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martedì 23 settembre 2014

NASCOSTI NEL NULLA di Allie Walker




Accoltellami il dolore, 
uccidimi la sofferenza, 
qui, nel mio addome. 

Grido, ma non sono in guerra.
Piango ancora, non sono morta.

Non riesco a vedere le mani,
ma è straziante quel coltello
che stai torcendo dentro,
quello che smuove il terrore,
per la vita o per la morte.

Intanto fuori il niente,
nemmeno il gioco,
nessuna guerra.

E’ una lotta per la vita,
una battaglia contro la morte,
ma non voglio vincere.

Affondo le mani sui tagli
e con le dita mi raggiungo la bocca
a disegnarmi un sorriso.
E se questo era un gioco
o una guerra, non so,
le lacrime silenti
comunque sanguinano.

Un ultimo respiro
e poi un sussurro:
maledetta, hai vinto.

ANIMA PERSA di Allie Walker




Ebbene, 
sento una maschera buffa 
a coprire l’anima 
e mi porta al patibolo
ogni santo giorno.
Dunque. è inevitabile
diventare il giullare
dei doppi sensi.

Rido di me stessa,
con la mia bocca sghemba,
e il cuore rotto tra le mani
cianciando del dolore.
Le parole, poi, svaniscono
davanti a un pubblico sbeffeggiante,
-all’istante-
e sono solo l’ennesimo buffone
che chiede al suo Signore
di portarsi via la sofferenza.

Come posso chiedere
a un Dio che non amo
di portar via lo strazio?
Come possono i miei occhi
ignorare la leggerezza
-con invidia-
che colgo negli occhi
della folla che mi osserva?

E allora –meglio- imploro,
sovrano dei miei tempi,
prendi questo corpo
vestito di campanelli
inutilmente risonanti,
esorcizza il suono del grottesco
per lasciar posto
al fragore di una Vita

