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domenica 21 settembre 2014

RUE LEPIC di Andrea Lagrein




Asianne amava indossare autoreggenti. Asianne adorava la biancheria intima di pizzo. Ad Asianne piaceva far l'amore. Asianne era parigina in tutto e per tutto. Asianne sapeva di essere bella e sensuale. Asianne, lei, gli uomini, li usava per il suo piacere. Asianne non credeva più nell'amore, o almeno così diceva. Asianne amava la sua libertà. Asianne era una mia collega. Asianne mi ospitò una settimana a casa sua. Asianne abitava all'82 di rue Lepic.
Di giorno vagavo ozioso e famelico fra le scenografie e le emozioni che quella strada sapeva costantemente fornirmi. Il passato si intrecciava con il presente, e il presente mi riportava al passato. La strada selciata saliva tortuosa e la mente correva ai giorni andati, fra ricordi gloriosi e misere malinconie di ciò che fu e che ora non era più. Mentre camminavo senza meta non mi sembrava nemmeno di trovarmi a Parigi, tanto ancora quei luoghi conservavano i profumi da piccolo villaggio. Non fosse stato per le orde di turisti, avrei potuto credere di trovarmi in uno sperduto borgo collinare in una qualche remota zona della Francia.
Di notte invece ero preda dei desideri infuocati di Asianne. A lei non importava granché chi ero, cosa facevo, con chi stavo. Per lei, vi era solo Asianne, con le sue autoreggenti, la sua conversazione, le sue voglie. Nessun compromesso, nessuna condivisione. Lei sapeva ciò che era, ciò che poteva donare. In cambio richiedeva l'unicità, essere l'assoluta e sola protagonista del proprio uomo. Fosse anche occasionale! E con abilità sapeva trascinarti negli inferi della più completa e totale lussuria. Asianne scopava con ardore. E io non chiedevo di meglio.
La sua città in fondo era come lei. Sapeva come stregare il cuore e l'anima di un viandante. Con me non fu difficile. Parigi mi scopò fin dalla prima volta che la vidi. E di lei non seppi più farne a meno. Sicché attendevo trepidante il mattino per uscir di casa e immergermi nel suo abbraccio da amante voluttuosa. L'82 di rue Lepic era uno stabile anonimo. Facciata di mattoni. Quattro piani con quattro finestre per ciascun livello. Asianne abitava all'ultimo, classico sottotetto parigino, tre locali con cucina a vista e un cesso di dimensioni ridicole. Era semplicemente perfetto.
Ma bastava fare appena pochi passi e al 98 ecco la casa dove abitò Celine. Proprio lì scrisse il suo capolavoro. E ancora io ne respiravo l'aura. Oppure ridiscendere fino al 54, alzare lo sguardo fino al terzo piano e osservare l'appartamento di Van Gogh. Pochi passi e dall'altra parte della strada ecco stagliarsi l'inconfondibile sagoma rossa del Moulin de la Galette. La mia anima di romantico sognatore era totalmente ebbra di queste atmosfere.
Come ebbro ne ero del suo corpo. Del corpo di Asianne. Caldo, pieno, sensuale. La sua pelle vellutata donava brividi al mio tocco famelico. Il suo profumo colmava i miei sensi. Odore di donna, afrore di sesso mai sazio. Amavo sprofondare fra i suoi seni. Anelavo immergermi, assetato viandante, nella fragranza dei suoi umori. La sua fica palpitante mi avvolgeva, mi cingeva, mi stritolava fra voglie inappagate, avviluppanti desideri di chi cercava e regalava le fiamme della pura passionalità. Asianne aveva il sapore di donna, aroma inconfondibile di femminilità e sensualità. E si lasciava gustare centimetro dopo centimetro, fra ansimi e gemiti di pura lussuria.
