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lunedì 31 marzo 2014

IL MIO ERRORE di Marco Belsette




Ho solo rabbia negli occhi, e odio,
per l'ambiguità del fato
che nell'assenza dona lenta e amara morte
negandomi il tuo bel canto che parla.
Il silenzio illumina i giorni d'oblio
e tinge d'opaco il mio pianto,
mi siedo sul bordo d'un pozzo
colmo di fango e nero castigo,
si perde lo sguardo mentre getto sassi
e tutti i miei sogni sul fondo.
Niente resta nel cuore che sanguina e soffre
calpestato dall'eco dei colpi d'un male
che conficca i suoi chiodi
nell'io più profondo in un fare incessante.
Nella mente si disegnano i vuoti
dai familiari contorni,
è un profilo che sfuma, il tuo,
ora vegeto nella mia triste condanna,
ho tolto le scarpe e legato ai piedi un masso,
voglio camminare nella vita col mio dolore
per poter espiare ad ogni passo il mio errore.

domenica 23 marzo 2014

L'INEVITABILE DESTINAZIONE di Marco Belsette




Credevi di aver amato,
m’arriva il tacito pensiero,
io ho creato solchi su terra fertile
ho visto l’oscuro vuoto,
gli alberi senza radici.
Lo sento il mormorio sommesso
nelle tue ansie notturne,
so che vorresti
saziar di me le affamate solitudini,
e sei lì, a imboccare la ragione
che continua a rifiutare il suo pasto.
Senza respiro
ho rivoli di fuoco nelle vene
e la mente sconfina nella rabbia,
verso ciò che separa i nostri mondi,
voglio i tuoi passi
voglio i tuoi gesti
voglio essere tutto ciò che osservi,
fuggi dalle tue penombre
dà inizio al nuovo viaggio,
verso me,
la tua inevitabile destinazione.

venerdì 21 marzo 2014

DI GIORNO, DI NOTTE...SEMPRE





Ed eravamo ossessione,
di giorno, di notte …sempre,
s’arrese il destino, s’unirono due desideri,
labbra socchiuse all’incanto,
increduli gli occhi, negli occhi dell’altro.
La voglia mia, ch’era immensa,
premeva sulla voglia tua
profumata e densa,
in bilico tra pudore e trasgressione,
noi, nudi artisti dell’eros
a dipingere i ritratti segreti
di recondite fantasie confessate,
a inventarcene altre…
cornice d’amore tra lenzuola vermiglio
avvolti, a bastarci da soli
a nutrirci d’amplessi,
ad assaporare gli umori che piano,
ci invadevano i sensi…
e adesso, noi siamo passione,
di giorno, di notte …sempre.

sabato 1 marzo 2014

TREMO di Marco Belsette




Tremo, tremo per la tanta emozione,
vorrei scrivere ma la penna
non vuole proprio andare là dove le dice la mia mano,
ho nella mente l’immagine di lei,
vedo i suoi occhi avidi di mie parole e così pieni d’amore,
vedo quelle naturali fossette
che le si formano ai lati della bocca quando abbozza un sorriso.
So che soffre, lo so perché soffro anch’io;
è come se ci fosse stato tolto il paradiso,
quel profumo di lavanda, le rose, l’erba fresca e il gelsomino
tutto è sparito, lasciando il posto ad un arido deserto,
è così lontana, a volte mi chiedo cosa fa lei
per sopperire alla mancanza,
per non pensare, per non piangere…
io dal canto mio ho imparato a vivere a metà…
questo mezzo cuore batte solo per tenermi in vita,
solo mezzi respiri, solo mezze parole,
ho persino annullato i sospiri,
li ritrovo di notte con i miei pensieri, quando sono solo,
quando sono troppo stanco per combattere e cacciarli via.
Sto tremando ancora,
in questa notte fredda e silenziosa ma anche così triste,
come sempre quando vago nell'assenza e voglio urlare che l’amo…
l’amo perché mi tormenta,
l’amo perché grazie a questo amore io mi sento vivo,
l’amo perché è la cosa che so fare meglio.
Tremo, e trema la fievole luce della candela
a decretare la fine del mio intimo sfogo,
osservo questo scritto ch’è pregno d’inchiostro nero e dolore,
pregno di me, di noi,
e di questo immenso amore che soffre.