domenica 21 settembre 2014

FUMO TRA LE LABBRA. E' UN FINTO VIVERE QUANDO SI STA MORENDO di Allie Walker




"Sei stata creata per essere la donna perfetta per un uomo. Non puoi essere lo scarto dei capricci di ognuno di loro, molti sono solo impostori. Alla fine sarai solo una dolce e docile preda per loro.” 
Le sue parole riecheggiavano nei sogni di Clio, come sempre. E ogni volta chi le parlava aveva avuto ragione. Come faceva a sapere? Come faceva a capire che sceglieva sempre in modo sbagliato? Lui non era reale. Era solo uno spirito, un demone informe che le appariva nei sogni, nel sonno.
Guardava profondamente in lei. Ed era come se la notte succhiasse dalla sua anima la vita per capirne il senso e il mattino, mentre albeggiava, gliela ritornava, scomparendo dolcemente. Non scomparivano, assieme a lui, le sue parole che, nelle ore di veglia, tornavano a martellarle le tempie. Quelle parole erano sempre con lei.
Una notte, le parlò del suo cuore. Le disse che amava troppo, profondamente, troppo spesso e troppo per quel mondo terreno. Lui la tormentava… le diceva continuamente che poteva vestirsi come le piaceva, mettersi ogni volta una maschera: sottomessa, frivola, un’amante perversa, una femmina affascinante; non sarebbe cambiato il motivo per cui lo faceva. Erano tutti meccanismi per raccogliere l’amore che desiderava, come se fosse stato l’ossigeno che la teneva in vita.
"La ragione per cui desideri così tanto amore da tutti quelli che incontri, è perché nessun amore ti è mai stato vicino a sufficienza. Non disperare. Quello che ti serve è solo attendere. Devi superare la superficialità per trovare l’Amore.”
Clio si svegliò e cercò di sollevare le braccia per toccarlo, le sembrò che fosse lì, con tutto il suo peso, ma non trovò nulla a cui aggrapparsi.
Si sentì cruda e fragile, quel mattino, mentre si vestì rendendosi conto che quel demonio aveva riconosciuto la paura, quella indossava come una seconda pelle. La paura di non essere amata abbastanza, la paura di non sapersi tenere gli uomini, la paura di dover amare troppo e avere nulla in cambio. Aveva cercato di mascherare quella paura nei sorrisi, di giorno, e nei baci che elargiva ai suoi occasionali accompagnatori. Perché dopo aver sofferto per amore, più volte, non cercava più l’uomo della sua vita, ma passava da uno all’altro senza ferirsi.
E intanto cercava di scacciare quel demone con la luce, sperava di liberarsene, bramava poter pensare liberamente e chiudere gli occhi per dormire in maniera serena. Eppure, al buio, quel demone tornò sempre. Era come se chiudendo gli occhi, solo pensando di sognare, o non sognare affatto, lei lo evocasse.
E lui lo sapeva. Sapeva che di notte, lo avrebbe chiamato pur non volendolo, perché in fondo desiderava averlo vicino. Era pur sempre una presenza costante. Il demone vedeva le lacrime silenziose che lei liberava quando era al buio e il cuscino che afferrava tra le braccia, ogni notte, prima di addormentarsi, in quella solitudine terribile che lei proteggeva in maniera feroce.
Lei ascoltava la cadenza del proprio respiro, il ritmo del proprio cuore ed era la sola melodia che le teneva compagnia, Ma era così assordante! Nel sonno si lasciava avvolgere dalle braccia di quell’oscura presenza e ascoltava il sussurro di quelle parole che, di giorno, si rifiutava di comprendere. E continuava ad amare persone sbagliate.
Scrivere era l’unica cosa che non la faceva sentire sola. Macinava pensieri e li traferiva sui fogli di word. Inventava storie, eroine, situazioni che avrebbe voluto vivere, amori impossibili. Sognava. Sognava di continuo, a occhi aperti, rileggendosi.
Quando l’editore la invitò a una presentazione di una collega, si disse che era venuto il momento di uscire allo scoperto. Perché continuare a rifugiarsi dietro uno pseudonimo? Per la paura di essere riconosciuta come la scrittrice di romanzi erotici? Additata perché scriveva “porcherie”?
“Prima che sia troppo tardi, voglio prendermi la soddisfazione di vedere la faccia allibita dei miei concittadini…” rimuginò fra sé. E quella serata poteva essere lo scenario adatto per fare il primo passo verso il pubblico. Era sicura che sarebbero stati presenti anche tanti amici e conoscenti in comune con la collega e amica scrittrice. Inoltre, un evento letterario, nella capitale, di una scrittrice che stava in cima alle vendite nazionali dell’ultimo periodo, era un appuntamento a cui i tanti nomi noti dell’editoria non avrebbero mai rinunciato. Forse si sarebbe presentata l’occasione giusta anche per lei, quella che aveva sempre sognato: diventare una scrittrice famosa.
Si preparò con cura, scegliendo l’abito giusto fra i tanti che aveva nell’armadio. Optò per un abito corto al ginocchio, con le spalline sottili e una scollatura vertiginosa che esaltava lo splendido decolté. Ai piedi un paio di scarpe con il tacco vertiginoso. I capelli raccolti, per il caldo, in uno chignon morbido con qualche ricciolo ribelle che le incorniciava il viso, gli occhi truccati alla perfezione, le labbra dipinte di un rosso rubino. Si specchiò un’ultima volta prima di uscire e si lanciò un bacio, apprezzando la sua immagine riflessa nel grande specchio, che faceva sfoggio di sé, nell’entrata del suo appartamento, tanto quanto la proprietaria. Il caldo umido della sera l’avvolse, ma per poco. Il tragitto che doveva percorrere per arrivare all’auto era breve. Appena salì, infilò la chiave, accese il climatizzatore e poi una sigaretta. Partì rombando verso un destino che lei ancora non conosceva, ma quella serata avrebbe segnato in maniera radicale la sua vita futura.
Arrivò al locale in perfetto orario. L’amica scrittrice salutava tutti con un affabile sorriso, che sembrava avesse stampato in viso. La sala era affollata e, tra i tanti volti sconosciuti, notò alcuni visi di amici. La musica in sottofondo si confondeva con il brusio della gente, un’accoppiata che non riuscì ad apprezzare. Appena l’editore la vide agitò una mano e le corse incontro. Clio si lasciò abbracciare e baciare, ma l’imbarazzo le stava salendo per il corpo in una scia di calore, nonostante l’ambiente fosse climatizzato in maniera eccelsa. Guido, l’editore, la prese per mano e la trascinò verso un capannello di persone. Le presentò alcuni suoi amici e tra questi anche un signore sulla quarantina, particolarmente affascinante: Tiberio. Non era bello, ma i suoi lineamenti erano eleganti e sottolineati da un pizzetto disegnato ad arte. Con un sorriso appena accennato, si chinò appena a prenderle la mano e sfiorarla con un finto bacio.
“Un uomo d’altri tempi…” pensò Clio.
