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venerdì 17 ottobre 2014

INVITO RISERVATO II PARTE di Giuseppe Balsamo



Il treno percorre il buio troppo lento, la pioggia incessante che impatta sul vetro del finestrino mi rimanda alla notte scorsa ai nostri corpi avvolti dall’acqua bollente della doccia. Sta dormendo appoggiata alla mia spalla indolenzita per la posizione scomoda, cerco comunque di restare immobile per non svegliarla. 
Paesaggi lunari e fangosi si susseguono fuori dal finestrino, il convoglio è semi vuoto ed in ritardo, la protezione civile ha sconsigliato di mettersi in viaggio se non strettamente necessario.
L’ennesimo messaggio, che questa volta non sono riuscito a nasconderle, ha reso questo spostamento necessario. Me lo ha letto in faccia stamattina, quando ho controllato il telefono e immediatamente dopo l’ho guardata. Non sono riuscito a mentire. Ha la strana capacità di leggermi dentro, così non ho fatto altro che porgerle il cellulare affinché guardasse lei stessa:”E’ stata una bella scopata vero? Potrebbe essere l’ultima, lo sai sbirro? Fatti i cazzi tuoi e non le succederà niente.”
Non mi è riuscito di tranquillizzarla come avrei voluto, limitandomi a spiegarle quello che sta accadendo. Ha scoperto la paura nei miei occhi, così quando le ho detto che dovevo portarla via da Torino ha acconsentito senza replicare. Riesce ad afferrare le cose al volo, come sempre, ha preparato mesta e silenziosa il bagaglio e siamo rimasti a casa ad aspettare.
Ho preferito partire di sera, mi stanno sicuramente seguendo e voglio rendergliela più difficile, in ufficio ho chiesto due giorni di permesso, quello stronzo di Lombardi come al solito ha dovuto polemizzare, questa volta con ragione:”Cazzo Leanza, abbiamo un ragazzino morto e tu te ne vai in vacanza?!”. Si fotta Lombardi, al ragazzino ci penserò tra due giorni o ci penserà qualcun altro.
La giornata è trascorsa silenziosa, in una casa pervasa dal silenzio, dall’angoscia e dalle incognite. Inutile parlare, né lei mi domanda nulla, si fa bastare i miei consigli. Così ci ignoriamo, ognuno immerso fra i suoi pensieri in attesa di un’oscurità che appare più sicura e tranquillizzante.
Occupa il suo tempo a sistemare casa, consapevole che mancherà per un po’, in quanto a me resto davanti al mio lap top a scrivere e-mail, a leggere e rileggere e osservare le immagini. Non ho molto materiale con me e mi concentro su quel poco, anche per evitare di pensare al resto.
Il primo rapporto è scarno, quasi matematico, si limita alla descrizione dei luoghi ed alla prima ispezione di quel corpicino devastato dalle pugnalate. Guardo intensamente quel piccolo ovale esangue e pallido, cerco di immaginarlo sorridere mentre gioca e si diverte, dice le prime parolacce quasi con imbarazzo e senza che papà e mamma se ne accorgono.
Appena mi distraggo da questa fantasia, ritornando alla cruda realtà, mi concentro sul colpo inferto alla gola che gli ha reciso la giugulare, probabilmente il primo anche se avrò probabilmente conferma dal referto autoptico. La mia prima impressione sull’accaduto si fa insistente come una ferita che non si riesce a rimarginare; ho l’immagine di un bimbo terrorizzato e di qualcuno che incide la sua gola come a punirlo, come a sacrificarlo, per poi sfogarsi bestialmente sul suo corpo. L’uomo che lo ha trovato non ha saputo fornire molte indicazioni: ha ritrovato il cadavere avvolto in un lenzuolo bianco su un prato di Mirafiori, non lontano dagli ingressi della Fiat. Sarebbe più corretto dire che è stato il suo cane a trovarlo. Sto ancora aspettando una telefonata, giusto uno scrupolo, un’idea bizzarra. Guardo quelle foto ed aspetto, mentre lo spettro di Masha si aggira inquieto per casa.
Controllo e ricontrollo le mail e il cellulare, ho raccomandato di chiamarmi e non mandarmi messaggi, detesto i messaggi specie in questi giorni.
