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lunedì 25 novembre 2013

VIAGGIO AL TERMINE DELLA NOTTE di Andrea Lagrein




Celine e una birra. Celine e una serata in solitudine. Celine e una lunga notte davanti a me. Tutto sommato ero soddisfatto.
Vaffanculo, puttana! Lo sanno tutti che troieggi con mezzo mondo. Zoccola che non sei altro!
Bastardo, bastardo, bastardo! Toglimi le mani di dosso, stronzo! Sei sempre ubriaco, non fai mai un cazzo, e ti sbatti tutte quelle puttanelle che rimorchi al bar. Ti odio, sei un fallito di merda!
Io ti ammazzo! Hai capito? Ti faccio sputare anche l'anima a forza di calci nel culo. Troia!
Stabile C, appartamento F 13. Edilizia popolare. Sussulti di ordinaria vita coniugale. Squarci domestici fra le macerie delle nostre miserie. Prosit! Ci bevo sopra. E meno male che avevo una buona scorta di Beck's, altrimenti sarei impazzito ad ascoltare queste litanie di amori ormai smarriti.
Però, cazzo! Celine meriterebbe un pò più di rispetto.
Non era da molto che vivevo in quel bilocale in affitto, zona ortomercato di Milano, dove miseria e povertà si mischiavano a un certo benessere di chi si faceva il culo lavorando onestamente da mattina a sera, senza troppi grilli per la testa.
Ne ho piene le palle, di una come te! Me ne vado!
E vattene, stronzo, che ne trovo cento meglio di te. Vattene!
Puttana! Vieni qui che ti massacro. Vieni qui!
E poi c'era gente come loro, i miei vicini. Lui, un omaccione grande e grosso, trasandato, spettinato, barba incolta, pantaloni larghi e maglioni sformati, puzzo di fritto e andatura caracollante, sempre gentile e educato nelle rare volte che ci si incontrava nell'androne, sempre sorridente e cordiale nei suoi buon giorno e buona sera. Lei, bel culo e belle tette, viso da ragazzina di trentacinque anni su per giù, occhi cerchiati dalle troppe notti insonni, schiva e timida, sguardo sempre basso e saluti sussurrati quasi fosse uno sbaglio, carina se non fosse stato per quell'aria sciupata ed eternamente malinconica. C'era anche una figlia, di undici anni, bella, bellissima in quella sua aurea di fanciulla cresciuta troppo presto, in quel suo veloce e continuo sgattaiolare fuori di casa in cerca di un riparo dal dramma familiare.
Brutta testa di cazzo, non mettermi più le mani addosso, altrimenti ti denuncio!
Mi denunci? Mi denunci? Ma io ti spacco la testa, hai capito? Puttana!
Quella sera, proprio, non c'era verso. Erano particolarmente esaltati. Cristo, stavano dando il meglio di sé! Forse è meglio che esca, non è certo il clima adatto per Celine! pensavo quando d'improvviso bussarono alla porta. Non è proprio serata questa, guardai sconsolato il buon Louis Ferdinand.
Andai alla porta. La aprii. Due grandi occhi supplicanti mi fissavano. Alessandra, la figlia undicenne dei miei vicini, era in piedi davanti a me. "Posso entrare?" chiese in un timido bisbiglio. Mi feci da parte e con un ampio gesto del braccio la invitai dentro. Addio definitivo a Celine!
Si guardò fugacemente attorno. "Posso stare un pò da te? Vorrei guardare la TV!". Sorrisi sconsolato. "Mi spiace, ma io non ho il televisore!". Mi fissò stupita, come si osserva una bestia rara. Non avere un televisore in casa, al giorno d'oggi, è decisamente sinonimo di follia.
Con chi sei stata, eh, puttana? Da chi ti sei fatta sbatterre oggi? Dimmelo, cazzo, perché tanto lo so. Lo so, troia!
Non te ne deve fregare un cazzo con chi sono stata io oggi, hai capito? Sì, sì, sì, ho spompinato tutto il giorno, alla faccia tua, cornuto di merda!
Vieni qui. Vieni qui, che ti cavo le budella! Così la finirai una volta per tutte di troieggiare in giro, stronza!