Lo osservò. Era tutto in tiro nel suo abito scuro. Un abito che “sapeva” di sartoria d’alta classe e aveva l’odore del Dio denaro. Lei pensò che fosse eccessivo per un pomeriggio tra editori, scrittori e curiosi. Pensò di snobbarlo, alla stessa maniera che faceva lui ostentando uno status di privilegiato, ma non ci riuscì. Si ritrovò più volte a scrutarlo di sottecchi mentre era intento a parlare con alcune persone. Guido le teneva un braccio sulle spalle e la stringeva a sé in maniera eccessiva. Apprezzò quel gesto perché, così facendo, le donava un senso di protezione in mezzo a tutta quella gente.
Qualcuno parlò da un microfono e tutti si apprestarono a prendere posto sulle sedie. La musica cessò e la presentazione ebbe inizio. Tiberio prese posto accanto a Clio e Guido sulla sedia a fianco. Lei cercò di prestare attenzione a quel che si raccontava, provò a seguire il filo del discorso e le domande che un uomo faceva all’amica scrittrice, ma si sentì gli occhi di Tiberio addosso. Per tutto il tempo. Si perse. Fantasticò di essere tra le sue mani, di essere vicino alla sua pelle a inspirare il suo odore. Se le sentiva sul corpo quelle mani e il profumo di colonia che le arrivava alle narici la distraeva in maniera incredibile. Fino a che tutto finì - le sembrò che tutto si fosse svolto in pochissimi minuti - e gli applausi la colsero impreparata.
Tutti si alzarono in piedi e lei rimase immobile sulla sedia ancora immersa in fantasie carnali. Tiberio le sfiorò un braccio e lei rabbrividì, poi alzò gli occhi a guardarlo e lui le sorrise. A quel punto si alzò e l’uomo, un po’ più alto di lei, si chinò verso Clio e le sussurrò all’orecchio: “Sei mia ospite a cena…”
E sorrise di nuovo, lui, questa volta con un’espressione sorniona, di quelle bastarde. Quell’espressione che parlava senza dire nulla, che diceva “non aspetti altro che io ti scopi”. Quella fu l’impressione di Clio e un brivido le percorse la schiena.
Cominciò in quella maniera la relazione tra Tiberio e Clio. Dopo la cena lei accettò di finire la serata in una camera d’albergo. Era consapevole che la loro relazione sarebbe durata poco, l’anello all’anulare sinistro di lui la diceva lunga. Sarebbe stata una scopata, una notte di sesso e forse ne sarebbero seguite altre. Ma più di quello Clio non poteva e doveva pretendere e andò in quell’albergo perché lo desiderava. Quello che Clio non si aspettava, era che si sarebbe innamorata follemente di quell’uomo.
E ogni volta che si incontravano era lussuria allo stato puro. Le dita di lui correvano lungo la schiena di lei, anticipando la scia delle labbra e della lingua. Non servivano parole e nessuno dei due intendeva riempire il silenzio. Parlava molto di più di tante parole, il silenzio, le mani di lui si stringevano sui polsi di lei e, quando si addolciva, era protettivo, la accarezzava svegliando un fuoco che premeva sottopelle e scorreva assieme al sangue nelle vene. Infine, quando tutto era finito, quando entrambi aveva soddisfatto la loro arsura e le loro voglie, i muscoli della schiena di Clio si rilassavano contro il petto di Tiberio, mentre in sottofondo andava la musica del piano bar sotto casa. E poi lui se ne andava e lei, lentamente, si alzava dal letto e, ancora con l’odore di sesso addosso, si sedeva alla scrivania e vomitava pensieri, lasciando il cuore in sospeso.
A volte le chiedeva di accompagnarlo ad alcuni eventi mondani e Clio si chiedeva perché portasse lei e non sua moglie. Ma si guardava bene dal chiederlo a lui, le bastava essere insieme e in qualche momento si sentiva in colpa nel prendere un posto che non era suo. E si ripeteva, forse per convincersene in maniera radicale, che se andava bene a lui e, di conseguenza, anche a sua moglie sarebbe dovuto andare bene anche a lei. E la moglie non era nemmeno inconsapevole visto che apparivano spesso su alcune riviste di gossip e scandalistiche.
Una di quelle sere rimasero a cena in un noto ristorante romano, frequentato da tanti volti noti della movida capitolina, e in molti andarono a salutare Tiberio. In quei momenti Clio si isolava, appoggiandosi allo schienale della sedia, girando il capo a guardare tutti e tutto tranne le persone che si erano avvicinate al loro tavolo.
Ci fu un momento in cui nessun occhio o orecchio indiscreto era puntato su di loro e lei osservò curiosa Tiberio. Lui cercò nelle tasche della giacca e pochi istanti dopo appoggiò un suo biglietto da visita sul tavolo, sfilò la penna dal taschino e disegnò un cerchio perfetto sul lato bianco del biglietto. Al centro disegnò un piccolo punto. Clio lo guardava confusa. Lui rimarcò il cerchio e poi ritoccò il punto al centro.
“Lo vedi questo cerchio?” le chiese. Clio non rispose, alzò solo un istante gli occhi a guardarlo.
Lui riprese: “Io sono il cerchio!” e tornò a rimarcare con la penna il punto centrale. “Tu sei il centro. Puoi sentirti sola a volte. Stai pensando che tra me e te ci sia uno spazio enorme, e tu ti senti troppo piccola per colmare il divario che intravedi... Beh, lo vedi solo tu. Se rifletti bene e ti metti in testa che io sono il cerchio, quello spazio che vedi è la mia anima che ti circonda e protegge… io ti racchiudo. Non vai da nessuna parte se io non ci sono. Non devi aver paura di arrenderti a questo mio esserci sempre, anche quando non sono con te fisicamente. Questa sera siamo insieme e sto attendendo che tu distenda le braccia e mi accarezzi. E lo so. Io lo so. Tu sei in attesa di sentire il mio respiro su di te. Ma permettimi di viverti in mezzo alla gente che mi conosce.”
“Ma tua mo…” non la fece finire di parlare. La zittì scrollando il capo.
Tiberio riprese in mano la penna e in giri concentrici riempì il divario tra il cerchio iniziale e quel puntino che la rappresentava. Premette la penna più volte in quel punto. Clio non si sentì più così piccola e ricacciò tra i pensieri, seppellendoli con un sospiro, la famiglia di lui.
***
Una pomeriggio, mente erano ancora a letto, lui si mise a parlare. Fu un monologo che Clio ascoltò con attenzione, una cosa del tutto nuova per lui che parlava molto poco. O meglio… parlava, ma non quando erano a letto. Era un uomo colto, un produttore. Un ricco produttore ammogliato ma perverso. Un uomo che poteva avere tutte le donne che voleva, le bastava schioccare le dita. Ma adesso voleva lei. Ed era con lei. E questo le bastava.
“Sai… io sono un produttore di amore, degusto le donne.” Le disse. “Gusto te. Il cazzo è per il porno, è un esercizio fisico che da soddisfazioni fisiche: i muscoli si irrigidiscono, il cuore sbatte, i corpi sudano.” S’interruppe per guardarla, per vedere se lei stesse seguendo quel discorso. Sorrise e proseguì: “Io non scopo. Scrivo poesie sulla pelle con la punta delle dita. Lascio canzoni sul seno con le labbra. Disegno quadri con la bellezza dei gemiti che fuoriescono dalle tue labbra. Non sono semplicemente un cazzo e tu meriti molto di più di un desiderio sessuale impaziente. La mia è un’arte disperata.” Fece ancora una pausa. Si umettò le labbra, le baciò la fronte e poi gli occhi e si fermò a leccarle le labbra. E sulle labbra, soffermandosi per qualche istante a ogni parola, le sussurrò: ”Sì, è un’arte potente, cruda, diretta, appagante, mozzafiato; ma io non scopo. Trovo, invece, quelle parti di te… quelle parti che hai dimenticato essere così belle e le conficco nei tuoi ricordi.”
