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lunedì 10 novembre 2014

SATYRICON di Andrea Lagrein



Mi guardavo attorno, ospite occasionale, sbagliata figura in controluce, fra il lucore di lustrini e paillets di quella festa assai sfarzosa. Ovunque lusso sfrenato, ovunque ricchezza ostentata. Mi aggiravo fra tavoli riccamente imbanditi e decoltè d'alto bordo, circondato da smoking profumati e gioielli affamati. Affamati? Sì! Affamati di ricchezza, potere, vanità, lussuria.
Avevo ricevuto l'invito tramite un amico di un amico dell'amico del padrone di casa. Certi inviti non si potevano rifiutare. E quando mai sarebbe capitata nuovamente un'occasione del genere? Il bel mondo non stava di certo ad aspettare me. O anche minimamente a curarsene! Così mi ritrovai nella stanza dei bottoni, attorniato da quelli che la sapevano, ma la sapevano davvero lunga.
Il mio impaccio era evidente. Non ero assolutamente abituato al bel mondo, al bon ton di chi, dopo aver indossato per una serata una camicia nuova, la buttava nella spazzatura. Io convivevo con il degrado e la miseria e lì, in quella spazzatura, le camicie si indossavano anche se lise e consunte.
"Cosa ne pensa lei di tutta questa immigrazione incontrollata?" mi domandò un ometto calvo con gli occhiali, sfavillante nel suo impeccabile doppio petto. Onestamente non stavo nemmeno seguendo la conversazione di quel gruppetto di persone fra cui accidentalmente ero capitato. Ma non potevo certo esimermi da dare una risposta, questione di educazione.
Tutti mi fissavano, come se io avessi la soluzione a tutti i mali del mondo. Allargai le braccia sospirando. "E' un bel problema, c'è da ammetterlo. Ma non si può nemmeno lasciare tutti questi poveracci a morire nel loro paese, non trovate?". Pensavo di essere stato vago, nel rispondere. Parlare per non dire nulla. Essere cortese senza esporsi.
"E farci così conquistare da tutti questi beduini?". Una signora sui cinquantacinque anni, gran matrona dell'alta società ingioiellata da capo a piedi, mi fissava con quei suoi occhi azzurri, attendendo la risposta alla domanda che mi aveva rivolto.
"Forse non sarebbe poi così un male". Mentre rispondevo mi stavo già mordendo la lingua. Ma ormai il danno era fatto e mi ritrovai così a fronteggiare una piccola insurrezione verbale. "Cosa intende dire?" chiese l'ometto calvo che, venni successivamente a sapere, era un importante esponente di un altrettanto importante partito politico.
"E' la storia che ce lo insegna". Cercai di mantenermi calmo. Ma era come trovarsi in un anfiteatro circondato da leoni affamati, senza avere nemmeno una birra fra le mani per tentare di difendersi. "Le civiltà si evolvono mediante il continuo flusso immesso dai popoli migranti. La società si rimodella costantemente e l'immigrazione è il propellente che porta sempre nuova linfa vitale. Pensate a noi. Siamo un crogiolo di stratificazioni sociali e culturali. Siamo quel che siamo in quanto ci siamo evoluti grazie al susseguirsi di ondate migratorie che via via sono giunte da noi. Pensate solo se ci fossimo fermati al tardo impero romano!".
Tutto sommato ritenevo di aver fatto un'eccellente figura. E non avevo toccato neppure un goccio di alcool. Evidentemente però il mio eccelso auditorium non la pensava allo stesso modo. "Essere conquistati da un branco di beduini non vuol certo dire evolversi. Io vedo solo regressione e imbarbarimento". Chi parlò era un pezzo grosso di un'importante banca. E il suo sdegno era ampiamente visibile dipinto sul volto.
"Ben detto, carissimo". L'arrivo improvviso del padrone di casa distolse immediatamente l'attenzione su di me. Tirai un sospiro di sollievo. "La barbarie va combattuta a oltranza, senza fermarsi, senza mai abbassare la guardia, con ogni mezzo a nostra disposizione. Noi, che siamo il faro della cultura, della civiltà, abbiamo l'obbligo morale di salvare le generazioni future da questi selvaggi analfabeti. A iniziare proprio dalla cultura, cari miei. Dobbiamo riappropriarci della nostre radici culturali".
I presenti assentirono beati e soddisfatti. Il loro anfitrione era davvero una persona illuminata! Erano proprio persone come lui che avrebbero salvato la civiltà dal decadimento. Personaggi forti, sapienti, saggi.
"Fate come me, miei cari. Leggete, leggete e leggete ancora. Nei libri si trovano le risposte. A tal riguardo vi consiglio di leggere il Satyricon, testo davvero illuminante. Nella mia ricca biblioteca ne conservo un esemplare antichissimo. Fu scritto duemila anni fa da Giovenale e descrive perfettamente come l'aristocrazia romana tentò di difendersi dall'imbarbarimento dei costumi".
Cristo! Mancava solo l'applauso finale per celebrare l'apoteosi di questi savi che ci avrebbero dovuto condurre alla salvezza.
Senza dare nell'occhio, mi allontanai con discrezione. A questo punto un bel whisky ci sarebbe stato bene. Cosa sarebbe servito far notare che il Satyricon era stato scritto da Petronio e non da Giovenale? A chi avrebbe giovato sottolineare che l'intero libro era un'enorme, sublime presa per il culo di una classe dirigente che, a dispetto dei duemila anni passati, non era cambiata per nulla?
No, meglio stare zitti e tentare di affogare in un bel Jack Daniel's offerto dall'illuminato padrone di casa. Ma del buon vecchio Jack nemmeno l'ombra. Solo Krug e Dom Perignon. Che fare, quindi? Mi adeguai, scolandomi quanti più calici possibili. In fondo dovevo pur sopravvivere in qualche modo a tutti quei gioielli e profumi nauseanti!