Rivestito ancora del suo odore, non appena al mattino lei usciva per andare al lavoro, mi precipitavo in strada per vivere la magia della sua città. Rue Lepic correva sinuosa fino alla sommità di Montmartre, con il suo carico di ricordi e tradizioni dal sapore antico. La conoscevo bene, questa strada. L'avevo percorsa un'infinità di volte con colei che poi sarebbe divenuta mia moglie. I primi tempi da giovani innamorati sognatori, poi da marito e moglie in preda alle ansie di tutti i giorni, infine da coppia di disillusi in cammino verso l'addio. Ma ancora, quella via, era in grado di riportarmela alla mente, vivida come fosse ancora al mio fianco. I suoi seni generosi, il suo sorriso radioso, i suoi fianchi voluttuosi, i suoi capelli color dell'oro, le sue gambe morbide e vellutate, i suoi occhi di cielo infinito. Dio mio, quanto avevo amato quella donna. E quanto quella strada me la stava facendo ricordare!
Ma tutto svaniva quando, a sera, Asianne tornava a casa. Il sole tramontava dietro i grigi tetti di lamiera e con esso ogni cosa cadeva nell'oblio. C'era solo la stretta attualità, fatta di vestiti gettati a terra in modo veloce e confuso, un paio di autoreggenti, mani trepidanti e le sue labbra dolci e desiderose di baci infuocati. Asianne era lo specchio della sua città. Bastava uno sguardo per farmi dimenticare tutto. Asianne era Parigi e, come Parigi, stare nel suo abbraccio era l'apoteosi della sensualità. E la mia mente ne veniva costantemente fustigata.
Rue Lepic ne era l'apice di quelle intense emozioni. Era l'arteria pulsante per gli slanci della mia anima. Mi bastava percorrerla per immergermi in una realtà fuori dal tempo. Le stradine che si diramavano da essa erano un continuo teatro di nuove sensazioni. Rue Ravignan e il Bateau-Lavoir! Mi sembrava ancora di sentire la voce di Apollinaire e vedere Picasso con le sue demoiselles. Rue des Saules e il Lapin Agile! Mi ubriacavo al solo ricordo di Modì, di Utrillo e delle loro sbronze colossali. Rue du Mont Cenis e lo Chat Noir! Alla sola vista di quell'insegna venivo avvolto dalla magia di chi fu genio assoluto. Questa era rue Lepic e questa era Montmartre.
Una magia della quale, Asianne, sapeva avvilupparmi. Maestra nel blandire la mia eccitazione, mi conduceva nei recessi più reconditi delle nostre intimità. Asianne mi dominava con tutto il suo essere. Scivolavo fra le sue gambe, ne accarezzavo i glutei, mi dissetavo dalla sua femminilità, ne mordevo i capezzoli. Ma era lei, e soltanto lei, che mi possedeva. Scopava il mio corpo mentre rapiva la mia anima. Asianne era così. O tutto o niente. Asianne era come Parigi.
L'ultima sera uscimmo a cena. Era una calda serata d'inizio autunno. Da dove eravamo, si intravvedeva la bruma salire lentamente dalla città. Una vecchia Renault gialla ci superò faticosamente durante l'ascesa di rue Lepic. Auto d'altri tempi per un luogo d'altri tempi. Le piccole botteghe abbassavano le serrande. Qui non c'erano supermercati o centri commerciali. Ma si poteva ancora respirare l'aroma di pane fresco di una piccola boulangerie o l'intenso profumo di frutta e verdura di stagione proveniente da angusti negozietti. Mi pareva che il tempo si fosse fermato, mi pareva di essere in una canzone di Yves Montand. Un bistrot, una terrine de campagne, una soupe de onions, foie gras e confit de canard, un rosso della casa, robusto ma sincero, una creme brulee. E i suoi occhi, la sua voce, la sua conversazione, la sua intelligenza fuori dall'ordinario, e quel modo di piegare leggermente il capo, il suo sorriso, a volte malizioso, a volte divertito, comunque sempre seducente. Eravamo due meteore che per pochi giorni s'incontrarono e si scontrarono, fondendosi, avviluppandosi, già pronte ormai a dividersi. Ma in quei pochi giorni creammo un universo.
