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domenica 2 marzo 2014

COME UN PELLEGRINO di Charmel Roses




Vago è il pensiero
Come umile pellegrino,
Dolce la resa
Che si prostra e t'invoca.
Devote le membra,
E il capo chino
Che con orgoglio si piega,
Per accogliere il tuo passo.
Concedimi, mia Signora,
Di cantar le tue lodi,
Di essere lo strumento
Che vibra e freme
Ad ogni tua voglia.
Lascia che le mie labbra
Si schiudano ai tuoi piedi,
Che dall'ombra dei tuoi passi
Io possa bere e dissetarmi.

sabato 22 febbraio 2014

LA RESA di Charmel Roses




Sia dunque questo,
Il mio tributo.
Il fremito adorante
Delle mie parole silenti.
Che possano invocarti,
Che siano il gemito dell'anima
Che riposa e si nutre
All'ombra dei tuoi piedi.
Sia questa la mia resa
E il tuo trionfio,
Mia Signora,
Nella pace che domina
La fede del mio cuore.
E che il mio impeto
Ceda il passo al tuo volere,
Al tuo verbo che impera
E regna sulle mie emozioni,
Sull'amor devoto
Che si prostra
E canta le tue lodi.

lunedì 3 febbraio 2014

SCHIAVO E AMANTE di Carmine Rosano




Dalle labbra silenti,
Colme di baci devoti,
Grondano i versi
Di devoto amore.
Leggi, ti prego,
Il riflesso dei miei sguardi,
Soggiogati e proni,
Che vibrano e fremono
All'ombra dei tuoi piedi.
Le mie preghiere t'invocano
Sbocciano per te,
Per cantare la tua gloria.
Mia Donna e Domina,
Accoglimi e custodisci
L'ardore del mio cuore,
Cingimi nel calco dei tuoi passi,
Nel tenue tepore
Delle tue graziose piante.
E che io sia puro e degno
Di ascoltare il tuo Verbo,
Di giacere sotto di te,
Come tuo schiavo e amante.

giovedì 30 gennaio 2014

VENERE LUSSURIOSA di Carmine Rosano (Charmel Roses)



Abbi pietà di me,
Venere lussuriosa,
Concedi all'uomo pio,
La grazia lasciva
Dei tuoi baci infuocati.
Saggia la mia carne,
Le mie membra tese
Che docilmente si offrono
Al tuo generoso furore.
Lascia che io t'invochi e preghi,
Che lacrime di gioia
Bagnino i tuoi piedi.
Incedi e regna
Nel mio folle ardore,
Abusane e fanne il tuo sollazzo.
Che io possa ardere per te,
Nella pigra indolenza
Con cui seduci i miei sensi.

martedì 8 ottobre 2013

ILLUSIONI di Sereno Notturno



Ti fottevi da sola di speranza
mentre altri lo facevano
per approfittarsene.
Ti contorcevi
nell'estasi di una scopata impossibile
ignara che altri giocavano allo stesso gioco.
Alla fine a nulla servono
le mani in mano
se non ad aprire roventi carni.

