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domenica 23 novembre 2014

STAND BY ME di Giuseppe Balsamo




Non aveva alcuna aspettativa.
Andava bene stare lì a parlare per ore, sfiorandole ogni tanto il volto con un dito.
Mangiucchiavano e bevevano birra scrutando la notte,
a volte stavano semplicemente abbracciati in un parcheggio pubblico aspettando il momento di salutarsi.
Non avevano aspettative,
quando tutto accadde fu del tutto naturale
ma allo stesso tempo sorprendente, eccitante,
come un bacio inatteso ma al contempo aspettato da molto.
Tutte le volte non avevano aspettative,
godevano dell’istante e degli attimi,
come fosse un regalo sotto l’albero a Natale.
Non avevano aspettative,
ma non aspettavano altro che il momento di vedersi e rivedersi arrivasse.

PENA MAI-UN COLPO DRITTO AL CUORE di Giuseppe Balsamo



“Minchia è pieno di sbirri”.
Questo pensava Renatino, gli occhi chini su un tascabile stropicciato.
Il caldo proveniente dall’asfalto bollente e dai treni in transito gli stava inzuppando la camicia jeans. Ad ogni passaggio degli uomini in divisa, il sudore diventava gelido provocandogli brividi alla schiena.
Quegli occhi, per cui era diventato famoso, ora li aveva mascherati con un vistoso paio di occhiali da vista, la barba gli donava l’aria da intellettuale.
Lesse e rilesse quella frase, scritta da lui tre anni prima:”FINE PENA MAI ”. Come fosse sotto dettatura, ascoltando i giudici pronunciare in aula la sentenza che segnava il suo destino. Restò seduto a sentirla, rifiutandosi di alzarsi, intento a scarabocchiare la fine della sua esistenza.
Sollevò lo sguardo soltanto dopo aver udito lo sferragliare del treno, si alzò con la maggior naturalezza possibile, sotto gli occhi inconsapevoli degli sbirri. Con il capo chino, salì gli scalini che lo separavano dal convoglio, rintanandosi nel primo cesso libero. Aveva paura, ogni rumore, ogni voce, oltre quella porta, lo faceva sobbalzare. La vedeva spalancarsi all’improvviso, gli sbirri senza nemmeno parlare lo riempivano di piombo, lasciandolo morire dissanguato in mezzo al piscio.
Seduto sulla tazza, la mano infilata dentro la logora sacca ad impugnare la pistola, restò così finchè non avvertì il movimento del convoglio. Tirò fuori la nove corta. Il metallo freddo, come sempre, lo rassicurava, gli dava un senso di onnipotenza. Ogni volta che impugnava un’ arma sentiva profonda l’esigenza di “scarrellare”; quel suono metallico, inconfondibile ed unico, lo faceva sentire euforico ed invincibile. Evitò di farlo, limitandosi a constatare che il colpo fosse in canna e la sicura inserita.
Gli mancava l’aria, si sentiva soffocare dalla sua inadeguatezza patologica. Passò le dita sulla barba e sotto le narici; sentendo quell’odore intenso. Odore di fica e paura. Il pensiero gli andò a quella mattina, mentre le rotaie scorrevano verso il tramonto.
Malvolentieri sciacquò mani e viso, avrebbe preferito trattenere quell’odore, ma il caldo era insopportabile.
In realtà erano mesi che progettava il tutto. Da quando si era reso conto che quella guardia pendeva dalle sue labbra. Gli aveva fatto un sacco di promesse, così Tonino aveva nascosto in infermeria la nove corta. Più problematico era stato farsi ricoverare.
Aveva atteso che ci fosse qualcuno a soccorrerlo e mandato giù la candeggina, anche quella dono del buon Tonino. Il bruciore lo aveva invaso, i conati furiosi ed il suo corpo in preda agli spasmi, avevano richiamato l’attenzione di una guardia. Era stato portato in infermeria: salvato dalla lavanda gastrica.
Quella mattina non aveva fatto altro che recuperare l’arma e scatenare il putiferio. Verso le nove, era stato accompagnato dalla psicologa, una brunetta tutte curve che provocava i detenuti di continuo. La stronza indossava sempre vestitini succinti, adorava prendersi gioco di loro. Insomma una vera puttana sadica. Renatino la odiava. Quella mattina portava un abitino nero aderente, con le cosce di fuori. Per stare tranquilla e poter far meglio la troia, lasciava gli agenti fuori, così aveva campo libero nei suoi giochetti psicologici, godendo nel far arrivare il cazzo in gola ai detenuti.
Non appena soli, la dottoressa non fece in tempo a parlare che si trovò la pistola puntata ed una mano a tapparle la bocca. Renatino la fece alzare:”Se stai zitta forse non ti ammazzo”. Puzzava di paura come una cagna, fu questo a farlo uscire di sé. Non seppe resistere, così le insinuò la mano tra le cosce, trovando il pizzo degli slip:”Ora mi diverto un po’io, cosa si prova ad avere paura?”. La costrinse sulla scrivania, il viso schiacciato sul tavolo. Quando ebbe le mani bagnate dalla sua fica, si slacciò i pantaloni. La penetrò a fondo:”Stai zitta troia o ti ammazzo!”.
Guardandola lacrimare, non ebbe pietà, volle umiliarla ancora. Tirò fuori il cazzo e, con violenza, le penetrò l’ano, mentre lei si mordeva le labbra per il dolore. Le scopò il culo, come una bestia, abbandonandosi ad un orgasmo cupo e selvaggio, marchiandole l’anima.
Quando ebbe finito, il resto fu semplice: una guardia azzoppata, la dottoressa scaraventata sul marciapiede, la corsa verso la libertà.
”Fottuta troia, te la sei voluta!”, quelle parole gli uscirono ciniche, terribili: una sorta di auto assoluzione.
Trascurando il puzzo di merda, Renatino aprì libro tascabile, tirò fuori la foto consunta di un’altra donna, accarezzandola amorevolmente. Erano tre anni che fantasticava su di lei, alternando sentimenti contrastanti, avendo però un unico pensiero: raggiungerla.
L’aveva conosciuta a Genova, ove era diretto, in un periodo in cui per motivi di “onesto” lavoro vi si era pressoché trasferito con tutto il suo clan, amava definirla così la sua banda.
Chantal, la femmina della foto, l’aveva incontrata in un night. Faceva la bagascia, non nei bassi tra i vicoli bui, ma quello era tuttavia il suo mestiere. Si era innamorato di una puttana.
Una troia a ed un figlio di troia: un’accoppiata vincente.
Sentendosi più tranquillo, decise di uscire dal bagno e trovarsi un posto:”E’ libero?”. Lo scompartimento in realtà era vuoto, c’era solo quella donna con il viso rosso di chi ha appena versato molte lacrime. Odiava le donne che frignano, ma quel posto accanto alle porte di uscita lo rassicurava.
Indossava un abitino color crema, ben si intonava con i capelli castano chiari che le scendevano sulle spalle. Gli occhi, arrossati dalle lacrime, erano color delle nocciole, nel complesso una bella femmina.
Un kleneex ti salva la vita. Dopo qualche attimo di imbarazzante silenzio, Renatino tirò fuori dalla sacca il fazzolettino di carta, consentendole di asciugare le lacrime che non volevano smettere di bagnarle le guance. Ci sapeva fare con le donne Renatino; forse era il suo modo di parlare, oppure la sua capacità di ascoltarle; fatto sta che quelle, magicamente, si aprivano con lui come se si fossero conosciuti da sempre. Così Rossana, che lui cominciò a chiamare confidenzialmente Ros, gli raccontò dell’ultimo appuntamento mancato, di un amore impossibile e precipitato nel nulla, di quel viaggio prenotato per due, che stava facendo da sola. Dopo averla consolata, non sapendo neppure lui come, era persino riuscito a strapparle qualche sorriso, constatando che era più bella quando non piangeva, insomma che era di fronte ad una donna in gamba.
Quando gli occhi azzurri di Renatino finirono sul giornale, ripiegato accanto alla borsetta di Ros, il cuore gli arrivò in gola:”Posso dare un’occhiata?”.
Lei gli porse il quotidiano:”Certo, così nel frattempo piango ancora un po’, sono un disastro!”.
Sorridendole Renatino sfogliò il Corriere. Non si soffermò sulle tante cazzate scritte sul suo conto, ormai le conosceva a memoria, quanto piuttosto sulla foto. Fortunatamente le immagini di archivio e le foto segnaletiche non rispecchiano mai la realtà. Dopo tre anni di quell’inferno era molto cambiato. Ripiegò il giornale, facendo attenzione che la foto non fosse più visibile, rimettendolo al suo posto.
Parlarono ancora, scherzarono soprattutto, concordando che la vita va vissuta e che dopo ogni temporale arriva il sereno. Si fecero insomma buona compagnia in un viaggio difficile per entrambi, con discorsi banali ma confidenziali e rassicuranti.
Gli dispiaceva ma non aveva scelta, conosceva quell’ultima galleria lunga e buia prima della fermata di Genova Principe. La sua mano, veloce, cercò il portafogli di lei nella borsetta e se ne impossessò, aveva bisogno di soldi e subito.
Più frettolosamente di quanto avrebbe voluto, tornata la luce, il treno si fermò e si congedò da lei.
Era già sulla banchina quando la voce di Ros lo richiamò:”Tienilo tu questo…”, affacciata al finestrino, gli tendeva il giornale ben ripiegato. Renatino lo afferrò e le sorrise, notando che Ros gli schiacciava l’occhio complice.
Fuori dalla stazione Renatino constatò con piacere che tutto era come si ricordava. Scelse un bar che già conosceva, ordinò un caffè e curiosò nel grosso portafogli femminile. Constatò soddisfatto la presenza di cinquecento mila lire, poi esaminò con attenzione la carta di identità di Ros, ma soprattutto un tesserino che la identificava come appartenente alla Polizia di Stato:”Uuu uno sbirro, addirittura commissario…”, la cosa non lo sconvolse affatto, anzi lo fece sorridere non facendogli certo cambiare opinione su di lei. Andò a fondo nella perquisizione è trovò quella lettera, ripiegata con cura:
“Caro Paolo, ti scrivo queste poche righe, sapendo che non le leggerai mai…”.
Lesse e rilesse con attenzione, un vero stronzo questo Paolo.
Terminato il caffè acquistò le sigarette, ma anche due buste e relativi francobolli. Nella prima infilò i documenti di Rossella accompagnati dalle scuse del caso; nella seconda la lettera indirizzata a Paolo e mai spedita: certo uno stronzo, ma lei ne era innamorata.
Chantal abitava al solito indirizzo. Quando arrivò era con un cliente; Renatino, con i suoi modi “garbati”, lo invitò a levarsi dai coglioni. Era più bella che mai, fecero l’amore a lungo, assaporò quei momenti e la sua pelle come non faceva da tempo.
Morì veloce Chantal, per lei aveva scelto una lunga lama che le arrivò dritta al cuore:”Occhio per occhio…”. Fu dispiaciuto nel vedere il seno nudo in una pozza di sangue. Le posò un ultimo bacio sulle labbra ancora tiepide:”Ogni tradimento ha il suo prezzo amore mio...”.
Si rivestì con estrema tranquillità, con altrettanta calma scese le scale e ritornò alla stazione.
Direzione Milano, forse sarebbe addirittura arrivato prima della sua lettera, chissà cosa avrebbe pensato Rossella ritrovandoselo in commissariato.
Quell’arresto se l’era meritato, fra tutti gli sbirri era quella che preferiva, ritornare in carcere accompagnato da lei sarebbe stato meno drammatico, ci sarebbe morto in galera questa volta, andarci sotto braccio con la Ros non sarebbe stato così male.
Racconto/Noir


lunedì 10 novembre 2014

PENSIERI ABBANDONATI di Giuseppe Balsamo



Il rock è duro e il volume altissimo, la voce roca del cantante non ci da fastidio. Comunichiamo con gli sguardi e i nostri corpi si sfiorano.
Scrivo sui tovagliolini di carta mentre mi infili le patatine fritte fra le labbra, imboccandomi come un bambino. Leggi e mi rispondi divertita.
Abbiamo molto da dirci, così i nostri pensieri, le mie avances e le tue provocazioni, riempiono quella carta sottile e vengono assorbiti fra una macchia di ketchup e l’altra.
Il posto è unico ma ti trascino via.
Troppa la voglia di averti e di un angolo buio tutto per noi

venerdì 17 ottobre 2014

TEMPESTA di Giuseppe Balsamo




L’acqua cominciò a riversarsi sul mare e sulla terra fragorosamente, incessante e devastante, i lampi squarciavo il cielo ed i tuoni rimbombavano nell’oscurità, colmando la notte. Accompagnavo la tempesta muovendomi furioso dentro di lei che mi serrava fra le sue cosce, rilasciandole esausta dopo una pioggia di baci.