Continuai ad aggirarmi fra i numerosi capannelli di illustri ospiti. Una galleria di personaggi surreali, figli pero di una realtà fin troppo reale. Cialtroni, loschi, ruffiani, vanesi, ignoranti, biechi, gaudenti, tronfi delle loro poltrone e dei loro affari. Mentre il mondo fuori andava a puttane, qui dentro veniva celebrato con ostentazione il lucore della decadenza. Effettivamente mi pareva proprio di trovarmi alla cena di Trimalcione, un'isola felice e irreale dedita allo sperpero e alla vanità.
Come l'anfitrione di quella serata che, con gesto plateale, richiamò l'attenzione di tutti sulle enormi tavolate riccamente imbandite. La grande abbuffata stava per iniziare, alla faccia di chi, tornando a sera stanco e curvo dal lavoro, non sapeva nemmeno se sarebbe riuscito a mangiare.
Il fugace tocco di una mano sul mio braccio mi riportò alla realtà. Una donna all'incirca della mia età, né bella né brutta, mi stava fissando con occhi da cerbiatta in calore. "Ti voglio" mi sussurrò senza alcun ritegno. Più che un desiderio pareva un ordine. Gesù, quanto volevo avere fra le mani un bel bicchiere di Jack Daniel's!
La guardai stupito. A tutto ero preparato tranne che a quello. Una ninfa assatanata nel bel mezzo di una delle serate mondane più importanti. Ammetto che non seppi reagire, così tramortito da quella sfacciataggine imprevista. "Seguimi". Fu lei ha prendere l'iniziativa. Era lei che conduceva il gioco. E io non ne conoscevo neppure le regole. La seguii diligentemente. Nessuno si accorse della nostra fuga, intenti com'erano a celebrare il trionfo culinario del padrone di casa.
Mi fece entrare in una stanza, richiudendosi alle spalle la porta a chiave. Nemmeno il tempo di dire una parola che me la ritrovai avvinghiata addosso. Mi tolse il respiro baciandomi con foga, con avidità, mentre le sue mani fameliche armeggiavano con la zip dei miei pantaloni. "Scopami, scopami, scopami" ansimava fra un bacio e l'altro, tenendo ben salda fra le dita la mia erezione. Il suo costosissimo profumo non riusciva a celare l'afrore del suo corpo in calore. Le infilai una mano fra le gambe. Aveva la fica fradicia.
Non mi lasciai pregare oltremodo. Giunto a quel punto sarebbe stato insensato tirarsi indietro, nonostante non sapessi chi fosse, nonostante le rughe del viso, nonostante il culo flaccido e cadente. La signora voleva essere scopata, e io ero lì per accontentarla.
L'afferrai per i fianchi, la sollevai e la penetrai con furia selvaggia. Lei rispose con altrettanta foga. Si vede che nell'alta società era costume far così! La chiavai lì, in piedi, schiacciandola alla parete del muro, pensando a spregio solo al mio godimento, insultandola, chiamandola puttana, trattandola come un oggetto. E questo non fece altro che aumentare ancor di più la sua smisurata eccitazione.
Le venni dentro copiosamente, grugnendo come un animale, fra i suoi ansimi e gemiti di godimento. Appena terminato mi staccai da lei e la fissai con occhi colmi di disprezzo. Mi faceva schifo! Mi faceva schifo quel suo modo da gran signora che amava atteggiarsi a mo di puttana, per gioco, per divertimento, in spregio a chi invece lo era per necessita.
Ma tutta la mia acredine svanì improvvisamente appena udii un sibilo provenire alle mie spalle. Mi voltai allarmato. Pareva un ansimo, quasi un sospiro. Solo che nella stanza, all'infuori di noi due, non c'era nessuno. Mi girai di nuovo a guardare la donna. Lei nel contempo si stava sistemando il vestito. Mi fissò altezzosa e sarcastica.
"Non ti preoccupare, è solo mio marito". Ora ero ancor più preoccupato di prima. Lei scrollò le spalle. "A lui piace guardare. Si eccita così. Possiamo andare, adesso?". Stordito, mi avviai dietro di lei. Ero stato usato come un mero oggetto per il godimento altrui, perverso o meno che fosse. Questa era la gente fra cui ero finito. Persone che non erano abituate a chiedere, ma a volere e ottenere, indipendentemente a chi si trovassero di fronte.
Rientrai nel salone principale. Caviale, ostriche, piatti elaborati a profusione e fiumi e fiumi di champagne. L'atmosfera si era decisamente surriscaldata durante la mia assenza. C'era chi, famelico, divorava tutto quel che si trovava di fronte; chi si lasciava andare in balli sfrenati dalle movenze ammiccanti; chi rideva sguaiatamente; chi senza pudore ci provava con qualsiasi donna gli capitasse a tiro; chi si lanciava in simposi farciti di facezie e spiritosaggini.
Incrociai lo sguardo dell'ometto calvo che mi sorrise compiaciuto nel mentre addentava un involtino di non so cosa. Subito dopo vidi la mia ninfa assatanata aggirarsi fra i tavoli al braccio di quel che doveva essere suo marito, un uomo corpulento dagli occhi porcini. Dio mio, quanto mi mancava il mio Jack Daniel's!
Mi sembrava di presenziare a una corte di ipocriti, ballerine e buffoni senza ritegno, che gozzovigliavano mentre tutto attorno a loro imperversava una terribile crisi materiale, spirituale e culturale. Mala tempora! avrebbero esclamato i nostri antenati latini. Ma qui, ben pochi, lo avrebbero compreso.
I barbari erano alle porte e non avrebbero di certo faticato a conquistarci. E in fondo sarebbe stata unicamente colpa nostra!