mercoledì 26 febbraio 2014

PRETENDO AMORE di Marco Belsette




Danza l'aurora
nel gorgheggio aspro della vita,
scolora un pensiero
e l’ennesima alba raggiunge
il disordine sgualcito
delle mie cose.
A cosa serve fuggire,
immergersi ancora nel lago dei sogni
o spazzar via lacrime e dolore
oltre un’ipocrita orizzonte,
nessuna luce dà un senso alla meta
e la mente non mente.
Ho finito gli sguardi
per ingannare lo specchio,
ora divago, lontano,
su strade deserte
e oso pretendere amore
a lenire quel tanto che basta
il fluire della mia esistenza.

venerdì 21 febbraio 2014

L'OROLOGIO di Marco Belsette




Passo il tempo
a rincorrere il mio tempo,
spedito, a perdere il fiato
nella scia di un istante
o nel perdersi di un secondo.
Vivo ogni singolo evento
tra spauracchi di scadenze,
tra lunghe attese e interminabili ritardi,
l'esistenza scandita da inafferrabili attimi
o da flebili e impercettibili palpiti,
nell'impronta di un momento
o nel lampo cieco
d'un semplice battito di ciglia.
Passo il tempo
a rincorrere il mio tempo,
a bruciare la vita e lacerare ogni destino,
a vivere in continui giorni di luce
ignorando la tregua delle mie notti.
Sono dannato in vita,
castigato ad inseguire la mia fine,
condannato a raggiungerla
e fissare immobile le nere lancette
nel quadrante della morte,
ed è interminabile persino un minuto
quando fissi un orologio.

mercoledì 19 febbraio 2014

LE CALDE LUCI DELLA NOTTE di Marco Belsette






T’accarezzano
le calde luci della notte,
rischiarano indecifrabili angoli di parole
che mi sussurri mordendoti il labbro,
ti fai buia, quasi timida
allontanandoti nella parte d’ombra,
ma non riesci a celare i pensieri
nemmeno le tue voglie.
Io li vedo quei lampi nel tuo sguardo
quei bagliori
che mi penetrano gli occhi,
strabiliano i tuoi sensi travolti
dalla furia dei miei baci e dai cerchi concentrici
che la lingua disegna su tutto il tuo corpo.
Ammiccano le tue cosce socchiuse
mi stordisce
quel vedo e non vedo,
gli ovattati profumi di te infiammano
ogni mio confine e sull’arenile del cuore
s’infrangono con forza
le possenti onde del mio sangue.
Mi perdo sull’umido selciato
quando infine cedi
e s’apre dinanzi a me il tuo varco,
l’estasi nello sguardo penetro nel roseto
mentre ancora ci accarezzano
le calde luci della notte.