Alessandra mi guardava, non so se più con occhi imbarazzati o sofferenti. Non ero preparato a tutto questo. Cristo santo, se si fosse trattato di fica, di scopate, di whisky, birra o puttane, allora va bene, non c'era problema, ero nel mio territorio. Ma trovarmi di fronte una bimba quasi in lacrime, che chiedeva conforto e un pò di calore per sfuggire, anche solo per breve tempo, a due genitori che di genitori hanno ben poco, beh.......questa era tutt'altra faccenda.
Venne lei in mio soccorso. "Allora perché non ascoltiamo un pò di musica?". Scoppiai a ridere. La tensione si stava allentando. "Buona idea, piccola. Vediamo un pò cosa farti ascoltare!". Non avevo dubbi. Rage Against the Machine. Killing in the name. La chitarra di Morello e il basso di Commerford invasero subito la stanza. Le urla di mamma e papà svanite come d'incanto. Alessandra mi guardò soddisfatta e sorridente. "Fuck u, I won't do what ya tell me......mutha fucker!". Fanculo, non farò quel che mi dirai.......figlio di puttana. Urlò la voce di Zack. Più che altro era un augurio per lei, diventare altro dai suoi genitori.
"Potrei avere qualcosa da bere? Ho sete!". Cazzo, non sono mai stato bravo con le buone maniere. "Ma certo, piccola. Adesso vedo cosa posso offrirti". Impresa ardua! A parte l'acqua del rubinetto, temevo di avere solo birre e qualche super alcolico. E invece..........una bottiglia di Coca-cola, arma da taglio per il mio rum invecchiato sette anni, efficace in quei rari momenti in cui desideravo sognare notti all'Avana.
Le allungai il bicchiere. Mi sorrise grata in un cenno di ringraziamento. "Che lavoro fai?". Gesù, mi sembrava di stare nel bel mezzo di un interrogatorio. Ma forse era il suo unico modo che conosceva per instaurare una sorta di relazione. Decisi di mentirle. Viveva già sufficientemente nella merda per buttarle addosso anche la mia. "Racconto storie. Le racconto a chi le vuole sentire e si diverte ad ascoltarle". Ci sedemmo sul divano. "Che bello! E' forte!". "E' forte?" chiesi divertito. "Sì, è forte! Creare storie e aiutare la gente a sognare, a volare lontano!". Mi sorrideva ma nei suoi occhi leggevo tutta la sua tristezza. Volare lontano! Come poteva essere altrimenti, se non che il suo desiderio fosse volare lontano dallo schifo in cui si trovava a vivere.
Dove cazzo sei stata questo pomeriggio, eh? Me lo vuoi dire o no?
Non sono fatti che ti riguardano. Faccio quel che mi pare, hai capito?
Noooo! Tu non fai quel che ti pare, stronza! Tu mi devi dire cosa fai, altrimenti ti ammazzo a furia di sberle!
Bussarono nuovamente alla porta. Feci ripartire la musica. Andai ad aprire. Questa serata cominciava ad essere decisamente affollata.
Samara, il trans dell'appartamento sopra il mio! "Ma li senti? Va a finire che questa volta si ammazzano per davvero!". La guardai. Pronta per i marciapiedi. "Non vai a lavorare?" chiesi ironico. "Certo, tesoro! Solo che sono preoccupata. Se questi si ammazzano, sai che giro di sbirri qua attorno? Non mi va tanto l'idea!". Sghignazzai divertito. "Dai, buona samaritana, non preoccuparti, che quelli lì mica si ammazzano. Dovresti esserci abituata, ormai!". Fece spallucce. "Sarà! E la figlia dov'è?". Mi scostai leggermente e le indicai l'interno dell'appartamento con un rapido cenno del capo. "Hai bisogno d'aiuto?". La squadrai. "Desiderio di maternità?" sogghignai. "Fottiti!" disse entrando senza attendere un mio invito.
"Ale, tesoro. Che bello vederti!". Samara prese subito in mano la situazione. "Oh, ciao Sam! Stavamo ascoltando un pò di musica!" salutò Alessandra. Mi appoggiai allo stipite della porta osservando la scena. Surreale!
Passo tutto il giorno a bere per dimenticare la tua faccia da troia! Non sopporto più di vederti. Non ti sopporto più, hai capito?