giovedì 2 ottobre 2014

NANA' di Andrea Lagrein




Anna si rimirava allo specchio, visibilmente compiaciuta, completamente nuda, mentre con un dito si sfiorava un piccolo neo che aveva su un fianco. Si mise di profilo, si contemplò, si ammirò e infine, soddisfatta, godette della vista di sé. Si voltò a guardarmi, sorridente. Fianchi ben torniti, capelli corvini, lunghi fino alla vita, tette perfette, coscerigogliose, culo pieno e sodo, occhi azzurri, labbra turgide. Non faticavo a credere che molti uomini si fossero rovinati per lei!
"Ancora non capisco cosa io ci faccia qui!" mi disse quasi con noncuranza, quasi che io non fossi presente, quasi non volesse essere un'offesa ma una semplice constatazione. Mi guardai attorno. Cristo, come darle torto?
Mi alzai dal letto e mi diressi verso la cucina. Pochi passi, beninteso, che il tutto era racchiuso in un unico locale. Soggiorno, camera da letto, cucina a vista. Monolocale in affitto, uno degli ultimi caseggiati di via Ripamonti, termine ultimo della periferia milanese prima che iniziassero campi incolti e svincoli autostradali.
Mi aprii una birra, mi appoggiai al lavello e la guardai. Ero completamente nudo. "Sono appena tornata da Parigi. Hotel cinque stelle extra lusso. Ha pagato tutto lui, ovviamente. Il mio notaio. Figurati che si è portato dietro anche la moglie! Questa volta non poteva lasciarla a casa, mi ha detto. Come se a me cambiasse qualcosa!". E tornò a fissarsi allo specchio.
Sogghignai. "Ed eravate tutti e tre nella stessa stanza?". Non so perché, ma la scena mi divertiva. Lei mi guardò senza afferrare l'ironia. "Ma certo che no! Sei impazzito? La moglie non sa nulla di noi due. Avevamo stanze separate. E ogni tanto lui veniva a farmi visita!". Gesù! Sarai pure uno schianto, bambola, ma quanto a perspicacia stai messa maluccio!
"Già, certo, che stupido che sono! E così, una sveltina prima dell'aperitivo con la moglie, giusto? E poi tu a fare shopping sugli Champs a spese sue, dico bene?". Mi sorrise soddisfatta. "Hai detto bene!" rispose avvicinandosi lentamente.
Anna era così. Prendere o lasciare! Faceva del suo corpo un arma di sopravvivenza. In effetti la sua bellezza era sconvolgente, travolgente, da far ammattire anche il più sano di mente. Molti uomini si erano rovinati per lei. Matrimoni mandati a puttane, fortune dilapidate, vite distrutte. Tutto per rincorrere il sogno e la speranza di averla tutta per se. Speranza vana! Anna non era una preda facile. Lei non chiedeva, non aveva un tariffario. Lei sceglieva in base alla convenienza. Un bell'appartamento, un'auto sportiva, un viaggio a cinque stelle, abiti da tre zeri. Si concedeva a chi le concedeva. E chi le concedeva di più, magari, aveva in premio un po più di tempo. Ma Anna concedeva solo il suo corpo che il resto, per lei, non esisteva. Anna amava solo una persona. Se stessa. E di questo non ne ero neanche gran che sicuro.
"E allora perché sei qui?" le domandai quasi in tono di sfida. Non avevo nulla da perdere. Pertanto non avevo nulla da rischiare! Mi appoggiò le mani sul petto. I suoi occhi scintillavano. Le sue labbra sorridevano appena. I suoi capezzoli erano turgidi. Abbassò lo sguardo. Scoppiai a ridere. "Ah beh, ti capisco! Parigi o non Parigi, a Big Jack è difficile resistere!". Le feci l'occhiolino. Tanto.....non avevo nulla da perdere!
Scivolò inginocchiandosi fra le mie gambe. I suoi occhi mi fissavano. Le sue labbra iniziarono a sfiorarmi il glande. Big Jack si mise subito sull'attenti. Le infilai una mano fra i capelli. Sentivo il suo respiro sulla pelle tesa. E intanto i suoi occhi continuavano a fissarmi.
Anna era così. Prendere o lasciare! Decideva lei. Il quando, il come e il dove. Il quanto invece, con me, non aveva senso. Semplicemente perché non avevo nulla da offrirle. O quasi! Sostenni il suo sguardo e tornai a sorseggiare la birra che avevo aperto. Io non ero come uno dei tanti che si era rovinato, o che era pronto a rovinarsi, per lei. Non lo ero non perché fossi speciale, semplicemente perché non ne avevo i mezzi. Altrimenti mi sarei accodato alla schiera!
Era figlia di un lattoniere e di una donna delle pulizie. E di quel mondo, lei, non ne voleva più sapere. Aveva tentato con la televisione. Scopandosi qualche impresario era riuscita ad avere qualche fugace apparizione. Ma nulla di che. Già tutto dimenticato. Ben presto però scoprì il lato debole degli uomini, degli uomini ricchi, degli uomini di potere. E iniziò a sfruttarlo alla perfezione. Talmente bene che ora si poteva permettere un grande appartamento in centro a Milano, un paio di auto costosissime e boutique sempre aperte e disponibili nei suoi confronti. I genitori, senza rimpianti, se li era dimenticati!
Glielo cacciai tutto in bocca. Così, tanto per ribadire una puerile superiorità maschile che non esisteva. Lei non fece una piega e mi spompinò a dovere. Talmente a dovere che alla fine rimasi senza fiato! Quindi si rialzò, si rivestì e con tutta naturalezza mi disse "Devo andare dal parrucchiere. Questa sera mi passa a prendere un pezzo grosso della finanza. Cena con i suoi amici e poi sicuramente vorrà il dolce da me!". Mi sorrise maliziosa. "Sai com'è! Mi piacerebbe tanto avere una bella casettina a Cortina. Adoro la neve in inverno!". Mi accarezzò una guancia. "Beh, nel qual caso ricordati di me. A Big Jack non dispiacerebbe darti una ripassata davanti a un bel camino scoppiettante!". Mi schiaffeggiò scherzosamente. "Stronzo!". E questo fu il suo commiato prima di uscire da casa mia.
Mi distesi nuovamente nel letto. Effettivamente facevo fatica a capire. Capire il perché saltuariamente una così venisse da me. Forse, io, ero la sua nemesi. Forse aveva bisogno, ogni tanto, di tornare a sentire la puzza da dove proveniva, da dove era stata concepita, da dove era fuggita. Una sorta di ritorno alle origini.
Non che me ne fregasse gran che. Me la scopavo, ed era una gran scopata. Tanto mi bastava. Sorrisi. Il mondo stava andando a puttane e di eroi ormai non ce n'erano più. Mi sentivo come una delle ultime cariatidi sopravvissute a un cataclisma totale. Ora regnavano loro, quelle e quelli come Anna, disincantati, senza poesia, pronti a tutto e con un nuovo fiammante Maserati sotto il culo. Il mio tempo era passato, senza nemmeno che me ne accorgessi!
Quella sera, in suo onore, decisi di rileggermi uno dei miei romanzi preferiti. Nanà di Zola. In fondo, a ben pensarci, Anna era proprio così. Esattamente la mia Nanà!