A sera inoltrata ci ritrovammo a camminare lungo stradine e vicoli semi deserti, abbracciati l'uno all'altra. Asianne mi trascinò fino a rue Cortot, essenza stessa di Montmartre, angolo nascosto che non potevo non conoscere. Vi erano ancora gli antichi vigneti della collina, circondati da quegli stessi profumati giardini che tanto amò Renoir. Odore di uva, essenza di mosto, aroma fragrante di rugiada. Ci sedemmo su una panchina appartata, in un anfratto di un muricciolo diroccato. Sotto i nostri occhi si stendeva Parigi, brillante di mille luci. Asianne fu sfrontata e audace. Lasciò scivolare la sua mano sul mio inguine. Blandì la mia erezione. E lì, in quel luogo e in quel preciso momento, si concesse interamente a me. Ancora una volta. Per l'ultima volta. Si sedette sopra di me, lasciandosi penetrare con foga e avidità. Scivolai in lei, sprofondando nella sua voluttà, soffocando i suoi ansimi di piacere con i miei baci. Scivolai in lei e mi lasciai avvolgere dalla sua infinita sensualità, come di sensualità mi lasciai avvolgere dalla sua stessa città.
Perché in fondo Asianne era questo. Perché Asianne abitava all'82 di rue Lepic. Perché Asianne era Pari

martedì 12 agosto 2014

Il regno del nulla di Andrea Lagrein



Via Novara 385. Silvia abitava a quel civico. Caseggiato fatiscente di cinque piani, senza ascensore, ballatoi a ringhiera e puzza di miseria, di quella vera, di quella dura. Lei faceva la cassiera in un supermercato a 900 euro al mese, che affitto e bollette regolarmente si mangiavano quasi tutti quanti. La conobbi alla cassa. Alla terza volta che mi vide dietro una montagna di lattine di birra ruppe gli indugi e cercò di fare conversazione. Dopo una settimana avevo già bell'e pronto l'invito a casa sua.
Erano le nove di sera di un freddo novembre quando ci andai per la prima volta. Nebbia e umidità lungo la via. A sera la zona si trasformava in un ricettacolo di balordi, ubriaconi, puttanieri e malviventi di ogni sorta. La luce gialla dei lampioni illuminava scene di ordinario squallore, scene che improvvisamente apparivano e scomparivano fra le pieghe della nebbia.
Salii le scale di quel laido stabile. Quinto piano, cazzo! Maledissi tutti i pacchetti di sigarette fin li fumati. E per meglio esprimere il mio anatema, mi accesi una Pall Mall, così, a spregio! Mentre salivo ansante ascoltavo le innumerevoli storie che provenivano dai vari appartamenti che via via superavo. Storie di squallore, storie di vita ordinaria, fra un litigio familiare, un televisore a volume improponibile e ansimi e gemiti di scopate animalesche.
Del resto in via Novara non si poteva pretendere di trovare boutique all'ultima moda o locali trendy frequentati dalla meglio gioventù! No! In via Novara si incontrava la fatica, il sudore, la puzza, la disperazione, i ratti e gli scarafaggi. In via Novara ci si imbatteva in tutto ciò che era agli antipodi del falso lucore che le insegne del centro cittadino volevano far credere e reclamizzare. In via Novara si trovava Silvia, che con i suoi 900 euro al mese doveva far di conto pure davanti a una bancarella del mercato.
Entrai in casa sua. Bilocale mal messo, muffa al soffitto e muri che iniziavano a scrostarsi. Non vi badai granché. Non che io fossi messo meglio. Per lo meno, però, avevo vinto la mia personale battaglia con gli scarafaggi. Qui invece, di lavoro, ce ne era ancora da fare! Ma non era questo il momento di fare i sofisticati. E comunque, io, non sarei stato affatto credibile! In un rigurgito di buone maniere mi presentai con una bottiglia di rosso. Nel caso le cose non si fossero messe bene, avrei sempre potuto scolarmi del buon vino.
Non riuscivo a capire se la puzza di fritto che avvertivo distintamente provenisse da casa sua o da uno degli appartamenti che mi ero lasciato alle spalle nella mia affannosa ascesa. Una scalata certamente educativa per chi ama come me imbrattare pagine. Entrai nel cancello accompagnato da un trans con il suo cliente. L'uomo era visibilmente imbarazzato dalla mia presenza. Il trans invece era perfettamente a suo agio. In fondo stava facendo il suo lavoro. La figura del succhiacazzi la faceva l'altro, di cui sicuramente ignorava il nome. A me invero non fregava nulla. Non persi occasione di guardare con insistenza lo splendido culo del viados che saliva davanti a me. Si fermarono al primo piano. Mi annotai mentalmente quale fosse il suo appartamento. Si sa mai nella vita!