La suoneria del telefono ci fa sobbalzare, lei mi guarda con la coda dell’occhio preoccupata, cerco di tranquillizzarla con un sorriso stupido. E’ Fabbri dalla Questura. Mi piace l’agente Fabbri, è un po’ una testa matta e spesso caga fuori dal vaso, comunque è uno in gamba. Non è da molto alla omicidi, stava alla celere, come si dice chi non ha testa ha gambe, lui in quanto a gambe non ha rivali.
“Ispettò, mi sa che ci ha preso…”
Esordisce così, l’avere ragione non è tranquillizzante, ma è meglio lasciarlo parlare e capire qualcosa in più.
“Fabbri, spiegati con calma, cerca di far mente locale e non tralasciare niente, ora quello che mi dirai lo metti nero su bianco e non lo consegni a nessuno fino a quando non lo rivedremo insieme”. Fabbri è un disastro a scrivere in italiano.
“Ispettò sono entrato al Mausoleo, come mi ha detto lei, all’apparenza è tutto pulito, ma per terra ci sono tracce di cera nera, non molte ma ci sono. Secondo me hanno fatto pulizia. Sull’altare, dove sotto c’è la Rosina, ci sono delle macchie scure secondo me è sangue, mi ci gioco i coglioni che è sangue”.
Il mausoleo de la bela Rosin, dista a poche centinaia di metri da quel fottuto prato, non so nemmeno io come mi è venuta sta cosa, forse è solo un caso, forse non c’entra niente.
“Fabbri ora tu chiami la scientifica, dici che è stata una tua idea e li fai arrivare va bene? Metti tutto per iscritto e poi me lo mandi col computer, fatti aiutare da Scalzi di lui mi fido. A Lombardi gli dici che l’idea l’hai avuta tu e per il rapporto prendi tempo, finché non torno e finché non ne sappiamo qualcosa in più”.
“Va bene Ispettò…”.
“Grazie Fabbri, grazie…sei stato bravo”.
Fa finta di non aver sentito nulla Masha, l’odore del caffè si sta diffondendo per la cucina, osservo da dietro le sue curve morbide, indossa una maglietta femminile stamattina, le lascia scoperta gran parte della schiena ed ha i capelli raccolti in una treccia. Mi ritrovo a pensare che mi piace carezzarle la schiena l’ho fatto per gran parte della notte, inconsapevole nel dormiveglia.
Mi concentro sulla mia casella di posta elettronica e trovo quello che cerco. Don Silvio lo conosco fin da quando ero ragazzo, era il mio insegnante di religione. E’ un salesiano tutto di un pezzo, nonostante la sua severità mi era simpatico, tanto che abbiamo continuato a sentirci. Per lo più lo chiamo a cavallo delle feste comandate, ogni tanto vado a trovarlo. Rifletto un attimo e comincio a scrivergli, da qualche hanno il prete si occupa di di religioni diverse dalla cattolica, in realtà per come ho capito la Curia lo ha incaricato di censire sette, stregoni ed amenità del genere. Conosco la sua riservatezza e so che sarà difficile ottenere quello che mi serve, così cerco di spiegargli meglio che posso la situazione, allegando anche l’immagine del cadavere.
La sua risposta non tarda ad arrivare, doveva essere davanti al computer.
Sul telefono cellulare che squilla lampeggia il suo nome salvato in rubrica.
E’ bello risentire la sua voce dura e decisa, mi chiama Tonino, come avessi ancora 15 anni, ma non mi da fastidio. Ci scambiamo informazioni ed aggiornamenti sui miei ex compagni e sugli altri professori, gli domando dei ragazzini dell’istituto salesiano di Valdocco. Lì il tempo sembra essersi fermato, ogni tanto ci ritorno, mi piace rivedere il campetto di calcio ed i luoghi appartati dove mi rifugiavo a fumare di nascosto.
“Si Tonino ho una sorta di lista ma è molto scarna, direi che è più un elenco. Vediamoci e ne parliamo, stanno succedendo cose strane a Torino negli ultimi tempi e quello che mi hai mandato ne è una conferma”. Lo saluto con la promessa di una telefonata per poterci incontrare di persona.
L’ombra della sera avvolge la città ed è ora di andare. Masha da un’ultima controllata all’appartamento mentre io chiamo un taxi, siamo in ampio anticipo sull’orario, così le svelo qual è la nostra destinazione.