Si avvinghiarono l’uno all’altra, scoparono ancora e ancora. E a Clio sembrò di toccare il paradiso mentre pronunciò quel “ti amo”. Tiberio si bloccò un istante, la guardò ma non disse nulla e ricominciò ad affondare colpi dentro di lei, fino ad arrivare all’orgasmo, senza aspettarla, in maniera rude. Azione contraddittoria con quello che aveva poco prima espresso. Poi lui si rivestì in fretta e come tutte le altre volte se ne andò.
Quella notte, si vestì anche Clio e uscì di casa. Un sabato sera qualunque, ma tante persone in giro. Camminò in mezzo alla gente alla ricerca di qualcosa, ma non sapeva cosa. Avrebbe voluto che lì fuori ci fosse lui, Tiberio. E pensando a lui, che sicuramente era nella sua casa assieme a sua moglie e ai suoi figli, capì che non sarebbe mai stato totalmente suo.
Si mise alla ricerca di qualcuno che potesse sostituirlo, quella stessa sera. Aveva un bisogno urgente di braccia, di una presenza carnale, di occhi che l’apprezzassero per quello che era e di una bocca che pronunciasse la parola “amore”. Stava rasentando la follia, ma aveva le sue ragioni. Guardò la gente che le passava vicino. Avrebbe voluto un uomo che potesse tenerle compagnia la notte, in modo che quel demone, che da un po’ non tormentava le sue notti, non fosse tornato. Un uomo che si fosse svegliato assieme a lei al mattino, così da far vedere a quel demone bastardo che lei sapeva amare e non aveva paura dell’amore. Nessuno la degnò di uno sguardo.
Aspettò, poi, in mezzo alla strada affollata e guardò quel dipinto di viola e blu che la sovrastava. Sembrava tenero quel cielo minaccioso in confronto alle parole che le risuonavano in testa e le apparivano liquide. Era come se incombesse su di lei un fiume in piena, che presto avrebbe tracimato, e sentì sottopelle la paura scorrere assieme al sangue nelle vene. E afferrò il senso di un’altra notte in compagnia del suo compagno oscuro.
***
Quando arrivava Tiberio Clio doveva lasciar perdere tutto quello che stava facendo e prestargli attenzione. Lui voleva così.
Una delle tante volte che piombò a casa sua, lei non si unì a lui subito, si scusò dicendo che doveva andare in cucina a bere. Quando entrò in camera da letto lui era disteso sopra le lenzuola, senza nulla addosso. Clio non gli andò vicino, ma si sedette su una poltrona e rimase a guardarlo come se fosse un dio.
Tiberio stava con le gambe rilassate e giocava a provocarla, accarezzandosi. Clio respirava a fatica, come se lui le rubasse il respiro anche a distanza, la confondeva. Sentì il cuore in gola e il desiderio di toccarlo si amplificò momento per momento. Si impose si rimanere immobile, ma il tremore delle mani tradirono il suo sentire, deglutì la saliva, che le aveva riempito la bocca, mordendosi le labbra.
Era dentro di lei, la penetrava non solo con il corpo, ma anche con le parole non dette, con quelle mani che si muovevano sulla carne tesa, con quel suo sguardo irritante. Ubriaca di lui che non avrebbe dovuto amare.
Eppure era lì a guardarlo, e lui era lì a toccarsi e tutto nell’aria era sesso, non amore. Sul volto di lei la sconfitta di chi sa che non può chiedere di più. E rimuginava pensieri che poi avrebbe scritto quando lui se ne sarebbe andato.
Tentava di comprendere perché voleva proprio lei. Che cosa trovava in lei? Che cosa lo spingeva verso di lei?. Clio sapeva che lui non l’amava, ma non poteva ignorare quel torrente che ribolliva e la sciarada di parole in testa che le dicevano che lui la voleva. Sempre. Temeva il giorno in cui non sarebbe più stato così e, in quei momenti rubati agli altri, alla famiglia di lui, Clio usava le armi che aveva in mano.
Porgeva a Tiberio piccole dosi di sé, quel tanto che bastava a far vacillare quel freddo atteggiamento che gli si disegnava in viso ogni volta che voleva fare il duro. E lo faceva ogni volta in maniera diversa, lui odiava la monotonia dei gesti e Clio, in quel senso, lo assecondava in ogni cosa, in ogni gesto, in ogni richiesta. In quel momento lui continuò a guardarla maneggiandosi il cazzo. Sapeva che Clio lo voleva e a lui si leggeva in volto la smania di avere le mani di lei sull’asta, piuttosto che le proprie. Invece Clio si aggiustò meglio in poltrona, le gambe accavallate e le mani sui braccioli. Si obbligò a rimanere immobile a guardarlo, in una guerra di sguardi. Tiberio non amava essere sfidato, soprattutto da lei. E adesso era sul viso di lui che si leggeva la confusione.
Lei rimuginò pensieri: “Non sai quello che mi passa in testa e questo ti spiazza. Non sai che ti sto usando e quando sarò sola userò quello che ho visto per scrivere. Non sai di essere la mia musa. Sì, ti amo. Sì, ti uso. E ancora sì… mi usi per il tuo piacere, quello che non trovi tra le mura di casa tua.”
Tiberio alzò il busto dal letto e si sedette ma, prima di fare altri movimenti e alzarsi per raggiungerla, Clio aprì le gambe e iniziò a toccarsi. Lui si bloccò a guardarla, un sorriso sornione gli si stampò in volto.
Clio finalmente parlò: “Mi piace esibirmi, mostrarti quanto mi fai diventare troia…”
E solo con i pensieri proseguì: “Ma sei tu che vuoi prendere completamente possesso di me? O sono io a possederti? Vuoi che mi inginocchi ai tuoi piedi e implori il tuo possesso? O sei tu che adesso vorresti farlo? Potrei darti l’eternità, ma cosa avrò in cambio? Avrò te come tu hai me?” Domande che Clio aveva stampate in mente da tempo, domande sempre senza risposta.
Lui si avvicinò e sostituì le mani di lei con la bocca e la lingua.
Quando se ne andò, all’imbrunire, lei finì di scrivergli una lettera che lui non avrebbe mai letto, ben nascosta in un file del pc.
La lettera terminava con: “Sì, sono tua, tra il peccato e l’amore, estasiata da questa storia che insisto a tenere in piedi. E’ un racconto che mi costringo a vivere. Una vita con più domande che risposte, un mondo che provoca sofferenza ed estasi. Non temo il bruciarmi, solo non comprendo perché non possa diventare tutto più semplice. Mi vuoi, ma non puoi sempre. Mi vuoi, ma quando hai finito te ne vai. Mi vuoi, ma sono solo una bambola da mostrare. Perché questo amore deve essere risucchiato in un vortice di paradossi? Forse avrò il coraggio di fare qualcosa per liberarmi di te. O forse sarai tu che ti libererai di me. Rimane il fatto che ti amo e non posso averti. Forse abbracciando l’eternità sarai completamente mio. Mio e di nessun altra. E’ morboso questo amore che provo per te e so che mi porterà alla distruzione. Ma almeno non distruggerò te. Tua per sempre. Clio.”

