di essere lì, con te, a bere la tua saliva. Dissetarmi dalla sete di te, sfamare la mia bramosìa.
In ginocchio davanti al tuo cazzo.
Non riuscivo a staccare gli occhi dai tuoi, avrei voluto entrarti dentro.
Poi tu, dentro di me.
In modo diverso.
Io, impalpabile: tu, carnale.
Fottersi pensieri e corpi. 
Mente e anima.
Fottersene del resto, intorno.
Il passato alle spalle.
Nessun futuro.
Solo il meraviglioso istante in cui avrei desiderato annullare le distanze e berti. E mangiarti.
Possederti essendo posseduta da te.
Mio signore. Silente, ma non silenzioso.
Non ho potuto far altro che godere della tua vista.
Senza audio.
Buonanotte, in milioni di pixel.

venerdì 17 ottobre 2014

ORA TI VORREI TRA LE MIE COSCE di Alice Stregatta




Grondando sudore
Gli umori a fondersi
Le lingue a intrecciarsi
Le mani a stringersi
I respiri e gli ansimi
I rantolii e i grugniti
Ora ti vorrei tra le mie cosce
A scoparmi con foga
Ora ti vorrei tra le mie cosce
A farmi morire
Di desiderio e godimento
Spasmi e spasimi
Rantolando i nostri nomi
Godere
Cadere
Morire

sabato 11 ottobre 2014

Noi o il sogno di Alice Stregatta

Le lenzuola umide e stropicciate, un letto di briciole sul quale rotolarsi dopo colazione. Qualche gatto infastidito che cambia stanza sbuffando. Le risate, le chiacchiere sommesse. Gli sguardi che fanno piombare un erotico silenzio.
Le carezze e i baci. I baci e le carezze.
L'attirarmi in un abbraccio, una tua mano intorno ai polsi. L'altra che scende a scostarmi le cosce. Il tuo respiro nell'orecchio. Un morso sul collo, a segnare la tua proprietà. Tatuaggio temporaneo e cangiante, per i mille colori che assumerà prima di sparire. Ad occhi chiusi, seguo il percorso della tua lingua. Una scia di saliva puntella di brividi la pelle fino al seno. Lecchi tutt'intorno al capezzolo-gemo- finalmente succhiandolo-ansimo-i denti affondano nella carne rosata-trattengo un urlo.
Affondi dentro di me, muovendoti lentamente. Guardami.
Sempre più veloce. Parlami. Ti fermi. Apostrofami. Riprendi. Insultami.
Godi. Baciami.
Mi liberi i polsi, ho bisogno di toccarti. Stringerti.
Abbracciami.
Restiamo qui per un tempo infinito, tu, ancora sopra, dentro, intorno.
Io, sotto.
Soggiogata, felice.
Innamorata.
Noi, insieme.

La fine non ha principio di Alice Stregatta



Sono mesi che è finita. Mesi che non so come stai: mi piace credere di augurarti il peggio. Ma non è così, lo sappiamo entrambi.
Stanotte, finalmente, le nostre anime si sono trovate, parlate, sfiorate.
Perché, benchè tu sia fuori dalla mia vita, dalla mia testa, dal mio cuore, stomaco e organi tutti, tu sei dentro di me come allora. Come ieri, come sempre.
Ci siamo parlati, dicevo. Ci siamo spiegati.
O meglio, tu hai spiegato ragioni che non comprendo, io ho pronunciato frasi che non recepisci.
Più estranei di sempre, stranieri come non mai.
Non ricordo cosa, non ricordo come, non ricordo quando... So solo che abbiamo trascorso la notte insieme, lì dove tutto è possibile. Lì dove il passato non conta, dove il futuro non esiste e il presente è un attimo che ingloba tutto: l'accaduto e l'avvenire.
Un tempo circolare che protegge ciò che è, a prescindere. Che accoglie chi non ha saputo trovarsi amarsi tenersi. Che ci farà incontrare, ancora, e ancora, e ancora, in ogni vita, finché tu smetterai di essere... Il coglione che sei.