Non la guardo negli occhi, probabilmente sta piangendo dentro senza darlo a vedere, è nel suo stile, quando però mi decido ad incrociare il suo sguardo mi sorride.
Non serve svegliarla, lo stridio del freno ed il sobbalzo del vagone all’arrivo della stazione di Genova Principe la scuote dal suo torpore.
La stazione è deserta, nonostante sia ottobre inoltrato l’aria è calda in maniera innaturale ed in cielo incombono nuvoloni minacciosi. Parte della città è stata devastata dal’acqua dei fiumi che hanno rotto gli argini riempiendo le vie di fango e detriti. Saliamo veloci a bordo di uno dei pochi taxi presenti.
Questa notte dormiremo in albergo, desidero ancora una notte insieme a lei lontano dalla realtà.
Nonostante la situazione Masha osserva incuriosita la città, man mano che il taxi prosegue nella notte cerco di rendere la cosa più facile e la distraggo facendole da cicerone. Le mostro la lanterna, inventando storie di naufraghi e capitani coraggiosi salvati dall’imponente faro che è diventato il simbolo cittadino. Passiamo davanti La Loggia della Mercanzia e le indico dove sostavano i crociati.
Percorriamo via Gramsci: Anna è al solito posto con il suo banchetto di cianfrusaglie, sotto il quale tiene le sigarette di contrabbando, la saluterò domani non ora.
Ci mettiamo pochissimo a raggiungere Boccadasse, l’hotel è a due passi dal lungomare. Guardo l’ora è tardissimo e non abbiamo toccato cibo. Facciamo due passi sulla passeggiata a mare, con il vento che ci scompiglia i capelli e ci fa lacrimare gli occhi. Ci ritroviamo a respirare a pieni polmoni l’aria salmastra. Siamo gli unici due clienti del solo bar aperto che troviamo. Il proprietario ci viene incontro e ci guarda stupito, la città è intrappolata nel fango alluvionale e non deve aver visto molti persone questa sera. La nostra cena è a base di patatine fritte e birra, non è molto ma non ci serve altro. Scambiamo due parole, è da stamane che non chiacchieriamo, evitiamo accuratamente e consapevolmente argomenti inerenti i motivo del nostro viaggio, proviamo a prendere il lato positivo della questione ed a scherzare sugli arredi del locale, soprattutto ci prendiamo in giro reciprocamente, come spesso facciamo. Sembriamo due turisti, anzi due sopravvissuti all’uragano, unici superstiti in un luogo sicuro. Parlare con Masha mi tranquillizza e mi distrae dalle nubi che insistono nella mia mente, quasi a voler emulare quelle in cielo.
Carichi dei nostri bagagli ce la prendiamo comoda. Raggiungiamo la chiesetta di Boccadasse e ci appoggiamo per qualche istante ad osservare il mare e le luci delle navi in lontananza. Il piccolo borgo di pescatori è avvolto nel buio. Il fragore rumoroso dei turisti che si accalcano nei localini, per poi sedersi a bere sulle barche dei pescatori a riva non mi manca affatto. La tempesta deve aver fatto andar via la luce, tanto da renderlo quasi magico e irreale, illuminato solamente dalla schiuma bianca delle onde che impattano sulla scogliera.
Resistiamo alla tentazione di un bacio e troviamo la strada per andare in albergo.
La stanza è essenziale ma carina, spalanco il finestrone di fronte al letto e ci concediamo una sigaretta, mentre in cielo qualche lampo lontano illumina il buio.
Non c’è più bisogno di parlare, fumiamo in fretta sfiorandoci con gli occhi, ci sentiamo ancora due superstiti e cediamo alla tentazione di godere di questa notte come fosse l’ultima.
“Vieni sbirro, ora basta pensieri negativi, rimandiamoli a domani”.
Le sorrido mentre con la mano mi trascina sul letto, sdraiandosi su di me.
Masha è così, non so se sia realmente incosciente, oppure così cinica da trovare il lato positivo in ogni cosa che le succede, però stanotte ho voglia di lasciarmi andare con lei, dentro di lei.
Mentre con le labbra percorre il mio collo le sfilo il top nero smanicato, sciogliendole i capelli che aveva raccolto in una treccia che la fa apparire ancora più giovane, immediatamente dopo lei mi aiuta a togliere la maglietta.