domenica 21 settembre 2014

LA SIGNORA DELLE CAMELIE di Andrea Lagrein




Richiusi il libro che stavo leggendo. Troppi ricordi. Troppa sofferenza. E quel romanzo stava riportando tutto a galla. Semplicemente Margherita mi mancava. La ferita del suo addio mi bruciava. Ne ero ancora innamorato. Ne ero ancora geloso. E il fatto di non sapere, in quel preciso momento, quel che stava facendo o a chi si stesse dando mi faceva letteralmente impazzire.
L'avevo conosciuta una sera a teatro. Ero alla Scala ad assistere alla Traviata di Verdi e quasi ci scontrammo nel foyer, durante la pausa fra il primo e il secondo atto. Lei sollevò lo sguardo e mi sorrise. Un sorriso delicato, indelebile ai miei occhi. Fui trafitto dalla sua bellezza. Su un ovale di una grazie indescrivibile mettete due occhi neri sormontati da sopracciglia con un arco talmente puro da sembrare dipinto, velate quegli occhi con grandi ciglia che, quando si abbassano, gettano una lieve ombra sul roseo incarnato delle guance; disegnate una bocca regolare, le cui labbra si schiudono graziosamente su denti bianchi come il latte; date alla pelle quel colore vellutato delle pesche che nessuna mano ha ancora sfiorato. E allora avrete l'immagine di quel delizioso volto. Era pura e semplice poesia. Era Margherita. E io me ne innamorai immediatamente!
"E' una puttana!" mi confidò poco dopo Armando, l'amico con cui ero a teatro. Lo guardai fulminandolo con gli occhi. Quello splendido petalo profumato non poteva di certo essere una troia! Ma Armando aveva ragione. Come mi disse subito dopo, Margherita faceva la escort. "Roba di gran classe, Lagrein, che ne tu ne io, nemmeno dopo una vita di sacrifici, potremmo permetterci! Lascia perdere!".
Ma io, di lasciar perdere, non ne avevo la minima intenzione. Mi aveva fulminato, mi era entrata dentro, mi si era scolpita nell'anima. Cristo! Mi aveva del tanto ammaliato che, se non l'avessi più rivista, sarei impazzito. Sicché, dopo un paio di settimane e fiumi e fiumi di birre, riuscii a recuperare il suo numero. La telefonata fu veloce e sbrigativa. Mi disse che si ricordava di me. Ma io non le credetti. Figurarsi! Classica balla per lusingare un potenziale cliente!
Ci incontrammo in un bar molto chic giù nel centro. Per l'occasione sfoggiai i miei abiti migliori. Gesù, probabilmente son costati un decimo del paio di scarpe che indossava. Ma, molto educatamente, fece finta di nulla. "Allora, Andrea, mi han detto che scrivi!". Il suo sorriso era disarmante. Doveva aver preso informazioni su di me. Questo non giocava affatto a mio favore! Decisi pertanto di giocare a carte scoperte.
"Più che altro cazzeggio, imbrattando pagine per ingannare il tempo e soprattutto me stesso. Ti hanno raccontato male, tesoro. Sono un mezzo alcolizzato senza lavoro, un inguaribile sognatore che ruba notti di amore qua e là, dove capita, fingendo di saperla lunga ma infondo senza aver mai capito un cazzo della vita!". Come presentazione non era male. Se non se ne fosse andata dopo dieci secondi, mi sarei detto bravo da solo!
Sorrise. E nel farlo si alzò. Sei secondi! Avrei sempre potuto entrare in qualche fottutissimo guinness dei primati! "Domani sera. Dopo cena. Da te!". La fissai stupito. E continuai a fissarla mentre usciva dal locale, ovviamente lasciando a me il conto. Beh, mi dissi bravo da solo!
La sera successiva eccola varcare la soglia di casa mia. Mi sorrise nel salutarmi. La guardai senza credere ai miei occhi. "Avresti preferito che mi presentassi con la tenuta ordinaria da lavoro?". Mi fece un occhiolino complice. La Margherita che entrò nel mio squallido bilocale di periferia non era la escort scintillante che tanto irretiva i clienti facoltosi, ma una ragazza semplice, vestita come si vestivano le sue coetanee di ventitre anni, l'eta che aveva, pronta a farsi una birra piuttosto che una coppa di costosissimo champagne. In fondo mi stava facendo un regalo. Mi stava donando la sua vera natura, la sua vera anima, ciò che era in realtà e non l'apparenza di cui si rivestiva normalmente per il lavoro che faceva. Davanti a me avevo la vera Margherita! Lo ammetto, aveva un look particolarmente aggressivo, nulla però che ricordasse la professione che faceva. E i suoi capelli rossi, rosso fuoco, Dio mio, incendiarono immediatamente i miei sensi.
Da quella sera iniziò la nostra relazione. Una storia fatta di sesso infuocato, ma anche di visite ai musei, di serate a teatro, di concerti lirici e libri letti e commentati insieme. Margherita non era solo un'Afrodite rediviva per me, era anche e soprattutto una compagna di vita, con un'intelligenza fuori dal comune, dall'ordinario. Il fatto che facesse la puttana era assolutamente secondario. Almeno all'inizio!
Mi piaceva guardarla stesa nel mio letto. O osservarla mentre cucinava, completamente nuda. Mi piaceva gustarmi la sua bellezza in mezzo alla bruttura del mio appartamento. Era riuscita anche nell'immane compito di renderlo accettabile. Ora, sul tavolo, vi era sempre un vaso con camelie fresche, i suoi fiori preferiti. La dove un tempo c'erano solo lattine vuote e mozziconi di sigaretta, ora si stagliava l'effige della femminilità, del buon gusto e del desiderio di normalità.
Ma con il trascorrere del tempo, il solo pensiero di dover condividere la donna di cui ero innamorato con altri uomini, anche se solo per danaro, iniziò a esacerbarmi, a farmi letteralmente impazzire. D'accordo, era solo lavoro, ma io ero geloso, fottutissimamente geloso. Iniziai a indebitarmi, a indebitarmi pesantemente pur di garantirle ciò che i suoi clienti, senza alcuno sforzo, riuscivano a darle. Nella mia follia, pensavo che se fossi riuscito a farle fare la stessa vita che conduceva prima non avrebbe più avuto alcuna necessità di concedersi per soldi. E sarebbe rimasta unicamente mia! Cristo, io che tentavo di fuggire disperatamente dall'amore, ci andai a sbattere addosso in malo modo. E il baratro si aprì sotto di me.
Un pomeriggio di un'estate afosa eravamo stesi nel letto. I suoi umori ancora rivestivano la mia pelle. La mia eccitazione era ancora fremente, per nulla appagata dalla lussuria che il suo corpo costantemente faceva vibrare in me. Avevamo appena finito di scopare, un amplesso selvaggio, animalesco, fatto di morsi, graffi e urla quasi dolorose, che io ero già pronto a riniziare. Eravamo stesi nel letto e il nostro maledetto destino prese forma dalle frasi che pronunciai.
"Smettila di fare la escort! Smettila, ti prego. Non la reggo più, io, sta cosa!". Lei mi fissò con occhi dolci. "Ci siamo innamorati, vero?". Più che una domanda, la sua, era una costatazione. "Non pensavo, dopo quel che mi è successo, di poterci ricascare. Ma......beh, direi proprio di sì!". Era un ammissione, la mia, una sorta di capitolazione davanti ai demoni del mio passato. Scopate di una notte, sbronze colossali, ferreo cinismo. Tutto svanito di fronte a lei. A Margherita!
Mi abbracciò. Mi baciò. Mi montò sopra. Lentamente. Delicatamente. Facemmo l'amore con passione e tenerezza, con trasporto e avidità. Facemmo l'amore per tutto il resto della giornata. Ed io mi sentii l'uomo più felice di questa terra.
Il giorno dopo, quando rientrai a casa, trovai un foglietto sgualcito di fianco al vaso di camelie. Vi era scritta una sola parola. Addio! Ci misi un po a capire, a realizzare il tutto. A comprendere che Margherita se n'era andata. Per sempre!
Mi incazzai di brutto. Mi sentivo tradito, preso in giro, usato. Mi sentivo come una breve parentesi, una vacanza dalla solita vita, poche settimane di bohème per provare brividi sconosciuti, per poi tornare ai lussi e agli agi da mantenuta d'alto bordo. Ero furioso! Ma del resto dovevo saperlo, con la storia che si trovava alle spalle. Cresciuta in un orfanotrofio, adottata da genitori che presto si stancarono di lei, abusata da un padre che non seppe resistere alla sua acerba bellezza, fuggiasca da casa appena compiuti i diciotto anni, battona da marciapiede a diciannove per sopravvivenza, gran dama a pagamento a ventuno, con un bell'appartamento in centro città, una Maserati a sua disposizione, yacht e abiti costosi pagati da ricchi industriali che facevano la fila per la sua fica e le sue tette. E io invece cosa le offrivo? La merda di un bilocale in periferia, cheesburger e patatine fritte e l'ansia del fine mese. Oltre al mio amore, ovvio. Ma quella era solo una parola, che non serviva a un cazzo, tanto meno a pagare le bollette! Infondo tutto poteva essere comprato e venduto, perfino i sentimenti, e Margherita ne era il paradigma. Tutto ruotava attorno alla disponibilità o alla carenza di denaro, al mercato dei beni, ai creditori o ai debitori. E Margherita era lo spaccato impietoso di questa società di merda!
Dall'ira passai alla tristezza. Dalla tristezza alla desolazione. Quella ragazza che tanto mi era entrata dentro mi mancava. Mi mancava da morire. E se n'era andata. Per sempre! Solo tempo dopo venni a sapere la reale motivazione. Armando le aveva parlato. Le aveva chiesto lui di lasciarmi, perché mi stavo rovinando di debiti pur di tenerla stretta a me. E lei alla fine aveva acconsentito, a malincuore. Per amore mio! La prostituzione, anche se scelta volontariamente, in fondo è sempre una prigione, un pozzo tanto profondo dal quale, anche sforzandosi all'estremo per guardare in sù, non si riesce a scorgere il cielo. Quel cielo che io ero pronto a donarle e lei disposta ad accettare. Margherita non riuscì a scappare dal proprio passato, da ciò che era e da ciò che volevano che fosse. E infine si sacrificò per me, rinunciando alla propria felicità per salvare il derelitto naufrago che ero. La verità ultima era che Margherita mi amava!
Richiusi il libro che stavo leggendo. Le lacrime ancora solcavano il mio viso. Lacrime amare. Lacrime di solitudine. Mi faceva troppo male, quel libro. Alexandre Dumas figlio. La signora delle camelie!