E Clio bevve di quell’amore fino a dissetarsi, mangiando le parole e i gesti di Tiberio con una passione ricambiata, con un desiderio che era simile al suo, con il fuoco della sua mente, in continui orgasmi di pensieri che versava in inchiostro sulle pagine sparse per casa o nei file del pc.
Alle volte cantarono su diverse armonie, ma la musica ha immense possibilità e in tanti momenti divennero una sola melodia. Clio credette di essere pronta, sperò, lambì i confini di quello che lui le chiedeva, senza lesinare. Sapeva di non essere amata, di essere solo un desiderio carnale, un oggetto da mostrare, ma ricacciava indietro tutto i pensieri oscuri quando era con lui.
Si rifiutò, infine, di vedere quello che era vero, la realtà, quello che i pensieri più volatili tracciavano senza preavviso e ricacciava dentro a forza, quello che anche un cieco avrebbe letto nel loro rapporto, mentre lei, resa impotente dall'amore che provava per lui, attendeva i suoi momenti.
Lei ascoltò attentamente il crepitio del fuoco che divampava ogni volta tra loro, vacillò nella polvere della cenere che ne rimaneva fino a mostrargli tutto quello che era. Sperava potessero bruciare più a lungo, pensava di poter gestire le fiamme e tenerle vive.
Ma il fuoco, si sa, è affamato e insaziabile, consuma tutto quello che brucia. E lui? Lui non era solo calore e Clio ebbe paura che nulla avrebbe potuto mai saziarlo. E il suo risveglio, il suo fuoco, la sua luce che non furono più di Clio ma di un’altra.
Clio non amava mostrare segni di intolleranza, i bordi oscuri di un esaurimento. Si ritrovò immersa in una fitta nebbia che lentamente evaporava dal ghiaccio che aveva avvolto la sua anima, dopo che lui le disse che era finita.
Non lo rivide più e non tentò nemmeno di chiamarlo al telefono. Si disse che aveva una cura per il proprio mal d’amore, ma forse non era ancora pronta a guarire, preferiva tenersi il gelo a corazzare il cuore.
Ripensò più volte alle parole di Tiberio, a quel “mi dispiace” detto senza guardarla negli occhi. E in fin dei conti lei lo capiva. Lui aveva la sua vita, l’altra vita. E ora c’era anche l’altra. E chissà quante altre l’avevano preceduta e quante altre ce ne sarebbero state. Un numero. Questo era diventata per lui. Un numero e un giocattolo che non gli serviva più, perché sostituito con uno più divertente.
Clio arrivò al punto di uscire di casa solo per fare la spesa e in ogni angolo della sua casa aveva appiccicato un post it con la stessa scritta, identica per ognuno di essi: “perché hai rubato il mio respiro e non me lo dai indietro?”
E in qualche maniera era arrivata anche a godersi la solitudine, con il freddo e oscuro demone che la possedeva, ogni notte, quello che non l’avrebbe mai delusa. Quello che tutte le notti le appariva dopo aver chiuso gli occhi. Lui l’amava.
“E se devo scendere all'inferno con lui per sciogliere del tutto e velocemente questo ghiaccio che attanaglia anima e membra, lo seguirò, mi scioglierò dietro i suoi passi e sarà amore per l’eternità. Arrivo Demone.”
Scrisse questo ultimo biglietto e lo appoggiò sul tavolo, poi accese una sigaretta.
“Metto la morte tra le labbra, prendo una lunga boccata. E’ un finto vivere quando si sta morendo. Una boccata di vita, il fumo tra le labbra.” Pensò. Il sapore acre del fumo e del tabacco le stuzzicò il labbro mentre espelleva la morte. Spuntò un sorriso. “Vivo il presente ed evito un futuro, A che serve il futuro se hai nessuno accanto?” una risata isterica colpì le pareti della sua casa e le parve di sentire un’eco.
Si sentì soffocare, come se la morte l’avesse accarezzata per un istante. Le si strinse il petto, un dolore acuto tra le ossa dello sterno. Sentì la sua carne bruciare e il cuore palpitare.
“E’ solo piacere se si riconosce il dolore.” Disse ad alta voce, come per sentire di essere ancora viva. Soffiò fuori il fumo che le accarezzò la bocca. Poi passò la lingua sulle labbra per assaporare il gusto della morte, ogni bacio sulla pelle arsa. Il gusto era acre, poi divenne dolce, lo paragonò all’ultimo dei baci di Tiberio. Un’ultima boccata. Ancora un pensiero legato a lui.
E ancora un sussurro: “E’ un finto vivere, quando si sta morendo...”
Poi si decise, andò in bagno e lasciò correre i suoi pensieri, la sua immaginazione… e c’era lui con lei.
Lui e il bagno. E l’acqua che correva. Osservò la grande vecchia vasca da bagno con i piedi da leone, enormi artigli che la sostenevano; ormai piena fino all’orlo con acqua calda.
Il vapore saliva in vortici seducenti, così fitti da confondere tutto il resto, le pareti e il soffitto scomparirono e c’era tutto un mondo in quella nebbia.
C’era lui. Clio lo sentiva, era parte dell’acqua, era nel vapore e la sua presenza l’avvolse come le sue braccia non avevano mai fatto. Sentì le sue mani stringerle i polsi, un dolore sottile come di una lama tagliente. Quella che affondò sulla carne, a raggiungere le vene.
Lei sapeva quello che voleva, quello che era, ed era convinta che lui era lì per un solo motivo. “Non mi lascerai andare fino a che non ti darò ciò che è tuo.”
Si arrese.
S’ immerse nell’acqua e sentì scivolare via ogni preoccupazione, la sua solitudine, l’ordinarietà della sua vita. L’acqua si chiuse sopra la sua testa e si rilassò.
“Il nostro momento durerà in eterno, rimarrai con me.” I pensieri corsero a lui e poi a quello che avrebbe voluto fare.
“Non ce la faccio ancora, è troppo presto, devo risalire, devo respirare e prendere ancora un altro respiro, e un altro ancora e andare avanti.”
Con la testa fuori dall’acqua, il vapore si diradò e Tiberio era lì, la stava guardando. Lei vide i suoi occhi grigi offuscati, il viso che sembrava essere di marmo, inflessibile e freddo, i capelli bagnati incollati alla nuca.
Chiuse gli occhi e appoggiò la schiena contro la vasca, il vapore le solleticò le narici, il volto era umido. Le rimaneva difficile respirare.
Lo sentì sussurrare il suo nome, Le sembrò rassicurante la sua voce, come se stesse calmando la sua bambina. I seni galleggiavano sulla superficie dell’acqua, senza peso, i capezzoli turgidi bramavano un tocco. Lo attendeva.
E finalmente si avvicinò, posò i suoi baci sugli occhi di Clio, la lingua leccò le gocce di vapore che le ricoprivano il viso. Era delicato.
Lento e delicato.
Le labbra di Tiberio sfiorarono quelle di Clio, i denti affondarono sulle labbra. Le mani impastarono i seni, li strizzarono, tirarono i capezzoli. Lei provò dolore, ma aveva bisogno di sentirlo, aveva bisogno di ricordarlo.
Nel momento in cui Tiberio affondò la lingua nella bocca di lei, Clio aggrovigliò le mani ai capelli di lui, per tirarlo più vicino a sé.
“Non posso lasciarti andare questa volta…”
Allargò le cosce contro i bordi della vasca, offrendosi, in attesa che le dita di lui trovassero la loro strada dentro di lei.
La trovò, lei gemette, sollevò i fianchi, l’acqua traboccò, ma lei aveva bisogno di avere di più. Mentre si contorceva e inarcava il ventre, Tiberio chiuse la bocca su un capezzolo, lo succhiò, lo morse. Lei sentì di nuovo dolore, si trasformò in piacere.
La tenne in bilico fra il piacere e il dolore.
Si accese il corpo e tutto vibrò nella mente di lei. Lui la lasciò un istante e lei si mise in ginocchio, le braccia appoggiate sul bordo della vasca.
Lo sentì subito dietro di lei, fulmineo, il suo corpo fondersi a quello di Clio, le mani si allacciarono ai seni.
“E’ tutto quello che ho sempre voluto, sentirti così vicino, petto contro schiena, le labbra che mi baciano il collo e le dita che tirano i capezzoli.”
Eppure non era sufficiente, il bisogno che sentiva Clio era infinito. Si strofinò conto di lui, sapeva che le avrebbe dato sollievo, sapeva che poteva farlo. Il cazzo contro la figa, lentamente scivolò dentro di lei a completarla.
Poi, senza preavviso, lui spinse duro, martellante. Il nucleo di Clio divenne rovente
“Ti voglio, godi! Fammi godere… Godi.” Urlò lei nei vapori.
Poi strinse con le mani il bordo della vasca, mentre gli schizzi andavano ovunque, seguivano implacabili i movimenti.
Gridò. Clio gridò ancora.
Ondate di piacere la trapassavano, fremeva, tremava, godeva, mentre lui si dissolse con gli ultimi resti del vapore.
“E’ troppo presto.” Sussurrò Clio.
Pianse con gli occhi chiusi.
Si immerse.
Tutta.
Aveva freddo, ma lì rimase, mentre il sangue si confondeva con l'acqua e i brividi le trapassano il corpo prima di cogliere un'ultima immagine dietro le palpebre chiuse: ancora lui, Tiberio, nel suo abito “tronfio” di alta sartoria.
E perse anche il suo ultimo respiro.