INVITO RISERVATO II PARTE di Giuseppe Balsamo



Il treno percorre il buio troppo lento, la pioggia incessante che impatta sul vetro del finestrino mi rimanda alla notte scorsa ai nostri corpi avvolti dall’acqua bollente della doccia. Sta dormendo appoggiata alla mia spalla indolenzita per la posizione scomoda, cerco comunque di restare immobile per non svegliarla. 
Paesaggi lunari e fangosi si susseguono fuori dal finestrino, il convoglio è semi vuoto ed in ritardo, la protezione civile ha sconsigliato di mettersi in viaggio se non strettamente necessario.
L’ennesimo messaggio, che questa volta non sono riuscito a nasconderle, ha reso questo spostamento necessario. Me lo ha letto in faccia stamattina, quando ho controllato il telefono e immediatamente dopo l’ho guardata. Non sono riuscito a mentire. Ha la strana capacità di leggermi dentro, così non ho fatto altro che porgerle il cellulare affinché guardasse lei stessa:”E’ stata una bella scopata vero? Potrebbe essere l’ultima, lo sai sbirro? Fatti i cazzi tuoi e non le succederà niente.”
Non mi è riuscito di tranquillizzarla come avrei voluto, limitandomi a spiegarle quello che sta accadendo. Ha scoperto la paura nei miei occhi, così quando le ho detto che dovevo portarla via da Torino ha acconsentito senza replicare. Riesce ad afferrare le cose al volo, come sempre, ha preparato mesta e silenziosa il bagaglio e siamo rimasti a casa ad aspettare.
Ho preferito partire di sera, mi stanno sicuramente seguendo e voglio rendergliela più difficile, in ufficio ho chiesto due giorni di permesso, quello stronzo di Lombardi come al solito ha dovuto polemizzare, questa volta con ragione:”Cazzo Leanza, abbiamo un ragazzino morto e tu te ne vai in vacanza?!”. Si fotta Lombardi, al ragazzino ci penserò tra due giorni o ci penserà qualcun altro.
La giornata è trascorsa silenziosa, in una casa pervasa dal silenzio, dall’angoscia e dalle incognite. Inutile parlare, né lei mi domanda nulla, si fa bastare i miei consigli. Così ci ignoriamo, ognuno immerso fra i suoi pensieri in attesa di un’oscurità che appare più sicura e tranquillizzante.
Occupa il suo tempo a sistemare casa, consapevole che mancherà per un po’, in quanto a me resto davanti al mio lap top a scrivere e-mail, a leggere e rileggere e osservare le immagini. Non ho molto materiale con me e mi concentro su quel poco, anche per evitare di pensare al resto.
Il primo rapporto è scarno, quasi matematico, si limita alla descrizione dei luoghi ed alla prima ispezione di quel corpicino devastato dalle pugnalate. Guardo intensamente quel piccolo ovale esangue e pallido, cerco di immaginarlo sorridere mentre gioca e si diverte, dice le prime parolacce quasi con imbarazzo e senza che papà e mamma se ne accorgono.
Appena mi distraggo da questa fantasia, ritornando alla cruda realtà, mi concentro sul colpo inferto alla gola che gli ha reciso la giugulare, probabilmente il primo anche se avrò probabilmente conferma dal referto autoptico. La mia prima impressione sull’accaduto si fa insistente come una ferita che non si riesce a rimarginare; ho l’immagine di un bimbo terrorizzato e di qualcuno che incide la sua gola come a punirlo, come a sacrificarlo, per poi sfogarsi bestialmente sul suo corpo. L’uomo che lo ha trovato non ha saputo fornire molte indicazioni: ha ritrovato il cadavere avvolto in un lenzuolo bianco su un prato di Mirafiori, non lontano dagli ingressi della Fiat. Sarebbe più corretto dire che è stato il suo cane a trovarlo. Sto ancora aspettando una telefonata, giusto uno scrupolo, un’idea bizzarra. Guardo quelle foto ed aspetto, mentre lo spettro di Masha si aggira inquieto per casa.
Controllo e ricontrollo le mail e il cellulare, ho raccomandato di chiamarmi e non mandarmi messaggi, detesto i messaggi specie in questi giorni.
La suoneria del telefono ci fa sobbalzare, lei mi guarda con la coda dell’occhio preoccupata, cerco di tranquillizzarla con un sorriso stupido. E’ Fabbri dalla Questura. Mi piace l’agente Fabbri, è un po’ una testa matta e spesso caga fuori dal vaso, comunque è uno in gamba. Non è da molto alla omicidi, stava alla celere, come si dice chi non ha testa ha gambe, lui in quanto a gambe non ha rivali.
“Ispettò, mi sa che ci ha preso…”
Esordisce così, l’avere ragione non è tranquillizzante, ma è meglio lasciarlo parlare e capire qualcosa in più.
“Fabbri, spiegati con calma, cerca di far mente locale e non tralasciare niente, ora quello che mi dirai lo metti nero su bianco e non lo consegni a nessuno fino a quando non lo rivedremo insieme”. Fabbri è un disastro a scrivere in italiano.
“Ispettò sono entrato al Mausoleo, come mi ha detto lei, all’apparenza è tutto pulito, ma per terra ci sono tracce di cera nera, non molte ma ci sono. Secondo me hanno fatto pulizia. Sull’altare, dove sotto c’è la Rosina, ci sono delle macchie scure secondo me è sangue, mi ci gioco i coglioni che è sangue”.
Il mausoleo de la bela Rosin, dista a poche centinaia di metri da quel fottuto prato, non so nemmeno io come mi è venuta sta cosa, forse è solo un caso, forse non c’entra niente.
“Fabbri ora tu chiami la scientifica, dici che è stata una tua idea e li fai arrivare va bene? Metti tutto per iscritto e poi me lo mandi col computer, fatti aiutare da Scalzi di lui mi fido. A Lombardi gli dici che l’idea l’hai avuta tu e per il rapporto prendi tempo, finché non torno e finché non ne sappiamo qualcosa in più”.
“Va bene Ispettò…”.
“Grazie Fabbri, grazie…sei stato bravo”.
Fa finta di non aver sentito nulla Masha, l’odore del caffè si sta diffondendo per la cucina, osservo da dietro le sue curve morbide, indossa una maglietta femminile stamattina, le lascia scoperta gran parte della schiena ed ha i capelli raccolti in una treccia. Mi ritrovo a pensare che mi piace carezzarle la schiena l’ho fatto per gran parte della notte, inconsapevole nel dormiveglia.
Mi concentro sulla mia casella di posta elettronica e trovo quello che cerco. Don Silvio lo conosco fin da quando ero ragazzo, era il mio insegnante di religione. E’ un salesiano tutto di un pezzo, nonostante la sua severità mi era simpatico, tanto che abbiamo continuato a sentirci. Per lo più lo chiamo a cavallo delle feste comandate, ogni tanto vado a trovarlo. Rifletto un attimo e comincio a scrivergli, da qualche hanno il prete si occupa di di religioni diverse dalla cattolica, in realtà per come ho capito la Curia lo ha incaricato di censire sette, stregoni ed amenità del genere. Conosco la sua riservatezza e so che sarà difficile ottenere quello che mi serve, così cerco di spiegargli meglio che posso la situazione, allegando anche l’immagine del cadavere.
La sua risposta non tarda ad arrivare, doveva essere davanti al computer.
Sul telefono cellulare che squilla lampeggia il suo nome salvato in rubrica.
E’ bello risentire la sua voce dura e decisa, mi chiama Tonino, come avessi ancora 15 anni, ma non mi da fastidio. Ci scambiamo informazioni ed aggiornamenti sui miei ex compagni e sugli altri professori, gli domando dei ragazzini dell’istituto salesiano di Valdocco. Lì il tempo sembra essersi fermato, ogni tanto ci ritorno, mi piace rivedere il campetto di calcio ed i luoghi appartati dove mi rifugiavo a fumare di nascosto.
“Si Tonino ho una sorta di lista ma è molto scarna, direi che è più un elenco. Vediamoci e ne parliamo, stanno succedendo cose strane a Torino negli ultimi tempi e quello che mi hai mandato ne è una conferma”. Lo saluto con la promessa di una telefonata per poterci incontrare di persona.
L’ombra della sera avvolge la città ed è ora di andare. Masha da un’ultima controllata all’appartamento mentre io chiamo un taxi, siamo in ampio anticipo sull’orario, così le svelo qual è la nostra destinazione.
Non la guardo negli occhi, probabilmente sta piangendo dentro senza darlo a vedere, è nel suo stile, quando però mi decido ad incrociare il suo sguardo mi sorride.
Non serve svegliarla, lo stridio del freno ed il sobbalzo del vagone all’arrivo della stazione di Genova Principe la scuote dal suo torpore.
La stazione è deserta, nonostante sia ottobre inoltrato l’aria è calda in maniera innaturale ed in cielo incombono nuvoloni minacciosi. Parte della città è stata devastata dal’acqua dei fiumi che hanno rotto gli argini riempiendo le vie di fango e detriti. Saliamo veloci a bordo di uno dei pochi taxi presenti.
Questa notte dormiremo in albergo, desidero ancora una notte insieme a lei lontano dalla realtà.
Nonostante la situazione Masha osserva incuriosita la città, man mano che il taxi prosegue nella notte cerco di rendere la cosa più facile e la distraggo facendole da cicerone. Le mostro la lanterna, inventando storie di naufraghi e capitani coraggiosi salvati dall’imponente faro che è diventato il simbolo cittadino. Passiamo davanti La Loggia della Mercanzia e le indico dove sostavano i crociati.
Percorriamo via Gramsci: Anna è al solito posto con il suo banchetto di cianfrusaglie, sotto il quale tiene le sigarette di contrabbando, la saluterò domani non ora.
Ci mettiamo pochissimo a raggiungere Boccadasse, l’hotel è a due passi dal lungomare. Guardo l’ora è tardissimo e non abbiamo toccato cibo. Facciamo due passi sulla passeggiata a mare, con il vento che ci scompiglia i capelli e ci fa lacrimare gli occhi. Ci ritroviamo a respirare a pieni polmoni l’aria salmastra. Siamo gli unici due clienti del solo bar aperto che troviamo. Il proprietario ci viene incontro e ci guarda stupito, la città è intrappolata nel fango alluvionale e non deve aver visto molti persone questa sera. La nostra cena è a base di patatine fritte e birra, non è molto ma non ci serve altro. Scambiamo due parole, è da stamane che non chiacchieriamo, evitiamo accuratamente e consapevolmente argomenti inerenti i motivo del nostro viaggio, proviamo a prendere il lato positivo della questione ed a scherzare sugli arredi del locale, soprattutto ci prendiamo in giro reciprocamente, come spesso facciamo. Sembriamo due turisti, anzi due sopravvissuti all’uragano, unici superstiti in un luogo sicuro. Parlare con Masha mi tranquillizza e mi distrae dalle nubi che insistono nella mia mente, quasi a voler emulare quelle in cielo.
Carichi dei nostri bagagli ce la prendiamo comoda. Raggiungiamo la chiesetta di Boccadasse e ci appoggiamo per qualche istante ad osservare il mare e le luci delle navi in lontananza. Il piccolo borgo di pescatori è avvolto nel buio. Il fragore rumoroso dei turisti che si accalcano nei localini, per poi sedersi a bere sulle barche dei pescatori a riva non mi manca affatto. La tempesta deve aver fatto andar via la luce, tanto da renderlo quasi magico e irreale, illuminato solamente dalla schiuma bianca delle onde che impattano sulla scogliera.
Resistiamo alla tentazione di un bacio e troviamo la strada per andare in albergo.
La stanza è essenziale ma carina, spalanco il finestrone di fronte al letto e ci concediamo una sigaretta, mentre in cielo qualche lampo lontano illumina il buio.
Non c’è più bisogno di parlare, fumiamo in fretta sfiorandoci con gli occhi, ci sentiamo ancora due superstiti e cediamo alla tentazione di godere di questa notte come fosse l’ultima.
“Vieni sbirro, ora basta pensieri negativi, rimandiamoli a domani”.
Le sorrido mentre con la mano mi trascina sul letto, sdraiandosi su di me.
Masha è così, non so se sia realmente incosciente, oppure così cinica da trovare il lato positivo in ogni cosa che le succede, però stanotte ho voglia di lasciarmi andare con lei, dentro di lei.
Mentre con le labbra percorre il mio collo le sfilo il top nero smanicato, sciogliendole i capelli che aveva raccolto in una treccia che la fa apparire ancora più giovane, immediatamente dopo lei mi aiuta a togliere la maglietta.
Intenzionata a torturarmi fino allo sfinimento, sento la punta della sua lingua che trova sul mio corpo sentieri sconosciuti anche per me. La avvolgo con le braccia, cercando i gancetti del suo reggiseno, per liberarle le mammelle e sentire il contatto dei suoi capezzoli sulla mia epidermide coperta da brividi. Cerco di fermarla in quella che sembra più una lotta che un amplesso. Fuori dalla finestra si sente forte lo scrosciare della pioggia, dentro la stanza quello dei nostri respiri impazziti.
In un attimo di tregua ci spogliamo restando nudi. Ostenta il suo corpo quasi a sfidarmi, abuso della sua pelle con le mie mani e con la lingua. Mi aggrappo ai suoi seni per poi perdere la testa fra le sue cosce. La assaggio, la mordo, la assaporo, la penetro con la lingua finchè non sento che è pronta.
Gli occhi negli occhi, conficca le sue unghie nelle mie natiche e sono dentro di lei. Tutto scompare: la pioggia, il fango, il vento, Torino, il mare. C’e solo il suo respiro irregolare e la sensazione di calore improvviso che mi assale, i miei movimenti cadenzati, profondi e decisi.
“Ancora, di più!”.
Me lo ordina accompagnando i miei affondi ormai privi di controllo.
“Ancora, di più!”
Prova a dirlo mentre le tappo la bocca con un bacio.
“Ancora, di più!”
Lo sussurra con un filo di dolore nella voce, quando i miei colpi si fanno violenti e istintivi, quasi cattivi.
Il piacere mi sorprende improvviso quando sento il suo sesso stringere il mio. Soffoco un verso istintivo riversando in lei il mio seme.
La guardo, mi guarda mentre anche lei è in preda ad un orgasmo silenzioso fatto di gemiti e sospiri.
Infine mi avvinghia fra le sue cosce, quasi a bloccarmi, mentre proseguo impazzito a muovermi dentro di lei, come un fiume in piena che ormai sta straripando.
Restiamo così, abbracciati in quel letto che sembra troppo grande, in attesa di un sonno che tarda ad arrivare, quando ormai l’alba è vicina.
Dormo appena, aggrappato alla sua schiena, cercando di prolungare la notte.
Mancano poche ore alla mia partenza, il centro storico della città pare piacerle, soprattutto apprezza il lungo mare e la fascia costiera.
Scorgo Anna al suo solito posto. La ricordo così da sempre, comoda su quello sgabello minuscolo, con la sua piccola bancarella piena di nulla. Il suo vero tesoro sono le sigarette, è comunque capace di procurarsi qualsiasi cosa, basta chiedere.
Quando mi vede sorride come se ci fossimo visti il giorno prima, eppure sono anni che non torno qui.
Sa tutto di tutti Anna, fa parte del paesaggio, per me rappresenta Genova, anche se in realtà e Napoletana.
Quando le presento Masha le due sembrano andare d’accordo. Mi consegna le chiavi del piccolo monolocale sopra casa sua. Anna è diventata ricca in tutti questi anni, eppure continua a presidiare via Gramsci, tenendo sott’occhio il porto, i marittimi e le puttane, come fosse un compito datole da un’entità superiore.
Non si scomoda ad accompagnarmi, ha da badare ai suoi traffici e io conosco bene il posto dove Masha si nasconderà nei i prossimi giorni.
Diamo appena un’occhiata alla sistemazione provvisoria, poi Masha insiste per accompagnarmi alla Stazione.
Nessun bacio d’addio, solo un sorriso complice ed il treno che mi riporta alla realtà.
Racconto / Noir