venerdì 10 maggio 2013

LA PIGIATRICE D'UVA di Charmel Roses




Attendevo con impazienza quei giorni di fine estate.
La mia, era un'attesa febbricitante, che mi accompagnava per tutto l'anno.
Quando arrivavano, ben volentieri, faticavo, chino, sotto il sole ancora cocente, impegnandomi con tutto me stesso nell'ingrato compito della raccolta dell'uva.
Il vigneto, in realtà, era piuttosto piccolo, in molti, in paese, si chiedevano che senso avesse continuare a sudare tanto per pochi litri di vino.
Rita, però, non voleva sentire ragioni e a nulla erano valsi i tentativi di convincerla a sfruttare in maniera più redditizia il suo piccolo appezzamento di terreno. Ma la sua caparbietà, comportava un lavoro talvolta insostenibile.
A causa della ristrettezza dei mezzi di cui disponeva e del morboso attaccamento che nutriva verso le proprie cose, si ritrovava ad occuparsi da sola della cura del vigneto.
L'unico aiuto di cui poteva disporre, era il mio, un aiuto che spesso la sollevava da ogni fatica, che non chiedeva praticamente nulla in cambio, se non poche bottiglie di vino e il sottile piacere, di poter lavorare ai suoi ordini.
Ma il premio che più gratificava i miei sforzi, erano quei giorni della raccolta, quando Rita si esibiva, inconsapevolmente, pigiando l'uva con i piedi.
Se un giorno avesse deciso di smettere e affidarsi a un macchinario, il suo vino non sarebbe più stato delizioso come allora.
Contemplavo, rapito, i suoi morbidi piedi che affondavano tra i chicchi d'uva e si tingevano di rosso, li seguivo e bramavo, ammaliato e quell'immagine restava con me, per tutto l'anno. La sorseggiavo insieme al vino e lo gustavo con la stessa voluttuosità con cui le avrei baciato i piedi.
In silenzio, l'adoravo e la desideravo e lei sembrava non comprendere che questo era il motivo per cui, da sempre, più che offrirle un semplice aiuto, mi comportavo come se fossi il suo schiavo.
Quei sentimenti, sapevano essere prepotenti, mi ossessionavano e toglievano il sonno.
Venne il giorno in cui i miei occhi parlarono per me ed io non seppi e non volli tradirli.
"Già batti la fiacca?" disse lei, scherzosamente.
Aveva appena finito con la pigiatura e, com’era solita fare, camminava scalza fino al porticato, e sedeva sugli scalini a riposare.
Ero talmente concentrato sulle orme che lasciava dietro di sé, che non le risposi.
Mi limitai a raccogliere i suoi zoccoli di legno, abbandonati accanto alla tinozza e la raggiunsi.
Ricordo il cicaleccio dell'estate particolarmente forte, quel giorno e anche il sole picchiava duro. Ma stando all'ombra, arrivava un vento leggero, quasi fresco.
Deposi gli zoccoli e mi misi a sedere vicino a Rita.
"Se ti vedessero giù in paese" disse a un tratto.
"Cosa?" le chiesi.
"Cosa? Pure gli zoccoli m'hai portato!".
"Perché, non te li posso portare?".
"E come, non puoi. Ma quelli già ti prendono in giro... Dicono che sei il mio cane".
"Chi lo dice?".
"Tutti. Quando mi vedono in paese, me lo dicono sempre: il cagnolino l'hai lasciato a casa? Dicono. Pensa che, l'altro giorno, quando stavo dal panettiere, Maddalena ha detto: ma ti porta pure le pantofole e il giornale? E tutti hanno cominciato a ridere".
"E chi se ne fotte! Se vuoi ti lavo pure i piedi" le risposi.
Rita scoppiò a ridere, rise talmente forte, che il suo ventre cominciò a sussultare, sotto il corto vestitino a fiori.
"Embè, mo' ci vorrebbe proprio! Guarda qua" disse e mi mostrò le piante colorate di rosso.
Sarà stato per tutto quel discorso, o perché, da tanto, morivo dalla voglia di farlo. In quel momento non seppi resistere, le presi il piede e lo leccai.
"Ma che fai?" esclamò lei, ma malgrado il tono sorpreso delle parole, non accennò minimamente a ritrarre il piede.
Nei suoi occhi, più che stupore, lessi una maliziosa ilarità.
"Ti lavo i piedi" le dissi.
"E tu così li lavi i piedi?".
"Sì, come un cane" le risposi e ripresi a leccare.
Stavolta Rita non rise, abbandonò completamente il piede nelle mie mani e lasciò che lo ripulissi tutto dall'uva.
Attese, pazientemente, che li leccassi entrambi, finché non furono completamente puliti. M'indicò persino i punti dove c'era ancora qualche piccola macchia e allargò le dita, per facilitarmi il lavoro.
"C'hanno ragione: tu sei proprio strano!" disse, quando finii.
"Ti dispiace?".
"Se mi dispiaceva, mica mi facevo leccare i piedi!".
"Allora, da oggi, te li lavo sempre io i piedi".
"Come un cane?".
"Perché, non sono il tuo cane?".
"Sì, che lo sei" disse Rita e sfregò i piedi sul mio viso, calcando il mio respiro.