Una vita che scorreva con i suoi ritmi, qui in via Novara. Ritmi completamente differenti dalla frenesia del resto della città. Questo era il regno del nulla. Solo carcasse umane che rovistavano fra gli avanzi lasciati da altri, i più fortunati, i più forti, i più vincenti. Una periferia come tante altre, in fondo. Solo che qui non vi era nemmeno quel poco che nei sobborghi degradati solitamente si può trovare. Il regno del nulla, per l'appunto! Un distributore di benzina aperto 24 ore, una trattoria perennemente vuota, uno sfasciacarrozze, una discarica, un hotel a una stella, un'autofficina, un parco che alla sera veniva chiuso divenendo ricettacolo di zombie assortiti, un altro distributore, la fermata di una linea di autobus e in fondo, in lontananza, i cartelli dell'ingresso della tangenziale. In tutto questo si stagliava lo stabile dove abitava Silvia.
Mobilio scadente, ante scardinate, tovaglie floreali macchiate da pasti fugaci e solitari. Appena entrai lei mi sorrise, fiera di quel vestitino sintetico che indossava, suo apice di un'eleganza a buon mercato. Sorrisi anch'io. Del resto quel misero indumento non avrebbe avuto vita lunga! Di fatti, ben presto, si ritrovò stropicciato sul pavimento, insieme al resto della biancheria intima che le tolsi con frenesia. In quel momento non mi interessava di certo un defilé alla moda, ma le sue tette e il suo culo in cui affondarci le mani. E lei acconsentì di buon grado, forse e soprattutto per dimenticare le miserie che ci circondavano.
E quel che ci circondava non era esattamente un idillio. Di giorno le auto correvano veloci per entrare o uscire dalla città, passaggio repentino verso lidi migliori. Vecchie baldracche imbruttite dal tempo e dalla professione svendevano i propri corpi per pochi euro a puttanieri derelitti, dispensando veloci orgasmi dietro alberi e cespugli grigi di smog. Zingari lesti e furtivi si aggiravano su quei marciapiedi in cerca di chissà quale occasione, rientrando poi al campo nomadi poco distante. I pochi italiani del posto correvano a occhi bassi verso le loro incombenze, fra romeni e nigeriani che oziavano sui muretti fumando in continuazione. Di notte invece diveniva il regno dei trans brasiliani, splendide donne dagli uccelli enormi, concupiti da padri di famiglia e distinti signori in cerca di forti emozioni.
Questa era via Novara. Questa era la miseria che ci circondava. Relitti umani che tentavano di sopravvivere, grandi protagonisti dei talk-show politici dove nobili mestieranti e paladini degli umili parlavano in loro vece, salvo poi dimenticarseli immediatamente il giorno dopo che tanto, la merda sotto le scarpe, mica gliela levavano loro!
Silvia era uno di questi relitti. Non usava Chanel o Dior. No! Il suo profumo era l'acre odore di sudore di una intensa giornata lavorativa, puzza di ascelle e indumenti acrilici. Il suo aroma era quello di chi, a 900 euro, quasi non riusciva a raggiungere la fine del mese. Ma quando mi abbracciò e aprì le gambe tutto questo svanì. Rimase solo la nostra voglia, la nostra eccitazione, la nostra libidine. Scopammo la disperazione, la miseria, gli affanni. Scopammo i nostri corpi e in essi vi affogammo le nostre menti, in una sorta di fuga da tutto ciò che avevamo attorno.
Via Novara era questa. Nessuna poesia, nessuna dolce melodia. Merda e piscio a cui non badare, di cui far finta di non vedere, che in fondo via della Spiga non era molto lontana, circa un quarto d'ora di auto. Ma qui in via Novara la vita scorreva ugualmente, fra trans, vecchie baldracche e rom dai lesti coltelli. E poveracci che vivevano con 900 euro al mese, fra immondizia e scarafaggi.