sabato 11 ottobre 2014

Sete di Giuseppe Balsamo


Restammo nudi ed assetati, la notte divenne giorno, il languore divenne fame, la voglia desiderio. 
Mi guardava preoccupata, la tranquillizzai con un bacio.
Il giorno divenne notte. Un'altra birra, un'altra volta la tua carne.
Infine il sonno, senza sogni, fatto di braccia che si trovano, di occhi che si cercano nell'oscurità stentando a chiudersi, per giocare a chi resiste più sveglio.

martedì 23 settembre 2014

INVITO RISERVATO di Giuseppe Balsamo





Non sono un uomo da incontri al bar, o almeno, per un periodo della mia vita lo sono stato, ma non più.
Ora quando entro in un locale, lo faccio per un caffè, oppure per bere qualcosa di forte, quando le quattro mura di casa mi stanno troppo strette e mi manca l’aria.
Ovvio mi guardo in giro, ma mi limito a quello; occhiate fugaci che sono legate più al mio istinto che alla mia reale volontà.
Non appena me ne rendo conto me ne pento immediatamente, mi sento ridicolo, così distolgo lo sguardo e ricaccio in gola i miei stinti.
Quando vedo i miei coetanei approcciare una bella femmina al bar, per strada o chissà dove, mi sento a disagio per loro. Non so se sia corretto questo mio atteggiamento, semplicemente ne prendo atto, consapevole che mi costringe a serate solitarie davanti al bicchiere, pieno per metà di alcool e per l’altra dei miei pensieri.
Ormai sono tre giorni che dopo il lavoro non riesco a rimanere in casa, così faccio il giro dei locali che conosco. In solitaria ed in macchina, la moto è troppo impegnativa mi distrae da me stesso, così preferisco l’intimità dell’abitacolo dell’auto.
Devo rassegnarmi all’idea che mi sento meno solo con i miei pensieri piuttosto che nei bar che frequento. Continuo però ad andarci perché non si sa mai, perché qualcosa devo fare, perché è inutile crogiolarmi nelle mie paranoie senza far nulla.
I miei pensieri mi rendono cattivo, rabbioso, devo esserlo ne ho bisogno. Ad alcune cose non ci si abitua mai, neanche dopo averle viste per anni. La crudeltà, la rabbia e la violenza degli uomini, specie quando è rivolta verso i più deboli, è il mio pasto quotidiano. Sono consapevole di essere diverso da costoro, ma allo stesso tempo devo mettermi sul loro stesso piano, finchè ne ho le forze. L’adrenalina che si sprigiona mi serve, mi rende attento, mi rende vigile ne ho bisogno per superare le giornate ora per ora.
L’unico posto dove parlo con qualcuno è l’ultimo locale di quello che sta diventando il mio abituale giro notturno.
Potrei arrivarci prima, ma quella sosta la riservo solo quando non ce la faccio più a restare in silenzio e senza che nessuno mi rivolga parola; è il mio ultimo approdo, il mio porto sicuro, dove riesco finalmente a decidere che la notte è finita ed è arrivato il momento di tornare a casa, perché altrimenti il giorno dopo sarò un fantasma e non me lo posso permettere.
Non è il locale a determinare la differenza, piuttosto chi ci lavora dentro.
Non so come faccia ad avere la volontà di sorridermi dopo tutte quelle ore di lavoro dietro il bancone, dopo tutte le stronzate degli ubriachi che le passano davanti sera dopo sera, notte dopo notte.
Sta di fatto che una parola per me ce l’ha sempre, un sorriso anche, quindi è lì che termino le mie notti.
Quando siamo lì dentro lei evita di chiamarmi per nome, limitandosi a qualche parola. A dire il vero anche quando siamo fuori e da soli si rivolge a me con il termine “sbirro”, oppure “Leanza”; lo fa in maniera tutta sua, rendendo la cosa piacevole e complice.
Ho talmente insistito e litigato con Bea, la padrona del locale, che alla fine l’ha levata dai tavoli per metterla al bar, a lei non ho mai detto niente di sta cosa, ma so benissimo che ne è al corrente.
C’è un altro motivo per cui queste sere passo da lei all’orario di chiusura, per poi accompagnarla a casa.
Dopo che tre giorni fa abbiamo trovato il cadavere di quel ragazzino sono cominciati gli SMS, non è la prima volta che mi capita una cosa del genere, ma stavolta sento che è diverso, sento il freddo risalire dalla spina dorsale e so che mi devo preoccupare. Dapprima si limitavano al solito:”Sbirro fatti i cazzi tuoi”, poi sono diventati di tenore diverso:”Sbirro te la ammazziamo la tua troia”.
Anche di questo lei non sa nulla, anche se credo si sia accorta che nel mio sguardo c’è qualcosa di strano.
Sono le tre e tra un’ora stacca, sono sul solito sgabello all’angolo del bancone. Masha, senza che le dicessi niente, dopo avermi sorriso, mi porta un’acqua tonica con del limone, al posto della solita birra.
Nel poggiare il bicchiere mi lancia un’occhiata di rimprovero, cosa che non fa quasi mai. C’è tutto in quell’occhiata: i troppo bicchieri bevuto prima di arrivare, le troppe sigarette, la mia barba incolta, i miei occhi gonfi, il sonno perso, la mia rabbia e la sua preoccupazione.
Non so fare altro che borbottare un:”Merda…” e fare un sorrisetto stupido.
Quando esco dal night, per aspettarla fuori, sento il suo sguardo sulla schiena, l’aria fredda mi rigenera per qualche istante, ma le ossa mi fanno male ed ho sonno.
“Sei uno straccio sbirro, se continui così non arrivi ai cinquanta”. Mi sorprende alla schiena, sorride ma so che è un sorriso triste, mi prende sotto braccio e ci avviamo verso casa sua.
“Va tutto bene è solo un momento”, cerco di darmi un contegno, mi piace quando mi prende sotto braccio, lo fa spesso ultimamente, specie quando la accompagno a casa.
“Stanotte ti fermi da me, hai bisogno di dormire”. Non replico e poi di andare a casa da solo non ne ho voglia, domattina sarà più vicino al lavoro.
Dall’ultima volta che son stato a casa sua è passato un bel po’. Ho sempre evitato, pur avendone voglia, in quella occasione era mattina, ricordo di averla salutata velocemente prima di partire, trovandola a letto con addosso una delle mie magliette. In quel periodo ho dormito spesso da lei, ho un ricordo piacevole di quei giorni, forse anche lei, non gliel’ho mai chiesto, non ne abbiamo più parlato, anche se prima o poi mi piacerebbe affrontare questo argomento.
Devo essere parecchio stanco se mi si accumulano dentro tutti questi pensieri, uno sull’altro; si sovrappongono come una matassa di fili elettrici ingarbugliati, dai colori più disparati.
Come in quei giorni passati mi lascia usare il bagno per primo, rifugiandosi in camera da letto. Sto attento ad alzare la tavoletta e mi spoglio, restando a petto nudo. Mi guardo allo specchio, sono uno schifo: i capelli bianchi cominciano ad essere più di quelli scuri, le mie occhiaie sono quasi violacee.
“Quanto sei lento Leanza, cosa stai pensando?”
Riflessa allo specchio c’è anche Masha, sono talmente sovrappensiero che non l’ho sentita entrare, indossa la mia maglietta.
“Quella è mia”, le sorrido alludendo alla t-shirt che le sta un po’ abbondante, coprendole appena le mutandine.
“Devo levarla?”, fa per toglierla e restare nuda ma la blocco, sorridendo. Mi annusa e fa una smorfia teatrale di disgusto:”Hai bisogno di una doccia sbirro”. Allunga le mani verso di me e mi slaccia la cintura ed i bottoni dei jeans:”Ora lascia che mi occupi un po’ di te”.
Non ho la forza, né la voglia di replicare. Come un‘automa, tenendo i miei occhi stanchi fissi nei suoi, mi chino a levare le scarpe, per poi denudarmi completamente. Non è la prima volta che mi vede senza abiti, però si gira lo stesso, forse per restituirmi un minimo di intimità, oppure semplicemente per aprire il rubinetto della doccia.
Lo scroscio è invitante, guardandola con gratitudine mi infilo sotto, chiudo gli occhio e sollevo il viso.
Mentre mi godo l’acqua bollente che lenisce la mia stanchezza lei si unisce a me: “Fatti più in là, egoista!”. Mi fa spostare appena, per poi cominciare ad insaponarmi con una spugna. Mi appoggio alle mattonelle fredde, mentre le sue mani percorrono la mia gola, il mio petto, il mio addome, spingendosi sul mio sesso e sulle cosce.
Non oso proferir parola, voglio solo lasciarmi andare. Sono immobile se non fosse per il mio diaframma impazzito ed il mio respiro affannato. Sono eccitato, le sue mani indugiano sul membro ormai duro, la sue labbra bagnate assaggiano i miei capezzoli delicatamente, risalendo sul collo.
Non resisto oltre e le prendo il capo con entrambe le mani, infilo le dita fra i suoi capelli dorati e le faccio prendere il mio posto addossata alle piastrelle, soffocandola con un bacio.
Non avverto nemmeno più l’acqua su di me, solo il suo corpo caldo e bagnato contro il mio, il suo seno ed i capezzoli turgidi che premono sul mio petto. Le sollevo una coscia e la penetro, costringendola in punta di piedi.
Trasale per il piacere di quel primo affondo, i suoi denti incidono l’incavo della mia spalla ed un gemito strozzato le esce dalle labbra.
Si avvinghia a me, piantandomi le dita sulla schiena e sulle natiche, quasi a trattenermi dentro.
Ma io non voglio fuggire, voglio restare e rimanere dentro di lei. Voglio sentire il sapore dei suoi baci mentre i colpi si fanno profondi ed istintivi, quasi cattivi e sempre più incessanti.
Il mio piacere cresce dentro di lei, pulsa impazzito fino a non poterne più; lei mi abbraccia e mi segue in quel territorio di estasi e passione, lasciandosi andare all’istinto.
Lei mie labbra non si staccando dalle sue nemmeno all’arrivo dell’orgasmo, furioso e travolgente come lo tenessi da troppo. Continuo e continuo, avvinghiato a lei anche dopo esserle venuto dentro, sentendola gemere di piacere nella mia bocca.
Restiamo abbracciati sotto l’acqua calda, con gli occhi chiusi, recuperando il respiro. I nostri baci diventano troppi per poterli contare, come le gocce che martellano la nostra pelle.
Esco per primo dalla doccia. Voglio provvedere a lei, asciugarla e frizionarle il corpo per poi vederla di nuovo indossare la mia maglietta, voglio metterla a letto.
Starò disteso e lei si sistemerà fra le mia braccia, accompagnandomi nelle poche ore di sonno che mi separano dal giorno.
E’ tanto che non faccio una doccia con una donna, forse stanotte dormirò.

mercoledì 20 agosto 2014

BRANDELLI NOTTURNI di Giuseppe Balsamo



“Era una notte buia e tempestosa”, la mia principessa pretende la storia della scimmia smarrita nello spazio, l'ha già ascoltata un numero infinito di volte, così proseguo con le fate che volteggiano tra foglie autunnali, finché non vola tra sogni colorati. Lei è davanti alla tv, in quella posizione che conosco bene, da troppi anni. Balbettando una scusa vado in giardino. Quante storie cominciano nel buio e nella tormenta. Interrogo il mio simpatico merlo, risponderà domani, quando lo vedrò sul solito ramo. Le sue risposte mute son racconti che conducono a me, al mare d’inverno, alla tua pelle salata.