Intenzionata a torturarmi fino allo sfinimento, sento la punta della sua lingua che trova sul mio corpo sentieri sconosciuti anche per me. La avvolgo con le braccia, cercando i gancetti del suo reggiseno, per liberarle le mammelle e sentire il contatto dei suoi capezzoli sulla mia epidermide coperta da brividi. Cerco di fermarla in quella che sembra più una lotta che un amplesso. Fuori dalla finestra si sente forte lo scrosciare della pioggia, dentro la stanza quello dei nostri respiri impazziti.
In un attimo di tregua ci spogliamo restando nudi. Ostenta il suo corpo quasi a sfidarmi, abuso della sua pelle con le mie mani e con la lingua. Mi aggrappo ai suoi seni per poi perdere la testa fra le sue cosce. La assaggio, la mordo, la assaporo, la penetro con la lingua finchè non sento che è pronta.
Gli occhi negli occhi, conficca le sue unghie nelle mie natiche e sono dentro di lei. Tutto scompare: la pioggia, il fango, il vento, Torino, il mare. C’e solo il suo respiro irregolare e la sensazione di calore improvviso che mi assale, i miei movimenti cadenzati, profondi e decisi.
“Ancora, di più!”.
Me lo ordina accompagnando i miei affondi ormai privi di controllo.
“Ancora, di più!”
Prova a dirlo mentre le tappo la bocca con un bacio.
“Ancora, di più!”
Lo sussurra con un filo di dolore nella voce, quando i miei colpi si fanno violenti e istintivi, quasi cattivi.
Il piacere mi sorprende improvviso quando sento il suo sesso stringere il mio. Soffoco un verso istintivo riversando in lei il mio seme.
La guardo, mi guarda mentre anche lei è in preda ad un orgasmo silenzioso fatto di gemiti e sospiri.
Infine mi avvinghia fra le sue cosce, quasi a bloccarmi, mentre proseguo impazzito a muovermi dentro di lei, come un fiume in piena che ormai sta straripando.
Restiamo così, abbracciati in quel letto che sembra troppo grande, in attesa di un sonno che tarda ad arrivare, quando ormai l’alba è vicina.
Dormo appena, aggrappato alla sua schiena, cercando di prolungare la notte.
Mancano poche ore alla mia partenza, il centro storico della città pare piacerle, soprattutto apprezza il lungo mare e la fascia costiera.
Scorgo Anna al suo solito posto. La ricordo così da sempre, comoda su quello sgabello minuscolo, con la sua piccola bancarella piena di nulla. Il suo vero tesoro sono le sigarette, è comunque capace di procurarsi qualsiasi cosa, basta chiedere.
Quando mi vede sorride come se ci fossimo visti il giorno prima, eppure sono anni che non torno qui.
Sa tutto di tutti Anna, fa parte del paesaggio, per me rappresenta Genova, anche se in realtà e Napoletana.
Quando le presento Masha le due sembrano andare d’accordo. Mi consegna le chiavi del piccolo monolocale sopra casa sua. Anna è diventata ricca in tutti questi anni, eppure continua a presidiare via Gramsci, tenendo sott’occhio il porto, i marittimi e le puttane, come fosse un compito datole da un’entità superiore.
Non si scomoda ad accompagnarmi, ha da badare ai suoi traffici e io conosco bene il posto dove Masha si nasconderà nei i prossimi giorni.
Diamo appena un’occhiata alla sistemazione provvisoria, poi Masha insiste per accompagnarmi alla Stazione.
Nessun bacio d’addio, solo un sorriso complice ed il treno che mi riporta alla realtà.
Racconto / Noir

martedì 23 settembre 2014

INVITO RISERVATO di Giuseppe Balsamo





Non sono un uomo da incontri al bar, o almeno, per un periodo della mia vita lo sono stato, ma non più.
Ora quando entro in un locale, lo faccio per un caffè, oppure per bere qualcosa di forte, quando le quattro mura di casa mi stanno troppo strette e mi manca l’aria.
Ovvio mi guardo in giro, ma mi limito a quello; occhiate fugaci che sono legate più al mio istinto che alla mia reale volontà.