Speranza è più spossante di rassegnazione di Alice Stregatta

Mi sento al sicuro, protetta da quella che credo essere una cotta di maglia, tanto brucia e pizzica e pesa. Mi spingo nel mondo, tracotante di certezze e assolutismi.
Ma è di carta velina.
Fa male solo perchè posata su carne viva.
Sento sollievo quando resta impigliata in un sorriso, si scosta, si alza, fa passare un refolo d'aria che rinfranca. Sorrido a mia volta.
Poi, basta un gesto impercettibile che a me appaia brusco, una parola fuori posto, per farmi indietreggiare, terrorizzata. Inciampo.
Perdo l'equilibrio cado ruzzolo.
Mi rompo, ancora. Sanguino, ancora. Piango, sempre.
La corazza squarciata rimane impigliata tra gli artigli della speranza, ogni volta delusa, insieme a brandelli di me. Speranza, che si prende gioco di me.
Voglio trovare il coraggio di abbandonarmi tra le braccia di Rassegnazione, prendermi una pausa da me. Digerire lo schifo, vomitare la rabbia, espellere questo senso di repulsione.
Dormire nel suo abbraccio, per un tempo infinito. Forse per sempre.

Giunone di Alice Stregatta


Le aveva proposto delle foto di nudo dopo averla vista sul profilo di una compagna del liceo. Lei accettò immediatamente, pur non conoscendolo. Aveva voglia di un'esperienza nuova, di sentirsi bella, di portare avanti un progetto che le frullava in mente da un po': dimostrare che si può essere sensuali con qualsiasi taglia.
Si erano incontrati e accordati per uno shooting pomeridiano. La timidezza e il disagio scivolarono più lentamente dei vestiti. La sua fisicità la faceva sentire inadeguata; trattenere la pancia non era sufficente. Si sentiva grassa, pensava con orrore a come sarebbero state evidenti cellulite e smagliature. Evitava di incrociare il suo sguardo per non leggerci il disgusto che provava per sè stessa. (Chi me l'ha fatto fare di mettermi in questa situazione, imprecò tra sé e sé).
"Promettimi che ci andrai giù pesante con Photoshop", lo supplicò per sdrammatizzare.
Lui rise di gusto poi, cogliendo la nota di disperazione nella voce tremante, negli occhi lucidi, posò la macchina e le si avvicinò.
Accarezzandole il viso le disse "Sei bellissima, stupida. Se non mi avessi colpita non ti avrei chiesto di posare per me! Credi davvero che non avrei potuto trovare una modella alta-magra-longilinea tra le mie conoscenze?"
Lei sospirò "quello che non sarò mai..."
"Tu sei come sei. E ti assicuro che quello che vedo io va oltre, vedrai che riusciremo a tirarne fuori un lavoro straordinario. Sarai fatale e meravigliosa."
La baciò d'impulso. Non baciava mai le sue modelle, ma lei gli sembrò così fragile e vulnerabile e insicura che quel gesto gli sembrò naturale, spontaneo, rassicurante. Un istinto protettivo, un'attrazione di una dolcezza disarmante, una scintilla di passione estemporanea. Lei rispose al suo bacio, le guance di porpora, il battito accellerato. Si guardarono, dentro: un incontro di anime, come nelle canzoni, pensò. Risero.
Le stelline negli occhi presero il posto delle lacrime. Luminosa, si trasformò in una Dea.
"Giunone non era poi così magrina" disse lui facendole l'occhiolino!
Fu un bel pomeriggio, per entrambi.
Salvarono dieci scatti e la sua autostima.
Con un unico bacio.

Cagna di Alice Stregatta


Quella parola... Può farmi torcere le budella, il fiato corto. Languidamente sdilinquire.
Inconsapevolmente scostare le cosce.
Quella parola può farti strada dentro di me.