martedì 18 febbraio 2014

Tratto da "LA FURIA NELLA MEMORIA" di Marco Belsette




Raggiungo la stanza di Domenico, Sonia gli sta somministrando le gocce negli occhi. Due grosse sfere che ruotano ora a destra e ora a sinistra, su e giù, poi scrutano me appena entro. Occhi privi di palpebre, occhi ancor più facili da leggere, pieni di odio e terrore. Mi avvicino al tavolo e, azionando il meccanismo, lo colloco in posizione eretta.
«Buongiorno Domenico, ora ti toglierò il bavaglio; in questo sei privilegiato, con gli altri non l’ho fatto!»
Sonia mi guarda incredula, si sistema la mascherina: come supponevo ha paura che Domenico possa dire di averla riconosciuta. Mi avvicino e, con un gesto veloce, sciolgo la cinghia che lo costringe al silenzio.
«Bastardo figlio di puttana! Ma chi cazzo sei! Cosa vuoi da me?? E tu brutta troia non mi toccare!»
«Quante brutte parole, non sprecare il tuo fiato sputando veleno vecchio, cerca piuttosto di ascoltarmi bene.»
Vedo Sonia uscire dalla penombra alle spalle di Domenico, il tempo di mettere ancora qualche goccia nei suoi occhi e poi sparire di nuovo.
«Voglio farti una domanda, e pensa bene alla risposta. Voglio sapere: a cosa tieni più che a tutto? Qual è la cosa più importante della tua vita?»
«E a te che ti frega? Cosa ci faccio qui maledetto bastardo? Che posto è questo? Slegami e ti faccio vedere!»
«Smettila di urlare altrimenti giuro che ti imbavaglio di nuovo. Rispondi alla mia domanda!»
Gli urlo ad un centimetro dalla faccia. Di colpo l’anziano si calma, il suo viso scavato e segnato profondamente dal tempo, che un momento prima aveva assunto sembianze diaboliche, ora appare dolce e timoroso. La sua voce placata e tremante risuona nella stanza.
«Chiunque tu sia, ti scongiuro, abbi pietà. Ho settantacinque anni, il cuore malconcio e non solo, che male potrei farti? Non ti ho mai visto in viso, nè te, nè la donna alle mie spalle. Non avete nulla da temere, lasciatemi andare.»
«Ti ho fatto una domanda: qual è la cosa a cui tieni di più?»
«Cosa vuoi che ti dica, potrei risponderti che è la mia vita, ma non penso che mi crederesti. Non alla mia età. Ho un nipotino di sette anni, l’unico. E’ lui la mia vita. Non tengo ad altro!»
La sagoma di Sonia appare più o meno ogni tre minuti per detergere gli occhi di Domenico che ormai non si agita neanche più, consapevole dell’inutilità dei suoi gesti.
«Bene, sei stato sincero. Vedi, lo sapevo già, ed ora guarda.»
Il mobiletto di fronte a lui con il televisore e un lettore DVD è coperto da un panno nero; lo afferro e con un movimento veloce lo tiro via. Un semplice click e partono le immagini; la prima cosa che appare sullo schermo è una parete bianca. Poi l’inquadratura cambia, un letto a due piazze, lenzuola blu e la sagoma di un corpicino. Un bambino che sta dormendo. Di colpo il diavolo si impossessa di nuovo del vecchio!
«Maledetto bastardo!!!! Cosa gli hai fatto??? Io t’ammazzo!!! Lurido pezzo di merda!!! Lui no!!! Prenditela con me ma non con quell’anima innocente. Maledetto!!!»
«Quante anime innocenti hai profanato tu Domenico? Osserva bene, questo hanno patito!»
Persino la psicologa è sconvolta da quello che sta vedendo; fa un passo verso di me, le faccio cenno di fermarsi. Mi avvicino a Domenico e lo imbavaglio di nuovo, non smetterebbe di ingiuriare comunque. L’inquadratura cambia repentinamente: ora c’è un uomo di spalle, completamente nudo. Si china sul bambino e comincia ad accarezzargli la schiena. Il bambino si sveglia, si dibatte, urla, la lotta è impari, si arrende. Il vecchio si dimena sempre più, ogni grido del bambino è simile ad una pugnalata nel cuore, si irrigidisce e sbatte la testa con forza sul tavolo. Diventa persino impossibile per Sonia continuare a somministrargli le gocce, non reggerà ancora per molto. Prima ancora che l’atto osceno si compia la voce di Sonia riecheggia:
«M., il vecchio è andato. Arresto cardiaco. Togli quella porcheria dalla mia vista!!!»
Con un calcio violento mando in frantumi lo schermo mettendo fine allo spettacolo ripugnante al quale stavamo assistendo. Speravo durasse di più quel verme! Placata la mia rabbia volgo prima lo sguardo sul viso di Domenico, la cui espressione in punto di morte mi persuade di aver ottenuto comunque il risultato sperato. Poi guardo Sonia, è seduta con la testa tra le mani.
«Che cosa ho appena visto in quel filmato? Qualsiasi cosa ti abbia fatto quest’uomo non posso credere che tu sia arrivato a tanto!»
«Non era suo nipote, almeno non nelle scene finali, e l’uomo di spalle non ero certamente io, te ne sarai accorta!»
«Spiegati, ti prego, almeno questo me lo devi!»
«Con la tecnologia oggi puoi fare di tutto cara, e questo tipo di film li trovi su internet. Siti creati da pedofili. Vengono oscurati regolarmente e, altrettanto regolarmente, ne aprono altri quei pervertiti! In questa mia piccola messa in scena la cosa più difficile è stata prelevare il nipote di Domenico in piena notte; un leggero anestetico mi ha permesso di fare il tutto senza che si accorgesse di nulla. Mi è bastato ricreare in una camera di albergo la stessa scena di quella che hai visto nel filmino, e se hai notato, era abbastanza povera. Un letto, lenzuola blu, e parete bianca. Subito dopo ho filmato il bambino disteso in quel letto di schiena, inquadrando un attimo il suo viso per rendere il tutto più credibile.
Poi un semplice montaggio che si può fare facilmente su un computer ed il gioco è fatto! Ho riportato il bambino nella sua casa e quindi nel suo letto appena due ore dopo. A lui non avrei mai fatto del male.»
«Sei diabolico! Ma dimmi, lui era un pedofilo?»
«Dei peggiori! Vai a riposarti ora Sonia.»
«Va bene... non ti chiedo più niente. Grazie M.»
Solo, davanti al vecchio corpo privo di vita, prendo coscienza finalmente del vero scopo di tutto questo: la consapevolezza di non voler attendere il famigerato Giudizio
Universale!