Vai affanculo, merda che non sei altro! Vattene, vattene, che di una testa di cazzo come te qui non sappiamo che farcene. Vattene!
"Bene, e adesso che si fa?" chiesi per alleggerire la situazione. Lei sorrise timida. "Inventiamo delle storie, dai!". La guardai con infinita tristezza nel cuore. L'invenzione come via di fuga. L'immaginazione come difesa dall'inferno della realtà. Quante volte ho visto le colpe dei genitori riversarsi sui figli. Quante, Cristo santo! E so già come andrà a finire. Strafatta di crack e vodka da due soldi. Finzioni per dimenticare. Finzioni per sopravvivere. Ma che si fottano!
Così, seduti sul divano, passammo un paio di ore a inventare storie divertenti, allegre, esilaranti. In fondo anche questo era un modo per dimenticare, un modo per sopravvivere. Un mezzo fallito, un trans e una piccola disadattata. Praticamente la famiglia perfetta!
All'una e mezza eravamo ancora aggrappati a noi stessi fuggendo dai nostri demoni in quella lunga notte. Alessandra sbadigliò stropicciandosi gli occhi. "Posso rimanere da te a dormire?". Più che una domanda era una supplica. Guardai di sottecchi Samara. Cristo, proprio non son buono con ste cose. La parte del buon padre di famiglia, poi....!
"Era da tanto tempo che non stavo così bene. Avessi io una famiglia così.....". Non terminò neppure la frase. La voce strozzata pronta al pianto. Mi passò le braccia lungo i fianchi e nascose il volto sul mio petto, in un abbraccio struggente. Cazzo! piccola mia, devi proprio star messa male se per te il massimo della famiglia è rappresentato da un fallito come padre e da un trans come madre. Birra e tette al silicone! E' questa la famiglia che vuoi?
Ma non ebbi il cuore di dirglielo. Invece la tenni stretta fra le braccia e la baciai delicatamente sui capelli. Lei mi abbracciò ancora più forte. E nel calore di quel contatto tutto il mio cinismo, tutto il mio schifo, tutta la mia irrequietezza, tutto il mio ribrezzo per la vita si sciolsero e svanirono improvvisamente, lasciando il posto a un'infinita dolcezza e tenerezza che da anni non riuscivo più a provare.
Mi commossi. Un terribile groppo mi si formò in gola. E senza che io potessi farci nulla, le lacrime iniziarono a scendere lungo il mio viso. Fica, scopate, whisky, birra e puttane! Nulla! Tutto svanito. Tutto senza più importanza. Era rimasto solo il nostro abbraccio, il nostro calore, il nostro dolore e la nostra, immensa voglia di dimenticare i propri inferni.
Sentii un dito asciugare delicatamente la mia guancia. Alzai lo sguardo. Samara mi sorrideva dolcemente. Era il suo indice. La sua consapevolezza. La sua comprensione. La ringraziai con gli occhi. Lei mi accarezzò come solo un'innamorata può accarezzare. Questa era la mia famiglia. Questa la mia ancora di salvezza.
Ci addormentammo così, tutti e tre sul divano, ognuno perso nei propri sogni, nei propri incubi. Non so quanto dormii, ma mi svegliai che era ancora notte. Mi alzai. Osservai le mie impreviste ospiti, fiocamente illuminate dai lampioni della strada. Samara, con il capo reclinato indietro, russava rumorosamente a bocca aperta. Alessandra invece dormiva placida sdraiata con il viso appoggiato sul ventre del trans. Le fissai i lineamenti del volto. Dolci, delicati, d'una bellezza infinita. Cristo santo! e un futuro sulla soglia di un precipizio!
Andai alla finestra. Un camion dell'immondizia iniziava il suo turno. Le strade erano deserte. Presi una birra e mi accesi una sigaretta. Che cazzo di colazione!
Lentamente, a est, il cielo rischiarava. Era giunto a compimento questo mio lungo viaggio al termine della notte. L'alba stava sorgendo, e io ero lì, fermo di fronte alla finestra, a un passo dall'aurora!