lunedì 21 luglio 2014

E UN BAMBINO MUORE di Allie Walker




Certe sere non trovo le parole 
per descrivere come la mia testa 
si piega verso il basso, 
sotto il peso dei ricordi
delle ore innocenti, ora perdute.

Gli orrori che ogni giorno
mi passano davanti agli occhi
- il prostituirsi mediatico delle immagini -
feriscono la mia anima:
ragazze rapite, poi dimenticate;
donne trattate come bestie da monta;
guerre di potere,
con indosso la maschera di un Dio,
un dio macchiato di petrolio e di dollari
e di armi e di un consumismo sfacciato.
E c'è ancora chi muore di fame
nel più sperduto angolo della terra.

E i cieli prendono fuoco,
i bambini piangono, le madri urlano,
i padri…
e i padri?
I padri bestemmiano
con un bazooka in mano!

Da qualche parte, in lontananza,
un pavone piange;
è il solito pavone di tutte le notti,
quelle che vedono il mio soffitto
popolarsi di orrori.

E un altro bambino muore.

I miei occhi si chiudono,
mi rifiuto di guardare lontano,
anche se tento di capire
e mi chiedo:
dove sei Dio?
- qualunque nome tu abbia -.

ABBRACCIO LIQUIDO di Allie Walker





Dove vai quando 
è buio dentro? 
Quando ogni cosa 
che ti sfiora ti distrugge?
Quando ogni parola che senti
ti riempie il cervello di caos?
Trovi quegli spazi nascosti,
dove il canto della luna
non può giungere,
dove non ci sono stelle
a guardarci e guidarci.
E’ nelle tue braccia, mare,
che misuro la mia disperazione,
dove le onde sono sinfonie
di catrame e di sabbia.
La bassa marea
non mi porta alcun sollievo,
mi costringe a riemergere
a trovare la forza per lottare.
Non ne ho voglia.
Voglio solo affondare ancora un po’,
rimanere a corto di fiato
e poi lasciarmi andare.
Tanto nell’aria non ci sei.
Non c’è nessuno fuori
da questo abbraccio liquido.

venerdì 18 luglio 2014

Recensione "Le confessioni di Eva" di Allie Walker



Eccomi qui, per la prima volta, a recensire un libro della mia dolce metà. Lei sa bene che il mio esser critico, in qualsiasi cosa, non la risparmierà, come già è successo. “Le confessioni di Eva” di Allie Walker edito nel 2013, è un romanzo ambientato tra Milano e Roma, scritto da una Donna che ha fatto della scrittura una vera e propria passione. Esordisce nel 2012 con alcuni racconti sparsi per la rete, passando per la poesia erotica, la ritroviamo a scrivere un paio di romanzi, fino ad arrivare a quest’opera. "Le confessioni" è un romanzo erotico che conquista e appassiona, arrivi a fine pagina e ti prende la smania di proseguire a leggere. Una lettura scorrevole una trama intrigante, affascinante per vari motivi. Eva, la protagonista femminile, è un "personaggio" libertino e arrivista, una figura che non annoia mai, vuoi per le sue avventure erotiche e piccanti, vuoi per le vicende che si susseguono, una dietro l'altra, nella scalata verso il successo nella carriera lavorativa. Un romanzo disincantato con dei momenti di suspance e un finale che lascia molto spazio a un seguito, che a detta dell’autrice è in fase di lavorazione.