venerdì 14 febbraio 2014

DOVE I GATTI VANNO A MORIRE di Marco Belsette



Come una sfinge osservo scene d'esistenza 
che paiono sempre uguali,
m'isolo, sbadiglio e m'avviluppo pigro.
Volgo lo sguardo annoiato
sui bei giochi di luce tra le foglie
e sui gomitoli colorati oramai disfatti
di gioiose emozioni trascorse
-ora giacciono in angoli bui-
vibrisse logore da ripetute e umide carezze
-solo mie-
sputo palle di pelo miste a rabbia
e nuda disperazione,
sono stanco di udire parole che graffiano
più dei miei artigli,
ed è così stanca la mente... e con- fusa…
alla speranza ho regalato oramai più di una vita,
ne avevo sette, dicono, e sono rimasto senza.
Con passo felpato
vorrei recarmi in quel luogo segreto,
nel luogo che nessuno sa, da solo,
fiero e indifferente,
vorrei andare lì dove i gatti vanno a morire.

giovedì 13 febbraio 2014

C'ERA UNA VOLTA di Marco Belsette




C’era una volta un uomo, dal cuore duro,
quasi insensibile a tutto,
un cuore chiuso. Un giorno incontrò la tenerezza,
in una giornata così grigia,
così piovosa, che persino il sole decise di non uscire.
La tenerezza si avvicinò all’uomo,
infreddolita, completamente bagnata.
Chiunque sarebbe stato intenerito, ma non l’uomo,
che la guardò appena.
“ti prego” disse la tenerezza, “mi puoi aiutare?
Cerco solo un posticino asciutto,
giusto il tempo di cambiarmi e vado via!”.
Allora l’uomo la guardò senza parlare,
la fissò a lungo con occhi accigliati,
“va bene, se mi prometti di fare presto!”.
La tenerezza non si fece pregare ed entrò,
ci mise un po’ ad aprire le porte del cuore,
la ruggine bloccava la grossa serratura.
L’uomo si sedette, aveva l’espressione già diversa,
si sentiva bene, non succedeva da molto.
E passarono i secondi, i minuti e le ore,
la tenerezza non accennava ad uscire.
L’uomo che si era addormentato si svegliò,
avvertiva uno strano solletico nel petto
e capì che il suo cuore era ancora occupato.
“Perché ci stai mettendo così tanto?
Cosa stai facendo lì dentro? Io devo andare!”
Era strano sentire parlare così l’uomo,
Solitamente avrebbe urlato quelle parole,
sarebbe andato su tutte le furie,
invece parlò con una calma sospetta,
la sua voce risuonò pacata nella notte.
Si sentiva diverso, mai si era sentito così,
trovava quella sensazione stupenda
e grosse lacrime uscirono dai suoi occhi,
lacrime invisibili mescolate alla pioggia.
“Eccomi!” risuonò una voce all’improvviso,
“sì lo so, hai ragione, ci ho messo parecchio, ma vedrai
che ne è valsa la pena!” aggiunse.
Quando uscì, l’uomo fece fatica a non cadere,
provò mille sensazioni in un solo attimo,
capì perché la tenerezza ci aveva messo così tanto,
si era cambiata d’abito, era così diversa,
irriconoscibile, stupenda... era diventata Amore!

