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mercoledì 11 settembre 2013

NICOLE di Francesca delli Colli






 Il mio sussurro scivola nell'aria pregna del tuo odore mentre seguo la tua scia di profumo che sa ancora di notte.
Mettersi in religioso silenzio, mentre osservo ti spogli ,non ha prezzo.
Mi godo tutte quelle movenze impercettibili che solo una donna riesce ad intuire.
Il loro significato, un alfabeto del c...orpo che parla muto mentre viene accarezzato da respiri densi che accompagnano quella danza. .
Quella esile camiciola di seta si accartoccia ai tuoi piedi prima di entrare nella doccia.
Ogni piega parla di te, ma non di cio' che indossi sopra e vedo, ma di quello nascosto che hai sotto quella tua buccia di pesca, sempre matura, sempre succosa.
Il mio sguardo scorre affamato sulla tua pelle vellutata mangiandone ogni centimetro, non riesco a staccarti gli occhi da dosso.
Spesso mi chiedo se e' normale questo sentimento che ho per te. Un insieme di tenerezza candida e passione lussuriosa che mi brucia la gola ogni volta che la inghiotto.
I movimenti sono istintivi, naturali come se io non fossi dentro quella stanza e il tuo sorriso sbarazzino, la tua aria di innocente sensualita' mi fa male, mi trincia lo stomaco.
Il tuoi occhi sorridenti mi mettono gocce di malinconia sul cuore.
Se solo potessi farti capire, sussurrare, intuire cio' che mi scoppia dentro!
Nicole!
E invece no, mi devo accontentare di amarti in silenzio, di vivere dei tuoi attimi, nei tuoi attimi.
Sei di una bellezza mozzafiato, la tua pelle sembra adornata da mille perle argentee microscopiche, mentre l'acqua fumante ti accarezza il corpo.
Quanto la invidio!
Mi accontenterei di essere una di quelle gocce e scivolarti tra i seni , lenta e delicata, senza che te ne accorga e andarmi a rifugiare tra quei peli radi che contornano il tuo sesso e respirarlo.
Mi chiedo perche' tieni quella porta della doccia socchiusa.
Ti giri indifferente verso me mentre la schiuma scopre e copre quei capezzoli si ergono come spadini ,sollecitati dai movimenti delle mani che spandono il sapone e dall'aria fresca che spira dalla finestra semi aperta.
No, sono due ciliege mature, rosse che si porgono succose al mio sguardo disperato.
Mi immagino farle rotolare sulla lingua ed intrappolarle tra i denti.
Un sospiro, mi ritrovo la mano stringere il mio sesso quasi a strappare quella frenesia latente.
Non sei un capriccio, ma un mistero profondo che non riesco a capire neanche io.
Sei un sogno? No una realta' che agogno mentre nascondo la mia eccitazione come una ladra.
Hai capito, si hai capito, non puo' essere altrimenti,non ti prenderesti gioco cosi di me.
E io ci sto.
E' l'unico momento in cui posso accarezzarti, in cui sei mia e proteggerti dal mondo intero che mi deride.
Nicole....
Le mie parole sono come carezze che ti soffio addosso, mentre uscita dalla doccia ti porgo l'asciugamano e ti avvolgo tenendoti stretta a me.
Il profumo dei capelli bagnati mi provoca una fitta all'inguine mentre ci tuffo il naso in mezzo e poggio la mia fronte sulla tua nuca.
Le mie braccia ti tengono stretta al seno che mi sboccia nei palmi.
Percepisco la tua eccitazione attraverso il telo.
Non dici nulla.
Quel silenzio e' un rumore assordante, mi confonde, mi imbarazza.
Ma tu sei li tra le mie braccia mentre il tuo capo si adagia su una mia spalla.
E' tutto cosi irreale , vorrei allontanarti, ma sarebbe un'eresia rinunciare ad averti solo per me per qualche minuto.
Fremiti sommessi mi scuotono il corpo, mentre tra le cosce si crea un umido indegno.
Sono bloccata.
Vorrei..
Dio sa quanto vorrei assaggiare le tue forme ancora acerbe ma del tutto femminili e rigogliose.
“Perche' non te ne vai? Vattene, sparisci frutto proibito che mi trascini all'inferno.” La mia anima urla incessante mentre lotta col il corpo che urla a sua volta il suo diritto.
Sembra l'atto finale di una tragedia, che andando fuori copione si guadagna l'ovazione della platea.
Cosi le mie mani avanzano su quel morbido terreno, lente disegnano ogni curva che trovano, tremanti ma decise alla tua conquista , posandosi sul ventre che si ferma per qualche attimo
Neanche te respiri piu'.
Silenzio, solo il rumore sommesso degli aliti intermittenti, quasi stitici, che seccano le nostre labbra.
Monti, pianure, dune questo e' io mio viaggio che porta a te, mentre la tua valle inviolata si schiude al tocco delle mie dita.
Tremi, ma sei ancora qui.
Non stai giocando piu'..
I tuoi umori mi indorano la mano che curiosa fruga ogni tuo antro segreto, ma aperto.
Un ansimo inaspettato mi blocca ritirando le dita.
"No non posso, non posso rubarti cio' che non mi appartiene!"
Al diavolo la mia coscienza!
"Continua"
Un bisbiglio impercettibile e quasi rotto mi stordisce, mentre la sua mano mi afferra il polso riportandolo sul suo sesso.
Le cosce sono leggermente divaricate lasciandomi entrare scivolando sul suo miele.
La morbidezza delle tue carni e' nuova ,deliziosa, inaspettata.
L'indice scorre leggero dividendo quel bocciolo ancora chiuso ma turgido, schiaffeggiando quel pistillo che si erge ancora di piu'.
Le areole spariscono raggrinzite e concentrandosi suoi capezzoli, piccoli, rosei, gonfi.
Sono un lago, un indegno lago, un mare in burrasca e tu un'onda che si infrange sui miei desideri col movimento del tuo corpo che ondula di piacere sotto il mio movimento che diventa piu' deciso.
Ho un nodo alla gola, il cuore si ferma in attesa del tuo orgasmo che non si fa attendere.
Un singulto o un singhiozzo?
Il tuo piacere si nasconde in un lamento.
Lo inghiotti.
Non so se piangi o godi, sono stordita, ho il sesso che mi pulsa gonfio di piacere inespresso.
Ma non mi importa.
Nicole....
riesco a sussurrare il tuo nome.
Nicole sei una porcellana preziosa
Nicole.. mi guardi atterrita.
Nicole...
e scappi via da me lasciando quell'asciugamano vuoto come il mio cuore.



martedì 3 settembre 2013

LA MIA LOLITA (acquarelli di vita reale) di Andrea Lagrein




"E dai, sdraiati che ti faccio un pompino!". Appoggiai la bottiglia di scadente vino bianco ghiacciato che mi stavo scolando come aperitivo e la fissai. Gesù, ha solo diciassette anni e pensa già in grande! Carola era una ragazzina che mi era stata affidata dalla madre per farle ripetizioni di latino e greco. Ottanta euro alla settimana. Non un granché. Ma la birra comunque aveva un suo prezzo, dopotutto. Sarebbe stata bocciata. Ne ero assolutamente convinto. Ottusa e stupida, tanto quanto era da urlo il suo corpo. Poco male. Sarebbe stata bocciata, avrebbe fatto qualche casting di un qualche talent show, avrebbe sfondato e sarebbe diventata milionaria. Alla faccia mia e di chi sapeva il greco e il latino. Mala tempora! "Torna alla versione e non tentarmi" feci in tono burbero, in un rigurgito della mia flebile moralità. Ma già sentivo l'uccello ribellarsi a questa linea di condotta. "Mia madre dice che sei uno scrittore" disse appoggiando con noncuranza una mano sulla mia coscia. "Tua madre ti ha detto una cazzata" risposi scostandole brutalmente la mano. "Non ho mai fatto un pompino a uno scrittore. A un professore si', ma a uno scrittore mai" continuò sorridendomi. Sollevai gli occhi al soffitto. Cristo santo, lo sapevo, ero nato vent'anni prima del tempo. Adesso, a quarant'anni, m'avessero beccato con la nerchia in bocca di questo fiorellino, mi avrebbero sbattuto in gabbia e gettato via la chiave. "Beh, mi sa che ti dovrai tenere questa voglia. E adesso torna a Cicerone" dissi con il tono più fermo che riuscii ad avere. "E allora che lavoro fai? Come fai a mantenerti?" continuò lei imperterrita. Sospirai. Di Cicerone non ne voleva sapere. Sarebbe stata sicuramente bocciata. A meno che il professore spompinato di cui mi aveva accennato non fosse proprio quello di latino e greco. "Al momento non lavoro. Sono disoccupato. Ed e' per questo che sono qui a perdere tempo con te. Tua madre mi paga". Carola sbuffo'. "Mia madre e' una stronza. Cerca sempre di parcheggiarmi da qualche parte per non avermi fra i piedi". Mi fece quasi tenerezza questa sua ammissione. "Tua madre ti vuole bene. E vuole che tu a fine anno venga promossa. È per il tuo bene!". Quasi quasi facevo fatica anch'io a credere a queste puttanate paternalistiche. "Lascia stare. Che non ci credi neppure tu a quel che hai appena detto". Ipse dixit! "Dai, fatti fare un pompino". Aveva occhi maliziosi e vogliosi. Non sono mai stato tanto bravo a resistere alle tentazioni. Così mi alzai e volli metterla alla prova. Mi slacciai i pantaloni e tirai fuori Big Jack. Vediamo fin dove arrivi, bimba. Lei non perse tempo. Si inginocchiò e me lo prese tutto in bocca. Oddio, che labbra ingorde. Su e giù, su e giù, lungo tutta l'asta, succhiando, leccando, baciando, seguendo le linee delle vene che pulsavano all'inverosimile, accarezzando i testicoli, suggendo la cappella e nel mentre mugugnando e ansimando. Uno dei pompini più incredibili che labbra femminili mi avessero mai fatto. Le gambe iniziarono a tremarmi finché le venni copiosamente in bocca. Mi dovetti sedere. Esausto ed ansante. Lei inghiotti' tutto. Poi mi fisso' divertita. "Allora? Che voto mi dai?" mi sussurrò lubrica. Mi passai una mano sul viso. Non volevo crederci. Mi sembrava di essere fra le pagine scritte male di Nabokov. "Vattene. La lezione e' finita" dissi con un filo di voce. Carola continuava a sorridermi mentre si alzava. "Ci vediamo settimana prossima" fece mentre prendeva la sua borsa. Scoppiai a ridere. "Certo. Ma solo se ti presenti in autoreggenti e tacchi a spillo". "Contaci" e mi fece l'occhiolino. Rimasi sprofondato nella poltrona mentre lei se ne andava. Tornai a scolare la mia bottiglia di scadente vino bianco ghiacciato, che ormai ghiacciato non era più. Brindando a un pompino da dieci e lode!