 Eva Galli è una donna nata e cresciuta in un paesino di provincia, segnata alla tenera età di nove anni da una violenza sessuale compiuta da un amico di famiglia, sfruttando la sua innocente volontà di aiutare il prossimo. Si trasforma in seguito in bambina "in carne" giusto per non farsi notare troppo dai suoi coetanei. Questa vicenda la si legge all'interno di una lettera che Eva scrive a una sua amica, una lettera molto commovente, una confessione che scrive, non tanto per liberarsene, ma per spiegare all'amica tanti suoi comportamenti. Giunta all’età adulta, scoperti i piaceri peccaminosi del sesso, si trasforma in una femme-fatale dalla doppia vita. 

“Io sono l’enigma, la tua fantasia, sono quello di cui non puoi fare a meno nella vita di tutti i giorni. Mi piace spingerti verso di me, voglio provocarti, mente corpo e anima. Voglio che ti senti al sicuro nel parlarmi, ma allo stesso tempo, voglio che le cose che confidi a me, tu non lo dica a nessun altro. Dai, confessami il tuo segreto.” 

Conosce un uomo, Luigi avvocato di successo, e va a viverci insieme continuando i suoi studi che lo stesso compagno la sprona a proseguire. All'interno delle quattro mura Eva si trasforma In una semplice donna di casa, sfruttata sessualmente dal proprio compagno, ma allo stesso tempo si trova a diventare una delle Prodommes milanesi più ricercate. Una doppia vita, un'altra vita che tiene nascosta al compagno. 
Laureata alla Bocconi in Economia e Marketing con lode, durante gli studi conosce Lucia una ragazza che odia gli uomini e che diventerà sua amica intima. Ma proprio durante la festa di laurea, Eva perderà ogni diritto e ogni dignità di fronte al compagno per aver messo davanti a tutto il proprio orgoglio da Mistress. Eva pur di arrivare al potere, ruba dei documenti, fugge e da quel momento in poi non guarderà in faccia a nessuno, catalogando i clienti, nomi noti della Milano bene, in vari documenti. L'avidità e la voglia di arrivare in alto, la metterà al rischio di perdere la vita, coinvolgendo anche altre persone e pur di non perdere informazioni e giochi di potere, si ritrova da sola di fronte a un bivio. Fantasmi del passato e del presente, le faranno cambiare città, facendo perdere le sue tracce. Ma Eva non perderà la sua doppia vita, infischiandosene di tutti e usando tutti i mezzi a propria disposizione per arrivare ai suoi obiettivi. Un finale che ci lascia in sospeso. Sicuramente un romanzo da non perdere. Mi chiedo se l’autrice, in questa storia, ci abbia messo qualche vicenda personale o di qualche amico/a (la metterò sotto torchio e so come farlo, sghignazzo). Di certo ci ha messo tutta la passione che Eva trasmette a chi legge.

martedì 1 luglio 2014

RISVEGLI di Allie Walker





Mi addormento 

dopo aver bevuto tequila 
e fatto bum bum 
con il mio amico immaginario, 

quello che mi trasporta nei sogni 
a baciare poesie e ragazzi 
con le labbra malinconiche, 
visibili in ritratti di satanici selfies. 
Sul soffitto pipistrelli appesi 
che danzano al ritmo di brani sincopati. 
Galleggio nella nebbia, 
sulla superficie di acque putride. 
Attraverso quel mare nero che mi avvolge e, 
superando gli archi della sapienza, 
mi incrocio con un saggio. 
Gambe incrociate sui segreti della gente, 
mi parla della mia anima assopita, 
come se mi conoscesse da sempre. 
E mi rassereno. 
Tutto diventa un paradiso celestiale 
e mentre mi beo di quella pace ritrovata…
Cazzo! 
Il bip incessante della sveglia 
mi fa spalancare gli occhi sul mattino.

giovedì 26 giugno 2014

OSTINAZIONE


Mi nutro di ideogrammi multicolori 
quando la poesia attraversa le mie porte. 
Le lettere si riflettono nella mente 
e le parole fluiscono blasonate 
in una vertiginosa atmosfera 
carica di emozioni strappate alla memoria.
Ordisco trame, macino versi,
studio modelli e codici 
per disperdermi nella marea 
di sensazioni che vanno e vengono. 
E rinasco ogni volta, 
ricca di sostanza estorta alla materia, 
come le acque nella risacca 
che si prosciugano al sole,
ma di nascosto si riuniscono 
al loro amato mare.
- E’ un moto perpetuo. -
Gioco con le parole e i pensieri, 
come un funambolo senza paura, 
banchettando sulle appendici lessicali.
Appaio distaccata dal mondo, 
strategicamente impersonale con chi lo popola, 
fuggo dalla produzione del conformismo sociale. 
Piscio e vomito i miei lamenti, sì! 
Ma è un sereno vivere 
entro un silenzio perfetto attorno alla mente.
Dio… 
Perché sono così dura con il mondo intero? 
Perché tutto mi appare inutile e falso?
Potreste prendermi a calci in culo 
per farmi uscire dai miei schemi folli, 
ma sono così elegantemente legata 
a questa mia pazzia, 
che pensare razionalmente 
non potrebbe farmi scrivere
anche, e solo, quest’ammasso di parole
che ancora mi ostino a chiamare poesia.