mercoledì 12 febbraio 2014

MAI PIU' COME IERI di Marco Belsette




Mai più come ieri,
quale indomito guerriero ero,
a combattere contro me stesso
negli angoli bui delle mie notti insonni,
tale un lupo ho divorato vite
senza mai rimpianti,
solo qualche lacrima in quei giorni strani,
quando crollava stanca la maschera del sorriso
e lo specchio sputava rimorsi.
I lontani ricordi di quegli egoistici
“m’ama non m’ama”,
proprio io, che mai amavo,
le belle parole, che ricamavo con oro e sogni
su ampi telai della menzogna.
Mai più come ieri
e non chiedetemi perché bastò un solo lampo
in una pioggia battente di sospiri
a squarciarmi il nero nell’anima,
non chiedetemi perché io,
un tempo impavido re bastardo
in una notte fredda e senza stelle
incontrai l’amore,
un veliero rosso che naviga
tra le tempeste infinite
che agitano il mare in fondo al mio cuore.

martedì 11 febbraio 2014

IL MIO ASSASSINO di Marco Belsette




E’ così lontana oramai
l’alba che mi incoronò uomo,
s’affievoliscono gli echi
che giungono dalle lontane vallate
del mio passato,
nei riverberi in chiaro scuro dei ricordi
rivivo il frastuono
di tutti i miei silenzi,
le grida che annegavo nell’anima
riemergono come spaventosi spettri.
Si delineano oltre i confini dei giorni
gli eterni tramonti infuocati,
vago nel buio dei miei luridi vicoli
tutto è lì, tutto ciò che ho gettato.
E’ così lontana oramai
l’alba che mi incoronò uomo,
da allora e fino a quest’oggi
sono morto ogni giorno
almeno una volta,
mi uccide la devastante
consapevolezza
d’essere proprio io il mio assassino.

lunedì 10 febbraio 2014

TUTTA UNA VITA di Marco Belsette




E’ tutta una vita che cerco e che non trovo,
tutta una vita da raccontare
a tratti bella ma quante ombre,
tutta una vita da raccontare mai nessuno per ascoltare,
è come osservare eterni tramonti
il sole che muore ancora e ancora senza mai fare giorno
o esser costretti a masticare un amaro boccone,
senza poterlo ingoiare e nemmeno sputare.
E’ tutta una vita che spero e che aspetto,
che pur di parlare io parlo a me stesso,
forse per questo non trovo pace, da sempre ripasso
tutta una vita che conosco a memoria
e che vorrei scordare…
è come un dente che martella e che duole
e non poterlo estirpare,
è tutta una vita da raccontare e mai nessuno
che mi sappia ascoltare.

IN BILICO di Marco Belsette




Se bastasse una poesia
per farti innamorare
scriverei la più bella,
userei le parole più dolci,
quelle che ti rimangono dentro,
quelle che ci ripensi la notte
quelle che reciti a memoria
appena sveglia al mattino.
Se esalassi l’ultimo respiro
senza averti mai avuta,
l’anima mia andrebbe errando
triste e impazzita, come il volo
di un cardellino accecato,
come un aquilone cui
si è spezzato il filo.
Dolce amore non mio,
avevo un cuore spoglio
l’ho foderato con parole,
ma questo cuore è in bilico
tra una poesia e un respiro.