BIANCOSPINO di Giuseppe Balsamo




Mi domando com’eri con l’abito bianco da sposa, l’acconciatura perfetta e il trucco curato ed appena fatto per l’occasione. Quanta trepidazione, immobile ad osservare i voulant colore delle nuvole, il tuo intimo prezioso a coprire il corpo acerbo. Non voglio i dettagli, né che me lo racconti, devo poterlo immaginare da solo. Sarà stato ricco di pizzi e dello stesso colore di quel vestito speciale, l’unica variazione forse la giarrettiera, qualcosa di malizioso ed inconsueto che avrai scelto per distinguerti. Adori non omologarti, essere maliziosa e dare un tocco di peccato alla tua purezza fanciullesca che, a volte, torna ancora fuori e detesti.
Così innamorata di lui, nervosa per quella prima notte, nonostante non ci fosse nulla di nuovo, incuriosita dal fatto di doverlo presentare come tuo marito:”Ecco questo è mio marito”, una frase banale che però le prime volte ti avrà fatto sentire strana.
Sono un visionario lo sai! Certe cose non si spiegano, eppure ho questa voglia di immaginarti così, mi piacerebbe poter viaggiare nel tempo per essere con te quel giorno, quella mattina, con il sole che si fa spazio fra le persiane. Presenza immateriale in quella stanza, affamato di sensazioni: delle tue sensazioni, dei tuoi pensieri.
Seguo impalpabile il percorso delle tue mani mentre ti vesti. Calore puro, nascosto tra il pulviscolo solare sospeso, mi approprio dei tuoi sentimenti e del tuo respiro. Come un angelo alle tue spalle ti osservo, anche se l’istinto, tutt’altro che angelico, è quello di spiarti di possederti già in quella vita da cui ero assente.
Sei pronta devi andare. Nessuna incertezza mi sembra, sorridi con le labbra lucide e gli occhi velati di felicità.
Sorrido anche io, entità senza tempo, un po’ preoccupato sapendo ciò che sarà molti anni dopo.
Ti lascio mentre scendi le scale ed entri nell’auto che ti porterà in chiesa, non voglio intromettermi oltre, non mi sembra carino.
Vivo il tuo quotidiano a distanza, come posso: sai di fritto, hai i capelli in disordine, ti scoppia la testa, hai il ciclo, sei nervosa, sei depressa, salta la luce “oddio l’arrosto nel forno, la roba da stendere”.
Ti sei annullata, pensi, in realtà sei il centro del mondo.
Ti telefono, ti telefona.
Devi stare dietro a tutto e quell’unico giorno è ormai lontanissimo, perso nella notte dei tempi.
Senti la necessità di altro, quell’altro sono io. Quel languore nuovo che si insinua nello stomaco e nella tua normalità sono io; ti faccio sentire diversa, sono quella giarrettiera di un colore particolare che hai voluto indossare allora: quasi un presentimento a quello che sarebbe accaduto.
Sul letto ora c’è un baby doll nero. Lo osservi coperta appena dall’intimo della stessa tinta. Il tuo sorriso è diverso, malizioso e trasuda la voglia di me; i tuoi occhi sono affamati ed ingordi, come solo una femmina può avere.
Non sei sola nella stanza, non c’è più un angelo alle tue spalle. Sono qui in carne ossa, una sorta di demone che ti tenta in ogni modo, consapevole che ogni tua resistenza verrà abbattuta.
Non ci sono scale da fare, né auto ad attenderti. Hai una sola scelta: questo letto, il mio sudore, i nostri gemiti, la nostra pelle bollente che freme dal desiderio.
Non sei più la ragazza di allora, la femmina che era in te è definitivamente sbocciata, io me ne nutro come un’ape con il suo nettare. Ti succhio, ti assaggio, ti lecco, approfitto di ogni centimetro della tua epidermide come fosse la prima e l’ultima volta.
Abbiamo poco tempo, il mio sguardo sulla tua vita, sul tuo passato, sul tuo quotidiano, lo riservo a quando non siamo insieme, a quando le notti diventano troppo lunghe per dormire.
Non ci sono giornate insieme, pasti da consumare alla stessa tavola, bottiglie da andare a prendere in cantina, divani su cui bere una birra.
C’è solo quel letto, provvisto di invisibili catene, che ci lega per quelli che vorremmo fossero interminabili momenti. Oasi di felicità momentanea in cui non riusciamo a dire no, teatro dei nostri furiosi amplessi, ricordo indelebile dello nostre risate, dei tuoi sussulti, dei miei gemiti degli “ancora , ancora…” senza mai fine.
Sei la mia donna in quel territorio tutto nostro, sei la mia donna solo quando non poggi i piedi per terra. Perché la realtà ci divora e ci divide.
Sei la mia perversione, il mio sogno inconfessabile, un cocktail imperfetto a cui non voglio e non so rinunciare, novella sposa dei miei desideri.
Mi nutro di immagini e della realtà di pochi momenti, consapevole che un giorno diverranno solo ricordi. 

martedì 12 agosto 2014

Faccio il cinese di Giuseppe Balsamo




“Che sogno del cazzo!”
Sono più stanco di quando mi sono messo a letto, non ho dormito per niente e mi sento come se mi avessero scaricato addosso dei sassi. Lame di luce hanno la meglio sulle imposte semi aperte. Mi stropiccio gli occhi abbagliato e disturbato, comprendendo perché le chiamano “lame di luce”.
Eva ha già allungato la mano sul mio membro e mi sfotte crudelmente, come suo solito rispondendomi a tono:”Tu, hai cazzo da sogno mio bello italiano”, cercando allo stesso tempo di baciarmi.
Mi ritraggo, mi sento come se una lucertola stesse pasteggiando con la mia lingua, per poi marcirmi in bocca. Lei mette su il musetto, ma stamattina non ce la faccio, a tastoni cerco il bicchiere che ho lasciato la sera prima sul comodino. Se non ricordo male ci dovrebbero essere ancora due dita di rhum, quello che ci vuole come prima colazione.
Ingurgito l’alcool e lo sento bruciare nello stomaco, forse era meglio un caffè.
Intanto Eva riprende il suo lavoro con la mano, per reagire adeguatamente sarebbero necessari almeno quindici anni di meno, forse anche quindici sigarette in meno al giorno.
Osservo i capelli colore del grano scivolare sul mio corpo, si muovono come onde marine, come se il vento le sospingesse.
La sua lingua percorre il torace appena sotto il petto, quindi si avvia a far compagnia alla sua mano, priva di qualunque compassione per la mia nottata insonne e per il mio corpo privo di forze. Sento le sue labbra lambirmi il sesso, il suo palato carezzarlo, in un inesorabile movimento.
So che mi ascolta, mentre mi dona piacere, così cerco di raccontarle il mio sogno.
“Conosci quello stronzo della TV, sai quello che fa politica e ce l’ha con le pale eoliche, che poi a volte non mi sta nemmeno così antipatico. Sgarbi, si che hai capito. Me lo son sognato che mi guardava dal fondo della tazza del cesso, con i suoi occhialoni e con il dito puntato mi diceva guarda come la fai!”.
Eva interrompe quello che sta facendo, comprendendo che voglio andare avanti con la mia storia, solleva lo sguardo divertita annuendo, restando appoggiata con parte del viso sul mio sesso, continuando ad accarezzarlo con la mano, quasi a volermi aiutare a proseguire.
“Insomma ero in bagno tutto intenzionato a far pipì, guardo giù e non ti vedo il faccione di Sgarbi che mi guarda? Lo stronzo, puntandomi il dito, mi urla contro di tutto, sai come fa in televisione? Dice che è colpa delle pale eoliche quello che mi è successo, che bisogna far qualcosa se no altri diventeranno come me, mi invita a guardare che disastro son diventato. Io resto lì a guardarlo, nemmeno troppo stupito di vederlo laggiù dove dovrebbe nuotare la merda, penso ora gli piscio in faccia così sta zitto; cerco di prendermi l’uccello in mano e non lo trovo. Vado nel panico, mi cerco l’uccello, fra i peli, niente: mi è cresciuta la patata, comincio a toccarla con curiosità, poi mi spavento. Mi scappa, devo farla, ma rinuncio e penso: sto cazzo di maniaco di Sgarbi mi sta guardando la fica, così gli sbatto il coperchio in faccia; non gli permetterò di guardarmi tutto mentre mi siedo sul cesso”.
Eva ride come solo lei è capace di fare, cerco di spiegarle che la cosa mi ha terrorizzato, poi mi coinvolge nella sua risata.
“Non è finita, ho paura di girarmi e guardarmi allo specchio, così con le mani mi esploro e vado un po’ più su: due tette da paura che quasi ma fa piacere toccarle, quasi fossero le tue. A sto punto, vinco ogni resistenza e mi giro verso il lavandino. Mi vedo riflesso, anzi ti vedo riflessa Eva. Io sono te, oppure tu sei me , come preferisci. Sono diventato una bella figa bionda, intendiamoci sei belle Eva, ma mi è preso un cazzo di spavento che non hai idea. Mi è caduto il mondo addosso, comincio a pensare come fare a dirlo a te, agli amici, al lavoro. Immagino tutti quelli che vorranno scoparmi. Insomma rivoglio la mia brutta faccia ed il mio uccello e non so come fare, sono impotente e spaventato: terribile tu non immagini”.
Questa volta sono io a ridere mentre le racconto il sogno, una risata nervosa che cerca di nascondere quello che in realtà è stato un incubo.
“Povero il mio bel maschione”.
Eva risale sul mio corpo, sento i suoi seni gonfi sul petto ed il suo sesso tiepido che si struscia sul mio. Mi morde il mento e con gli indici mi tira gli occhi, facendoli diventare a mandorla: vuole che le faccia l’imitazione del cinese, è una cosa che faccio con stile e che la diverte sempre molto.
Dopo che faccio il buffone per lei, sento che laggiù qualcosa si muove, alla faccia di Vittorio Sgarbi.
Stavolta non le dico di no, facciamo l’amore come lo si può fare solo al mattino. Languidamente, con calma, come sbocconcellassimo un croissant farcito e tiepido.
Lo si assaggia un po’ alla volta, per ingurgitare improvvisamente l’ultimo boccone di marmellata che rischia di cadere. Così si muove su di me: prima lentamente, poi impazzita, lasciandomi venire dentro di lei.
Ci godiamo le prime ore del mattino nel nostro enorme lettone quadrato.
Mi scappa da pisciare ma sono restio ad andare in bagno, non voglio rischiare i danni delle pale eoliche.

Disperato erotico stomp di Giuseppe Balsamo



“Ti hanno vista alzare la sottana, la sottana fino al pelo: che nero!...”.
Dalla suonava nell’IPod insistentemente. Le note e le parole di quel brano rimbombno nelle tue orecchie, ossessive ritmate ed incessanti, mentre un invisibile strato di sudore ricopre il tuo corpo nudo, costringendoti ad un continuo girarti e rigirarti fra le lenzuola appiccicose. 
La sagoma di tuo marito si muove impercettibilmente, seguendo il ritmo del suo respiro e tu, in quella notte d’agosto, ti senti terribilmente sola; in quel letto troppo spazioso, talmente grande che le tua mente non vuole saperne di smettere di galoppare dietro sentieri tutti da esplorare.
Sai bene che alla fine mi troverai, così fra una nota e l’altra di quella melodia, rimbombano anche le mie parole. Sottofondo alla proiezione in technicolor del nostro ultimo amplesso.
Seguendo le parole di Lucio Dalla, mi osservi mentre ti scopo seguendo il ritmo di quella canzone. Da dietro ti penetro riempiendoti di piacere, tirandoti a capelli ed affondando le mie mani sul tuo culo, dosando dolore e piacere, come piace a te, come piace a noi. Ti assaggio con le labbra, poi ti mordo lasciandoti i segni dei miei denti, costringendoti a dondolare le natiche per accogliermi meglio, per avermi tutto dentro. Il tuo sudore diventa così la mia saliva calda, il pensiero di me si diffonde nella tua fica umida, risale nella pancia per arrivarti dritto al cervello.
“Ho chiuso un poco gli occhi e con dolcezza è partita la mia mano…”.
Non riesci a non seguire le parole della canzone in quel momento, nel silenzio di una notte d’agosto, mentre lui inconsapevole dorme al tua fianco, esegui i miei ordini e l’esempio di Lucio Dalla.
La tua mano scivola nelle mutandine, cerchi il clitoride gonfio e lo torturi, penetrandoti poi con le dita senza trovare pace, muovendole come fosse il mio cazzo.
Passi la lingua sulle labbra, immaginando di avere il mio sesso fra le labbra, ti strizzi i seni perché tutto sia come quando sei con me, non puoi smettere, almeno finchè c’è questo, così lo segui fino alla fine.
Ora è la tua sagoma a muoversi impercettibilmente nel buio, al ritmo di me che da lontano ti possiedo fino a non poterne più.
Così arriva il mio seme caldo, ectoplasma immaginario, ad inondarti il corpo, mentre l’orgasmo ti invade improvvisamente. Una sorta di fuoco d’artificio colorato e rumoroso, esploso in una festa di mezza estate in cui sei l’unica invitata.
Non puoi godere come vorresti. Costretta al segreto, l’esplosione è solo nella tua mente, nella realtà si riduce ad un gemito soffocato e muto, ad una serie di respiri affannosi, che lui può sempre interpretare come un’insonnia dovuta al troppo caldo.
La canzone è finita, Lucio Dalla sfuma e così anche il nostro film in technicolor. Comincia un'altra canzone, decidi di ascoltarla prima di dormire.
Sono gli Stadio, cantano: “Grande figlio di puttana”, mi pensi e trattieni una fragorosa risata, di quelle che sappiamo fare solo noi quando siamo insieme :”sscchhhh non ridere che lo svegli!!”. 