Perché in fondo, questo, era il regno del nulla!

giovedì 5 giugno 2014

L'ALVEARE di andrea Lagrein




Lì, dove il naviglio pavese supera la tangenziale uscendo dalla città, mentre scivola placido fra campi e paesi verso sud est, s'innalza l'alveare, carico di infinite storie e orrori inenarrabili. Afa e zanzare nelle torride estati. Nebbia e umidità nei freddi inverni. Smog autostradale ogni santo giorno.
Le chiamano le vie dei fiori. Via del biancospino, via dei glicini, via dei garofani, via delle begonie. Ma non vi si trovano profumi e bellezza. No, questo è il regno dell'alveare, case popolari, edilizia convenzionata. Puzza e miseria, mischiati a fatica e criminalità. Noi ragazzi che non eravamo del posto ce la facevamo sotto dalla paura nel solo sentirlo nominare. Quando qualcuno ci diceva che veniva da lì, lo si guardava con un misto di terrore e rispetto, stando comunque ben attenti a come gli si parlava.
Leggende metropolitane, ma non proprio. Chi viveva nell'alveare conosceva fin troppo bene l'asprezza del vivere quotidiano. Pochi soldi da lavori onesti, tanta disoccupazione e misere storie familiari, di quelle che raramente ce se ne occupa, a meno che non ci scappi il morto, e alle volte nemmeno in quelle occasioni.
Frequentavo quei luoghi a vent'anni. Ci viveva Elena, una compagna dell'università, baci infuocati e pompini da favola. La voglia della sua fica era più forte della paura dell'alveare. A tarda sera però, quando uscivo da casa sua, quasi correvo per raggiungere l'auto parcheggiata, guardingo e furtivo con il cuore in gola. Con indosso ancora l'odore dei suoi umori, mi precipitavo verso l'ingresso della tangenziale, cercando di fuggire il più velocemente possibile da quell'inferno che regolarmente richiedeva le sue vittime.
A nessuno infondo frega granché di quel posto. Ce se ne ricorda solo in campagna elettorale, quando qualcuno vuol giocare a fare il duro per strappare qualche voto in più. Ma poi, di Rozzano, rimane traccia solo su qualche articolo di cronaca nera, per lo più locale. Che i ghetti, si sa, è bene tenerli nascosti! Solo qualche prete con le palle ci mette quotidianamente faccia e impegno, loro sì portandosi addosso quella croce in cui tanto credono. Sono eroi silenziosi che non diventeranno mai santi, ma che nel loro piccolo fan grandi miracoli.
Ora, che di anni ne ho quarantuno e venti ne son passati da quelle intrepide scopate, mi ritrovo nuovamente a camminare fra queste vie. Cristo santo! Nulla, ma proprio nulla è cambiato. Gli anziani dalle facce rugose osservano una vita ormai sfuggita, stanchi e sconfitti seduti fuori dai bar. I ragazzini corrono sui loro scooter sfrecciando chissà dove, persi fra lotte di bande rivali. Gli adulti si trascinano senza meta, occhi vuoti curvi sotto incombenze e preoccupazioni. Tutto come vent'anni fa. Anche afa e zanzare!
Accarezzo lentamente una panchina in pietra levigata. Le scritte non lasciano dubbi sulle abilità orali di Marika o sulla fica sempre disponibile di Vanessa. Alfonso addirittura ha lasciato il suo numero di telefono accanto al numero dei centimetri della sua virilità. Spacconerie di chi difficilmente avrà un futuro! Perché difficilmente da qui ne usciranno. Il marchio e la puzza che si portano addosso li seguiranno sempre e ovunque. Ma forse la colpa è loro?
E nel frattempo non riesce a uscirmi dalla testa quella canzone. No guns allowed, di Snoop Lion. Le pistole non sono permesse. Non dovrebbero essere permesse. Eppure qui, nelle vie dei fiori, a un incrocio, c'è un vaso di fiori freschi. Marta aveva solo quattordici anni e tutta la vita davanti. Invece si è trovata nel luogo sbagliato, nel momento sbagliato, con gli amici sbagliati. Non siamo a Hunts Point o Mott Haven giù nel Bronx, eppure anche qui le pistole cantano i loro requiem.