Non appena me ne rendo conto me ne pento immediatamente, mi sento ridicolo, così distolgo lo sguardo e ricaccio in gola i miei stinti.
Quando vedo i miei coetanei approcciare una bella femmina al bar, per strada o chissà dove, mi sento a disagio per loro. Non so se sia corretto questo mio atteggiamento, semplicemente ne prendo atto, consapevole che mi costringe a serate solitarie davanti al bicchiere, pieno per metà di alcool e per l’altra dei miei pensieri.
Ormai sono tre giorni che dopo il lavoro non riesco a rimanere in casa, così faccio il giro dei locali che conosco. In solitaria ed in macchina, la moto è troppo impegnativa mi distrae da me stesso, così preferisco l’intimità dell’abitacolo dell’auto.
Devo rassegnarmi all’idea che mi sento meno solo con i miei pensieri piuttosto che nei bar che frequento. Continuo però ad andarci perché non si sa mai, perché qualcosa devo fare, perché è inutile crogiolarmi nelle mie paranoie senza far nulla.
I miei pensieri mi rendono cattivo, rabbioso, devo esserlo ne ho bisogno. Ad alcune cose non ci si abitua mai, neanche dopo averle viste per anni. La crudeltà, la rabbia e la violenza degli uomini, specie quando è rivolta verso i più deboli, è il mio pasto quotidiano. Sono consapevole di essere diverso da costoro, ma allo stesso tempo devo mettermi sul loro stesso piano, finchè ne ho le forze. L’adrenalina che si sprigiona mi serve, mi rende attento, mi rende vigile ne ho bisogno per superare le giornate ora per ora.
L’unico posto dove parlo con qualcuno è l’ultimo locale di quello che sta diventando il mio abituale giro notturno.
Potrei arrivarci prima, ma quella sosta la riservo solo quando non ce la faccio più a restare in silenzio e senza che nessuno mi rivolga parola; è il mio ultimo approdo, il mio porto sicuro, dove riesco finalmente a decidere che la notte è finita ed è arrivato il momento di tornare a casa, perché altrimenti il giorno dopo sarò un fantasma e non me lo posso permettere.
Non è il locale a determinare la differenza, piuttosto chi ci lavora dentro.
Non so come faccia ad avere la volontà di sorridermi dopo tutte quelle ore di lavoro dietro il bancone, dopo tutte le stronzate degli ubriachi che le passano davanti sera dopo sera, notte dopo notte.
Sta di fatto che una parola per me ce l’ha sempre, un sorriso anche, quindi è lì che termino le mie notti.
Quando siamo lì dentro lei evita di chiamarmi per nome, limitandosi a qualche parola. A dire il vero anche quando siamo fuori e da soli si rivolge a me con il termine “sbirro”, oppure “Leanza”; lo fa in maniera tutta sua, rendendo la cosa piacevole e complice.
Ho talmente insistito e litigato con Bea, la padrona del locale, che alla fine l’ha levata dai tavoli per metterla al bar, a lei non ho mai detto niente di sta cosa, ma so benissimo che ne è al corrente.
C’è un altro motivo per cui queste sere passo da lei all’orario di chiusura, per poi accompagnarla a casa.
Dopo che tre giorni fa abbiamo trovato il cadavere di quel ragazzino sono cominciati gli SMS, non è la prima volta che mi capita una cosa del genere, ma stavolta sento che è diverso, sento il freddo risalire dalla spina dorsale e so che mi devo preoccupare. Dapprima si limitavano al solito:”Sbirro fatti i cazzi tuoi”, poi sono diventati di tenore diverso:”Sbirro te la ammazziamo la tua troia”.
Anche di questo lei non sa nulla, anche se credo si sia accorta che nel mio sguardo c’è qualcosa di strano.
Sono le tre e tra un’ora stacca, sono sul solito sgabello all’angolo del bancone. Masha, senza che le dicessi niente, dopo avermi sorriso, mi porta un’acqua tonica con del limone, al posto della solita birra.
Nel poggiare il bicchiere mi lancia un’occhiata di rimprovero, cosa che non fa quasi mai. C’è tutto in quell’occhiata: i troppo bicchieri bevuto prima di arrivare, le troppe sigarette, la mia barba incolta, i miei occhi gonfi, il sonno perso, la mia rabbia e la sua preoccupazione.