giovedì 8 agosto 2013

Rock di periferia di Andrea Lagrein






"Dammi una birra!". Le indicai il frigor. "Accomodati. Sai dov'e'!" risposi continuando a fumare steso nel letto. Non ho mai capito perché continuasse a venire da me. In fondo viveva in una bella villa, con piscina per giunta, era sposata a un mega dirigente di una mega azienda, faceva le vacanze in yacht ed era ricca da far schifo. Io invece abitavo in un merdosissimo bilocale di uno stabile che condividevo con scarafaggi, trans e puttane da marciapiede, in una delle zone più malfamate della città. Eppure, un paio di volte al mese, eccola spuntare e infilarsi nelle mie lenzuola. Con la birra in mano andò alla finestra e guardo' fuori. Sguardo distratto, sguardo assente. Io le fissavo il culo. Splendido! E le gambe. Gesù, che gambe! "Vuole un figlio". Continuava a guardare lo squallore della via sottostante. Non avevano ancora portato via l'immondizia. Festa grande per i ratti della zona! Andai a prendermi una birra anch'io. "E che c'è di strano?" dissi bevendo avidamente. Il caldo era insopportabile. Lei si volto' a guardarmi. Dio, quanto era bella! E ancora non capivo perché si trovasse in questo immondezzaio. Forse perché le piaceva, ogni tanto, svestire i panni della gran signora per giocare a fare la randagia. Forse perché la scopavo davvero bene. Forse perché a volte preferiva la birra alle coppe di champagne. Forse perché le piaceva aggirarsi nuda nel mio appartamento e osservare quanto mi arrapasse. Forse perché era attratta dalla mia barba sfatta e dal mio completo disinteresse nei suoi confronti. Forse perché a volte si stancava della lirica delle sue stanze e desiderava un po' di rock di periferia. E comunque non me ne fregava un cazzo. Scolavamo birra e fottevamo come due animali. Tanto mi bastava. "Non lo amo. Non posso dargli un figlio!". Sbuffai. Ognuno ha i suoi problemi. Chi più chi meno. Personalmente avrei fatto a cambio. Ma non si poteva. A lei le sue scelte, a me la merda in cui vivevo. Mi avvicinai. La abbracciai. Il contatto con il suo corpo nudo me lo fece diventare nuovamente duro. Le allargai le gambe, la sollevai e iniziai a scoparla li', sul muro, con foga e passionalità, fregandomene dei suoi problemi. Perché in fondo, lei, voleva sentire solo un po' di rock di periferia!

VARI FIORI OSCURI (ACQUARELLI DI VITA REALE) di Andrea Lagrein



I suoi occhi grigio azzurri mi fissavano. Due lame di ghiaccio. Poi, d'improvviso, si sciolsero in un caldo sorriso. Sorriso malinconico. Sorriso di rimembranze. Sapeva bene che da quel letto non si sarebbe più rialzato. Come del resto lo sapevo bene io. Cristo santo, avevo voglia di una birra, di una sigaretta, di una canna, di qualsiasi cosa mi allontanasse da quel luogo. Sarei corso fuori in corridoio e, a calci in culo, mi sarei fatto dare dell'etere o della morfina, pur di scappare da quella visione. E invece rimasi inchiodato in quella camera di ospedale. La sua mano ossuta scivolò sulla mia in un tocco delicato. Ed iniziò a raccontare.
Quel giorno sarebbe diventato uomo. Era il regalo di suo padre per la maggiore età. Ancor prima di entrare, le gambe gli tremavano in modo folle, incontrollato. Aveva paura, ma non l'avrebbe mai ammesso. Via Fiori Oscuri. Vecchia Brera. La' dove oggi ci sono locali e pub alla moda, a quei tempi, tempi civili, si aprivano gli usci delle case di piacere. E giovani maddalene erano pronte a soddisfare le voglie più nascoste. Appena entrati il padre gli fece portare un bicchiere di Barbera, per scioglierei un po', almeno così disse, allungato però con gazzosa, che mica ti devi ubriacare ancora prima di iniziare, e giù tutti a ridere. Lui era confuso, ansioso, intimidito, ma tracanno' d'un solo fiato il bicchiere che gli porsero. Nemmeno il tempo di guardarsi intorno che un nugolo di puttane lo circondarono. Sorridenti, sensuali, lascive. Era la famosa corsa al verginello. Tutte volevano essere la prima, quella che sarebbe stata ricordata per sempre, quella che avrebbe rubato la castità di un uomo. Per lui erano tutte bellissime. Come fare a scegliere? Alla fine punto' gli occhi sulle grosse tette di una ragazza poco più grande di lui. Le erano sempre piaciute le tette, soprattutto se grosse, piene e belle sode. Come quelle della Ninetta. E Ninetta scelse! Lei lo prese per mano e insieme salirono le scale verso le stanze al piano superiore. Nemmeno il tempo di entrare, che lei già lo stava abbracciando, baciando, spogliando. Lui ce l'aveva duro da impazzire. Se non si fosse controllato, sarebbe venuto li', all'istante. Lei si spogliò e si stese sul letto. Lui rimase in piedi a fissarla. Semplicemente, non sapeva cosa fare! Ninetta sorrise della sua inesperienza e lo invito' a sdraiarsi con lei. Lui ubbidì imbarazzato. Gli sfilò i pesanti mutandoni di lana e gli prese l'uccello in mano. Già solo a quel tocco sapiente lui sussultò eccitato. Ma nulla l'aveva preparato a ciò che accadde dopo. Ninetta, delicatamente, guido' il suo cazzo dentro di lei. Lui gemette. Lui sussultò. Lui trasalì. Mai esperienza fu più dolce e traumatica insieme. La vista gli si annebbio'. Violenti spasmi percorsero tutto il suo corpo. La mente gli si offusco' e non riuscì a pensare più a nulla se non al forte piacere che provava. Ed infine avvertì una dolorosa fitta all'inguine. Urlo'. Urlo' per il piacere, per l'intensita', per la paura, per questo strano dolore. Bastarono pochi colpi per farlo venire. Pochi secondi, ma che a lui sembrarono un'estremità. Pochi istanti, e finalmente divenne uomo.
Io lo guardavo allibito. Ma Cristo santo, quest'uomo ha fatto la guerra, e' stato partigiano, ha avuto tre figli, ha costruito dal nulla un'azienda e, sul letto di morte, mi racconta della sua prima volta con una puttana? Non riuscivo a crederci, non riuscivo a capacitarmi. Ma poi capii, e tutto fu chiaro. Come chiaro, felice e sereno era il sorriso che mi stava facendo. Aveva vissuto. Aveva vissuto appieno la sua vita e ora in ultimo, grazie a questi ricordi, fotteva la morte.
Uscito in strada l'amaro delle lacrime si fuse con il calore della mia risata. Ancora una volta, per l'ultima volta, quest'uomo mi aveva insegnato qualcosa. Mi accesi una sigaretta. Guardai il sole. 
Ci rivedremo in un qualche bordello dell'aldila', ne sono certo. E allora berremo vino e fotteremo in allegria.
Addio nonno!

mercoledì 7 agosto 2013

VAPORI di Allie Walker




Lascio correre i miei pensieri, la mia immaginazione e ci sei tu.
Tu e un bagno.
Una grande vecchia vasca da bagno con i piedi da leone, enormi artigli che la sostengono; piena fino all’orlo con acqua calda.
Il vapore sale in vortici seducenti, così fitti da confondere tutto il resto, le pareti e il soffitto scompaiono e c’è tutto un mondo in quella nebbia.
Ci sei tu. Ti sento, sei parte dell’acqua, sei nel vapore e la tua presenza mi avvolge come le braccia non hanno mai fatto.
So quello che vuoi, quello che sei e sei qui per un solo motivo. Non mi lascerai andare fino a che non ti darò ciò che è tuo.
Mi arrendo.
Mi immergo nell’acqua e sento scivolare via ogni preoccupazione, la mia solitudine, l’ordinarietà della mia vita. L’acqua si chiude sopra la mia testa e mi rilasso, il nostro momento durerà in eterno, rimarrai con me.
Non ce la faccio ancora, è troppo presto, devo risalire, devo respirare e prendere ancora un altro respiro, e un altro ancora e andare avanti.
Con la testa fuori dall’acqua, il vapore si dirada e sei lì, mi stai guardando.
I tuoi occhi grigi offuscati, il viso sembra essere di marmo, inflessibile e freddo, i capelli bagnati. Chiudo gli occhi e appoggio la schiena contro la vasca, il vapore solletica le narici, il mio volto è umido. E’ difficile respirare.
Ti sento sussurrare il mio nome, sembra rassicurante la tua voce, come se stessi calmando la tua bambina.
I seni galleggiano sulla superficie dell’acqua, senza peso, i capezzoli turgidi bramano un tocco. Ti attendo.
E finalmente ti avvicini, posi i tuoi baci sui miei occhi, la lingua lecca le gocce di vapore che ricoprono il viso, sei delicato.
Lento e delicato.
Le labbra sfiorano le mie, i denti affondano sulle labbra.
Le mani impastano i seni, tirano, provo dolore, ma ho bisogno di sentirti, ho bisogno di ricordarti.
Nel momento in cui affondi la lingua nella bocca, aggroviglio le mani ai tuoi capelli, per tirarti vicino, non posso lasciarti andare questa volta.
Allargo le cosce contro i bordi della vasca, offrendomi, in attesa che le tue dita trovino la loro strada dentro di me.
Mi trovi, gemo, sollevo i fianchi, l’acqua trabocca, ma ho bisogno di avere di più.
Mentre mi contorco e inarco il ventre, chiudi la bocca su un capezzolo, lo succhi, lo mordi. Sento dolore, piacere.
Mi tieni in bilico fra il piacere e il dolore.
Si accende il corpo, mi lasci un istante e mi metto in ginocchio, le braccia appoggiate sul bordo della vasca.
Sei dietro di me, fulmineo, il tuo corpo si sta fondendo al mio, le mani si allacciano ai seni.
E’ tutto quello che ho sempre voluto, sentirti così vicino, petto contro schiena, le labbra che mi baciano il collo e le dita che tirano i capezzoli.
Eppure non è sufficiente, il mio bisogno è infinito.
Mi strofino conto di te, so che mi darai sollievo, so che puoi farlo. Il cazzo contro la figa, lentamente scivoli dentro di me a completarmi.
Poi, senza preavviso, spingi duro, martellante.
Il mio nucleo è rovente, ti voglio, godimi!
Stringo il bordo della vasca, mentre gli schizzi vanno ovunque, seguono implacabili i nostri movimenti.
Grido.
Ondate di piacere mi trapassano, fremo, tremo, godo, mentre tu ti dissolvi con gli ultimi resti di vapore.
E’ troppo presto.
Piango con gli occhi chiusi.
Mi immergo.
Tutta.
Ho freddo, ma lì rimango, mentre il sangue si confonde con l'acqua e brividi trapassano il corpo, un'ultima immagine: ancora tu e perdo anche il mio ultimo respiro.