domenica 24 novembre 2013

DESTARSI SEDOTTI di Sereno Notturno




Sono sempre quelle le note del mattino, che ti assaporano nel piacere di un sonno passato, tra desideri e voglie, con una vena d'ottimismo ai lati del piacere della carne.
Suggestione di stimoli che hanno preludio in un pensiero, con le mani nella pelle calda che assapora ancora la necessità nonostante il giorno che arriva.
Forse sono solo ricordi che non dimentichi e li tieni come promemoria in una fase rem senza freni inibitori, che squagliano piaceri tra le mani come desiderio effimero.
Girando delicatamente il capo verso l'altro bordo del pensiero che inesorabilmente vorrei credere già sveglio, ma che resta immancabilmente assente.

venerdì 22 novembre 2013

L'AURORA SENZA UNA ROTELLA di Supermario Bross




Lucente si alza baciando il cielo, silenziosa o rumorosa, tenuo o forte, calda o fredda...non sempre la scorgiamo…a volte la intravediamo, un raggio che scavalca la tapparella, alle volte la aspettiamo ansiosi di uscire dalle tenebre notturne e metterci in salvo da tetri pensieri, alle volte si nasconde avvolgendo il tutto in un bianco biancore con un certo candore….per un momento pensavo di esser diventato cieco, ma dicono che i ciechi sian avvolti in un’oscurità senza fine, non in un biancore così lucente…oh che stupido tiro un sospiro di sollievo la cornice della finestra è a me ben chiara…alle volte ci sorprende…ci affacciamo assonnati e la guardiamo…rossa, viola, arancione, gialla, l’azzurro del cielo che prende il posto del blu della notte, il sole, eccolo là…stà arrivando, tutto stà incominciando….è autunno? è inverno? è primavera? è estate? non importa…è sempre meravigliosa…grigia...grigia? chi ha parlato? come grigia? Si si grigia, disse lui che è sempre me, grigia sempre grigia per me...come il muro di 4 piani del dirimpettaio...bagnata? E ora chi ha parlato? Son qui...quaggiù...come bagnata? Spiegati, ma attento, non ammetto sconcerie.... Ma che sconcerie, magari... è che ieri ho aperto, pioveva e una ventata mi ha lavato da capo a piedi, però in tempo di crisi, dai, ho fatto sia il bucato che la doccia in un colpo solo, non mi è andata tanto male.... Oggi mi ha fatto un regalo…la sveglia suonò, la mia donna si alzò, aprì la finestra e….eccola là la neve…si girò…mi guardò…avvolta in quell’aura di luce e silenzio…si sbottonò, seducente ammaliante…il suo sguardo furbo e birbante…intravedevo i suoi seni, un capezzolo…si avvicinò a gattoni sul letto…pensavo sussurrasse, invece quasi urlò: ”Esci a spalare il viale che devo andare a lavorare!!!! Muoviti! “
Ebbene si…alle volte è anche stronza…ma no, cosa avete capito, non lei…. lei! Ma questo lo dico io, e tu che potresti esser uno dei tanti me che han parlato, che ne pensi? Ma non so, io penso che tu, che alla fine sei me, stai divagando.... Zitto tu, la domanda non era per te ma.... e chi te lo dice a te? Shhh zitti voi me... che come è arrivata ci saluta e ci lascia ad un'altra splendida giornata.

lunedì 18 novembre 2013

PRIMA CHE GIUNGA L'AURORA di Monica Finotello




Mi trascino lenta
nel sentiero della vita, ad un tratto
appari tu
sogno di un'esistenza
arida di sentimenti.
Mi tendi la mano
la mia, tentenna.
Il tuo sguardo
mi colma di emozioni mai vissute.
I tuoi occhi, mi spogliano
penetrano
nella profondità dell'anima.
Mille incertezze
si scontrano in me
buttandomi nel vortice
della follia pura.
Sì, prendi la mia mano
accompagnami
nel tortuoso sentiero della vita
e portami via
dalla sterilità di sentimenti
non vissuti.
Fammi vivere,
prima che giunga l'aurora.