Non so fare altro che borbottare un:”Merda…” e fare un sorrisetto stupido.
Quando esco dal night, per aspettarla fuori, sento il suo sguardo sulla schiena, l’aria fredda mi rigenera per qualche istante, ma le ossa mi fanno male ed ho sonno.
“Sei uno straccio sbirro, se continui così non arrivi ai cinquanta”. Mi sorprende alla schiena, sorride ma so che è un sorriso triste, mi prende sotto braccio e ci avviamo verso casa sua.
“Va tutto bene è solo un momento”, cerco di darmi un contegno, mi piace quando mi prende sotto braccio, lo fa spesso ultimamente, specie quando la accompagno a casa.
“Stanotte ti fermi da me, hai bisogno di dormire”. Non replico e poi di andare a casa da solo non ne ho voglia, domattina sarà più vicino al lavoro.
Dall’ultima volta che son stato a casa sua è passato un bel po’. Ho sempre evitato, pur avendone voglia, in quella occasione era mattina, ricordo di averla salutata velocemente prima di partire, trovandola a letto con addosso una delle mie magliette. In quel periodo ho dormito spesso da lei, ho un ricordo piacevole di quei giorni, forse anche lei, non gliel’ho mai chiesto, non ne abbiamo più parlato, anche se prima o poi mi piacerebbe affrontare questo argomento.
Devo essere parecchio stanco se mi si accumulano dentro tutti questi pensieri, uno sull’altro; si sovrappongono come una matassa di fili elettrici ingarbugliati, dai colori più disparati.
Come in quei giorni passati mi lascia usare il bagno per primo, rifugiandosi in camera da letto. Sto attento ad alzare la tavoletta e mi spoglio, restando a petto nudo. Mi guardo allo specchio, sono uno schifo: i capelli bianchi cominciano ad essere più di quelli scuri, le mie occhiaie sono quasi violacee.
“Quanto sei lento Leanza, cosa stai pensando?”
Riflessa allo specchio c’è anche Masha, sono talmente sovrappensiero che non l’ho sentita entrare, indossa la mia maglietta.
“Quella è mia”, le sorrido alludendo alla t-shirt che le sta un po’ abbondante, coprendole appena le mutandine.
“Devo levarla?”, fa per toglierla e restare nuda ma la blocco, sorridendo. Mi annusa e fa una smorfia teatrale di disgusto:”Hai bisogno di una doccia sbirro”. Allunga le mani verso di me e mi slaccia la cintura ed i bottoni dei jeans:”Ora lascia che mi occupi un po’ di te”.
Non ho la forza, né la voglia di replicare. Come un‘automa, tenendo i miei occhi stanchi fissi nei suoi, mi chino a levare le scarpe, per poi denudarmi completamente. Non è la prima volta che mi vede senza abiti, però si gira lo stesso, forse per restituirmi un minimo di intimità, oppure semplicemente per aprire il rubinetto della doccia.
Lo scroscio è invitante, guardandola con gratitudine mi infilo sotto, chiudo gli occhio e sollevo il viso.
Mentre mi godo l’acqua bollente che lenisce la mia stanchezza lei si unisce a me: “Fatti più in là, egoista!”. Mi fa spostare appena, per poi cominciare ad insaponarmi con una spugna. Mi appoggio alle mattonelle fredde, mentre le sue mani percorrono la mia gola, il mio petto, il mio addome, spingendosi sul mio sesso e sulle cosce.
Non oso proferir parola, voglio solo lasciarmi andare. Sono immobile se non fosse per il mio diaframma impazzito ed il mio respiro affannato. Sono eccitato, le sue mani indugiano sul membro ormai duro, la sue labbra bagnate assaggiano i miei capezzoli delicatamente, risalendo sul collo.
Non resisto oltre e le prendo il capo con entrambe le mani, infilo le dita fra i suoi capelli dorati e le faccio prendere il mio posto addossata alle piastrelle, soffocandola con un bacio.
Non avverto nemmeno più l’acqua su di me, solo il suo corpo caldo e bagnato contro il mio, il suo seno ed i capezzoli turgidi che premono sul mio petto. Le sollevo una coscia e la penetro, costringendola in punta di piedi.
Trasale per il piacere di quel primo affondo, i suoi denti incidono l’incavo della mia spalla ed un gemito strozzato le esce dalle labbra.