giovedì 18 luglio 2013

L'INCONTRO IMPOSSIBILE di Sereno Notturno




Le storie sono sempre quelle e le frasi pure o forse siamo noi che le facciamo apparire tali; di fatto era un bel po' che quell'appartamento era sfitto,già' il proprietario era noncurante di chi ci mettessero dentro e come al solito o non pagavano o i condomini arrivavano all'esasperazione come l'ultima volta, dove quel mini si era trasformato in una caserma, andavano e venivano, come al cambio di guardia.
Pace quiete almeno un po, si dicevano tutti e quindi il time-out al proprietario.
Nel giorno di primavera c'era un bel via vai di persone che venivano a vedere le stanze e non mi era passata inosservata quella splendida creatura; tra me e me rimuginavo e dicevo caspita, no lascia perdere è impossibile, non esistono le favole o meglio non ci credo da un pezzo.
Sono uscito per le mie compere da perfetto single, non dando peso a nulla, in effetti al mio ritorno tutto taceva. Passarono i giorni e nulla di considerevole, un giorno da lontano scorgo il proprietario con i signori dell'agenzia che parlavano del come ridipingere i muri, visto i trascorsi infelici e abbozzo un saluto di stima, anche se col terrore, di chi avrebbe fatto entrare, lui educatamente mi saluta.
Bellissimo avere la comodità del telecomando per il cancello, mai come quel giorno mi sarebbe servito, infatti faccio per entrare, mi trovo davanti un'auto con una persona che trafficava nella borsetta come alla ricerca di qualcosa, non è mia consuetudine suonare, è da cafoni, quindi scendo verso l'auto. Ecco appunto scendo “ Buonasera, farebbe la gentilezza di aprirmi il cancello, perché' nella fretta sicuramente il proprietario mi ha lasciato il telecomando ma ora come ora non lo trovo, Ah mi scusi sono Matilde la nuova inquilina del piano, ma forse ci siamo già' visti”. Scende il gelo e la salivazione inesistente, pero' da vero signore mi faccio vedere scaltro, “prego prego uso il telecomando e salgo in macchina”.
Mi ci voleva almeno il tragitto dei cento metri per pensare cosa rispondere. Smontiamo dalle auto e con fare sicuro, pensavo io, “ il mio nome è Paolo e sono il proprietario dell'appartamento al terzo piano. Un vero piacere conoscerla, conoscerti, come debbo dire”, ok risponde lei va bene del tu.
Finita la presentazione non si deve dare nell'occhio quindi scivolo nel mio appartamento.
I giorni seguenti ci si vede poco, lei ha strani orari, sfalsati a volte con i miei, come tutti i casi, non vengono mai da soli e non potevo farmi scappare l'unica occasione che avevo di incontrarla, quindi la invito a cena, anche perché cucina lei, ancora nulla. Sicuramente una bella occasione per conoscerci. La cena la sera stessa in un ristorante tipico della zona, non elegante al massimo, ma sicuramente una buona cucina.
Lei è molto affabile, con fare simpatico e sempre col sorriso, si parla bene con lei, si vede che è spesso a contatto con persone, infatti è dottoressa in dermatologia nell'ospedale vicino a me, Vado spesso in quel reparto per problemi di pelle, ovviamente lei non l'avevo mai vista essendo appena arrivata, cosi' cominciamo a parlare del suo lavoro. Non so se capita in altri ospedali, ma in dermatologia difficilmente ci sono persone impresentabili, la maggior parte sono giovani e carine.
I giorni che seguono ero in ferie e lei era alla ricerca disperata e veloce di arredare, mi offro di aiutarla a girare per negozi e mobilifici, lei accetta'. La guardo spesso negli occhi e lei istintivamente non li abbassa, ma con la sicurezza che la contraddistingue ricambia con fare felice, devo dire che sembrava ci conoscessimo da anni, a volte, la chimica la fa da padrone e quello che si avverte nella mente se c'è la complicità' è qualcosa di profondo.
Non so dire come saranno i giorni a seguire, quel che conta è come ci siamo trovati, mi piace il suo sguardo e la sua semplicità'.
 

Cunnilingus di Allie Walker



Delicatamente e dolcemente cullato fra la pelle del corpo, fra le dolci lune dei seni, le sue labbra si appoggiano delicate e le dita ne sfiorano i morbidi contorni e i turgidi capezzoli, che si ergono ritti e fieri come regine in attesa del loro servo.
La lingua, con frenetica dolcezza li lambisce prostrandosi alla loro fierezza.
Lentamente la testa si abbassa e scivola con dolcezza sul corpo fremente.
Le mani mi accarezzano, seguendo d'appresso la bocca bollente,
che lentamente scivola lungo il bacino a raggiungere le cosce morbide e sode.
Scende con dolcezza lungo le gambe fino a raggiungere la nervosa caviglia, a saggiarne il tenero sapore, mentre le mani si aggrappano voluttuose ai miei glutei sodi e provocanti.
Lentamente la lingua risale proiettando la sua scia sull'altra gamba, le mani accarezzano i contorni e veloci raggiungono l'antro delle morbide labbra, sfiorandole e preparandole al passaggio della bocca che presto ne raggiunge le porte e le lambisce con lussuriosa voluttà.
Il ventre è fremente, la lingua al contatto con il duro clitoride, che con spavalda arroganza mostra la sua testa è pronto per farsi sfiorare con un delicato tocco di lingua.
Sento il fiume del piacere scorrere all'interno del mio essere, un paradiso lussurioso e felice di essere attraversato da un fiero animale.
La lingua s'intrufola, scava, raccoglie il dolce nettare, si disseta.
Poi con mite dolcezza e candida lentezza penetra all'interno per esplorarne la via.
Le mani sul suo capo, premono affichè non smetta di lambire la strada infuocata, affinchè ne esplori ogni recondito passaggio.
Docile e mansueta, senza farsi pregare, la piccola esploratrice esegue i passaggi assaporando i frutti copiosi che crescono lungo le carni tremule.
Un fremito ed un gemito profondo scuotono il corpo, in un lungo appassionato orgasmo che colpisce la lingua rendendola felice e gioiosa per l'esplosione di piacere che l'ha dissetata.

PRONTO CHI PARLA? QUI FACEBOOK. LA METTO IN ATTESA di Francesca delli Colli

 

 
 
 
Da un po' di tempo sto avendo una triste conferma:

come l'uso di FB ammazza l'utilizzo degli altri mezzi di comunicazione iniziando dal cellulare con telefonate e messaggi canonici senza parlare dell'uso delle applicazione oggi in voga tipo whatsapp o viber, passando poi al telefono fisso, alle mail, piccione viaggiatore, tamtam o segnali di fumo.

Ebbene si pare che questa piattaforma,nel caso in cui si inizi ad inalare i suoi piacevoli effluvi, fino ad avere le crisi di astinenza,diventi un motivo di vita usarla come mezzo principale di comunicazione, visto che buona parte della giornata viene passata qui sopra, trasportando usi e costumi, sensazioni ed emozioni, stati sociali e sentimentali alla merce' di quelli reali.
Per alcune cose mi puo' anche star bene, spesso qui si emula cio' che nel reale potrebbe mancare o non si trova, regala una sorta di compagnia, un relazionarsi molto piu' semplice, si ride, si scherza, si gioisce, si piange, ci si scazza e "sfancula", ci si segnala o banna come se niente fosse, azzerando spesso i valori umani e avendo il diritto insindacabile sulla vita o morte di un profilo.
Ma torniamo ai metodi di comunicazione.

Il telefono.

Quello sconosciuto e aggeggio scomodo con i tastini troppo piccoli o peggio ancora touch, dove di rado digiti la parola giusta.
Ma che fine ha fatto il piacere di sentire il tono di una voce, di sentire viva una persona e non in balia di parole scritte?
Un caldo "ciao" con quel sorriso che ti illumina il viso solo a sentirlo, un "come stai?" dal quale si percepisce lo stato d'animo di una persona, un respiro, un sospiro VERI , al posto delle emoticons con le faccine piu' disparate oppure intercalari simili a quelli dei fumetti: sigh, sob, sniff, ghgh, grrrr, ahaha ecc ecc.

