
PAGE, era nata in Inghilterra ad Amesbury, da una famiglia felice almeno
così ricordava, perchè aveva quattro anni quando il suo papà era stato
trasferito in Italia per motivi di lavoro. Dicevano che era una
promozione ma col tempo era certa che fosse stata una punizione più che
una lode.
Ha iniziato a frequentare le scuole pubbliche, dicevano
che si sarebbe integrata meglio, anche se non passava inosservata visto i
folti e ricci capelli rossi, per non dire delle lentiggini sempre più
vistose sulla sua pelle bianco-latte.
I bimbi a quell'età non sono
cattivi tranne se non hanno ad esempio una maestra come la loro. Era
mancina e questo è stato il primo punto di scontro con la maestra dai
capelli neri come la pece raccolti in uno chignon impeccabile.
-Page, quante volte devo dirtelo, non con quella mano!
le urlava
nell'orecchio e contemporaneamente, alla velocità della luce, un AGO
uscito dal nulla le pungeva ripetutamente il dorso della mano sinistra.
-Oh cielo, diventerai una figlia del diavolo, se continui ad usarla.
mentre i compagni le ridevano addosso.
Rientrava a casa che la mano
sembrava una ragnatela rossa, tanto sembravano le goccioline di sangue
che la imperlavano, e la nascondeva, altrimenti la mamma si sarebbe
preoccupata davvero, pensando anche lei che diventasse una figlia del
diavolo. La mamma di Page era una donna di chiesa, tutti i pomeriggi a
dire il Rosario e pregare per avere una vita in grazia di Dio.
La
piccola non osava chiedere se il suo Dio era destro o mancino, sapeva
soltanto di addormentarsi su un cuscino intriso di lacrime pregando lo
stesso Dio affinchè imparasse al più presto ad usar l'altra mano.
Indimenticabile l'EMOZIONE che aveva provato quando finì quella tortura,
già, perchè quella maestra non smise finchè non iniziò a scrivere
perfettamente con la destra.
Finì così le scuole dell'obbligo e con
alcune compagne si ritrovò alle superiori insieme. Facevano un bel
GRUPPO, avevamo le stesse passioni, tra cui la musica. Il sabato sera
andavano in un bar-pizzeria dove ogni tanto organizzavano gare di canto
in diretta con la stazione RADIO locale.
Era proprio un sabato sera, l'aria fresca di un aprile tiepido, dove però la primavera sembrava non voler sbocciare.
Il nuovo Dj non alzava gli occhi dal suo mixer, o meglio gli occhiali
da sole, un tipo strano, capelli lunghi, gilet da motociclista, jeans
sgualciti, stivali infangati. Proprio strano, ma una calamita per Page
naturalmente.
E più le sembrava strano più doveva assolutamente
conoscerlo, così mentre le sue amiche ballavano lei si avvicinò alla
console con la scusa di un disco. Le fece un cenno col capo, come per
dire
"si, ok, basta che mi lasci in pace",
e lei ancora lì a fissarlo. Aveva anche un maledetto orgoglio Page, quindi voltò le spalle e continuò
la serata, dimenticandosi di lui, sino a ritrovarselo appoggiato alla
portiera della sua auto quando ormai il locale aveva finito la sua
serata. La fissava sempre da dietro le lenti scure,
-Ciao, vieni a fare
un giro con me.-
Non era una domanda, era un comando. Tanto forte da
renderla un automa. Lo seguì senza rispondergli, solo quando il vento
ormai freddo della notte iniziò a schiaffeggiarle il volto, si rese
conto di esser salita sulla sua moto senza meta, ma ancora peggio senza
conoscerlo.
Si fermarono davanti ad una scalinata, poche ore e
sarebbe arrivata l'alba, alzò lo sguardo e si accorse che erano al Museo
di ARTE Moderna. Salirono di corsa le scale, lui quasi la tirava
tenendola per mano, correvano ora sotto le maestose colonne del Museo,
le cui ombre sembravano correre insieme a loro.
Era evidente che conosceva bene il posto, visto che entrarono da una porticina sul retro che lei non aveva mai notato.
I musei l'avevano sempre affascinata, erano luoghi narranti di un MONDO mai vissuto, se non sui libri di scuola.
I corridoi era appena illuminati, non era una che si spaventava
facilmente ma quelle ombre che guizzavano sui muri la inquietavano mentre
nella sua mente mille domande rimbombavano senza risposta.
Aveva
il fiatone e gocce di sudore le imperlavano la fronte mentre lui
sembrava fresco come una rosa. Ecco, erano piccoli segnali che non aveva
saputo riconoscere.
Fine della corsa, una porta altissima, di
legno, con un grosso anello dorato che lui usò per tre, due, ed ancora
tre volte. Un segnale sicuramente, ma a chi, lo scoprii da lì a poco.
Un enorme sala si aprì davanti ai suoi occhi, illuminata da tremule
fiaccole appoggiate alle pareti, si dovevano abituare a quella luce
tremante, ma più che gli occhi era lei che non si capacitava a ciò che
aveva davanti.
La riproduzione esatta del sito neolitico che si trova vicino ad Amesbury!
La riconobbe subito, come avrebbe potuto non farlo, suo padre l'aveva
portata con se' più di una volta, raccontandole storie fantastiche su
quel luogo pieno di magia, e lei piccolina si sentiva meno grande di
una formica accanto a quelle enormi PIETRE secolari. L'unica cosa che
stonava su tutto l'ambiente era l'altrettanto enorme SPECCHIO che
faceva da soffitto a quell'enorme salone.
Nel momento stesso in cui
si girò verso lo sconosciuto dagli occhiali da sole, l'unico suono che
uscì dalla sua gola fu un urlo che risuonò spettrale perfino alle sue
orecchie. Lui era, no, non era vero, si diceva, mentre la sua pelle si
rivestiva lentamente di squame, gli occhi cambiavano colore, dal collo e
dalla schiena iniziavano ad spuntare mille spuntoni, simili a spine.
Stava sognando o meglio era un incubo! "Oh miodio", gemette si stava
lentamente trasformando in una Phrynosoma cornutum, una LUCERTOLA
cornuta! Che c'entrava una lucertola con la leggenda di Re Artù? Ma
soprattutto com'era possibile tutto questo? E lei che ci faceva lì?
Queste furono una parte delle numerose domande che Page riuscì a
formulare in pochi secondi che le sembrarono eternità. Domande a cui non
seppe mai dare una risposta. Forse lo choc che ne seguì nel vedere
apparire uno ad uno uomini-lucertola da dietro le gigantesche pietre.
Rimase immobile sperando e pregando, realizzava che alcuni animali non
attaccavano chi gli sta difronte se non si muove, mentre l'essere che
l'aveva portata lì la guidava al centro del cerchio, facendola stendere
sul pavimento gelido; in quella posizione poteva osservare la sua
immagine riflessa sopra di lei nell'enorme specchio.
I suoi occhi
erano pieni di terrore adesso e la sua unica preghiera era di ricevere
una morte veloce e fulminea che non la facesse soffrire. Ma non era la
morte ad attenderla, almeno non ancora.
L'unica cosa che ricordava
fino agli ultimi istanti della sua vita, cantandola con un filo di voce
quasi impercettibile, fu la melodia, se così si può chiamare, del canto
d'amore degli uomini- lucertola, un suono sibillino misto a parole, come
note portate dal vento in una notte d'estate.
Questo è quello che
mi racconta mia nonna ogni volta che le chiedo della mamma, che io non
ho mai conosciuto visto che morì subito dopo il parto, quando mi posero
tra le sue braccia.