Si avvinghia a me, piantandomi le dita sulla schiena e sulle natiche, quasi a trattenermi dentro.
Ma io non voglio fuggire, voglio restare e rimanere dentro di lei. Voglio sentire il sapore dei suoi baci mentre i colpi si fanno profondi ed istintivi, quasi cattivi e sempre più incessanti.
Il mio piacere cresce dentro di lei, pulsa impazzito fino a non poterne più; lei mi abbraccia e mi segue in quel territorio di estasi e passione, lasciandosi andare all’istinto.
Lei mie labbra non si staccando dalle sue nemmeno all’arrivo dell’orgasmo, furioso e travolgente come lo tenessi da troppo. Continuo e continuo, avvinghiato a lei anche dopo esserle venuto dentro, sentendola gemere di piacere nella mia bocca.
Restiamo abbracciati sotto l’acqua calda, con gli occhi chiusi, recuperando il respiro. I nostri baci diventano troppi per poterli contare, come le gocce che martellano la nostra pelle.
Esco per primo dalla doccia. Voglio provvedere a lei, asciugarla e frizionarle il corpo per poi vederla di nuovo indossare la mia maglietta, voglio metterla a letto.
Starò disteso e lei si sistemerà fra le mia braccia, accompagnandomi nelle poche ore di sonno che mi separano dal giorno.
E’ tanto che non faccio una doccia con una donna, forse stanotte dormirò.

sabato 2 febbraio 2013

I hate di Giuseppe Balsamo


Aveva un nodo alla gola, la gola secca quasi le sue ghiandole salivari non funzionassero bene, sentì il rumore delle due monetine da un euro che giravano veloci sul legno del comodino, per poi fermarsi inesorabili con un suono lieve ma frastornante nella stanza ormai vuota, come il “THE END” in un vecchio film, la cosa gli provoco un brivido sul corpo nudo.
“Angelo” è il nome con cui ormai da anni lo conoscono tutti, sia i colleghi che la feccia dei quartieri popolari di Torino, sono anni ormai che lavora sotto copertura; per lo più lavoretti di droga, rapine, sfruttamento della prostituzione. Quando gli si è presentata l'occasione di lavorare con le stesse modalità per un caso di omicidio la cosa gli è sembrata allettante.
Tutto cominciò con il ritrovamento del quarto cadavere, i primi due in realtà erano passati quasi inosservati, o meglio, le indagini erano state indirizzate su false piste: regolamenti di conti, passione e gelosia. Quando sia il terzo che il quarto uomo vennero trovati completamente dissanguati, con la scritta “I HATE” incisa sullo stomaco, tutto cominciarono a pensare che un omicida seriale si stesse molto divertendo in città, che cominciasse davvero a provarci gusto e soddisfazione nel vedere tutto quel sangue.
Face Book, ecco cosa avevano in comune i quattro cinquantenni della Torino bene, tutti si divertivano a “giocare” con il computer all'insaputa delle loro compagne e mogli. Fu così che Angelo cominciò anche lui a fare la stessa cosa ed incontrare donne. Femmine di ogni genere, alcune belle, altre brutte, alcune divertenti altre disperate.
Si era accorto subito che Alice era diversa dalle altre, divertente oltre che affascinante, intelligente, non era sicuramente la donna capace di far del male a qualcuno. Cominciò a parlarci quotidianamente, alternando gli approcci con le altre donne potenzialmente interessate alle indagini. Si ritrovava ad essere su F.B. con donne che cercava di “agganciare” per individuare l'omicida e contemporaneamente con lei. Scoprì così che Alice abitava non distante da Torino, si sentirono al telefonò finchè non decisero di incontrarsi.
Scelsero di vedersi in piazza San Carlo per un aperitivo, fu solo allora che Angelo scoprì di avere fra le mani una delle donne più affascinanti e sensuali che avesse mai incontrato. Per poco Alice non incrociò una delle altre ragazze che lo sbirro adescava in rete, fortunatamente ciò non accadde, quando si accomodò al tavolino Angelo era lì sorridente che l'aspettava.