lunedì 21 luglio 2014

DOLCE E SALATO di Giuseppe Balsamo



La città era totalmente al buio, almeno in quel punto dove si trovava lui non c’era luce. Così era stato costretto ad incamminarsi su quelle stradine bagnate, alla ricerca di una fonte di luce. Non comprendeva come mai fosse asciutto, nonostante avesse evidentemente piovuto da poco, certo aveva freddo e la magliettina smanicata non era affatto sufficiente a coprirlo dall’umidità, inspiegabilmente però non era bagnato.
Prese a camminare, a passo rapido, verso l’unico lampione acceso, sostando appoggiato al freddo metallo, quasi volesse prendere fiato. L’ampio spiazzo che si trovò davanti, conduceva ad almeno quattro strade urbane, alcune persone, di spalle, camminavano con andatura caracollante facendolo sentire meno solo.
Quasi si fossero tutte accorte contemporaneamente della sua presenza, si voltarono a guardarlo, consentendogli di appurare che avevano tutte le stesso viso, la stessa espressione per nulla stupita nel vederlo lì.
Ne contò nell’immediato quattro, come volessero presidiare ogni via di fuga, le donne erano abbigliate tutte nel medesimo modo: un abito sciatto e sformato di colore scuro, lungo appena sotto il ginocchio, i capelli scarmigliati e neri, scarpe basse da collegiale, occhiali dalla pesante montatura nera, stonava e contrastava il rossetto di un acceso color rubino.
Riconobbe bene quel viso, anche se quell’espressione, a metà tra il ghigno malefico e canzonatorio ed una minaccia sussurrata a bassa voce, non l’aveva mai veduta.
Il primo istinto fu di andare da loro, non sapeva da quale delle quattro; restava però immobile, bloccato, come se per uno strano incantesimo i suoi muscoli non rispondessero alla sua volontà.
Cominciarono a quel punto a sopraggiungere altre donne, tutte uguali, tutte identiche. Questa volta non si erano limitate a voltarsi per constatare che fosse lì. Si dirigevano a passo spedito verso di lui; cominciava a contarne dieci, quindici, venti, trenta. La piazza era gremita di queste femmine, con lo stesso volto e la stessa smorfia innaturale, ormai si avvicinavano a lui pericolosamente.
Doveva fuggire, immediatamente, ma non riusciva a farlo, perdendo il conto di quegli esseri che sembravano moltiplicarsi per osmosi. A questo punto ne poteva sentiva il respiro, il puzzo acido ed innaturale dell’ alito, si sentiva tirar via i pantaloni e le scarpe da quelle che erano riuscite a raggiungerlo per prime. Le mani, ossessivamente, gli laceravano la maglietta, spingendolo e facendolo rovinare a terra. Avvertiva i denti e le unghie, sapeva che si volevano cibare del suo corpo, sentiva la saliva calda ed aveva la percezione del suo sangue che ormai sgorgava impiastricciando l’asfalto.
Un morso più incisivo e più deciso degli altri, gli provocò uno squarcio nell’addome, il dolore fu lancinante, una sorta di fitta che gli arrivò dritta al cuore.
Quel cuore che batteva all’impazzata, mentre respirava quasi a fatica seduto sul letto, completamente coperto da un sottile strato di sudore gelido.
Ci volle un po’ prima di riprendersi da quell’incubo ed orientarsi nel buio della stanza, le mani appoggiate sul materasso ed il petto che faceva su e giù seguendo il ritmo impazzito del respiro.
Il pomo d’adamo si muoveva allo stesso modo, costingendolo a deglutire la saliva bloccata in gola.
Le due donne gli davano la schiena, immerse nel sonno. Erano nella stessa posizione fetale, eguali in tutto e per tutto. Si domandò se facessero anche gli stessi sogni, notando che ognuna di loro aveva poggiato sul comodino gli occhiali da vista, con la vistosa montatura nera., esattamente nel medesimo modo.
Un brivido lo percorse, mentre Anna e Irene respiravano profondamente.
Facendo attenzione, scavalcò Anna e si rintanò in bagno, chiudendosi la porta alle spalle. La luce gli diede sollievo, riportandolo ad una dimensione più razionale e tranquillizzante. Si svuotò la vescica, sciacquandosi abbondantemente il viso con l’acqua fresca. Seduto sulla tazza, completamente nudo, si accese una sigaretta:
”Che situazione di merda”.
In fondo la nottata non era stata male, però adesso doveva fare i conti con la realtà e quell’incubo spaventoso ne era il chiaro segnale, insomma le sue solite lacrime da coccodrillo.
Aveva conosciuto Anna alla fermata del 72 sbarrato, la ragazza era lì ogni mattina alla stessa ora, quella fermata era proprio davanti l’edicola di Armando, il suo spacciatore preferito di quotidiani ed altre riviste più o meno serie da quando si era trasferito lì. Anche Anna si rivolgeva a lui per l’acquisto dell’abbonamento del bus e per rifornirsi di ciarpame da leggere; così dapprima limitandosi ad un saluto, era finita che qualche volta le aveva dato un passaggio in auto fino all’università.
Anna Carlisi, oltre ad essere molto carina, si era rivelata simpatica, così l’aveva invitata a cena ed avevano cominciato a frequentarsi ed erano finiti a letto insieme.
Una relazione apparentemente del tutto nella norma: ci stava bene con Anna e poi cazzo a letto era fantastica, sembrava ogni notte di far l’amore con una donna diversa, talmente era fantasiosa e vogliosa.
Si accorse immediatamente che qualcosa non andava e che era diventato oggetto di uno strano gioco la prima volta che lei lo aveva invitato a mangiare dai suoi.
Seduto a tavola con quel simpaticone di papà Carlisi e con Anna, si prospettava una gran bella serata, non pensava nemmeno lui che si sarebbe potuto sentire così a suo agio a casa della fidanzata e dei potenziali suoceri
Prima che la padrona di casa portasse in tavola gli antipasti, però era arrivata trafelata in sala da pranzo anche Irene.
Anna gli aveva appena accennato all’esistenza di una sorella, non approfondendo più di tanto l’argomento, né lui si era incuriosito dell’esistenza di una cognata; quando però la vide entrare, non fu più così certo che la cosa non lo riguardasse da vicino.
“Ciao Angelo…scusate il ritardo”, si era poi seduta a tavola con noncuranza alla sua destra, mentre anche Anna, come se nulla fosse successo, era alla sua sinistra.
Stralunato, con la tartina alle uova sgombro a mezz’aria, la bocca semi aperta come volesse imitare l’espressione della “signora sgombro” mentre faceva le uova, osservava le due ragazze.
Due gocce d’acqua: cioè due gemelle che più gemelle non si può. Nessuna minima differenza, quasi fra loro ci fosse la spasmodica ricerca del particolare per rendersi indistinguibili l’una dall’altra. Stesso taglio di capelli, stesso smalto, stessa marca di jeans e stessa felpa, identiche le scarpe, uguale la voce ed il modo di parlare, cazzo anche l’anello e la collanina erano uguali.
Poi quel modo di rivolgersi a lui, quel: “Ciao Angelo…” pronunciato in maniera così naturale e scontata, così come lo aveva sentito ripetere molte volte, gli aveva dato la certezza di quello che stava accadendo.
Si seguirono le portate, pur sforzandosi di partecipare al momento conviviale, peraltro era la prima volta che conosceva i genitori di Anna, non riusciva a non pensare che le due si stavano prendendo gioco di lui. Glielo leggeva negli occhi, ogni volta che si voltava a guardare prima l’una e poi l’altra, aveva la netta sensazione che gli lanciassero sorrisetti ambigui che solo lui riusciva a percepire.
La situazione era veramente imbarazzante, alla fine cominciò ad avere persino dubbi che l’ultima arrivata fosse Irene e non Anna.
Fortunatamente la cena finì in fretta, fu Anna (oppure era Irene?), a toglierlo da quella situazione scomoda, proponendo di andar fuori a bere qualcosa.
“Quasi quasi vengo anche Io…”.
Sconsolato Angelo, abbassò il capo afflitto, ascoltando l’affermazione di Irene (oppure era Anna?).
La cosa positiva era che l’allegra famigliola abitava in centro, non lontano da casa sua, quindi era possibile spostarsi a piedi; inoltre c’era un ottimo pub a pochi passi da casa. Affrontando cinque minuti di gelo, si rintanarono nel locale caldo e già gremito di gente; era venerdì sera i molti dei presenti erano lì per la bevuta pre discoteca.
Angelo non aspettò nemmeno di uscire fuori dall’androne del condominio elegante, troppa l’ansia di capire, rivolgendosi ad Anna (oppure era Irene?), chiese le dovute spiegazioni:”Mi spieghi che cazzo sta succedendo?”.
La ragazza sorridendo, prendendolo sotto braccio, come una dama d’altri tempi, gli posò un bacetto sulla guancia:”Non sta succedendo proprio niente, ho una sorella gemella, tutto qui, cosa c’è di sconvolgente?”.
Per un istante fu sollevato da quella affermazione, probabilmente era tutto un equivoco, fu però immediatamente smentito dall’altra gemella, anche lei lo prese alla stessa maniera, posandogli le labbra sulla guancia:”Il lato positivo di essere gemelle è che possiamo dividerci gli impegni ed ottimizzare i tempi…”.
Il vero terzo grado avvenne all’interno del pub, più Angelo andava avanti con le domande, più lo sconcerto cresceva:
”Quindi quella sera al cinema era Irene?”
“La festa di compleanno di Mara è venuta Anna?”
“Il week and alla SPA eri tu Anna vero?”
Non riusciva a capire come aveva fatto a non accorgersene, però obiettivamente erano veramente due gocce d’acqua, anche a letto non aveva fatto differenze, gongolandosi nell’idea di aver trovato una donna estremamente fantasiosa, rendendosi invece conto che aveva avuto due donne, si esteticamente uguali, ma comunque due persone diverse.
L’aspetto paradossale di tutta la vicenda era che, le due, affrontavano la situazione con una tranquillità che rasentava il disturbo psichiatrico; allegramente ridevano sulla questione, adducendo scuse assurde sui continui scambi di ruolo:
“Angelo quella sera ero veramente stanca”,
“Angelo, il fatto è che Anna quella sera aveva il ciclo”,
“Angelo, cazzo renditi conto che Anna aveva l’esame all’università”.
Le due ragazze, solo a fine serata, si resero conto che probabilmente avevano inferto un duro colpo al loro fidanzato comune, concordarono quindi nella necessità di accompagnarlo entrambe a casa.
Una volta nell’appartamento, riuscirono un minimo a sciogliere la tensione dell’uomo, ormai entrambe conoscevano bene sia quell’appartamento che il proprietario.
Angelo effettivamente si rilassò un minimo, era però allibito nel constatare come le sue si muovessero a casa sua con estrema naturalezza. Era come vedere la stessa persona duplicata, come fosse ubriaco e ci vedesse doppio, così da osservare due copie della sua fidanzata in movimento nel suo appartamento.
Bisogna dare atto che sia Irene che Anna erano estremamente allegre, per di più così a loro agio. Cercarono di coccolarlo, avendo un minimo senso di colpa per quello che era accaduto.
Farsi coccolare da due donne non è poi una cosa così brutta, questo pensava Angelo sentendosi le due donne addosso, così cercò almeno di sfruttare l’aspetto positivo della questione.
Dalle coccole ben presto passarono al materasso.
Non servì certo a distinguere chi fosse Anna e chi fosse Irene, non era importante, le ebbe entrambe.
In un turbinio di corpi aggrovigliati, dolce e salato diventarono tutt’uno, le assaggiò contemporaneamente e le due donne ebbero la soddisfazione di averlo insieme.
Non fu affatto male, a parte l’incubo e quell’ultima domanda, seduto sulla tavoletta del cesso:
”Ma poi, è veramente una situazione così di merda?”