lunedì 1 settembre 2014

ON THE ROAD di Andrea Lagrein





La strada cantava la sua melodia. Erano le undici e mezza di sera di un luglio particolarmente caldo e io ero steso a letto, completamente nudo, completamente sudato, leggendo un libro fra un birra e l'altra, cullato per dai suoni che salivano da via Ripamonti, l'universo in cui abitavo. Ero talmente assorto dal romanzo che avevo fra le mani che quasi non mi accorsi che stavano suonando alla porta. In realtà non avevo nessuna fottutissima voglia di andare ad aprire. Sicuramente si trattava di qualche battona o di qualche trans che volevano vomitarmi addosso i loro squallidi problemi. O più probabilmente di qualche creditore fortemente motivato. Alla fine però, vista l'ostinazione del misterioso ospite, decisi di andare ad aprire. Era Dino, e dal suo sguardo capii che non avrei finito di leggere. "Presto, dai, vestiti che usciamo!" mi disse visibilmente eccitato. Mi fissò con i suoi occhi infiammati. "Forza, dai, dobbiamo andare e non fermarci mai finché non arriviamo!". "Per andare dove, amico mio?" chiesi senza capire. "Non lo so, ma dobbiamo andare, perché c'è sempre qualcosa di più, un po più in là. Non finisce mai!".
Questo era Dino. Una vita protesa solo in avanti, nell'andare sempre oltre. Oltre la morale, oltre le leggi, oltre i luoghi comuni, oltre il perbenismo, oltre un lavoro fisso, una casa, una famiglia, oltre i mille centri commerciali che spuntavano come funghi un po ovunque. Dino era consumato dalla frenesia di vivere, una frenesia senza regole, senza obiettivi, senza orizzonti, senza speranze, fra lavori di un giorno, lunghi digiuni, sbronze colossali e scopate rubate qua e là. Dino era un folle, uno squilibrato, un instabile, ma anche un essere affascinante, carismatico, filosofo, poeta, romanziere di se stesso.
Questo era Dino e io, cazzo, non riuscivo a dirgli di no! Sicché mi buttai addosso la prima maglietta che riuscii a raccattare, un paio di jeans e via, giù in strada che, famelica, ci attendeva. Il 24 ci passò a fianco sferragliando, con il suo carico di mummie imbalsamate dagli occhi spenti, diretti verso il loro destino. Dino sogghignò mentre me li indicava con una mano. "Morti senza nemmeno saperlo! Uccisi ancor prima di iniziare a vivere!". Nel mentre si preparo' una canna. In effetti i volti sfuggenti che intravvedevo dai finestrini del tram mi sembravano vuoti e spenti. "Carne da macello, Lagrein, schiavi dei freddi ingranaggi della società moderna. Che, per dirla tutta, li vuole proprio così!". Feci due tiri dalla canna che mi passò Dino. "E tu chi cazzo sei, Carlo Marx?". Scoppiò a ridere. "Fratello mio, il comunismo, come il capitalismo, il cristianesimo, il nazismo, la democrazia, la giustizia o l'amore, sono tutte filosofie create per spiegare l'inspiegabile, bei concetti per evitare di sbranarci a vicenda. Guarda tutte quelle persone su quel tram. Cristo, credono di essere felici, appagate, soddisfatte, solo perché hanno un posto fisso e si possono permettere mutui, rate, auto, vacanze e regali di Natale. In realtà son solo vacche all'ingrasso, vitelli sacrificali portati all'altare del credito al consumo. Viviamo in un'alienante catena di montaggio, conformista, monocromatica, materialista. E tutti a rincorrere un sogno che poi sogno non è, ma è solo un pazzesco incubo che alla fine ti fa uscire di testa!".
Camminavamo lungo la strada. Fumavamo marijuana mentre ascoltavo i suoi farneticamenti psicosociali, che poi tanto farneticanti non lo erano. I lampioni illuminavano i nostri passi mentre nugoli di zanzare festeggiavano al nostro passaggio. Due viados ci passarono a fianco. "Ci divertiamo insieme?" chiesero sfrontati. Del resto il business è business, nonostante i nostri vestiti non promettessero gran che. Dino si fermò. "Certo bellezze!" rispose con un sorriso furfantesco. "Per cinquanta euro vi faccio succhiare il mio uccello! Andiamo?". "Stronzo!" fu la risposta di uno dei due, che se ne andarono alquanto contrariati. Questo era Dino, un avanzo di galera che non guardava in faccia a niente e nessuno, che si trattasse di un dirigente o una mignotta di marciapiede. Questo era Dino, perfetto figlio della strada, vagabondo, alcolizzato, drogato e puttaniere, cresciuto da solo, senza madre né padre, educato nei vari riformatori cittadini, cullato dalle molte troie del quartiere.
Attraversammo la circonvallazione continuando a percorrere via Ripamonti. La 90 si fermò davanti a noi vomitando il suo carico di extracomunitari che, svelti, tentavano di raggiungere i loro tuguri domestici. Dino sputò per terra. "Eccoli i nuovi conquistatori delle nostre città! Magrebini, arabi, cinesi, cingalesi, pakistani. I nostri nipoti prenderanno ordini da questa gente, che adesso ci cammina davanti con le pezze al culo. Ma domani ci diranno cosa possiamo e cosa non possiamo fare. E sai perché? Perché loro sono ancora moralmente integri, a differenza di noi altri, che abbiamo scambiato Dio per un Winnie the Pooh di pezza!". Dino mi fissò serio in volto. "Siamo finiti in un baratro, in un abisso, in una cazzo di voragine, dove abbiamo smarrito i nostri valori morali, le nostre tradizioni, i miti, i riferimenti politici, sociali, religiosi. E per cosa, poi? Per una fottutissima Play Station del cazzo! Per questo preferisco stare in mezzo alla strada, Lagrein. Almeno sto a contatto con la realtà, con la vita, anche se spesso è puzza e merda!". Sospirai. "Ti capisco. Anche se inizio ad aver le palle piene di tutta sta merda!". Dino si fece una bella risata. "Hai ragione. Dai, Cristo, andiamo a schiarirci le idee facendoci un paio di bicchierini di quelli giusti!". Lo seguii, anche perché iniziavo ad avere una certa sete.