- "Ok ciao, ci si becca domani qui sopra ^_^ ghg "
- " Perfetto io ci sono dalle ...alle... ♥ eheh "
- "Grrrr ma che fine hai fatto? ti ho aspettato tutto il giorno! >:( "
- " Uh eccoti, zitto non mi dire niente, tutto il giorno senza adsl ! O:) sapevo che mi aspettavi, ti giuro non sapevo come contattarti! sob "
o
- "Credimi non ho avuto un attimo libero per collegarmi! 3:) "

Ma porca miseria schifosa, tra poco sai anche che misura di reggiseno porto, il peso, se mangio, dormo , potresti essere peggio di un navigatore satellitare per tutti i dati che hai e mi dici che non sei riuscito a collegarti ad fb.
Oltretutto ci si scorda anche che un giorno e' fatto di 24 ore e magari anche di qualche minuto morto da poter dedicare a qualcosa di diverso.
Io penso che a certi livelli si perda la buona creanza e la voglia di fare le cose, senza pensare che e' piu' facile usare i metodi ortodossi.
Che ci vuole a mandare un messaggio sul cellulare o ancora meglio fare una sana telefona, che trovare un pc, controllare se c'e' la linea, ricordarsi la pass, sperare che Fb funzioni...

Credo che si sia bisogno di rifare qualche passo indietro e riprendere i valori delle cose piu' sane e soprattutto per le persone.

Fb o il virtuale in genere, tanto facilita, quanto disperde
tanto avvicina quanto allontana, soprattutto dalla realta'.

Voi mi chiederete se ho il dente avvelenato, per caso?

SI!!!!

E rimpiango tanto i vecchi telefoni a gettone che le poche volte che funzionavano ti davano un orgasmo stellare....^__*

 
 
 
 


A uso e consumo di chi si sente tirato in causa di Allie Walker


“Per innumerevoli secoli hanno raccontato storie di bellezza incommensurabile, ma mai di una forza incalcolabile. Lei ha il seme, ma anche la Terra e non è solo un giardino rigoglioso, ma è la madre di tutto.”

Ci desiderano, ci trattano come un oggetto prezioso, ci sbattono su cartelloni pubblicitari e su riviste alla moda. Credono che il nostro valore sia solo superficiale, ma non sanno nulla di quello che c’è sotto. Siamo, invece, creature evolute e i “cavernicoli” non avranno mai l’intelletto per comprendere tale nozione “terribile”

Oggetti del loro affetto, pupille dei loro occhi, conigliette maliziose, squisite principesse, piccole puttane, starlets, regine, “sex-machine”, sempre pronte a sorridere anche nei loro giorni no. Questo perché “lui” crede che comprandoci fiori o diamanti, dicendoci che siamo le più belle del reame sia abbastanza, che è quello che vogliamo comunicare e quello che cerchiamo. Abbracciano la vanità e null’altro gli interessa.

Non siamo sorrisi di plastica e non siamo menzogne. Siamo lacrime e sguardi, cuore e anima, parole che sembrano scontate e banali, eppure non lo sono. Non siamo solo carne da scopare o da mostrare agli altri come conquiste.
Il nostro corpo è squisitamente più complesso, un’opera d’arte di forme e di intelletto, miliardi di cellule che lavorano in perfetta armonia, non solo un corpo funzionale e alla moda, siamo molto di più.

Siamo donne, non perché la nostra vagina ritiene che sia così, o perché mostriamo il nostro piumaggio, o per i fianchi ondeggianti sui tacchi, o per il trucco che sappiamo usare sapientemente. Siamo donne che hanno emozioni, un cuore e non temiamo di amare.

Siamo donne che vivono le loro pene coraggiosamente, affrontano le insidie di uomini senza anima, risolvono problemi… siamo figlie, mogli, madri, anche amanti se volete, donne in carriera, sempre pronte ad affrontare i problemi che ogni giorno la vita ci pone, responsabilmente e coscientemente. Non ci tiriamo mai indietro, pur usando l’intelletto siamo sentimenti che vivono e fioriscono brillanti nel breve cammino della nostra vita.

Il nostro amore non è cieco, vediamo tutte le piccole imperfezioni e scegliamo di adorarle comunque. Allarghiamo il nostro standard di bellezza a una semplice regola: non è l’aspetto fisico di una persona a renderla bella, esteticamente attraente, ma quello che ci comunica e quello che ci fa provare.

Sono banale? Pecco di femminismo? Che importa. Non vorrei essere in qualsiasi altra maniera.

Solo una cosa, uomini.
Non fidatevi sempre di una donna che sorride. Sorride solo quando lei si diverte. Può diventare “cattiva”, ladra, mascalzona, irriverente… ma prima di tutto è una signora e non annuncia mai le proprie intenzioni ad alta voce. Così quando vedete quelle fossette che si allargano, fate attenzione. Mirano a comportarsi in maniera adeguata rispetto a chi hanno di fronte. Non date nulla per scontato. Non siamo scontate!

(genere: sfogo personale, ma anche no)

Elucubrazioni di viaggio di Allie Walker


I miei pensieri nascono spesso durante i miei viaggi in treno, in compagnia del mio IPad e della mia musica, Una playlist scelta, riveduta e corretta con il mio viandare e il mio “crescere”. Mi isolo dal mondo che mi circonda, mi faccio domande e come Marzullo mi rispondo da sola, tanto so che mi darò ragione (eh eh eh). Pensate a quando mi sono chiesta il perché della vita, della mia soprattutto e degli uomini che ho conosciuto sbattendoci, spesso, contro. Ne è venuto fuori uno scritto un po’ strano, come me, ma tanto io non sono normale, lo so…
Da cosa siamo nati? Siamo animali? Deriviamo dalla scimmia? Cosa caspita siamo? Eccole qua le domande , sono solo le prime, non si fermano qui, ne ho tante altre e quasi nessuna risposta. Quello che ho, sono tante parole e di getto voglio sparare tutte le cartucce del caricatore. Occhio a scansarvi se pensate di essere chiamati in causa, provate a fare come l’orso del tiro al bersaglio sui videogiochi di una volta.
Allora… comincio. Da cosa siamo nati? Deriviamo dalle scimmie? Se si, tutto mi sta bene, capisco molte cose (ma anche no), capisco che non ci siamo ancora evoluti del tutto e pecchiamo, spesso, di stupidità, di desideri repressi, di orgoglio smisurato, di “ego” insuperabile, di egoismo, di violenza, di odio; diamo la colpa agli altri dei nostri insuccessi, l’invidia e la gelosia la fanno da padrone. Di tutte le razze degli animali, siamo la peggior specie.
Il problema più grosso, nei miei pensieri, arriva quando torno indietro di qualche anno, tanti per la verità, e ripenso agli insegnamenti biblici e catechistici della mia infanzia. Se siamo stati creati da Dio, che ha piazzato due esseri nel bel mezzo di un paradiso terrestre, ecco che mi vengono subito le ombre. Ho un dubbio: il Signore, quando ha visto come gli era venuto l’uomo, genere maschile intendo, ha preso una costola e ha creato la donna pensando di riuscire a fare di meglio? Vai a saperlo! Comunque, sti due stavano una meraviglia nell’Eden, come si può facilmente leggere nelle scritture, perché è arrivato quel cazzo di serpente a porgere una mela ad Eva proprio non lo capisco. Non poteva star tranquillo e farsi gli affari suoi, quel cretino invertebrato? Da lì, se così fosse, sono nati tutti i nostri guai e l’uomo, sempre genere maschile, ha avuto la disgrazia di prendere il peggio di tutti i mali che Dio poi ci ha tirato addosso. Hanno provato ad usare il cervello, ma, visto quello che hanno combinato in passato e combinano tutt’ora, non lo hanno usato al meglio. Guerre, vizi, ozi, distruzioni e chi più ne ha più ne metta. Oggi, dopo aver fatto da spettatrice per tantissimi anni, la donna si è emancipata e spesso occupa posti migliori rispetto ai nostri amici uomini, nonostante molte di queste donne all’apice del successo si trovino un uomo solo perché il vibratore non riesce a tosare l’erba.
Premetto che non sono femminista, mi va solo di rompere i coglioni, sono in treno, da sola, e ho solo le parole e l’IPad a farmi compagnia (l’ho detto all’inizio, ma volevo ricordarvelo, non si sa mai). Nella mia vita ho incontrato diversi uomini e, da sfigata come sono, la fortuna sta sempre dietro l’angolo ma io devo ancora trovare quello giusto, ho incontrato il peggio della specie.
Ho tutta una teoria sugli uomini. Molti sono come i parcheggi, i migliori sono già occupati; quelli che non lo sono, preferiscono una vergine, non gradiscono le critiche, permalosi peggio di una checca; se sono carini e gentili hanno già un ragazzo!
Allora mi consolo e rimango da sola ad osservare. Tra quelli che ho frequentato, quasi tutti sbagliavano di continuo, avendo anche il dono di perseverare (io non sono da meno, eh). Sta di fatto che clitoride, anniversario e water per loro erano sempre optional da usare ogni tanto, non centravano mai il momento e il posto giusto.
I preliminari? Secondo loro, mezzora di suppliche, cinque minuti di gemiti e grugniti, e la soap opera sul più bello finisce e riprende alla prossima puntata, alla stregua di una tempesta di neve: non sai quando viene, quanti centimetri ti darà e quanto tempo dura.
Concludo sta parata di scemenze (era solo per rompere il ghiaccio, poi arriva anche di peggio)…
Gli uomini sono come le ciambelle, non sempre vengono perfetti (le donne anche, eh). Io, come già espresso diverso tempo fa, ma lo ribadisco, preferisco i cani, come il mio Ugo per esempio: dopo un anno che sta con me, quando mi vede si eccita ancora e mi fa le feste.
Dal treno in corsa… Baci e abbracci!