martedì 17 giugno 2014

IL SACRIFICIO di Rouge Giuseppe Balsamo




Capitolo 1

“Almeno il caffè lo potresti fare tu, cazzo!!”.
E’ già notte e sono almeno cinque ore che Asia Berti si sta consumando gli occhi su quella pagina ingiallita. La stanzetta che condivide con Michel, la sua storica compagna di università ed amica è sempre la stessa, fin dal primo anno di corso: un minuscolo attico in piazza Vittorio a Torino, a due passi da Palazzo Nuovo, dove entrambe si sono laureate. Gli interessi e gli studi in comune, gli stessi sogni, hanno rafforzato il loro legame, facendole diventare inseparabili sia nella vita che nel percorso di studi.
Per entrambe il sogno si sta avverando, il dottorato in egittologia è ormai nelle loro mani. E’ stata dura certo, gli studi in archeologia, gli approfondimenti di tutte quelle lingue ormai morte , ma ancora vive nei loro cuori, è stata dura ma il traguardo è vicino.
Asia si sta confrontando con uno dei misteri più oscuri, però anche l’argomento più affascinante dei suoi studi, probabilmente verrà considerata banale, ma con Michel sono rimasto d’accordo che il tema che permetterà il loro esordio in quel campo di ricerca sarà proprio il grande Libro dei Morti.
Entrambe ormai conoscono ogni passo di quelle oscure formule funerarie, scritte per consentire ai faraoni di arrivar al cospetto di Osiride. In particolare Asia è ormai da giorni bloccata da un singolo passaggio secondo lei fondamentale, a cui però il professor Ferrero ha solo accennato con un’inspiegabile noncuranza.
“Ora lo faccio, sei diventata una schiavista!!”. Michel si è convinta ad alzarsi dal letto, sta trafficando in cucina con la vecchia moka, quando sente l’amica urlare entusiasta. La cosa non la scuote più di tanto, è abituata a quelle reazioni, ogni qualvolta Asia pensa di aver trovato il modo per risvegliare Tutankhamon sveglia l’intero condominio, così lei prosegue con calma nella preparazione del caffè.
“Bingoooo, cazzo Michel vuoi venire?!”
Con le due tazzine in mano, trascinando i piedi, Michel si avvicina alla scrivania tracimante di ogni genere di scartoffia. La stanza è illuminata dallo schermo del PC portatile e da una piccola luce d angolo:”Leggi qua!!”. Asia, come impazzita, mostra alla compagna la traduzione che ha fatto della centoventiseiesima formula del Libro.
“VIENI A ME ATTRAVERSAMI, COSPARSO DI VITA. SOLO NELLA DENSITA DELL’UNIONE DARO’ LA VITA E TROVERAI ME E L’INFINTA FELICITA’ NELL’ADORAZIONE MIA!!”
Michel stenta a credere a quello che legge. E’ una traduzione nuova, la risurrezione del morto per raggiungere il suo Dio è pressoché identica a tante interpretazioni di quel fatto, l’amica però ha aggiunto delle parole:”Spiegami!!”.
Frenetica Asia comincia ad aprire i libri e gli appunti che ha a disposizione sul grande tavolo che funge da piano di lavoro. Le sue spiegazioni in effetti non fanno una grinza e Michel è sbalordita.
Le due ore successive passano a discutere sul da farsi, devono parlare della loro scoperta al Ferrero, col rischio che possa usurpare la loro scoperta, entrambe ormai conoscono il loro professore, persona in gamba certo, ma un vero furbacchione, quando si tratta di “pubblicare” qualche novità. Egocentrico per natura, sensibile alle adulazioni, non sarebbe la prima volta che sfrutta i suoi allievi ai propri fini.
Decidono di prendersi qualche ora di pausa, stabilendo di rimandare la loro decisione al giorno successivo, in modo da vedere le cose con più chiarezza e razionalità .
Michel si butta sul letto sognante, gli occhi spalancati a guardare il soffitto , Asia si avvicina per godere insieme di quel momento. In silenzio le accarezza i capelli d'oro sottili che la le scendono, mossi come le onde dell'oceano, fino agli esili fianchi. Comincia ad osservare l’amica, le sue labbra grandi e scarlatte, che risaltano sulla pelle chiara e tenera. Ha gli occhi verdi Michel, del colore delle foglie a primavera, le piccole pagliuzze che si vedono nel suo sguardo sembrano rugiada, è una ragazza fragile. Lei invece è tutta l’opposto, la classica donna mediterranea: due occhi leggermente a mandorla color malto, un carré nero corvino che incornicia il viso dalla pelle olivastra, il seno prominente ed un carattere forte.
Si addormentano così, una accanto all’altra, con l’entusiasmo ed il pensiero della decisione da prendere.
Quella stessa sera il professor Giorgio Ferrero, avvolto dal fumo e dal tanfo delle sue sigarette, sta leggendo lo stesso passaggio oscuro che per tanti giorni ha assillato Asia Berto:”Merda!”, con la mano ha scontrato il porta cenere colmo di cicche, distribuendo quello che rimane del tabacco bruciato su tutti i suoi appunti e sul quel maledetto disegno.
Alza il prezioso papiro, ci soffia sopra ripulendolo accuratamente e si fissa ad osservare la raffigurazione.
Un uomo, con il profilo del viso coperto da una maschera, infila una pietra verde di grosse dimensioni all’interno di un vaso canopio, poco lontano da lui un sarcofago fa da sfondo.
Il piccolo documento gli è costato molto in termini di danaro, ancora più sforzi però ha dovuto compiere per comprendere chi vi è raffigurato. Grazie alla comparazione con il sarcofago contenente il faraone Amenhotep III, è riuscito finalmente a capire che l’uomo mascherato è Kha, il capo architetto che progettò la tomba del faraone. Giorgio è convinto che l’architetto egiziano abbia trafugato un grosso smeraldo dal tesoro che seguì il faraone nel regno dei morti, per poi nasconderlo in un vaso canopio, una sorta di premio di produzione per il suo lavoro.
A questo punto per il docente è diventato fondamentale capire di quale vaso si tratti, questo pensa quasi quotidianamente, immobile ed affascinato davanti la mummia di Kha, esposta al Museo Egizio del capoluogo piemontese.
Quante volte, assorto nei suoi pensieri, ha interrogato il defunto, non ottenendo quella risposta tanto agognata.
L’unica soluzione sarebbe stata quella di risvegliare i resti terreni dell’architetto egizio, persa ogni speranza ha ricominciato a studiare attentamente il Libro dei Morti e quella fottutissima formula, fantasticando sulla mummia che, risorta , gli avrebbe indicato il nascondiglio, rendendolo un uomo ricco.
Dopo tanti anni di carriera Giorgio non ha più la sensibilità e l’entusiasmo della scoperta, in questo ha già avuto molteplici soddisfazioni: cinico e senza scrupoli si è votato completamente al dio danaro, quello che desidera più di ogni altra cosa è quella pietra, contenuta in un vaso canopio nascosto chissà dove.
Non è un caso che nelle sue lezioni tralasci accuratamente due argomenti: la vicenda della sepoltura di Amenhotep ed il passaggio sulla resurrezione dei morti, anche questo in bella mostra al museo egizio.
Qualche giorno prima, le domande su questo argomento proposte due studentesse: Asia Berto e Michel Marini, gli hanno messo addosso una preoccupazione inspiegabile.
Quelle due puttanelle continuano a ribadire che, secondo loro, quel passaggio va reinterpretato, costringendolo a chiudere il discorso, ma anche ad accelerare e raddoppiare il suo lavoro. Rinchiuso al’interno del suo studio, sa che probabilmente entrambe hanno ragione.
Qualcosa è sempre sfuggito a tutti, anche a lui. La traduzione ufficiale pare scarna e priva di significato. Non ha mai creduto alla magia ed a fantasie del genere, ma probabilmente esiste un rito propiziatorio, qualcosa di oscuro e potente in grado di mutare gli eventi. Da sempre, in queste cose, la leggenda si fonde con la realtà.
Spenta l’ultima sigaretta e riordinata la scrivania, Giorgio si accorge che ormai è tardissimo e gli occhi sono pesanti. Una volta in bagno si specchia, scrutando le proprie rughe e la barba incolta da giorni. Ormai c’è molto bianco, anche i capelli, una volta di un bel castano scuro, sono sempre più brizzolati e radi, anche se ama continuare a portarli lunghi sul collo. Il suo sguardo è sempre uguale, da molte donne definito magnetico ed a tratti dolce, gli occhi color nocciola hanno suscitato l’interesse di molte femmine nella sua vita.
Anche il suo fisico non è male, nonostante ormai si più vicino ai cinquanta che hai quaranta. Dedica molto all’attività fisica ed i risultati sono evidenti.
Nella stanza bollente si sdraia sul letto, lasciandosi andare al sonno.



 Capitolo 2

Le due giovani dottorande passano una notte agitata, voltandosi e rigirandosi nel letto finché un raggio di sole filtra dalle imposte della camera. La prima ad aprire gli occhi è Asia, finalmente è mattina e per lei è un sollievo. Euforica comincia a saltellare sul letto, come una quindicenne, cercando di svegliare la sua amica, anche lei desta da un po’ finge di dormire, ancora assillata dai dubbi sul da farsi:”Sveglia è il grande giorno!! Coraggio!!”.
Asia scende dal letto per recarsi in cucina a preparare la colazione: per entrambe è d’obbligo un caffè, accompagnato da yougurt e biscotti. Michel ancora in preda ai residui di una notte insonne, si mette seduta. Assorta e con la tazzina in mano, dopo un attimo di silenzio, si decide a parlare:
”Non mi stai pigliando in giro Asia, è tutto vero?”. Asia si fa seria anche lei:”Michel sono sicura, è la nostra unica e grande occasione, e poi hai visto anche tu, tutto combacia alla perfezione”.
Le due ragazze convengono che non hanno altra scelta che rivolgersi al loro super visore, senza l’appoggio del professore Ferrero non hanno alcuna possibilità di essere prese in considerazione. Proprio quella mattina hanno appuntamento con lui.
Entrambe in camera, davanti gli armadi spalancati, sono indecise sull’abbigliamento da indossare per l’occasione. Michel, dopo essersi consultata con Asia, si infila un paio di jeans a cui abbina una camicetta scollata bianca. Asia sceglie per sé un abitino attillato e nero, che disegna perfettamente le sue forme, chiuso da una zip che lo percorre per tutta la sua lunghezza.
Prima di vestirsi scherzano entrambe, mentre indossano il loro intimo; amano curare quell’aspetto della loro persona, così la ragazza bionda indossa un perizoma nero e reggiseno abbinato, mentre Asia copre il suo seno generoso con un balconcino bianco in pizzo e culottes abbinate, che lasciano intravedere la sua pelle. In bagno, a turno, si truccano velocemente, infilano le scarpe con tacco alto e, dopo un’ultima occhiata allo specchio, sono pronte per affrontare il professore.
Lungo la passeggiata verso l’università non parlano molto tra loro, sperano che tutto vada bene, che il loro nome possa un giorno apparire su qualche pubblicazione scientifica, oppure addirittura su qualche giornale.
Com’era da aspettarsi Giorgio Ferrero è al suo posto: l’ufficio che occupa a Palazzo Nuovo è in un’ala tranquilla del polo universitario.
Quando entrano nel suo ufficio, dopo aver bussato, lo trovano con la testa appoggiata agli avambracci, chino sulla scrivania color noce. La stanza, nonostante fuori sia giorno, è avvolta del buio ed illuminata da una piccola lampada verde da scrivania e dal bagliore del monitor del computer.
All’entrata delle due ragazze, stirandosi la schiena, le saluta, mostrando i segni di una notte insonne:” Le mie dottorande!! Buongiorno, accomodatevi, fatevi spazio”.
Le due sedie di fronte la scrivania sono occupate da incartamenti e testi, in realtà tutto lo studio ne è pieno, ci sono libri in ogni dove, in un disordine totale ove solo lui riesce a raccapezzarsi.
“Allora, veniamo a noi! Come procede la tesi per il dottorato?”.
Asia, dopo un cenno con gli occhi all’amica, si decide a parlare:”Professore, in realtà siamo qui per un altro motivo. Pensiamo sia qualcosa di importante. Lei sa che la tesi riguarda il Libro dei Morti…la centoventiseiesima formula, noi crediamo che debba essere riformulata, abbiamo trovato una nuova interpretazione è questo potrebbe….”.
Ferrero sentendo quelle parole muta espressione, alzando una mano quasi a voler fermare un treno in corsa, la interrompe:” Sognorina Berti la prego…”.
Asia vedendo quel comportamento si zittisce, Michel prova a parlare per recuperare il filo del discorso, il professore interrompe bruscamente anche lei.
”Signorine siamo qui per fare ricerca scientifica.” Sottolinea la parola “scientifica”, battendo la mano sulla scrivania:”Se volete giocare a fare le negromanti, il posto giusto non è un’università, ed ora se volete scusarmi ho del lavoro da fare, ritornerete quando avrete le idee più chiare su quello che mi aspetto da chi vuol far parte del mio gruppo”.
Il docente si alza, con il volto tirato, accompagnandole all’uscita, aprendo la porta del suo ufficio.
Le due studentesse, non riuscendo a dire altro, si allontanano lentamente.
Giorgio Ferrero, appoggiandosi con la schiena alla porta chiusa, immediatamente dopo, si pente del suo atteggiamento, forse avrebbe fatto meglio a capire cosa hanno realmente scoperto quelle due.
Ritorna alla scrivania, rilegge per l’ennesima volta la sua personalissima traduzione di quella formula: “VIENI A ME ATTRAVERSAMI, COSPARGI LA TUA VITALITA’. SOLO NELLA UNIONE DARO’ LA VITA E VERRAI A ME AD ADORARMI!!” .
Secondo i suoi calcoli non manca molto, se quel rito propiziatorio risponde a realtà non ha che un paio di giorni di tempo, sa il luogo, conosce il giorno e persino l’ora, necessita però di altre due persone.
Comincia a quel punto a meditare su quelle due studentesse, può fidarsi di loro? Sono troppo ambiziose certo, però forse se ne può servire.
Tira fuori dal cassetto della scrivania una piccola bottiglia di cognac e comincia a bere, valutando i pro ed i contro di quella situazione.