Eravamo giunti nella parte di Ripamonti che confina con la zona della Bocconi, centro nevralgico per la creazione dei futuri manager di domani. Bei locali, Maserati e Mercedes, vestiti Armani e Dolce&Gabbana portati con nonchalance, gente allegra e festaiola. Dino si diresse senza esitazione verso un pub da cui proveniva a tutto volume lo splendido jazz di Charlie Parker, roba sopraffina, roba di gran classe, roba per intenditori. "Aspettami qui!" mi disse sparendo all'interno del locale. Mi accesi una sigaretta mentre osservavo la gente fuori dal bar, ripensando alle parole di Dino. Cazzo, scambiare Dio per Winnie the Pooh non era mica male come metafora! Rendeva decisamente bene l'idea della povertà intellettuale e morale che ci circondava. Ma questo era Dino, uno che era capace di ruttarti in faccia subito dopo averti citato un paio di terzine di Dante.
Poco dopo uscì con due bicchieri in mano, sorridente e felice come un bimbo. "Assaggia un po questo, Lagrein! Il barista è un mio vecchio amico!". Mi fece l'occhiolino. Cazzo! Uno scotch puro malto torbato, probabilmente invecchiato di vent'anni. Paragonabile quasi a un orgasmo! "Eh? Che ne dici?". "Dico che il tuo amico è un fottutissimo figlio di puttana che se ne intende di sta roba!". Dino annuì mentre buttava giù in un sol sorso tutto il suo whisky. "Mi tratta sempre bene. E poi non mi fa mai pagare!". Sorridemmo entrambi. Dino sapeva come vivere!
Nel mentre un gran bel pezzo di ragazza si avvicinò a noi e con grande disinvoltura abbracciò Dino. "Ciao ragazzaccio, questa sera niente parchetto?" chiese maliziosamente. Il mio amico mi guardò ammiccando. "Questa sera sto vagabondando con il mio amico Lagrein" disse indicandomi. "E' un giovane scrittore squattrinato molto promettente e io mi sono messo d'impegno per fornirgli materiale da cui trarci un ottimo racconto. Questa sera non c'è posto dove andare se non dappertutto, non c'è altro da fare se non vagare sotto le stelle!". Questo era Dino, un fottutissimo poeta di strada! La ragazza si avvicinò e si presentò. "Ciao, mi chiamo Lola. E questa sera, sotto le stelle, ci faremo una gran bella scopata. Dino, io, tu e la mia amica Marilù!". Le feci un inchino, ammaliato da una simile intraprendenza. Il mio amico se la rideva alla grande, non so se divertito da quella sfacciataggine o se eccitato da quel che ci attendeva.
Quasi subito ci raggiunse Marilù, che non perse tempo e mi si avvinghiò contro. Era decisamente sbronza. Puzzava di alcol da morire. Fra negroni, margarita, birra e chissà che altro, aveva uno sguardo decisamente poco sobrio. Ma non è che me ne curassi granché. Questa era una notte di follia e la strada il suo naturale teatro. Non era una bellezza, Marilù, ma la marijuana e soprattutto l'eccellente whisky rendevano tutto decisamente più sopportabile.
In breve tempo raggiungemmo il parco Ravizza, famoso per le sue notti da trans e spacciatori, ubriaconi e barboni. "Il richiamo della natura è prepotente, amico mio. Ti lascio nelle sapienti mani di Marilù, mentre io penso a dare una bella ripassata alla nostra Lola!". Dino sghignazzò divertito, preda dell'eccitazione del momento. Dopo pochi istanti era già svanito dietro un albero. Mi sedetti su una panchina insieme a Marilù. Erano ormai le tre di notte e l'aria finalmente iniziava a rinfrescare. Non avevo granché da dire a quella ragazza, che manco conoscevo. Sicché rimasi in silenzio a fissare il cielo stellato. Non passò molto che sentii le sue mani scivolare sul mio inguine. Chiusi gli occhi e la lasciai fare. Che tristezza! Nemmeno una parola, un come stai, cosa fai nella vita, quali aspirazioni hai. Nulla! Solo le sue labbra che, voraci, iniziarono a correre lungo il mio sesso. Ma in fondo la strada ti insegnava anche questo. Vivere, vivere intensamente il qui e ora, senza curarti di ciò che sarà. Chiusi gli occhi e le riempii la bocca, pensando solo a me stesso, al mio piacere, alla mia soddisfazione, da buon randagio quale ero.
Le uniche persone che esistevano per quelli come noi erano i pazzi, i pazzi di voglia di vivere, di parole, di salvezza, i pazzi del tutto e subito, quelli che non sbadigliavano mai e non dicevano mai banalità, ma bruciavano, bruciavano, bruciavano come favolosi fuochi d'artificio. Pazzi come noi, che dovevamo ancora andare lontano. Ma che importava, la strada era la vita!
Godetti di quegli istanti rubati a una sconosciuta. Godetti sotto il cielo stellato. E sono sicuro che Dino godette ancor di più! Di fatti riapparve traballante sulle gambe, sorridente come un ubriaco, sbronzo di orgasmo. Sogghignammo entrambi. Il tempo di salutare le due amiche improvvisate e via nuovamente in cammino lungo via Ripamonti. Infondo l'unica cosa che sapevamo fare era andare, andare avanti, lungo la strada, fuggendo, fuggendo da tutto e da tutti. Fuggendo da noi stessi, rifiutando tutto ciò che questa società che sentivamo sbagliata ci offriva.
Fuggimmo finché l'alba ci sorprese mezzi sbronzi a uno di quei chioschi ambulanti mentre affogavamo nell'ennesima lattina di birra, filosofeggiando sulla nostra incapacità di mettere radici. Del resto il nostro continuo vagare non era una strada per ricercare la felicità, bensì una strada per sfuggire all'infelicità!
Tornai a casa mentre la brava gente si apprestava a uscire per andare a lavorare. Tornai a casa sbronzo mentre dagli usci dei miei vicini proveniva profumo di caffè e marmellata. Ma questa era la mia strada! Mi tolsi maglietta e pantaloni e mi ristesi a letto, completamente nudo, completamente sudato, completamente ubriaco. Mi addormentai. Di fianco a me era ancora aperto il libro che stavo leggendo.
Jack Kerouak. On the road!