Il feeling virtuale ebbe la sua conferma anche nella vita reale, così l'aperitivo si prolungo per due ore e si tramutò in un appuntamento a pranzo per il giorno seguente. Il pranzo divenne cena e così Angelo ed Alice terminarono la loro serata nel monolocale dell'uomo. Alice non era solo affascinante ma sembrava affamata di sesso, non appena entrarono in stanza si avvinghiò all'uomo prendendo l'iniziativa come assalita da una voglia irrefrenabile di lui e del suo corpo.
Angelo non fece in tempo ad accendere la luce dell'ingresso che le mani di Alice gli stavano strappando di dosso prima il giubbotto di pelle ed immediatamente dopo la maglietta nera. Con furia baciò quell’ uomo misterioso, lo scaraventò sul letto sbottonandogli i jeans neri attillati, toccò sapientemente il suo sesso che aderiva ai boxer dello stesso colore. La donna, ipnotizzata dallo sguardo di lui, gli permise di abbassare la cerniera del vestito nero corto lasciando che le sue labbra le baciassero i seni turgidi e gonfi di eccitazione: poi lo fermò, finendo ella stessa di spogliarsi e rimanendogli nuda davanti. Tra frasi concitate, prive di senso, lo scaraventò sul letto cominciando a leccargli il sesso con ingordigia, minuziosamente, percorrendo l’asta e concentrandosi sulla cappella, strusciando lentamente il suo corpo su quello di lui come una gatta in calore.
Avvertendo l’apice dell’eccitazione prese il membro in mano infilandoselo dentro di sé; con un gemito languido iniziò una danza di piacere e passione. Sopraggiunse per entrambi il piacere ed Alice quasi immediatamente cominciò silenziosa a rivestirsi, lasciandolo sul letto nudo e limitandosi a fissare con lui un appuntamento la settimana successiva.

Le indagini erano ormai ad un punto morto, come sempre nei casi di omicidio quando i riscontri non arrivano nelle prime 48 ore diventa difficile proseguire, anche i tentativi di “agganciare” nuove potenziali killer risultarono vani, così quando Angelo telefonò ad Alice per incontrarla era pressoché privo di lavoro e di idee su come proseguire l’inchiesta. Il fatto che la donna in quel frangente gli disse che aveva la disponibilità di un appartamentino nei pressi di Porta Palazzo, nel centro storico, non lo stupì più di tanto e si recò a casa di lei con l’intenzione di rilassarsi e non pensare a quegli uomini morti, almeno per qualche ora.
L’appartamento era raffinato, se pur piccolo, la stanza da letto poi gli piacque particolarmente, dominata da un enorme letto impreziosito da lenzuola nere di seta.
Non c’era tempo per mangiare, per inutili convenevoli, così appena entrato la avvinghiò a sè, denudandola dell’unico indumento che la copriva: una sottoveste nera di seta molto corta, che le lasciava nude le cosce fino a far intravedere le mutandine in pizzo. Alice sorrise all’uomo fermandolo e dicendogli di non avere fretta. La sua voce era dolce e suadente, quasi da ragazzina: “non aver premura…spogliati e mettiti a letto, ho una sorpresa per te”. Angelo fece quanto lei chiedeva, appoggiando gli abiti su una poltroncina e sistemando pistola e manette sul comodino accanto al letto. Dopo breve la donna, completamente nuda, se non per le autoreggenti nere, fu sopra di lui, baciandolo in ogni dove e continuando a dirgli di stare fermo. Rideva mentre afferrava le manette di lui, provocando a sua volta il suo sorriso, entrambi giocavano mentre lei serrò le sue mani, utilizzando le manette, sulla testiera del letto in ottone.

Fu allora che l’espressione di Alice cambio, la sua maschera di felicità non c’era più, era comparsa quella dell’odio.
Non provò alcun dolore quando la lama del rasoio da barbiere incise la sua pelle, solo un calore diffuso e la sensazione del sangue caldo che scivolava sul suo corpo. Non riusciva a vedere bene la ferita, sapevo però che c’ era una scritta: “I HATE”.
Inspiegabilmente, nonostante il terrore, quando lei cominciò a scoparlo, seduta su di lui, era eccitato e l’orgasmo si presentò quasi immediatamente.
Stava per morire e non fece nulla quando la donna gli posò sugli occhi le monetine da un euro, sorrise per un momento, sarebbe stato un indizio per chi avrebbe proseguito le indagini.

G.B.