DEVOZIONE di Charmel Roses




Pensoso, a tratti indolente,
Della mia Regina,
... È lo sguardo altero.
Indiscusso,
Il suo potere,
Sui miei sensi,
Regna e impera.
Devoto,
Il mio respiro,
Sotto i suoi piedi,
Freme e gioisce.
Per lei,
Dalle mie labbra,
Umile sgorga,
Il lieto canto,
Celebra l'amore
E la passione,
La dolce resa
Alla Donna,
All'ombra delle sue piante.
 


giovedì 11 aprile 2013

Schiavo d'amore di Charmel Roses



Era puerile il suo imbarazzo, il modo in cui attendeva e seguiva i miei movimenti. Mi faceva tenerezza e mi eccitava sentirlo così, inerme e in balia del mio volere.
Sapevo ciò che voleva, solitamente non assecondavo mai i desideri degli uomini, non tolleravo la loro mancanza di rispetto, la loro pretesa di possedermi.
Era alto il prezzo che dovevano pagare per sperare che io li compiacessi, troppo alto perché potessero ottenere da me un cedimento. Chi mi aveva conosciuto lo sapeva bene, prima di tutto venivano i miei desideri.
Ma lui era dolce, un cucciolo innocente da accarezzare. Era raro un uomo così e decisi di premiarlo.
Lo feci inginocchiare e i suoi occhi brillarono, era estasiato e riconoscente per quell'ordine. Malgrado la sua inesperienza, non osò avvicinarsi, attese col capo chino, che fossi Io a dirgli quel che doveva fare.
Intinsi la punta del piede nel miele e gliela porsi. Lui sembrava incredulo, fremeva ed esitava, quel dono dovette sembrargli un piacere troppo grande per lui e dubitava di esserne degno.
Intanto il miele colava, lentamente, dalle mie dita. Lui leccò quelle gocce che erano cadute dal pavimento ed Io lo incitai, con dolcezza, finché non sentii la sua lingua morbida scorrere lungo il mio piede e tra le dita.
Lasciai che si nutrisse, che la sua brama montasse. Mi leccava i piedi e intanto, in silenzio, mi invocava, mi implorava, si sottometteva, offrendosi a me, incondizionatamente.
Calzai il suo volto, “comodo”, pensai, sorridendo per quell’immagine buffa e al tempo stesso tenera. Mi piaceva il modo in cui si piegava, abbandonandosi ai capricci del mio piede che lo accarezzava. Il tepore del suo respiro soffiava come brezza tra le mie dita, un vento tiepido e leggero che cullava le mie voglie e le assecondava. Allora le allargavo e il tocco umido della sua lingua tornava a bagnarle e succhiarle, scorreva tra le mie dita in maniera quasi oscena. Era avido, insaziabile, il suo volto era rosso per l'eccitazione, la sua bocca si allargava e implorava di poter accogliere il mio piede, di averlo tutto, pur sapendo di non poterlo contenere. In quelle carezze percepivo la sua brama di possedermi. Sì, in fondo era come tutti gli altri, voleva avermi. Ma non poteva, non più di quanto io gli avrei permesso. Mi apparteneva, era totalmente soggiogato e asservito, ma nella sua sottomissione vibrava un prepotente desiderio di possesso che lasciavo inappagato, facendolo crescere, fino a renderlo folle d’amore, di un amore devoto, senza confini.
Giurava di voler essere mio, di desiderare solo di potermi servire e adorare, assecondando il mio volere, forse lo credeva, ma era come ogni altro uomo, voleva solo imporre il proprio desiderio. Iio però sapevo, conoscevo ogni corda del suo animo e sapevo come farla vibrare intonando solo le melodie che potevano deliziare le mie orecchie.
"Basta così" gli intimai e vidi i suoi occhi languidi brillare.
Chinò il capo e rimase prostrato, annientato dall'attesa e dal mio prolungato silenzio.
Dovevo metterlo alla prova, spingerlo ad accettare fino in fondo il mio volere, solo così sarebbe stato degno di appartenermi.
Lo volevo, volevo la sua mente, tutta. Ma era un uomo e sarei dovuta passare attraverso il suo corpo per raggiungere la sua anima.