Capitolo 3

Il tragitto a piedi fino in piazza Vittorio non è privo di conversazione come all’andata, entrambe si ritrovano a sfogare tutta la loro rabbia ed il loro risentimento, non riuscendo però a trovare una soluzione: parlarne al rettore non sortirebbe alcun effetto, avrebbe certamente difeso il professore. Una volta entrate nel piccolo appartamento, Asia si spoglia in bagno e si infila sotto la doccia, per schiarirsi le idee e ritrovare la calma. Michel, nonostante l’ora, afferra una birra dal frigo. Seppur ognuna per se, le due donne pensano all’ incontro, o meglio allo scontro appena avuto, riflettendo sul motivo di quella reazione.
Asia, dopo una lunga doccia calda, esce avvolta nel suo accappatoio arancione ancora bagnata. Michel poggia la bottiglia sul tavolo; osserva lo sguardo deluso e triste dell’amica: stavolta sarebbe toccato a lei consolarla, così si avvicina ad Asia:” Tranquilla gioia, non pensarci è solo un fottuto stronzo!”. Comincia a baciarla sulla bocca, Asia non risponde subito, si morde leggermente il labbro inferiore e l’accappatoio scivola a terra, rivelando un corpo sodo e pieno, sensuale ed attraente.
Sulla fica di Asia una sottile ma folta striscia di peli delimita un sesso tutto da accarezzare, sotto penzolano due labbra carnose ed il clitoride gonfio e pronunciato. Michel, mascherando il proprio nervosismo, inizia a denudarsi, restando come Dio l’ha fatta accanto all’amica. Il sesso della bionda è completamente depilato, con labbra minuscole e composte, ma altrettanto seducenti e bramose di sesso. I suoi seni sono piccoli e sodi, grandi la metà di quelli di Asia. Le due rimangono qualche secondo a guardarsi e scrutare i loro corpi, poi Michel posa le mani sulle abbondanti mammelle dell’amica, iniziando a stringerle dolcemente ed a giocare con i capezzoli scuri. La bruna, da parte sua, comincia a far scivolare le manine sulle terga sode dell’amante, stringendole ed aprendole, mentre dischiude le labbra per passarvi sopra la lingua. Dopo qualche secondo si stanno baciando con passione, mulinando le lingue tra loro in una battaglia senza fine. Ormai la mano di Asia ha raggiunto la fica depilata della compagna, la esplora con due dita, trovandola dischiusa ed accogliente. Anche Michel masturba la sua amante, con un solo dito, a fatica la penetra, trovandola stretta e morbida come una fanciulla.
Adagiandosi sul letto a due piazze invertirono le loro posizioni, ritrovandosi ognuna con il viso sulla fica dell’altra. Con le mani si esplorano, si fanno spazio tra le carni ormai zuppe di piacere, leccandosi e titillandosi reciprocamente il clitoride, vanno avanti così per diversi minuti, movendo il bacino al ritmo dei loro baci.
Lo squillo insistente del cellulare di Asia interrompe il loro amplesso. Nonostante Michel cerca di impedirgli di prendere il telefono, Asia lo afferra e risponde:”Pronto?..”
“Asia Berti?...sono Ferreri, spero di non disturbare. Stamattina sono stato un po’ duro con voi, senza nemmeno farvi terminare l’esposizione...magari potremmo riparlarne”. Asia interdetta da quelle parole, ascolta quelle frasi come un naufrago che riceve un salvagente. Trattenendo l’euforia, comincia a gesticolare verso la compagnia rimasta nuda sul letto, al termine della conversazione concorda di vedersi per l’aperitivo, in un ambiente più tranquillo. Ferreri inoltre afferma che sarà anche un modo per farsi perdonare il suo comportamento.
Non è facile per Giorgio giungere a quella decisone, ma non ha molte scelte. Deve assolutamente constatare che cosa abbiano scoperto quelle due, nel primo pomeriggio si decide a chiamare Asia Berti, non sa ancora se e come riuscirà a coinvolgerle nel suo progetto, prima deve però capire cosa e quanto sanno.
Visto quello che ha in mente, si prepara con cura a quell’appuntamento, decide di sbarbarsi e sceglie una camicia pulita bianca, a cui abbina un paio di pantaloni kaki. Adopera anche un pizzico di profumo, cosa inusuale per lui.
Prima di uscire afferra la sua borsa di lavoro, di cuoio consunto e color tabacco, si incammina sotto i portici di via Po, imbocca via Lagrange. Il pub che ha scelto è a due passi dal Museo Egizio, spera che il luogo possa aiutarlo nella sua opera di persuasione.
Quando arriva le due ragazze non ci sono ancora, decide di entrare e sceglie un tavolino appartato, ordina un daiquiri e rimane in attesa, mancano solo dieci minuti all’appuntamento.


Capitolo 4

Asia e Michel non portano a termine quello che avevano cominciato:”Ma chi è?”. 
Asia ha lo sguardo perplesso, così comincia a raccontare all’amica il succo della telefonata appena intercorsa. Ormai le due non sanno più se fidarsi o meno del’uomo, molteplici dubbi si fanno strada, è Asia a decidere per entrambe:”Non abbiamo scelta Michel, su prepariamoci abbiamo un appuntamento per l’aperitivo”. 
“Può darsi che alla fine ci dica bene”, Michel come sempre cerca di vedere l’aspetto positivo di tutta la faccenda, a malincuore abbandona le lenzuola tiepide e si avvia verso la doccia:”Mi fai compagnia?”. 
Asia le sorride complice:”Va bene così facciamo prima, ma niente giochetti siamo di fretta”.
L’acqua calda scorre sui corpi nudi delle due, si insaponano a vicenda scherzando fra loro, senza abbandonarsi ai piaceri della carne. 
Avvolte nei loro teli da bagno, ritornano in camera per scegliere con cura cosa indossare, hanno ancora tempo e sono intenzionate a far colpo sul loro mentore. 
“Stavolta lo stendiamo!”, Michel ridendo tira fuori dall’armadio una minigonna in pelle nera, a cui ha deciso di abbinare un corpetto anch’esso di pelle. Asia, proseguendo con quello scherzo, sceglie un tubino nero molto aderente, che ne mette in risalto le curve. D’obbligo delle scarpe a tacco alto.
Lungo la strada, soffermandosi ogni tanto a guardare le vetrine sotto i portici di via Po, discutono su quello che dovranno dire al professore, sono entrambe convinte che se ha richiamato non lo ha fatto per generosità, lo conoscono molto bene, evidentemente è interessato all’argomento e cercherà di sfruttare il loro lavoro. 
Quando arrivano davanti al bar di via Lagrange Ferreri non c’è, sanno che di solito è puntuale, decidono di entrare, ritenendo che potranno trovarlo dentro. Il ragazzo del bar le invita a sedersi, Michel risponde che stanno aspettando una persona e vogliono controllare che non sia già entrata. Effettivamente il Ferreri è seduto ad un tavolino appartato, sta già bevendo qualcosa ed è assorto nella lettura di un libro. 
L’uomo sollevando lo sguardo da libro in cui sembra immerso, nota le due ragazze avvicinarsi al tavolo, si alza regalando un sorriso:”Eccovi, prego accomodatevi, cosa prendete?”
Sia Michel che Asia hanno voglia di mojito, così Ferreri si fa portare i due cocktail ed ordina un altro daiquiri per se. 
“Veniamo al sodo ragazze, credo che quello che avete scoperto possa interessarmi, vi chiedo ancora scusa per stamane, devo però confessarvi che anche io ho trovato delle inesattezze sull’interpretazione di quella formula, per onore della scienza mi pare corretto confrontarci sull’argomento, dopo tutto siete in procinto di entrare nel mio gruppo di lavoro”. Il professore tira fuori dalla propria borsa in cuoio un foglio e lo porge ad Asia. 
La ragazza comincio a leggerlo, permettendo a Michel di fare altrettanto. Le due donne si guardano, la traduzione del loro professore si avvicina a quella che hanno fatto loro, ma è solo parziale. 
Evidentemente galvanizzate da quella lettura, basta un ‘occhiata per capire che è il momento di mostrare le loro carte. Michel tira fuori dalla borsetta una cartellina trasparente, la porge al professore. 
Ferrero sorride:”E’ fantastico, ci siete riuscite, vi rendete conto di quello che abbiamo scoperto”. L’uomo sottolinea la parola abbiamo, facendole presagire come andranno le cose. 
Arrivano le bevande ed i tre brindano al ritrovato accordo, Ferreri a questo punto si decide a parlare.
“C’è un'altra cosa che ho scoperto che vi potrebbe interessare”. Sempre attingendo dalla borsa in cuoio, il docente, guardandosi intorno ed assicurandosi di non essere visto, tira fuori il vecchio foglio di papiro, raffigurante Kha ed il sarcofago di Amenhotep. 
Le due donne sorprese guardano l’antico disegno, osservano poi il loro professore con interesse. Asia immediatamente riconosce il sarcofago del faraone, lo ha visto centinaia di volte al museo.
Ferreri comincia a spiegare il significato di quello strano papiro. 
Ovviamente le due ragazze domandano come lo abbia avuto, sapendo che l’uomo non avrebbe risposto.
Michel, scherzando e ridendo esclama ingenuamente:”Sarebbe bello trovarlo questo smeraldo gigante, ci farei un enorme anello”.
Ferreri, facendosi serio, dopo aver osservato la reazione si decide a dire la sua:” A cosa sereste disposte per trovarlo, non sto scherzando ragazze, vi assicuro che il tesoro esiste”.
Immediatamente sia Asia che Michel si rendono conto che l’uomo non le sta pigliando in gieo. E’ Asia a parlare:”Quale sarebbe la nostra parte?”.
Ferreri resta qualche secondo a riflettere:”Il valore di quello smeraldo è inestimabile, non è facile venderlo, inoltre vi assicuro che ho sborsato un bel po’ per questo papiro. Diciamo che pensavo ad un 20% per voi, più la pubblicazione della scoperta della formula a vostro esclusivo appannaggio”.
Michel decide di intervenire:”Se ci ha convocate, caro il mio professore, significa che senza di noi non è in grado di trovarlo, quindi tutto dipende da cosa si aspetta da noi”.
Dopo un lungo sospiro Giorgio Ferreri comincia a spiegare il tutto, rimandando a dopo la spartizione del tesoro:”Tra due notti ci sarà l’equinozio, il luogo è il sarcofago di Amenhotep, avrete capito che solo Kha o il suo spirito potrà rivelarci dove si trovo il vaso che contiene lo smeraldo. Per risvegliarlo occorre fare un rito, seguire insomma quello che dice la formula che avete così bene interpretato. Dobbiamo unire le nostre fertilità, servono due donne ed un uomo, la loro fertilità ed il loro sangue. Se non è solo leggenda sarà Kha a svelarci qual'è il vaso contenente lo smeraldo”.
Le due donne squadrano il loro professore, mai in tutti questi anni hanno ricevuto avances o proposte, né sono al corrente che lui le abbia mai fatte ad altre studentesse, Asia, deglutendo e giocherellando con la sua sigaretta, alla fine parla per tutte e due:”Se abbiamo compreso le sue parole dovremmo accoppiarci con lei all’interno del museo egizio? E’ rischioso e non è una richiesta così consueta diciamo. La percentuale sale professore, il 20% per me ed altrettanto per Michel, prendere o lasciare. Per la pubblicazione della scoperta possiamo condividerla, nessun problema che compaia il nostro nome e la sua supervisione, in fondo è lei il nostro insegnante .”
Ferreri fa per riflettere un momento sulla proposta:”Affare fatto, non è necessario che facciamo l’amore, l’importante è raccogliere il nostro materiale e dare via al rito, per entrare al museo non ci saranno problemi, sono tra i membri più importanti della fondazione, potrò giustificare la mia presenza al museo oltre l’ora di chiusura per motivi di studio”. L’uomo allunga la mano sul tavolino, cercando la stretta delle due ragazze. Entrambe poggiano la mano su quella del professore: la caccia al tesoro può cominciare.