lunedì 26 maggio 2014

LA MONETA DEL SOGNO di Andrea Lagrein




La scopai. La scopai con foga e brutalità. In fondo lei era lì per quello. Era il suo mestiere. Nulla di strano nel ritrovarsi sul sedile reclinato di un'auto ferma in un parcheggio deserto, alle due di notte, puzza di alcool e sudore, profumo a buon mercato e precarietà infinita. Quella sera anche l'indifferenza di una puttana poteva esser meglio che ritrovarmi a tu per tu con la mia stessa anima. La sua fica a pagamento era una fugace via di fuga da tutto ciò che mi circondava. Grugnii, gemetti e venni copiosamente. Ritornai poi al posto di guida e le consegnai la cifra pattuita. Tre banconote da dieci euro. Mi sfuggì un sorriso nel vedere che su una di queste qualcuno vi aveva scritto la parola libertà. Ma libertà da cosa? Misi in moto e, muti nei nostri silenzi, la riaccompagnai sul marciapiede dove l'avevo rimorchiata. Lei scese ed io svanii nella notte!

Alina si svegliò in tarda mattinata. Come tutti i giorni. Il suo pappone era uscito presto quel giorno. Pertanto si ritrovò da sola in casa. Un fatiscente appartamento chiazzato di umidità, scarafaggi in sovrabbondanza e il cesso sempre sporco di merda. Si accese una sigaretta e guardò fuori dalla finestra il solito paesaggio suburbano di quella porzione di malandata periferia milanese. Ancora una volta si ritrovò a sognare a occhi aperti i campi, i prati e gli alberi del suo paese in Romania. Sua nonna sorridente sull'uscio della cascina dove abitava e sua madre china nell'orto. Ma come cazzo era possibile che si fosse ridotta così? Puttana e schiava, vuoto involucro di piaceri a pagamento. E non poteva nemmeno scappare. Oh, quante volte lo aveva desiderato. Quante volte lo aveva sognato. Ma il rischio era troppo alto, che se l'avessero ripresa avrebbe fatto sicuramente una brutta fine. Sotto terra! Si vestì velocemente e uscì per fare un pò di spesa. Aveva fame e, al solito, la dispensa era vuota. Entrò in un negozio di alimentari, comprò il necessario e pagò il conto. Quindici euro in tutto. Allungò le banconote alla commessa. Una da cinque e una da dieci. In bella evidenza, scritto con un pennarello rosso, campeggiava la parola libertà. Un sogno, un miraggio per Alina!

Angela abbassò la serranda del negozio. Erano le otto meno dieci di sera. Tutta la stanchezza della giornata ora si faceva sentire. D'accordo, non era poi così vecchia, si ripeteva. A cinquantun anni certi sforzi si potevano ancora reggere. Ma era la crisi che la faceva sentire spossata. La crisi e i continui pensieri di non riuscire più a reggere. Quando lei e il marito avevano aperto quel negozietto, non pensava certo di arricchirsi. Ma sognava comunque un buon tenore di vita per poter far crescere i propri figli in un certo agio e benessere. Ora invece le cose peggioravano di giorno in giorno. La crisi, continuavano tutti a ripetere. La crisi, certo, ma anche una concorrenza sleale e incontrollata, una tassazione ormai impossibile da sostenere, una classe politica inetta e incapace di far fronte ai veri problemi dei cittadini, se non continuando ad andare in televisione facendo proclami altisonanti. E aumentando le imposte! Angela sospirò. Fra poco avrebbero dovuto chiudere il negozio. Troppe le spese da sostenere. E pochi i guadagni da mettere in tasca. Afferrò una manciata di banconote dal registratore di cassa e raggiunse il marito in strada per tornare insieme a casa. Lungo il tragitto incontrarono il figlio quindicenne che stava uscendo per far serata. Le solite raccomandazioni inascoltate. La solita richiesta di danaro. Angela prese dal portafogli due banconote da dieci euro e le diede al figlio, che quasi manco ringrazziò. Libertà, c'era scritto su una. Angela sospirò. Magari avesse potuto avere qualche istante di libertà dalle continue preoccupazioni che l'assillavano. Ma a ben vedere, era una pia illusione!

Filippo entrò nel locale. Non gli era mai andato a genio quel posto. Roba da comunisti, vecchi compagni e sfigati senza una lira. Ma ci andava perché lì si ritrovavano tutti i suoi amici. E quindi, se non voleva passare le serate da solo, era costretto a sorbirsi tutta quella roba tipo bandiere del Che, inni socialisti e sproloqui da sindacalista. Che poi, a lui, della politica in fondo non gli fregava un cazzo! Cioè, se volevi rubare e fare la grana in modo facile, quella poteva essere una buona soluzione. Altrimenti una noia mortale, due palle infinite. Lui aveva altri pensieri per la testa. Aveva altri problemi. Altri sogni. E il suo desiderio aveva la forma di una mela smangiucchiata. Doveva trovare i soldi per comprarsi l'ultimo modello di I-phone, quello che avevano tutti i suoi amici, quello che lui non aveva. Già era imbarazzante essere soprannominato il figlio del salumiere, come lo chiamavano tutti. Il fatto poi di non essere come gli altri, di non avere l'ultimissimo modello di telefono, lo faceva sentire un reietto, un escluso. E queste cose i suoi genitori mica le capivano. Era del tutto inutile spiegargliele. Dunque si appoggiò al bancone e ordinò una media chiara, in attesa che arrivassero gli altri. Tirò fuori dieci euro e li diede a quel cazzo di vecchio barista fricchettone. E manco si accorse che sulla banconota era ben visibile la parola libertà!

Giorgio ne aveva le palle piene. Non si poteva andare avanti così. Spense la radio, immancabilmente sintonizzata su Popolare Network. Era tempo di elezioni e quante cazzate gli toccava ascoltare da parte di tutti quei mestieranti del buon governo! Giorgio era uno della vecchia generazione. Eskimo, falce e martello, pugno chiuso e Guccini. Ci aveva sempre creduto. Anche adesso, nonostante tutto. Cazzo, Giorgio era un comunista, di quelli veri, di quelli convinti, di quelli che ormai erano rimasti in pochi. Ma chi se ne frega, continuava a ripetersi. Lui non scendeva a compromessi. I suoi ideali non li svendeva che oggi, gli ideali, eran merce assai rara. Soprattutto non li svendeva a quelli lì. Alle puttane di Montecitorio. Giorgio ne aveva le palle piene dei vari Berlusconi, Renzi e Grillo, sbiadite figure di politicanti da quattro soldi. Se solo avesse avuto il coraggio, ma non lo aveva, avrebbe fatto come i vecchi compagni di un tempo. Una bella molotov su per il culo di quella combriccola di ciarlatani. Ma Giorgio sapeva bene di non essere un eroe. Sicché si limitava a sbuffare e inveire contro di loro. Alle due di notte chiuse il locale. Ma non aveva voglia di andare a dormire. Non quella sera. Così andò al solito parchetto. Lui era lì, immancabilmente come ogni notte. Andava da lui perché aveva l'erba migliore che avesse mai provato. Il solito? Il solito! Lui gli diede il sacchettino e Giorgio pagò il convenuto. Quella notte si sarebbe rilassato. E gli tornò il sorriso. Sorriso che divenne quasi una risata quando vide una delle banconote che stava dando all'uomo. Scritta in rosso, c'era in bella evidenza la parola libertà. Cazzo, ma allora qualche compagno esisteva ancora!