venerdì 15 marzo 2013

Il gioco dell'anima di Charmel Roses

Il gusto amaro del desiderio.
Sembravano così lontani ora, persi, svuotati di ogni contenuto, afflitti da quel gusto amaro del desiderio. Separati e naufraghi in quei mondi apparentemente inconciliabili, eppure ...
Loro avevano più di qualcosa in comune, qualcosa che non si può spiegare a parole, qualcosa che li rendeva unici e complici nello stesso modo di quelle passioni vissute attraverso quel percorso intrapreso con le loro parole. Quel loro cercarsi lo facevano scavando dando lettura dell'anima dell'altro.
Era cominciato tutto con un sms, o forse più precisamente, era incominciato ancor prima, in quella presa di coscienza che il loro essere era incompleto e che pertanto dovevano proiettarlo in una direzione, non importava quale purché non rimanesse lì, a morire. Così, come calamite si erano trovati l'uno a dar esposizione alle esigenze dell'altro, era come spogliarsi lentamente quel loro parlarsi, fino a rimanere nudi in balia del desiderio. La loro voce condiva inesorabilmente le loro esistenze fin quasi a non essere più sufficiente. Fin dove si sarebbero potuti spingere? 
Rese il cellulare e digitò quella frase che sarebbe stata il precipizio delle loro esistenze. Tre sillabe maiuscoli per dare forza a quel suo pensiero, quasi un urlare propria anima. 
I minuti trascorsero nell'attesa di una risposta come se quel tempo fosse stato dilatato all'infinito. 
La risposta arrivò, nessun carattere, nessuna sillaba, solo un cuoricino rosso.
Ad esso a qualche istante dopo seguì un altro sms, AMORE, anch'esso gridato, incontriamoci.
“Vengo a prenderti in Piazza Roma tra 10 minuti” 
“OK”
Vederla lì su quella panchina, le fece mancare il respiro, l'amava e questa era la sua follia, l'inizio della loro fine.
Aprì la portiera della macchina sfiorandole le labbra, fu lì che riuscì a recuperare quel respiro rapendo quello di lei, trascinato da quella voglia di viverla oltre il sapore della sua pelle.
Andarono verso il mare parcheggiando sotto una coperta di stelle visibile dal tetuccio apribile della fuoriserie.
- Dicevi? Esordì lei che per tutto il tragitto rimase in silenzio.
- AMAMI
Ancora una volta quelle parole polverizzarono tutti i suoi pensieri, annichilendo ogni sua replica.
Fecero l'amore, affondando l'uno negli occhi dell'altro e liberandosi con foga dei propri indumenti in quel desiderio carnale che assalì i loro corpi.
E quando si accorsero di ciò che stavano facendo ormai era troppo tardi. La strada che stavano percorrendo era senza via d'uscita, giacché non era dato loro viversi compiutamente e quell'orizzonte ormai troppo vicino che non si poteva evitare, arrivava in fretta con tutto il suo carico di dolore, come un'onda anomala in riva al mare che ti schiaffeggia improvvisamente e ti scuote sballottandoti e bagnandoti del suo stesso sapore.
Non c'era un motivo ora per quei silenzi, per quegli sguardi evitati nei sedili posteriore dell'auto che li aveva resi così amanti a tutti gli effetti, erano semplicemente precipitati nel loro tormento. In ciò che per loro non aveva via d'uscita. 
- Cosa siamo? Disse lei rompendo il silenzio dell'abitacolo
- Cosa siamo? - Riprese lui cercando di prendere tempo per pensare. - Siamo anime tormentate, perennemente insoddisfatte di se stesse che si cercano in quel gusto amaro del desiderio.