Capitolo 5

Le due donne escono dal locale e percorrono le grandi vie dello shopping. I negozi sono chiusi, orami è tardi. 
“Questa storia mi ha fatto venire fame”, Asia prende per mano la sua amica e le due cominciano a correre come due quindicenni:”Stasera cinese” urla Michel. Raggiungono il ristorante che frequentano di solito:”Che aspettiamo, entriamo!”. Asia fa strada alla donna bionda. 
Salutano alcuni presenti, ormai sono anni che vanno lì a mangiare. Il proprietario è un ‘anziano pechinese, oltre al cibo tradizionale ormai cucinano anche piatti italiani e pizza, insomma una sorta di trattoria cinese con prelibatezze piemontesi. Raggiungono il loro solito tavolo e cominciano a scherzare con le loro scommesse. E’ un loro gioco personale e del tutto particolare, non sanno nemmeno quando sia cominciato, fatto sta che scommettono per gioco sugli argomenti più disparati, la perdente in genere si sottopone alle penitenze più strane, tipo baciare uno sconosciuto od indossare capi di abbigliamento bizzarri: insomma amenità del genere. Cercano in ogni modo di scordare per qualche momento quanto discusso con il loro professore.
Si dedicano con malcelata spensieratezza ai loro involtini primavera, cui segue un più tradizionale piatto di fettuccine, in compenso abbondando con la birra cinese. 
“Scommetti che faccio centro con questo pezzettino di pane nel cestino del tavolo accanto a noi??” Asia sta già prendendo la mira con il suo proiettile alimentare. 
Michel, con aria di sfida, tamburella con le dita sul tavolo, soppesando la scommessa:”No lo faresti mai!!”, cui segue una risata. 
“Se faccio centro ti togli il corpettino mia cara!”. 
I maschietti dei tavoli accanto, molti dei quali abituali frequentatori della trattoria e che conoscono le due, iniziarono ad esultare ed a fare il tifo per Asia. La bruna teatralmente fa il suo tiro, la parabola del pezzettino di pane raggiunge il suo obiettivo.
“Nuda, nuda, nuda..” , alcuni dei presenti, a cui si associa anche qualche voce femminile, ora pretende il pagamento della strana scommessa.
“Questa me la paghi!”, Michel alticcia per l’effetto della birra, si alza guardando storto l’amica. Lentamente e seguendo il ritmo di una suadente musica che non c’è, slaccia il corpettino rimanendo in reggiseno, meritando così l’applauso degli spettatori.
Tra i commenti dei ragazzi le due decidono di ritornare a casa, non prima di avere discusso davanti all’anziano cinese su chi dovesse pagare il conto.
Barcollando e canticchiando, passo dopo passo riescono finalmente a raggiungere l’appartamentino di piazza Vittorio.
“Finalmente a casa!” Asia, toltasi le scarpe col tacco, si lancia suo lettone ancora vestita. Michel la guarda e la aiuta a denudarsi:”Ubriacona scansafatiche, almeno struccati!” , la copre con il lenzuolo:”Ora dormi, domani è un altro giorno.
Michel si concede l’ultima sigaretta sul terrazzino, dal quale si ha la vista sul centro, in lontananza la Mole Antonelliana veglia sul sonno dei piemontesi. Il suo pensiero ritorna all’incontro con Ferrero, i molteplici dubbi, avanzano a frotte come un branco di lupi intenzionato a morderle le caviglie, secondo lei tutto il rito alla fine prevede un sacrificio, qualcuno dovrà morire, perlomeno secondo lei il rischio che qualcuno possa lasciarci le penne è più concreto che mai.
Senza che la bionda possa accorgersene, Asia si è alzata dal letto, si è accesa una sigaretta e l’ha raggiunta fuori. Guardando l’amica e vedendola così assorta, sa esattamente cosa stia pensando:”Riassumiamo il tutto Michel. Il Libro dei morti è una raccolta di formule funerarie: durante il viaggio verso il regno di Osiride il defunto ha la possibilità di incontrare demoni o animali. Chi lo ha scritto fornisce la soluzione: la trentaduesima formula da la possibilità di evitare l’ attacco dei coccodrilli ed altro. Po ci sono le formule della trasformazione, con cui il defunto compie il passaggio, assumendo l’ aspetto di una pianta o di una bestia. Infine arriviamo alla 125^: si arriva al cospetto di Osiride: è quella più orribile, il defunto deve pronunciare la sua innocenza, consegna il proprio cuore ed avviene la cosiddetta pesatura sulla bilancia. Viene calcolato il peso dell’organo vitale, contrapposto al peso di una piuma.” Nel ripercorrere il racconto un brivido divora la pelle di Asia, che prosegue a riflettere ad alta voce:”Se ciò avviene il defunto varca la soglia. Arriviamo al dunque, quello che ci interessa è la formula della resurrezione, per risvegliare il nostro amico Kha. 
Michel spegna la sigaretta:”Qui è il mio dilemma. Anche se conosciamo l’esatto senso della formula e quindi sappiamo bene cosa ci servirà per procedere, non sappiamo nulla del rito necessario, o per lo meno dovremo improvvisare Cristo Santo!! Non funzionerà, ed anche se funzionasse siamo certi che sia tutto qui e che non possa succedere qualcosa di grave o di strano?”
Asia abbraccia l’amica da dietro:”Intendi dire che il prof ci sta nascondendo qualcosa? Che ci vuole fottere?”
Michel si gira, passando con affetto la mano sui capelli corvini di Asia:”Intendo dire che stiamo giocando col fuoco, è ovvio che non ci ha voluto svelare tutto, questo posso anche capirlo, ho solo paura che ad uno di noi tre possa capitare qualcosa che non possiamo prevedere”.
Asia si allontana e le volta le spalle:”Il gioco vale la candela, ormai abbiamo preso un accordo, intendo andare in fondo alla faccenda!”
Michel segue la sua compagna in casa:”Lo sai che sono con te, non mi tiro indietro.”
Le due donne affrontano la notte con quel pensiero, decise però a non mollare.
Ferrero non ha per niente appetito, una volta che le due ragazze si allontanano paga il conto e si concede una lunga passeggiata, ha bisogno di aria e di riflettere. 
Pur per pensando e ripensando a come sta procedendo il suo piano non trova lacune, le due ragazze gli servono, inoltre si rende conto che la loro traduzione è completa, mentre la sua lacunosa. 
Ha una lunga notte davanti in cui dovrà definire alcune cose, ha già un’idea per il rito che dovrà compiere, non sa nemmeno lui se funzionerà, ma è l’unica soluzione, solo lo spirito di Kha potrà rivelargli il segreto.
Sorride per un attimo pensando a quelle due, non sono affatto male, per lo meno anche se non dovesse funzionare avrà la possibilità di rifarsi gli occhi con i loro corpi nudi.
Indeciso se proseguire la sua passeggiata verso la Gran Madre, reputa infine di tornare a casa. La basilica illuminata di notte, con la sua pianta circolare lo a sempre affascinato, starebbe delle ore ad osservarla, ma ha molte cose da fare ed il tempo è poco, così si decide a raggiungere la sua abitazione. 
Una volta nell’appartamento si mette comodo, è tentato da una birra gelata ma rinuncia all’idea, rifugiandosi nel suo studio.
Afferra al volo e sicuro i testi antichi di cui ha bisogno, si accomoda quindi alla scrivania e, preso un blocco per gli appunti, comincia a scrivere quello che dovranno fare, consultando quando gli serve i testi che ha sotto mano. 
Infine l’uomo si dirige verso la libreria, sposta alcuni volumi, potendo così aprire una cassaforte. Protetti da copertine trasparenti, estrae alcuni papiri, fittamente incisi da geroglifici.
Una volta tornato al suo posto, ne ricopia il contenuto sul blocco di appunti, avendo cura di tradurlo in lettere e renderlo leggibile ad alta voce.
Questo lavoro lo occupa fino a tarda notte, ormai stanco decide di rifugiarsi sotto le lenzuola.
La mattina successiva come sua consuetudine si reca in università, la prima telefonata è per il presidente della Fondazione del Museo Egizio. Il professor Grignani, una volta ascoltato l’esimio collega, non ha nessuna difficoltà a concedergli la possibilità di fermarsi all’interno del museo oltre l’orario di chiusura, il fatto che sarà accompagnato da due dottorande non crea alcun problema per lui.
Risolta la questione telefona ad Asia, confermandole che si vedranno al Museo per le 19,00 della sera successiva.
La giornata per lui trascorre nella preparazione e nell’attesa di quello che dovrà fare. Con cura si dedica alla preparazione di una borsa in cuoi, contenente alcuni oggetti che gli serviranno ed alcune provette piene di un liquido color ambra.


Capitolo 6
 
“Si professore, allora ci vediamo alle 19,00”.
Se Asia e Michel dovessero raccontare ora cosa accadde nelle ventiquattro ore successive, non avrebbero molto da dire. Evitarono di uscire, rinchiuse nel loro piccolo appartamento, vissero momenti di ansia alternati ad attimi di intensa euforia, come spesso accade tra loro litigano, sorridono, mangiano in maniera disordinata, fumano più del dovuto, leggono e rileggono tutto quello che può essere loro utile in quella impresa, senza però trovare elementi di novità.
Già dalle 18,00 le due ragazze sono presenti in via Lagrange, presso l’ingresso principale del museo, in attesa del loro mentore.
Si confondono tra i turisti che escono da quel luogo, terminata la visita, gli occhi attenti a scorgere l’arrivo di Ferrero. 
Al contrario il professore giunge in perfetto orario, appare sorridente ed euforico, porta con se la solita borsa da lavoro in cuoio consunto. I tre si stringono la mano, visibilmente emozionati per quello che si accingono a fare. 
Nessuno li ferma all’ingresso, tutti conoscono il docente, poiché membro della fondazione del Museo, ma anche le due dottorande. 
Si aggirano nel museo come normali turisti, fino a quando restano da soli. I custodi, prima di chiudere definitivamente le visite, inseriscono gli allarmi, consultandosi col professore, ben sapendo che è autorizzato a trattenersi, come peraltro successo già in altre occasioni. 
Spengono le luci principali, lasciando gli ampi saloni illuminati da una flebile luce che fa sprofondare quel luogo in un ambiente spettrale. Ora ogni piccolo rumore rimbomba, sembra quasi che ogni oggetto sia dotato di un proprio respiro, di vita propria. Il museo in quello stato diventa un ambiente surreale, magico, da far venire i brividi. 
Una volta che il professore è certo di essere solo con le due donne, i tre si recano ove è esposto il sarcofago di Amenhotep, identico nel suo splendore a quello raffigurato nell’antico papiro. 
Il Ferreri comincia a parlare: “Allora ragazze, ci siamo, vi spiego come procedere, tutto si svolgerà qui. Dovremo creare un altare, in realtà sarà costituito da una di voi due che rimarrà nuda. Esattamente non so nemmeno io se funzionerà. Ho ritenuto di attingere da diverse ritualità, credo che però possa funzionare. Come avrete notato stanotte c’è la luna piena. La cerimonia inizia a luci spente, quindi verranno accese delle candele rituali, insieme con la prima invocazione ad Osiride. Asia ho scritto quello che dovrai recitare su questo foglietto. Un fallo, creato con la stessa cera e gli ingredienti che illumineranno il rito, viene introdotto dal celebrante nella vagina della donna, che funge da altare. Verrò masturbata fino al raggiungimento dell’orgasmo. Lei è il sacrificio, dovrà sottostare al fuoco delle fiamme, il suo sangue verrà versato”. 
Le due donne rabbrividiscono, scambiandosi uno sguardo atterrito, mentre il docente prosegue nella sua esposizione:”Anche il celebrante dovrà masturbarsi, raggiunta l’eiaculazione, raccoglierà il suo seme in questo calice, dove verrà mescolato con il sangue dei presenti. Prima di iniziare berremo tutti da quel calice una sostanza che ci indurrà lo stato di trance, a quel punto spero che qualcosa accada. Avete domande prima di cominciare?
Deglutendo vistosamente è Michel a parlare:”Intendi dire che una di noi deve sacrificarsi?”
Asia con tono acceso si rivolge al professore dandogli del tu, come non aveva mai fatto:”Senti Giorgio, qui nessuno devere rischiare di lasciarci le penne, o ci spieghi cosa ti aspetti che succeda e ci assicura che ne usciremo tutti illesi o non se ne fa niente!”
“Nessuno morirà, voi avrete il vostro momento di celebrità accademico e parte del tesoro. Ora dobbiamo aprire il sarcofago e svuotarlo sarà il nostro altare. Questa è la parte più rischiosa. Alle telecamere ho già provveduto, vediamo di non rompere e rovinare nulla se no finiamo nei guai. Michel rappresenterà il sacrifico, Asia leggerà la formula e le invocazioni all’infinito. Vi do la mia parola, non voglio la morte di nessuno”. 
Asia non è più sicura di volerlo fare, solo la stretta alla mano di Michel la induce a proseguire. Il professore ha un volto pallido per via delle luci biancastre, si morde le labbra nervoso quasi a volerle far sanguinare, imponendo alla paura che cresce dentro di sé di allontanarsi.
“Andrà tutto bene”, conclude Michel sorridendo ed incoraggiando gli altri.
Ferrero comincia col prendere due panche e provvede a sistemarle accanto al sarcofago, sotto lo sguardo delle due donne.
Dopo una rapida occhiata, tutti e tre, con estrema delicatezza, lo aprono poggiando il coperchio per terra.
Alla vista del corpo bendato e perfettamente conservato i tre hanno un moto di terrore, pur indossando i guanti in lattice sono inorriditi all’idea di toccare quel corpo e frantumarlo. Saggiano con le mani la consistenza della mummia:”Si sbriciolerà se la muoviamo, cazzo!!” 
Sia il Ferrero che Michel si trovano d’accordo. In quel momento di empasse, Giorgio trova una soluzione: “Venite con me”.
Il trio, velocemente, si dirige nel laboratorio, situato in una saletta attigua, riservata al personale.:”Useremo questa e la metteremo sul sarcofago, speriamo che regga”. L’uomo indica una lastra di vetro sagomata, utilizzata per coprire i sarcofaghi già aperti e permettere al pubblico di osservarne il contenuto. 
Con non poco sforzo, i tre trasportano la lastra, con cautela la poggiano sul sarcofago aperto.
“Siamo pronti per cominciare”. Il docente estrae dalla borsa: i ceri neri che verranno accesi, un fallo enorme dello stesso colore, un kriss antico e finemente rifinito ed infine un calice, in cui riversa il liquido ambrato che aveva conservato in tre provette. 
“L’ altra panca per chi e? a cosa ci serve?” domanda Michel. 
Il professore prosegue ella sua spiegazione:”La seconda di voi, pensavo ad Asia, al termine del sacrificio, nel pieno della trance, si sdraierà su una di esse, sarà l’unica ad essere pura dal piacere della carne, in grado di compiere un viaggio astrale che la porterà al momento dell’imbalsamazione e sepoltura di Amenhotep, se siamo fortunati potrà rivivere il momento della trafugazione del gioiello e dirci dove è stato nascosto da Kha. 
Sbalordita Asia spalanca gli occhi atterrita:”Ma stiamo scherzando? Giorgio è pericoloso, se qualcosa va male potrei rimanere bloccata!!”
Giorgio stizzito ora la guarda con astio:” “C’è un modo piu semplice … risvegliamo la mummia, gli offriamo un caffè …buonasera egregio architetto, gentilmente ci può dire dove ha nascosto quel fottuto smeraldo?? Ma grazie..ora può tornare a dormire…ecco le risistemiamo il bendaggio…”
Giorgio stringe delicatamente la mano di Asia e guarda Michel:”Forza ragazze, ce la possiamo fare..probabilmente non succederà proprio nulla, è solo un tentativo …diamoci da fare…in bocca al lupo” 
Michel, per fare coraggio all’amica le sorride:”Be io sarà tutta tagliuzzata, però aspetteremo il tuo ritorno, ho portato dei tramezzini ed il caffè”.
Tutti e tre scoppiano in una risata nervosa:”Certo buon pic nic….”. Dopo quelle ultime parole di Asia, vengono sistemati i ceri neri intorno al luogo del sacrificio, i tre si denudano completamente, tutto può avere finalmente inizio.