DELIRIO DI UN UBRIACONE (acquerelli di vita reale) di Andrea Lagrein



Era sbronzo marcio. Ed era solo primo pomeriggio! Seduto sul letto, non si contavano nemmeno più le lattine di birra gettate sul pavimento. Resti umani in attesa della fine. Eppure un tempo era un uomo brillante. Scriveva poesie, era innamorato. Ora invece era un relitto che si trascinava stancamente fino a sera. Un matrimonio fallito alle spalle, una vita sfuggita di mano e tanta, tanta solitudine. Aveva perso il lavoro. "Spiacenti, c'è la crisi, sa com'è!". Fanculo no, non sapeva com'era. Sapeva solo che adesso non aveva più soldi. E a breve lo avrebbero sbattuto fuori a calci in culo anche da quello schifo di appartamento in affitto. Bilocale di periferia, vecchio rudere buono solo per clandestini e scarafaggi. Di quelli ce ne erano molti. Di scarafaggi, intendo! Loro sarebbero rimasti, altro che sfratto. Lui, fuori a calci in culo. Era meno di uno scarafaggio. Bevve un altro lungo sorso. Scoppio' a ridere. Risata isterica. Poi scoppiò a piangere. Pianto disperato. Alla fine prese la lattina e la lancio' contro il muro. Lancio rabbioso. Schizzi di birra sullo specchio. Strabuzzo' gli occhi. Cristo santo, non è possibile. Si volto' a guardare il letto. Nulla. Tornò a fissare lo specchio. Si stropiccio' le palpebre. Eppure era così. C'era lei, li' dentro. Il suo corpo nudo, ardente, che fino a poche ore prima stringeva fra le braccia. Com'è cazzo e' possibile? Prese un'altra lattina, l'apri' e bevve avidamente. Tornò a fissare lo specchio. Lei era ancora li'. Il suo culo meraviglioso, le sue tette perfette, la sua fica rosea e odorosa, la sua voglia irrefrenabile. Lo guardava dallo specchio, silenzioso monito al ricordo. E chi mai ti avrebbe dimenticato, bella mia? Leccartela tutta quanta e farmi scopare in modo così selvaggio e' un ricordo che mi sarei portato fino alla tomba! Sorrise. Tanto ci manca poco! Sorrise amaramente. E si scolò il resto della birra. Al diavolo tutti quanti. Per una fica avrebbe dato anche l'anima. Ed il resto, beh, il resto erano solo lattine di birra vuote gettate sul pavimento!

Pioggia di parole di Francesca Delli Colli


“Aiuto non riesco piu' a scrivere una parola!”
Questa frase le girava a torno da giorni , fastidiosa peggio di una zanzara assetata di sangue, con quel ronzio che annunciava forse la morte delle sue emozioni, stipate, accalcate in chissa' quale angolo del suo cuore, della sua mente, del suo corpo .
Talmente stitiche che quando uscivano fuori la loro forma migliore era simile quella delle pallette della merda di pecora.
Emozioni secche, aride, insipide esternamente, ma che all'interno erano in ebollizione peggio del magma di un vulcano, ma non riuscivano a trovare una feritoia nella sua anima per esternarsi.
Erano come un nodo in gola, un peso sullo stomaco, li ferme sul precipizio senza avere la forza di andare avanti o ricadere nel buio.
Per lei le parole erano il pane quotidiano, composto da molti ingredienti che la nutrivano, ma ora si ritrovava in mano solo un tozzo di pane rancido.
Lo guardava, lo annusava,ne assaggiava qualche briciola per poi sputarla disgustata.
Eppure quel pane una volta era fresco e profumato, sapeva di buono, sapeva di lei.
Fragrante anima , che veniva sfornata bollente di voglia di vivere , piena di sapore e di profumo che spargeva intorno a se' stessa ogni volta che una emozione la riempiva e le toglieva quel grigiore ammuffito preso nel tempo.
Si sentiva come Gesu' Cristo alle Nozze di Cana, che moltiplicando i pani li Dono' a tutti.
Cosi lei faceva con quelle emozioni, scriveva, scriveva fino alla nausea, donandole a chiunque le leggesse e ci si rispecchiasse.
Viveva per questo miracolo ed ogni volta che sue dita iniziavano a digitare sulla tastiera, sembrava cadere in estasi.
Non pensava piu' e lasciava andare la sua mente aggrappata a quell'anima che urlava, le cui grida fuoriuscivano da ogni poro fissandosi sui fogli.
Ogni urlo era un respiro che la riportava in vita, lei rinchiusa nel suo stesso grembo cercando di lacerare quella placenta che l'opprimeva.
E ora niente, le parole di mischiavano senza riuscire a dare un senso compiuto a cio' che sentiva.
“ Ma io sento veramente o voglio sentire per forza?”
Altra frase che le serpeggiava per i cunicoli oscuri della sua testa, dilaniando il suo cuore gia' secco e bisognoso.
“Io sento comunque, io sono nata per percepire le emozioni, sono nata per darle e per riceverle, sono il mio flusso energetico, non posso vivere senza di esse! Devo solo di nuovo ritrovare la feritoia giusta e tirarle fuori!” .
Questa fu la risposta che si diede mentre apriva sul pc infuocato poggiato sulle sue cosce, un foglio word vuoto.
Lo guardo' per un attimo e le dita iniziarono a scrivere d'istinto.
Scivolarono su quella tastiera come la risacca del mare, spinta dal vento , ricopre la sabbia per poi ritirarsi, lasciandola umida ,scintillante,liscia in attesa di essere disegnata.
Anche quelle erano emozioni, emozioni diverse .
Niente passione, amore, sesso, ma era quello che la sua anima sentiva in quel momento e sono cio' che ora state leggendo, scritto pochi minuti or sono.

venerdì 12 luglio 2013

BUON GIORNO AMORE DI Allie Walker



Una mano sotto le lenzuola, striscia come un serpente sul mio corpo addormentato. Le dita sono abili, trovano le cosce morbide, si intrufolano nel calore della carne. Lentamente le carezze iniziano, le pieghe si schiudono sotto le dita forti. Il fiore si apre prima del risveglio del corpo. I petali rilasciano lo scintillio di un desiderio ancora inespresso. Duro e morbido, il corpo risponde, si risveglia sotto il sensibile tocco, che si fonde nelle carni e al suo interno. La pressione costante apre il bocciolo, avvolgendo il tutto con baci completi e vividi. E poi… il rantolo prima di svegliarmi completamente, una chiamata, un allarme… la dolce carezza diviene possesso. Le dita si muovono velocemente, abilmente indagano, studiano il mio risveglio. Sempre più rapidamente, come un cavallo su sentieri di praterie gioiose, il ritmo aumenta, la mia mano viene a bloccarti in un vago tentativo di controllare l’assalto. Ma è tutto inutile, le dita sono immerse, scavano e si muovono, affondano e non ho altra scelta che guidare e assecondare la pressione dentro di me. E poi… come raffiche di un vento che non esiste, il mondo intorno a me si apre, il fioco bagliore del mattino si espande, le labbra si schiudono e le parole rimangono alla deriva, ai bordi del desiderio dentro e intorno alla mia mente. Il corpo si inarca, la tua mano diventa il fulcro e dopo un istante crollo, lasciando solo l’ansimare del mio petto, , come una marea in tempesta scagliata contro gli scogli, che lentamente si placa. Apro gli occhi, mi stai guardando, attendi che le onde della mia marea si calmino, e incuriosito da una goccia di sudore che scende tra i seni, la segui con le dita. Poi mi baci e gusti le mie labbra. Ti lascio possedere la mia bocca, imprigioni la mia lingua. Il mio corpo completamente sveglio, è il mio momento di esplorarti. Ti guardo mentre lo faccio e un bagliore di piacere illumina il tuo sguardo riempiendolo di lussuria. Riprendo a baciarti, a leccarti, a succhiarti… poi le bocche si separano, le labbra gonfie e morbide iniziano il loro percorso. Ancora un istante per guardarti e scoprire le tue reazioni, tiro indietro la testa e la scenografia si riapre, il tuo sguardo esprime necessità, brucia la passione dentro di esso. Scendo sul tuo corpo, allora, mi gusto il tuo sapore speziato, mi concentro sul tuo odore, il tuo respiro diviene una marea montante, la lingua rotola, le labbra succhiano, il percorso diviene bollente e mentre sussurro: “Buon giorno Amore.” … lui, lì in basso, ricambia il mio saluto pulsando e vibrando magnifiche e sontuose note.

martedì 9 luglio 2013

GAME di Giuseppe Balsamo








Erano ormai almeno un paio d’anni che frequentavo quella libreria, non che avesse qualcosa di particolare, anzi da fuori non invogliava affatto i clienti ad entrare. L’insegna era anonima e la vetrina scarna, a parte l’oggettistica appoggiata sui libri di esoterismo: talismani e candele impolverati che il gestore non si preoccupava né di pulire né di sostituire, probabilmente perché anche lui affezionato a quello stato di cose. All’interno vi erano testi di ogni genere, come in qualsiasi rivendita libraria, ma era proprio l’interno la parte che preferivo: era tutto sempre in penombra, come fosse un’antica biblioteca, era palpabile l’odore delle pagine invecchiate dagli anni, sfogliare quelle pagine impolverate mi dava un piacere inspiegabile, così era mia abitudine tirar fuori i volumi e leggerne alcune pagine, prima di decidere il mio acquisto. Le mie scelte erano svariate, non avevo un genere preferito, sempre però curiosavo fra i libri di occultismo, ufologia, rituali magici. Non so perché, non ho mai creduto a queste cose, ma da sempre mi incuriosiscono ed a tratti mi divertono, come se il solo leggere fosse già di per se qualcosa di magico, che la vera magia dei rituali narrati non fosse nel compiersi degli effetti desiderati, ma la lettura degli stessi.
Ero solo fra gli scaffali, il vecchio titolare del negozio era alla cassa a far finta di lavorare, così quel pomeriggio la mia attenzione venne richiamata dall’unica copertina lucida e nuova, in mezzo a tanti libri consunti dal tempo e che nessuno voleva comprare. Era di un bel rosso acceso ed era senza subbio fuori luogo in quel contesto, pressoché impossibile non notarla. La osservai con titubanza, quasi indeciso se andare oltre, poi decisi di tirarli fuori, ritrovandomelo fra le mani.