Marta aveva quattordici anni e alle nove di sera stava passeggiando con gli amici fra le vie dell'alveare. Forse avrebbe preso un gelato. Forse avrebbe fumato una sigaretta di nascosto dai genitori. Forse sarebbe andata a fare un giro in motorino. Forse!
Ma poi ci fu quel regolamento di conti fra bande rivali. Uno sgarbo, un qualcosa che non andava fatto, una questione di onore. E un proiettile prese la direzione sbagliata. Anche questo succede qui nell'alveare. Una piccola storia senza senso, che non vale nemmeno la pena riportarla sui quotidiani nazionali. Una piccola storia di vita ordinaria, di follia collettiva, accettata e ben presto messa a tacere.
No guns allowed! Eppure Marta è morta, a quattordici anni, quando aveva ancora tutta la vita davanti a se. Forse sarebbe diventata una puttana. Forse sarebbe morta fra qualche anno strafatta di crack. O forse sarebbe diventata una parrucchiera. O una buona madre di famiglia. O forse si sarebbe laureata. Nessuno lo saprà mai. No guns allowed!
Giunge il tramonto qui nell'alveare. Io sono ancora fra queste strade, in piedi, silenzioso, pensieroso. Le paure di vent'anni fa sono ormai sbiaditi ricordi. Come le case che mi circondano, anch'io mi sento un relitto fallito. Nessuno si avvicinerebbe per derubarmi. Si vede lontano un miglio che non ne varrebbe la pena. La gente mi passa accanto senza nemmeno far caso a me. Gli stessi occhi vuoti, sempre curvi sotto incombenze e preoccupazioni. Come vent'anni fa. E come vent'anni fa, ci sono ancora vasi di fiori freschi all'angolo di una via, monito di un requiem mai terminato.
Afa e zanzare. Nulla è cambiato. No guns allowed!

lunedì 12 maggio 2014

NEBBIA SULLA MARTESANA di Andrea Lagrein




Risuona lento lo sciabordio del canale. Tutto tace. Tutto è silente. Tutto è avvolto dalla nebbia qui, lungo la Martesana. Case senza volti. Paesi senza storia. Contrade sconosciute se non a chi vi abita.
Il vecchio ponte in legno che attraversa il naviglio, li dove c'è la chiesa di Gorgonzola. Le rogge che si perdono nei campi coltivati di Cassina de Pecchi. I parchi giochi ben curati che si susseguono a Cernusco. Un vecchio pensionato che getta l'amo della sua canna da pesca a Vimodrone. Un'anziana signora che veloce torna a casa sulla sua bicicletta lungo il canale là a Inzago.
La vita scorre lungo il naviglio Martesana. Anche questo tardo pomeriggio avvolto dalla nebbia. E io vi cammino dentro, sperso nei miei pensieri oziosi. Il richiamo di un'anatra. La sirena di una fabbrica in lontananza. Lo sferragliare della metropolitana che passa poco distante. L'ululato di un'ambulanza. Il rombo di una motocicletta. Il canto della corrente che dall'Adda si riversa nel naviglio.
Finche giungo nei pressi di una panchina. Non una panchina qualunque. Ma quella panchina. Son passati tredici anni, ma il suo ricordo è talmente indelebile che quasi sembra ieri quando ci sedemmo sopra. Anche allora c'era la nebbia. Anche allora il naviglio scorreva placido.
Lei era bella, bellissima. Mai avrei immaginato quel che il futuro ci avrebbe poi riservato. Per me c'erano solo i suoi capelli dorati, i suoi occhi nocciola, le sue tette generose, le sue cosce ben sode e le sue labbra sempre pronte a baciarmi.
Ci sedemmo su quella panchina. O meglio, io mi sedetti. Lei si adagiò sulle mie gambe. Troppo fredda, quella panchina, mi disse con fare malizioso. Io nemmeno me ne accorsi, del tanto il calore del suo corpo mi scaldava.