Kamal entrò nella stazione centrale di Milano felice e contento. Il suo sogno si stava per realizzare. Suo fratello lo aveva chiamato un paio di giorni prima per dargli la splendida notizia. Finalmente Kemal lo avrebbe raggiunto in Germania dove gli era stato trovato un posto di lavoro in regola in una fabbrica metalmeccanica. Kemal avrebbe abbandonato quella vita di merda da clandestino che si trovava a fare qui in Italia. Non che se la passasse male. Spacciare droga gli riempiva le tasche di bei soldi, anche se i veri guadagni li facevano altri. A lui comunque girava bene. Solo che proprio non gli andava a genio dover sempre vivere guardandosi alle spalle per paura degli sbirri o, peggio, di bande rivali sempre pronte a ammazzare per un nonnulla. Figurarsi quando c'era di mezzo lo smercio di droga. Che poi anche la pula voleva la sua parte, per star zitta e non rompere i coglioni! Così, quando il fratello gli aveva detto che poteva raggiungerlo a Dusseldorf, a lui gli si aprì il cuore. Finalmente poteva veramente iniziare una nuova vita. Ed era con questi pensieri e sogni che si avvicinò allo sportello della biglietteria e fece il biglietto, sola andata, per la Germania. Pagò e si allontanò sorridente. Perché sapeva male l'italiano, altrimenti si sarebbe accorto della scritta su una delle banconote che diede al cassiere. Su quella banconota da dieci euro vi era scritto tutto il suo futuro. Su quella banconota vi era scritta la parola libertà!

Ernesto imprecò a bassa voce dopo aver guardato l'orologio. Ancora due ore e mezza. Due ore e mezza di rottura di coglioni in quel posto di merda. Ernesto odiava il suo lavoro. Lo trovava noioso, ripetitivo. Eppure doveva esser grato di averlo. Molti dei suoi amici a quest'ora erano mezzi ubriachi in qualche schifoso barettino di periferia, uccisi dal bianchino e dalla disoccupazione. Lui no! Lui era ancora uno dei fortunati che il posto di lavoro ce lo aveva. E se lo teneva ben stretto, nonostante gli facesse schifo. In fondo star dietro a un vetro a vendere biglietti in una stazione ferroviaria non era il massimo della vita. Ma gli permetteva di avere uno stipendio, modesto d'accordo, ma pur sempre uno stipendio, con cui mantenere la famiglia e, ogni tanto, farsi qualche giro con le battone della zona. Tanto ormai, a cinquantanove anni, scopare con la moglie non se ne parlava più. Che poi, a ben vederla, probabilmente non gli si sarebbe nemmeno alzato. Gesù, quella donna russava e scorreggiava nel letto come fosse uno scaricatore di porto. Va bene, lo faceva pure lui. Ma Cristo santo, lui era un uomo, lei una donna, e certe cose facevano proprio schifo! Così ogni tanto rimorchiava qualche zoccola dalla carne giovane e fresca e sfogava i propri istinti. Chissà, magari questa sera mi vado a fare un giretto! A questo pensava Ernesto quando si avvicinò una ragazza davvero niente male chiedendogli un biglietto per il TGV diretto a Parigi. Fece quel che doveva fare, con i soliti automatismi, continuando a sognare a occhi aperti la fica dolce della mignotta che si sarebbe fatto quella sera. Sì, perché ormai aveva deciso. Nel mentre prese il danaro dalla giovane e le diede il resto. Sbuffò nel vedere che su una banconota da dieci euro c'era scritta la parola libertà. Quanto avrebbe desiderato, lui, avere quella libertà. Prendere il primo treno a caso e partire verso un futuro migliore. Ma poi guardò nuovamente l'orologio. Cristo, ancora due ore di rottura di coglioni in questo posto di merda!

Vanessa accarezzò tutti i suoi libri. Uno per uno. Ci era affezionata. Ognuno di loro, per lei, rappresentava un pezzo della sua vita. Ognuno di loro! Per questo li accarezzò. Per l'ultima volta! Non sopportava l'idea di privarsene, ma non c'era altra soluzione. Non poteva portarseli con sé. E aveva bisogno di soldi per il viaggio che aveva deciso di intraprendere. Una nuova vita. Una nuova esperienza. Un nuovo sogno. Lui la aspettava a Parigi. Lei lo avrebbe raggiunto a breve. Per questo aveva deciso di vendere tutti i suoi libri. Vanessa aveva una bancarella nel mercato del rione, dove vendeva un po di tutto. Si guadagnava da vivere così. E il giorno dopo eccola al suo posto dietro al banchetto, con in vendita la sua biblioteca. Contava di farci su un bel po di quattrini, visto il numero dei libri e l'ottimo stato in cui erano. Gli acquirenti non mancavano. E su questo faceva affidamento. E poi via, verso Parigi e il suo uomo che faceva il pittore. Avrebbero vissuto una vita romantica, fatta di candele e soffitte da bohemien. Sarebbero stati liberi. Liberi da tutto. Liberi da tutti. Libertà! Sorrise quando l'uomo le pagò il libro che aveva in mano. Nel dargli il resto, si accorse che sulla banconota da dieci euro c'era scritta proprio quella parola. Libertà!

Mi piaceva perdermi ogni tanto nei mercatini rionali. Cianfrusaglie, carabattole, oggetti inutili. Ma alle volte si potevano trovare anche autentici tesori. Come quel pomeriggio di primavera inoltrata. Camminando fra le bancarelle assiepate lungo la darsena del naviglio, mi fermai davanti a una che vendeva libri. Molti dei titoli esposti già li conoscevo e li avevo letti, ma uno in particolare attirò la mia attenzione. La bellissima copertina riproduceva La Città Eterna di Peter Blume ed era uno di quei libri che, seppur già letti, lo avrei volentieri ripreso in mano. Marguerite Yourcenar. La moneta del sogno. Non esitai nemmeno un istante. Chiesi quanto e pagai. La ragazza mi diede il resto. E non potei fare a meno di scoppiare a ridere quando vidi quella banconota da dieci euro. Gli scherzi del destino! Me la ricordavo bene. Mi chiesi quante mani avesse incontrato prima di ritornare da me. Quante storie, sogni, affanni avesse conosciuto. Quanti desideri avesse contribuito a esaudire. Con la sua promessa ben evidenziata in rosso. Libertà!