Si intitolava “Spaghetti Hacker”, cominciai a sfogliarlo ritenendo che non fosse affatto di mio interesse, un normale libro sull’utilizzo di tecniche informatiche, messo fuori posto probabilmente da qualche cliente troppo pigro che, non volendo prendersi il disturbo di sistemarlo dove lo aveva preso, lo avevo abbandonato dove gli era più comodo. Sfogliando velocemente le pagine col pollice, provocando lo stesso suono che si fa quando mischi le carte, proprio un istante prima di rimetterlo dove lo avevo preso, scivolò per terra un piccolo foglio a quadretti. Volò veloce verso il basso, come una foglia secca guidata da una folata di vento autunnale, andando a finire sotto lo scaffale. Non per curiosità, ma solamente per amor di pulizia e per poi gettarlo via, mi chinai a raccoglierlo. Lo girai fra le dita, con una grafia malferma e quasi faticosa, qualcuno aveva scritto un indirizzo internet. La mia impressione fu che una persona anziana, senza forse capirne il motivo, aveva tracciato sotto dettatura il nome di un sito WEB, composto da numeri, lettere e segni. Trovai la cosa strana e particolare, così invece di gettarlo, decisi di infilarlo nella tasca posteriore dei jeans.

La sera di tre giorni dopo, mentre infilavo i jeans nella cesta della biancheria sporca, accadde lo stesso fenomeno autunnale. Svuotando le tasche ritrovai il biglietto, di cui mi ero assolutamente dimenticato, mi sfuggi dalle dita e comincio a svolazzare per il bagno: sorridendo pensai che quel fottuto biglietto non voleva saperne di stare al suo posto.
Spensi la luce del bagno, percorrendo in mutande il corridoio buio, rigirandomi fra le mani il piccolo foglio, sentendo tra le dita la carta ruvida, quasi percependo la parte scritta a biro. Andrai dritto verso lo studio, accesi la piccola lampada verde sulla scrivania ed il personal computer. Mentre ascoltavo il rumore di avvio del mio vecchio Apple, aprii la finestra: sentivo la pelle appiccicaticcia per il sudore, sentire il fresco proveniente da fuori mi diede sollievo e forse la voglia di provare a vedere il significato di quei segni e che cosa c’era dietro quello strano indirizzo internet. Per prima cosa, una volta seduto, misi le cuffie al cui interno comincio a suonare la musica dei Black Sabbath, accesi la sigaretta e cominciai a pigiare veloce sui tasti.
Non che nutrissi qualche strana speranza di trovare chissà cosa, preso il biglietto in mano e leggendo quell’insieme di lettere e numeri senza senso, immaginai che mi sarei trovato davanti ad uno dei soliti siti interne in cui venivano spiegate noiose ed incomprensibili tecniche di hackeraggio o altri modi insoliti per intrufolarsi nella vita altrui, ben sapendo che alla fine sarebbe stata noiosa come la nostra, se non peggio. Provai e riprovai a scrivere, sillabando ad alta voce il contenuto del biglietto per il timore di sbagliare: sullo schermo non appariva nulla. Sconsolato e rassegnato, consapevole che si trattava di un’evidente bufala, provai comunque un ultimo tentativo. Come per incanto comparve un sito internet praticamente del tutto nero, a parte l’immagine di un ‘uomo di una certa età, abbigliato da biker, dall’aspetto senz’altro vintage, che chiedeva di mettere una password. Mi trovai a quel punto in un momento di empasse, tentato a rinunciare e dedicarmi ad altro; non aveva molta scelta e non sapevo nemmeno chi avesse scritto il biglietto. Per gioco e come chi prova a sparare al tirassegno senza guardare, sapendo che il colpo andrà a vuoto, scrissi l’unica parola che mi venne in mente: “Spaghetti Hacker”, sapendo che mi sarebbe apparsa la scritta password errata. Era la mia notte fortunata, dalle cuffie sparì il suono del gruppo metal, che venne sostituito da una piacevole melodia nord europea, direi celtica. Incuriosito stetti ad aspettare, caricata completamente la pagina WEB, vidi nuovamente l’immagine dello stesso uomo apparso precedentemente; questa volta però non si trattava di un’immagine, era piuttosto una sorta di finestra di non grandi dimensioni, era una web cam accesa chissà dove, ecco di cosa si trattava. All’interno della finestrella cominciarono a vedersi dei disturbi di trasmissione, come quando in tv sparisce il segnale, dopo pochi istante si materializzo il “vecchio biker” in carne ed ossa. Muoveva le labbra, ma non si sentiva alcuna voce, se non la melodia celtica. Improvvisamente, sotto la web cam apparve una seconda finestra, quella di una chat in cui era possibile scrivere.
L’anziano signore si presentò, in lingua italiana. “E tu chi cazzo sei”, questo pensavo mentre leggevo l’insieme di cose assurde che mi raccontava il tizio di se. Difficile riportarvi il tutto, in realtà credo di non ricordare esattamente cosa scrisse, la sensazione ora dopo tutto questo tempo, è come di qualcuno che mi abbia farfugliato delle cose senza senso al telefono, che comunque avevano un qualcosa che ti costringeva a starle ad ascoltare. Avete presente quando vi capita davanti una di quelle persone con problemi mentali? Parlano in maniera lucida, raccontando di cose incredibili e prive di fondamenta ragionevoli, ma tu resti ad ascoltarle, se non altro per scoprire se ti sta pigliando per il culo o crede anche lui a quello che dice. Di una cosa son certo, in quella strana chat l’uomo mi sollecitò e convinse a parlare di me, di raccontargli i miei desideri, i miei sogni, le mie aspirazioni. Divertito da quello strano gioco, rammento che però cominciai anche a spararle grosse, toccando vari ambiti: denaro, sesso, gioco, lavoro.
Alla fine, ormai annoiato da quella stronzata, che comunque mi aveva fatto trascorrere almeno quattro ore di divertimento infantile, decisi che era meglio andare a letto, ricordo ancora lo strano personaggio farmi “ciao ciao” con la manina, su cui erano visibili evidenti macchie senili e le cui dita erano ricoperte di anelli vistosi e pacchiani.
Passai una notte priva di sogni, credo che il giorno dopo e forse quello dopo ancora, rimasero tracce nei miei ricordi di quel biglietto e dello strano personaggio, infine dimenticai tutto.
Sono passati ormai molti anni da quel giorno, sono diventato vintage anche io. Ogni tanto mi sveglio di notte, non mi stanco mai di guardarla, di carezzare il suo corpo con le dita nell’oscurità. In genere dorme a pancia in giù, ma a volte nel sonno si gira, donandomi il suo profilo, la forma dei suoi fianchi. Sento il suo respiro tranquillo, sereno, mi piace ascoltarlo, una volta la svegliavo sussurrandole all’orecchio e facevamo l’amore a lungo avvolti dalla notte e dal desiderio. Ora non riesco più, un po’ mi dispiace, ma è la vita, le macchie senili sulle mani arrivano per tutti e non solo quelle. In compenso ci amiamo ancora, lei mi bacia appassionatamente ed è come se lo facessimo.
Quando arrivano queste notti, nel silenzio, ritorno alla stessa scrivania, accendo la stessa lampada e se è estate apro la stessa finestra. No, la sigaretta non la accendo più, quasi contemporaneamente all’impotenza senile è passata anche la voglia di fumare, in compenso ascolto ancora in Black Sabbath. Tiro fuori quel biglietto, che ho sempre tenuto e che ora conservo come una reliquia. Accendo il personal computer e digito, fino ad arrivare a quello strano sito.
Non c’è più l’immagine del vecchio biker, né mi da più la possibilità di digitare alcuna password per andare oltre ed accedere a quella strana web cam. Sul medesimo sfondo nero ora c’è la foto della donna che sta dormendo nel mio letto, di quando era giovane e ci siamo conosciuto. Mi piace vederla lì, osservarla, mi piace sapere che quella notte, ridendo e scherzando, quel fottuto e stravagante personaggio ha fatto si che si avverassero tutti i miei sogni