E prendendola fra le mie braccia mi abbandonai a un lungo e selvaggio bacio. Lei sarebbe diventata mia moglie, qualche anno dopo. E poi la mia ex moglie, molti anni dopo. Infine il mio incubo erotico ricorrente. Ma al momento, in quel momento, su quella panchina, c'era solo l'eccitazione di due ragazzi che si cercavano, si desideravano, si volevano.
Lasciai scivolare furtivo la mano fra le sue cosce. Ardimentoso esploratore! Il quel freddo giorno nebbioso di passanti non ve ne erano. Nessuno avrebbe notato la mia spudorata impresa!
Lei sorrise sfrontata e maliziosa a tale mia audacia. Sotto la gonna indossava un paio di autoreggenti. Scoppiò a ridere nel vedere la mia espressione esterrefatta e al contempo eccitata. Subito le mie dita scivolarono sulla morbida pelle dell'interno coscia, accarezzando l'elastico delle calze. Quella sensazione mi dava i brividi. Saperla in autoreggenti infuocava l'assoluto desiderio di possederla. E questo, lei, lo intuiva benissimo!
I nostri baci divennero ancor più ardenti. Le sue mani iniziarono a scivolare lungo il giaccone che indossavo per poi indugiare sul mio inguine e sul mio sesso, teso ormai allo spasimo per l'eccitazione. Con le dita le scostai il perizoma. Sentire la morbida peluria della sua vulva mi rese folle di avida lussuria. Le infilai delicatamente un dito nella fica tracimante umori di piacere. Lei ansimò.
"Ti voglio!" mi sussurrò con voce strozzata all'orecchio. "Ti voglio adesso, qui, ora. Ti voglio tutto dentro di me!". E mentre parlava mi slacciava i jeans. Non attendevo altro. L'abbracciai e la feci inginocchiare sopra di me. Con un colpo secco la penetrai. E il suo urlo si perse nelle nebbie che ci avvolgevano.
Risuonava lento lo sciabordio del canale. Tutto taceva. Tutto era silente. Fuorché i gemiti della nostra passione. Mia e di colei che presto sarebbe divenuta mia moglie. Poi ex moglie. Ed infine mio incubo erotico ricorrente.
Ora son qui fermo innanzi alla medesima panchina. Il naviglio continua a narrare le sue storie di volti sconosciuti e anime inquiete. La nebbia mi avvolge, mi accarezza, mi blandisce insieme ai ricordi.
E ora son solo, qui, nella nebbia sulla Martesana.

lunedì 31 marzo 2014

RUE ST. MARTIN di Andrea Lagrein




Venticinque metri quadrati di appartamento, ultimo piano senza ascensore, scale strette e scivolose, vecchio stabile dall'intonaco scrostato.
Il soppalco in legno dove è adagiato il materasso matrimoniale sovrasta il divano su cui ora lei è comodamente seduta, mentre sfoglia una rivista di non so cosa. Il caffè bolle nel piccolo cucinino a vista, accarezzandomi con il suo aroma di tempi andati.
Sono in piedi davanti alla finestra. Le persiane in legno marcito sono spalancate, lasciando entrare nel monolocale la luce perlacea d'un cielo ancora gonfio di nubi temporalesche.
Mi volto a guardarla. Magliettina, perizoma e null'altro. I suoi lunghi capelli biondi scarmigliati sono per me irresistibili, come irresistibile è la visione delle sue cosce ben tornite lunghe e distese sul divano. Lei sta leggendo e non si accorge del mio sguardo carico di voglie.
Torno a osservare fuori dalla finestra. Davanti a me tetti metallici d'un grigio ardesia, umidi per la pioggia appena scesa. Lucernari e abbaini si aprono un po' ovunque, fra comignoli e antenne televisive. In posti come quelli, magari non troppo lontano da dove ora io mi trovo, gente come Baudelaire, Verlaine, Rimbaud, Apollinaire, Miller o Hemingway hanno scritto i loro capolavori. E la mia anima si impregna di tali atmosfere.