domenica 9 febbraio 2014

NON E' TEMPO ANCORA di Marco Belsette




Lame di silenzio fendono
le mie urla d'abbandono,
prendo l'anima a braccetto
e passeggio
sul lungo viale del tramonto.
Osservo le solitudini,
sono tutt'intorno,
leggono libri su panchine stanche
e s'alzano i loro occhi
al mio passaggio
mentre il vento tenta di portar via
anche la mia ombra.
Stringo forte i miei pensieri
li annodo intorno al collo
e passo oltre,
oltre quei giorni scuri
e il lungo tunnel del dolore.
Rincorretemi ora
corvi neri e malasorte,
mi basta un'ala per volare
e non è tempo per me ancora
di taciturni tempi morti.

mercoledì 5 febbraio 2014

NELLA TERRA DI MEZZO di Marco Belsette




Fu dove moriva la valle
alle pendici del Monte di Venere,
è lì che scorsi il tuo fuoco.
Tu bella, non scappasti
dinanzi alla bestia prostrata ai tuoi piedi.
Mia regina, la volontà assoggettata
piansi tra le tue cosce socchiuse
ed è ancor vivo il ricordo
dell'istante in cui vidi l’anello dorato,
risplendeva madido di passione ardente
e il mio cuore lì
fu plasmato per sempre.
E’ in quell’attimo che sapeva d'eterno
che ci abbandonammo
al compiersi del destino,
che lasciammo all’amore il divenire,
strinsi tra le mani tremanti
il tuo viso di luce,
lambii le tue labbra avide e rosse
sfoderai la spada
e nell'intimo nero anfratto mi spinsi.
Oh madonna,
ancora adesso il tremito m’assale
Dio quell’essenza!
Ed era così calda e accogliente
la tua Terra di Mezzo.

lunedì 3 febbraio 2014

L'ASPETTAVO di Marco Belsette




Ed ecco così spiegata
la sensazione
di conoscerla da sempre,
la sua mancanza,
che le giornate buie
rendeva ancor più aspre.
Ormai ne sono certo,
in un’altra vita
io già l’amavo,
in questa e fino adesso
semplicemente l’aspettavo.
Ho vissuto e vivo
amandola follemente,
ecco perché da solo
sono così piccolo,
non sono niente.

CERCAMI di Marco Belsette




Cercami nella tua malinconia
non far sfiorire l'immagine
di giorni felici,
noi ch’eravamo onde di sabbia
a riversarsi nel mare,
nuvole in viaggio senza bagaglio
soltanto colmi d’amore.
Lo senti il richiamo
sommesso della mia anima?
Cercami nella tua solitudine,
in quella di oggi
in quella di domani,
cercami nell’attimo da cogliere
o in quello che t’è sfuggito
nel paradosso amaro
d’un tempo spietato
che logora ancora il nostro amore.

giovedì 30 gennaio 2014

FARE L'AMORE CON GLI OCCHI di Marco Belsette



Fiorisce lo sguardo 
sull’animo tuo brillante,
s'inginocchiano gli occhi 
sgranando rosari di perle
rubate alla gioia
del mio timido pianto.
Ardimentosi desideri
rintanati da tempo
nelle mie penombre
ora irrompono
tra i desideri tuoi,
nei loro taciti accordi
s'amano ancor prima
dei nostri corpi.
O soave sensazione
far l'amore con gli occhi,
un eterno ruzzolare
su verdi prati in primavera
mentre piovono ciclamini
sui beati cuori vestiti a festa
e le asciutte inebetite
dischiuse bocche
a ricercar vane parole
che tra cuori stelle e musica
oramai si son già perse.

martedì 28 gennaio 2014

NE' AMICI NE' AMANTI di Marco Belsette





 Tu vivi l'oggi credendo sia ieri,
parti per altri mari
ma ormeggi negli stessi porti,...
nutri le assordanti eco
dei miei pensieri
nella desolata valle dei ricordi.
Tu che continui a versare
aceto e sale
su ferite ancora aperte,
a evocare immagini storpiate
che lo specchio della mente
ormai rifiuta e più riflette.
Cosa possiamo essere noi adesso,
per nulla amici, neppure amanti,
solo altra pazzia
portata al suo eccesso
da dare in pasto ad anime
ancora così urlanti.