martedì 2 luglio 2013

INFERI di Giuseppe Balsamo




Quando misi il piede nella pozzanghera mi trattenni dall’imprecare, la strada era buia e bagnata, continuava a piovere e loro due si trovavano ad un centinaio di metri davanti a me. L’uomo quasi la trascinava ed io seguivo le loro ombre a distanza, finchè non scomparvero in un vicoletto buio. Brividi di freddo percorrevano il mio corpo ed immaginai cosa potesse provare lei in quel frangente. Mi ritrovai davanti quella porticina antica in legno scuro, senza sapere che la parte frontale di quella costruzione era una bella chiesa barocca del ‘600. Qualche attimo di incertezza poi mi decisi a spingerla ed entrare: cercando di non far rumore percorsi il piccolo corridoio mal illuminato. Seguii le voce ossessive, ripetitive, le frasi in latino e l’odore forte di incenso e cera bruciata, finchè mi ritrovai al limite della navata centrale. Le poche candele accese rendevano l’ambiente spettrale e solo l’altare era ben visibile. Nessuno sembrava far caso a me, nonostante l’ora tarda la navata centrale era gremita, cercai tra i visi ed i profili delle persone e la individuai poco lontano in compagnia di quell’uomo, in piedi a fianco a lui, entrambi come tutti guardavano in silenzio i movimenti lenti del sacerdote, ascoltavano le sue litanie incomprensibili.
Aveva cominciato col dirle che stava cambiando, che non era più in sé, in realtà lei aveva solo smesso di vivere come voleva lui, esplorando nuovi territori che evidentemente appagavano lei ma non servivano a lui. L’uomo non poteva accettarlo, voleva convincerla che quei cambiamenti dovevano avere una spiegazione plausibile, non essendo stato in grado di trovarne una razionale cominciò a pensare che fosse opera del demonio ed ora erano insieme lì per cacciarlo in un esorcismo che sarebbe stato inutile e traumatico. Mi sedetti in fondo fra gli ultimi, guardavo i volti delle persone vicine ma loro non guardavano me; sentivo le voci, le cantilene ossessive, l’odore forte e rancido della pazzia e mi addormentai o semplicemente persi i sensi perché non volevo accettare tutto ciò, incappando anche io nello stesso errore di quell’uomo su cui sapevo tutto e però non sapeva nulla di me.
Passai la soglia del sonno e mi addentrai lentamente nel territorio sconosciuto dei sogni, lì ebbi la certezza che il paradiso non esiste. Mi trovavo in un Super Mercato: neon accecanti e luci di ogni tipo, musica ad alto volume, annunci in una lingua che non capivo. Col mio carrello vuoto mi aggiravo tra gli scaffali ricolmi di ogni tipo di merce, c’era veramente tutto; solo l’inferno era quindi il luogo ove era possibile soddisfare ogni esigenza umana. Come su rotaie avanzavo lentamente tra gli scaffali, senza potermi fermare. Un lento incedere inarrestabile a cui eravamo condannati per l’eternità. Potevo solo muovere le braccia e riempire il carrello con tutto ciò che desideravo; non ero solo, c’erano altri dannati che come me si aggiravano per quei corridoi tanto lunghi da sembrare infiniti, rumorosi da esserne assordato, luminosi da rimanerne accecato. Seguii l’esempio degli altri, cominciando freneticamente e compulsivamente a prendere quello che mi interessava, inconsapevole che una volta che il carrello sarebbe stato colmo, per incanto si sarebbe nuovamente svuotavo, costringendoti ai compiere qui gesti nuovamente ed all’infinito; finchè ti trovavi esausto, dolorante, sudato ed inappagato. Non potevi fermarmi, non riuscivo a fermarmi dovevo continuare e continuare e continuare.
Molte persone passavano accanto a me, su rotaie diverse, ognuno aveva la sua. Tra i tanti volti ignoti cominciai a riconoscerne qualcuno. Eravamo tutti lì: io ed i miei amici, i conoscenti, i parenti, le mie vecchie fiamme, le passioni di una notte, i buongiorno e buona sera, non mancava proprio nessuno. Ogni tanto i nostri occhi si incrociavano e sorridevamo furtivi come i “ladri di merendine”; durava solo un istante però, perché poi ritornavamo alle nostre merci ed ai nostri binari che non portavano da nessuna parte, chiusi in quel cerchio infinito che era il super mercato.
Nella parte riservata agli oggetti da cartoleria riconobbi l’uomo con la barba: insolito scrittore aveva il carrello ricolmo di risme di carta ingiallite e confezioni di matite, ogni volta che scomparivano, lacrime trasparenti gli solcavano il viso, c’era una donna giunonica, aveva il carrello pieno di buste e lettere che doveva scrivere, racchiuse da nastri rosa che cercava di annodare inutilmente per non farle scappare.
Arrivai al reparto giochi, un cavaliere dal mantello consunto cercava la sua spada di plastica, la sua tavola rotonda e la sua dama. Dietro di lui un uomo riempiva il carrello di maschere ed emozioni. A ruota una giovane donna li seguivano, prendeva libri di barzellette e rideva ripetutamente di un’allegria inverosimile. Passai dal reparto pasta e c’era una che conoscevo, cercava la formula magica per l’impasto perfetto, consapevole che non ci sarebbe mai riuscita.
Una donna imbronciata riempiva il carrello di rullini fotografici, alla ricerca dell’immagine pura, della situazione perfetta. L’uomo dietro di lei comprava carte da gioco truccate, finalmente consapevole di meritare la sua vittoria.
Al reparto carni una giovane donna osservava cinica e dura i macellai: demoni insanguinati ed assetati di vendetta che facevano il loro dovere . Inorridito, passai velocemente oltre e davanti alle casse, una donna triste dagli occhi cerulei riusciva a rallentare l’incedere dell’uomo che amava, subito dietro di lui.
Cercavo di trattenermi ma dovevo prendere la merce, prendevo di tutto forse perché non sapevo veramente cosa cercavo. Finalmente la incrociai, i miei occhi nei suoi, ci sorridevamo, ma non riuscivamo a parlarci. Riuscimmo però a toccarci con la mano e fu bellissimo. Superandola mi girai indietro e la trovai a guardarmi, entrambi cercammo di andare più veloci, sperando di incrociarci nuovamente, di poterci toccare per l’eternità ad ogni giro di giostra.
Allungai lo sguardo verso un immenso piazzale, mi accorsi che era pieno di merce natalizia: cumuli di panettoni e pandori. Mi stavo sbagliando, erano solo altri di noi fermi in attesa di prendere il loro carrello. Con la loro forma perfetta e rotonda erano le Anime degli Uomini e delle Donne; poco distante c’erano anche se in misura minore anche delle “colombe pasquali”; quei dolci tristemente fuori luogo mi spinsero a piangere, non sono così duro come qualcuno pensa.
Un calore poi avvolse il mio corpo, sentii le sue mani che mi cercavano, carezzavano il mio corpo, mi girai verso di lei e mi resi conto di essere a letto, la abbracciai felice, facendola salire su di me.
“Stai sognando!!”, era la sua voce che cercava di svegliarmi da quell’incubo, aprii gli occhi solo quando la penetrai a fondo e lentamente. Mentre entravo dentro la sua anima l’orgasmo ci avvolse. Poi chiusi di nuovo gli occhi mentre la sua lingua tiepida percorreva il mio petto, spingendosi giù verso il mio sesso ancora turgido di piacere. Stetti lì con il suo viso sul mio petto, le sue mani che giocavano con i miei brividi e la mia angoscia. Allungai un braccio per toccarle i capelli ed i glutei sodi, sincerandomi che fosse vero, assicurandomi che mi ero sbagliato e che il paradiso esiste.

martedì 25 giugno 2013

Amanti (1) di Francesca Delli Colli



................Ieri e' stato da cancellare,quella telefonata mi ha distrutto, ti ho sentito lontano no so quanti anni luce proiettata in una desolazione profonda.
Forse ti ho perso o forse no.. non so piu' niente non riesco a pensare e mettere in ordine i miei mille pensieri che sono fusi con i batti del cuore che man mano si affievoliscono.
Ma oggi?
Perche' sono sempre in questo stato ansioso perenne?
Inutile che me lo chieda, lo so...
Ogni attimo della mia giornata passa ad attenderti, pensieri piacevoli misti a quelli negativi mi circolano nella mente..
*Perche' non chiami?*
*Oddio , forse ho perso la telefonata!*
*Il messaggio non e' arrivato..*
*Perche' non mi rispondi? *
*Il telefono e' spento...cazzo! *
La mia mente e il mio corpo sono un'intreccio di ansie, tensioni, sensazioni ed emozioni che si accavallano selvagge nutrendosi l'una dell'altra lasciandomi inerme difronte ad ogni cosa.
Il tempo non ha tempo, mi sembro sospesa nella “terra di nessuno”, ogni secondo ha la pesantezza dell'eternita'.
Tutto passa come per magia quando appaiono quelle due parole sul display..."ti amo".
*Ti amo anche io ...* rispondo dentro me mentre le guardo sorridendo ma senza aver il coraggio di digitarle in un semplice sms.
Divento peggio di una bambina rapita dalla timidezza, che non riesco a controllare alla faccia della mia veneranda eta' , che dovrebbe sopperire ogni impedimento quanto meno per esperienza.
E invece no, la macchina del tempo si mette in moto riprendendo le sembianze di una sedicenne alle prime esperienze amorose.
"Sto bene...quando ci vediamo?" ti chiedo armeggiando con quel telefono che trema tra le mani in una telefonata che dura un millesimo di secondo, dove si mischia ogni sensazione possibile.
"Si , va bene al solito posto..ci vediamo li' "ultime parole prima di entrare in fibrillazione per la preparazione che diventa quasi un rito.
Doccia con il miglior bagno schiuma comprato apposta per le nostre occasioni, crema stessa fragranza, l'Ambra, il cui aroma mi abbraccia come una nuvola dolciastra.
Gia' sento le tue mani scivolarmi sul corpo che rabbrividisce mettendo in mostra la sua debolezza.
Poco trucco, non si sa mai..dovesse rimanere qualche traccia di troppo.
Vestito provocante , un tubino nero aderente cercato tra i mille saldi del momento. Adoro comprare qualcosa ed usarla solo con te, voglio essere tutto in quel momento, che spero non abbia mai fine.
Due gocce di profumo dietro i lobi, un'occhiata fugace allo specchio che riflette il volto sorridente e speranzoso e giu' per le scale saltandole due a due oltre ad una frenetica corsa in macchina ,arrivando come al solito troppo in anticipo.
Mi apposto in una viuzza laterale a quella dell'appuntamento, ho il cuore in gola, nervi i ballano addosso, buffo, sembra che ognuno che passa vicino la vettura mi riconosca.
Mi rannicchio su sedile abbassando il capo e sbirciando oltre il finestrino.
Che sensazione strana, mi sento una ladra, si una ladra di emozioni.
Eccoti...
il respiro si ferma per una frazione di secondo mentre il cuore rischia di uscire fuori dal petto.
Un sorriso imbarazzato illumina timido il volto per poi sfiorati le labbra con un bacio fugace.
Respiro il tuo profumo!
Mi sento a casa mentre alzo il volto guardando nei tuoi occhi, affino i miei, assumo una espressione curiosa e cerco di scavare dentro a quelle iridi,
chissa' cosa potrei leggerci..
Le risposte non si fanno attendere.
I miei palmi sulle tue guance, il pollice che lento si muove sulle labbra socchiuse accarezzandole, e' un inizio del tuo essere gia' mio, mio su quelle scale dentro un vecchio portone nel quale mi hai tirata dentro, disegnando in quell'angolo uno spicchio della nostra vita.
In punta dei piedi mi avvicino al tuo volto, serro le palpebre servendomi di te senza nessuna vergogna.
Sei di nuovo mio, ancora per oggi ti ho rubato qualche spazio di vita per riempirla solo di me..