Mi accendo una sigaretta. Un piccione impertinente si posa sul davanzale, strappandomi alle mie fantasie. Lei si muove. Getto uno sguardo furtivo. Solleva le braccia stiracchiandosi. Il suo seno esplode in tutta la sua abbondanza. I capezzoli si induriscono nello sfregare con la maglietta. Non porta il reggiseno. Quindi ritorna alla sua rivista.
Quanto è bella, penso io. E quanto è tremendamente sexy! Ho fatto novecento chilometri sulla mia vecchia e malandata Fiesta per raggiungerla. E li son valsi tutti. Si è laureata da poco in Bocconi, ma subito ha trovato uno stage in un'importante azienda di moda qui a Parigi. Un'occasione, a suo parere. Da cogliere al volo, confermai io. Sicché son rimasto solo a Milano mentre lei è volata fin quassù. Finché non l'ho raggiunta.
Giù in strada il solito via vai multietnico. Gente indaffarata che corre a destra e a manca, incontro al proprio destino. Sulla destra, poco distante, il Pompidou, sulla sinistra rue de Rivoli. Alle spalle lo splendido Marais. Per me che provengo dalla periferia del continente è ancora uno spettacolo sbalorditivo. Cingalesi, senegalesi, thailandesi, danesi, boliviani, francesi, tutti racchiusi in un unico abbraccio, senza differenze, senza discriminazioni.
La sento avvicinarsi. Mi bacia con delicatezza una spalla, accarezzandomi il braccio.
- Vado a farmi una doccia.
le sue uniche parole. E si dirige verso il piccolo bagno adiacente la porta d'ingresso. La guardo allontanarsi. L'ondeggiare del suo culo ancora mi emoziona, nonostante siano passati mesi di assidua frequentazione. Non so cosa farci, ma sono un romantico!
Dall'altra parte della strada si apre un piccolo negozietto di musica. Una bandiera giamaicana fa bella mostra di se sulla soglia d'ingresso. Bob Marley ne è la ovvia colonna sonora che ci tiene compagnia tutto il giorno, da mattina a sera. E la cosa non mi dispiace affatto! Due vecchie battone, grasse e stazzonate, fan da sentinella all'inizio della via, residui dei tempi andati dalla clientela affezionata. Una coppia di gay si bacia spudoratamente davanti a tutti, nell'indifferenza generale, nè più nè meno come fosse un bacio fra un ragazzo e una ragazza. L'odore speziato di cibo indiano dona un ultimo tocco di colore allo squarcio parigino che ho davanti agli occhi.
Lei esce dal bagno, con indosso il solo accappatoio. Torna a sedersi sul divano e mi guarda sorridente. Le pieghe della spugna son lasche e un seno morbido e generoso ne fuoriesce per metà. Non so resistere. Mi avvicino e mi siedo per terra, ai suoi piedi, accarezzandole una gamba e imbevendomi di tutta la sua bellezza. Ne farei poesia di questo istante, se solo fossi capace. Lo catturerei in un dipinto, se ne avessi l'arte. Ma non so far nè l'uno nè l'altro. Pertanto faccio l'unica cosa di cui sono capace. Bacio delicatamente, centimetro dopo centimetro, la sua morbida pelle.
Questa mattina mi sono svegliato con il dolce profumo di baguette appena sfornata. Sono state le sue labbra a destarmi dal sonno. Mentre ancora dormivo lei è scesa in strada nel panificio sotto casa e come regalo di benvenuto mi ha fatto trovare pain au chocolat. Poi abbiamo fatto l'amore prima ancora di fare colazione insieme. Ancora adesso l'aroma di baguette profuma tutto l'appartamento.
Il tardo pomeriggio ci coglie così, in questo piccolo appartamento, l'uno ai piedi dell'altra. Il vociare e gli schiamazzi della strada fan da colonna sonora ai nostri muti sguardi. Le scosto l'accappatoio. Lascio scivolare il viso fra le sue cosce. Febbrile inizio a baciare, succhiare, leccare fra i suoi ansimi e gemiti di appagamento.
Nel frattempo il sole squarcia la coltre di nubi. E i raggi tornano a indorare nuovamente i tetti spioventi di rue St. Martin.