giovedì 13 giugno 2013

BUON COMPLEANNO, TESORO di Allie Walker




Un lungo viaggio. quello che avevo iniziato il giorno prima, in treno, per la mia fottuta paura degli aerei. Dovevo raggiungere i miei genitori, che si erano trasferiti in Francia, a Saint Orens de Gameville una piccola cittadina vicino Tolosa, avevano preparato una festa per il mio compleanno. Un sacco di invitati, mi aveva detto mia mamma al telefono, che non conoscevo ovviamente, ma a lei piaceva così, aveva avuto sempre manie di grandezza. Prima di salutarmi, le solite raccomandazioni e poi una battuta finale: “Mi raccomando, non accettare caramelle da sconosciuti.” Era una battuta che mi faceva spesso.
Dovetti fare una corsa per prendere la coincidenza e passare dal lusso di un treno internazionale a quella carcassa di treno locale, fu quasi scioccante. Si soffocava, il caldo estivo si faceva sentire.
Il treno era super affollato, sudavo portandomi appresso il bagaglio, superai diversi vagoni, evitando accuratamente di inciampare nei piedi degli altri passeggeri e nelle loro valige, prima di individuare un posto a sedere in uno scompartimento verso la fine del treno. Stavo tirando la maniglia della porta scorrevole per entrare, quando qualcuno mi urtò da dietro e mi schiacciò contro la porta. Un'aroma di dopobarba speziato, la sensazione dei muscoli dell’uomo contro di me, rimasi per qualche istante bloccata. Pochi secondi e si staccò, poi un flusso di parole in francese, delle scuse, ma il tono fu come se mi avesse fatto una proposta indecente. Non misi insieme due sole parole per rispondere, anche perché di francese ne masticavo pochino. Alzai gli occhi a guardarlo, un uomo che sembrava un modello, uno di quei tipi che si vedono nelle pubblicità dei profumi. Mi venne in mente “l’uomo che non deve chiedere mai” e gli lanciai uno dei miei sorrisi maliziosi.
Mi aprì la porta e si offrì di sistemare il mio zaino e la mia valigia sul ripiano sopra i sedili. Una buona occasione per dare un’occhiata senza essere vista, soffermandomi sul culo stretto nei jeans. In quel momento benedii la doccia veloce che avevo fatto sul treno della notte e gli abiti che avevo indossato: una camicetta elasticizzata e una gonna piuttosto corta, un completo lingerie bianco che era una meraviglia.
Mi sedetti vicino al finestrino e l’uomo prese il posto di fronte a me. Poco dopo entrarono una donna e due ragazzine, probabilmente le figlie. Lanciai uno sguardo verso di lui e poi alla mia scollatura. Quando i suoi occhi incontrarono i miei, sentii spuntare sul mio volto ancora una smorfia di un sorriso, ricambiato dall’uomo, e un brivido lungo la schiena. Il suo sorriso si trasformò in uno sguardo compiaciuto, come se sapesse l’effetto che aveva avuto su di me.
Il treno cominciò a muoversi, speravo che l’aria condizionata mi venisse in aiuto, invece capii che l’unica aria fresca sarebbe venuta dalla piccola fessura del finestrino, sentivo gocce di sudore scendere per il collo.
Lui prese un giornale e sembrava concentrato. Presi la bottiglia di acqua che avevo appoggiato sul piccolo tavolino, quando alzò gli occhi di nuovo a guardarmi, lo sguardo intenso. La bocca arsa, non resistetti alla tentazione di leccarmi le labbra e lui ancora con quel sorriso complice. Spuntò la mia vena perversa, quella che tendeva a mettermi sempre nei guai. Buttai uno sguardo alla donna e alle sue figlie e notai che non ci stavano prestando attenzione. Prima che potessi pensarci ancora un po’, aprii la bottiglia e, guardandolo, la portai alle labbra, ma, prima di bere, la inclinai ancora un po’ e lasciai scorrere l’acqua lungo il collo. Lui sgranò gli occhi, poi il suo sguardo seguì il piccolo torrente lungo la curva dei seni. Quando mi guardò di nuovo, accennai un ghigno. L’uomo inarcò la fronte e alzò le spalle, impercettibilmente, come per dire: “E’ tutto qui?”
Un po’ seccata ma eccitata, alzai di nuovo la bottiglia per ripetere il gesto. Un sobbalzo imprevisto del treno e l’acqua spruzzò fuori, sulla camicetta. Abbassai lo sguardo e con imbarazzo realizzai che un capezzolo mostrava tutta la sua fierezza, appena coperto dal tessuto leggero del reggiseno. Gli occhi dell’uomo erano incollati alla mia camicetta e quando incontrai di nuovo il suo sguardo, lessi come una domanda. Mise il giornale in grembo, lo tenne con una sola mano fingendo di leggere, mentre l’altra mano scivolò sotto i fogli, i suoi jeans erano così stretti, che potei vedere il rigonfiamento che nascondeva sotto il tessuto. Cominciò a strofinarsi, lentamente e quando alzai di nuovo a guardargli il viso, lui mi guardava, come se fosse in attesa. Arrossii. Eravamo in un treno affollato e lui non se ne curava, una parte di me avrebbe voluto andarsene, ma l’altra parte, sempre dispettosa e irriverente, voleva vedere cosa sarebbe successo. Chiaramente mi stava tentando a fare qualcosa di simile. Presi coraggio, dopo tutto che cosa avrebbe potuto fare, con tutte le persone che erano attorno a noi?
Mi allungai un po’ sul sedile e lentamente cominciai a dischiudere le gambe. L’uomo emise un basso gemito, morbido, e intensificò il suo sfregarsi, credo avesse intravisto le mie mutandine di pizzo bianco. Poi fece qualcosa di tremendamente scandaloso. Aprì la lampo dei jeans e da sotto il giornale il glande fece capolino. Sembrava un bel cazzo, consistente, la mia lingua scivolò sulle labbra, Ancora un gemito di lui.
Mi venne un’idea, maliziosa mi chinai a prendere la borsa, avevo preso delle caramelle per alcuni nipotini, mia sorella viveva con mia madre e aveva una nidiata di fanciulli, sapevo di avere qualche lecca-lecca. Ne presi uno, lo scartai e lo misi in bocca… fragola, dolce, succoso. Rotolai la lingua su di esso e presi a succhiarlo, enfatizzando un’avidità che serviva solo a fare scena. La mia!
Lo vidi chiudere la mano sul cazzo. Era estremamente affascinante, intrigante, pericoloso. Sentii contrarsi qualcosa tra le mie gambe, guardare soltanto non era sufficiente, dovevo far qualcosa. Uno sguardo alla donna, intenta a leggere, e alle sue figlie, che stavano giocando, e misi una mano sulla coscia, la lasciai scivolare verso l’alto, verso il pizzo delle mutandine, strusciai leggermente il tessuto.
Il treno rallentò, la donna e le sue figlie si prepararono a scendere e io mi ricomposi.
Ci fu un gran movimento, gente che scendeva, gente che saliva, qualcuno sicuramente sarebbe entrato nello scompartimento. Invece quando il treno cominciò a muoversi, mi resi conto che eravamo soli. Io e quel gran fico di fronte a me. Mi sembrò stesse realizzando anche lui la stessa cosa, un ampio sorriso si diffuse sul suo viso. Mi prese un’improvvisa ondata di panico, era molto di più di quanto mi aspettassi e non ero abituata a fare sesso con sconosciuti.
Guardai i miei bagagli, forse con una mossa fulminea, sarei potuta fuggire da lì, ma lui fu più rapido di me. In un lampo fu in ginocchio di fronte a me. Le sue mani sulle mie ginocchia, delicatamente indiscrete salivano verso l’inguine. Cercai di stringere le gambe, ma lui era più forte.
Premette il viso contro le mie mutandine e sentii il suo caldo respiro attraverso il tessuto di pizzo. Grugnì di felicità quando si accorse che il tessuto era impregnato dei miei umori. Scostò il merletto con le dita e spinse la lingua tra le labbra calde. Mi inarcai per riceverla meglio, qualche gemito mi uscì dalle labbra. La lingua contro il clitoride, rapida, era quasi troppo da sopportare. Lui allungò le mani verso le mie natiche e mi tirò contro il suo volto. La vista della sua testa, con i folti capelli corvini tra le mie cosce, fu la cosa più sensuale che potessi vedere in quel momento.
Poi alzò il viso, si scostò da me e mi fece allungare le braccia sopra la testa, le dita toccavano il ripiano dei bagagli, lo afferrai, mentre lui armeggiava con le mie mutandine rimuovendole e mettendole dentro la tasca posteriore dei jeans. Mi alzò le gambe facendomi appoggiare alle sue spalle e, stringendomi per il culo, tornò con la bocca fra le mie cosce.
Leccava, mordicchiava, succhiava il clitoride con passione, ero letteralmente persa. Aggiunse un dito, poi un altro e non la smetteva più di leccarmi, sentivo colare umori dalla figa, che lui raccoglieva avido e gustava emettendo rumori e suoni paradisiaci. Le cosce iniziarono a tremare, i miei gemiti sempre più acuti, l’orgasmo alle porte. Lanciai un grido si frustrazione quando smise e tirò via le dita. Solo per qualche istante. Solo per sostituire le dita con il cazzo. Si aggrappò alle cosce scivolose di sudore e umori e diede il via alla danza. Ogni volta che sprofondava dentro di me, ogni muscolo della figa si contraeva sulla sua carne. Venni copiosamente, la bocca aperta per urlare. Fu fulmineo anche questa volta, mi chiuse la bocca con una mano per attutire i suoni. Lo morsi e si scatenò il suo orgasmo, con un basso grugnito.
Mi lasciò cadere sul sedile e si alzò di scatto, chiuse i pantaloni, afferrò il suo bagaglio e in un lampo era fuori dalla porta dello scompartimento, prima che potessi dire una sola parola. Il treno rallentò, guardai fuori dal finestrino e lo vidi scomparire fra la folla.
Pochi minuti più tardi, alcuni viaggiatori entrarono nello scompartimento. Avevo assunto l’immagine della virtù. Inutile dire che rimasi con le cosce premute assieme per tutto il resto del viaggio, qualcuno di fronte a me avrebbe potuto accorgersi che sotto la gonna c’era solo pelle.
Quando porsi la bustina con le caramelle e i lecca-lecca ai miei nipotini, non li vedevo da tempo, la mamma sorrise: “Mai prendere caramelle da uno sconosciuto, bambini, ma lei è vostra zia. Buon compleanno, tesoro.”