sabato 31 maggio 2014

LA VESTALE di Allie Walker




I PARTE

La storia tra me e Marco iniziò qualche mese fa, anche se in realtà lo conobbi due anni prima, quando di sfuggita lo incrociai alla stazione di Milano.
Ero da una mia amica, che mi ospitava per qualche giorno, con lo scopo di conoscere qualche “personaggio” di un ambiente che non si frequenta tutti i giorni, soprattutto in un paesino piccolo come il mio. Feticisti e sadomasochisti, che anche nelle città più grandi sono tenuti ai margini della società, in un paese, dove ci si conosce tutti, sono per forza costretti a rimanere nascosti negli ambienti casalinghi o, al limite, frequentare locali a tema. Approfittavo dei momenti in cui ero fuori dalla quotidianità per coltivare quella mia mania, o vizietto come volete chiamarlo, per fare esperienze alquanto fuori dall’ordinario e straordinariamente perverse. Niente di così malato e travolgente, ma erano situazioni sempre molto intriganti e appaganti dal punto di vista sessuale e feticista.
Fu un incontro fugace il nostro, una stretta di mano fuori la stazione e poi lui, ligio al dovere, corse via al lavoro. Da quel momento lì non c’eravamo più visti.
Leggevo di lui attraverso facebook e vedevo che aveva una relazione con una donna che si dichiarava schiava. Vivevano la loro storia intensamente, a giudicare dai loro scambi di post, battute e commenti, e sorridevo ai cuoricini rosa che si scambiavano. Che fosse solo una facciata, magari per darsi un tono maggiore nei confronti degli altri? Perché ormai è quasi scontato, la gente è strana e sui social di stranezze ne passano tante. Io questo non lo so e non potevo sapere con certezza che cosa c'era fra di loro. Non è che me ne facessi una malattia il voler sapere a tutti i costi, a me, quello che succedeva sul social del momento, passava tutto molto di striscio e continuavo la mia vita alla ricerca dell’altro nella vita reale, di quello che mi avrebbe fatto stare bene sessualmente e sentimentalmente. Ricerca non sempre felice, ma si sa... tutte le ciambelle non riescono con il buco.
Poi il destino ci mise lo zampino. Lo scorso anno, attraverso altre amicizie, potei rivedere Marco e frequentarlo saltuariamente assieme ad altri conoscenti. Era ancora impegnato con la stessa donna e io avevo ben altri pensieri per la testa.
Apprendere, nel frattempo, che lui in realtà era anche una lei, mi incuriosì a tal punto che cercai di immaginarlo con una gonna corta, delle calze a rete e scarpe con tacchi vertiginosi.
Mi rimaneva difficile pensarlo in quella maniera, ma dopo aver visto alcune fotografie delle sue gambe, sottilmente velate con delle calze elegantissime e magistralmente ripreso in una posa molto femminile, mi fece ripensare alla figura dei trav. Cercavo di comprendere, soprattutto, il motivo del travestimento e della femminilizzazione. Era tutto molto distante dal mio mondo e non capivo, di certo c’era una sola cosa: la differenza tra lui e l’immagine di lui trasformata in lei, lasciava a bocca aperta.
Scoprii anche che Marco faceva la Mistress Trav da diversi anni, che frequentava locali e feste ed era molto conosciuto/a. Sentire dalla sua voce le sue esperienze fu illuminante e molto eccitante. Pensai, in quel momento, a come sarebbe stato fare sesso con un Trav e la mia intimità ebbe un moto istintivo di vita propria. Cominciare a sentirci telefonicamente fu il passo più breve e naturale verso un qualcosa che si stava muovendo tra noi. Un qualcosa a cui mai avrei pensato e che non riconobbi, perché pensavo a lui solo e soltanto come amico.
Le nostre conversazioni erano incentrate quasi sempre sulla nostra passione comune della dominazione. Mi piaceva sentirlo parlare del suo modo di dominare, sia in versione maschile che femminile. La cosa mi affascinava, mi incuriosiva e mi intrigava, ma non vi erano interessi sessuali tra di noi. Due amici che si conoscono da tempo non avrebbero potuto avere più argomenti in comune di noi due e più naturalezza nel conversare.
Una sera, Marco capitò a Milano. Sapendo che anche io ero li, mi invitò a una sessione comune in cui c’era anche la sua donna. Accettai. Incuriosita da una situazione a tre, che avevo vissuto poche volte, mai assieme ad un altro dominante, mi preparai con semplicità e, aperta a tutte le sensazioni che da quella serata imprevista sarebbero arrivate, arrivai all’indirizzo che mi aveva passato per sms con un sorriso stampato sulle labbra dipinte generosamente.
Quando vidi Marco in versione Laura rimasi felicemente impressionata. Indossava un abito nero al ginocchio, con una generosa scollatura dalla quale si intravedeva il pizzo di un reggiseno, una parrucca castana dai morbidi riccioli che le cadevano graziosamente sulle spalle, molto naturale, e delle calze velatissime con la riga, di quelle che “attizzano” anche i morti. La cosa che mi colpì particolarmente furono le scarpe: delle decoltè di pelle lucida dal tacco vertiginoso. Il suo incedere avrebbe fatto invidia anche alla femmina più felina ed elegante dell’universo. Insomma, un bel colpo d’occhio.
Tra me e Laura fu empatia all’ennesima potenza, e fu una serata all’insegna del sadismo e di emozioni continue. La schiava, la sua donna, mi sembrò contenta, appagata e orgogliosa di aver ricevuto le nostre attenzioni. Lo scudiscio aveva segnato la sua pelle in maniera estrema forse, ma i mugolii e i lamenti della stessa ci mandavano segnali diversi. La sua donna godeva come una troia e in alcuni momenti implorava i nostri colpi e le nostre mani. Non ci fu sesso tra noi, ma l'eccitazione era tangibile. Rimanere a fine serata distesi tutti e tre sul lettone con le mani che si cercavano fu istintivo, un momento denso di emozioni contrastanti.
Nei giorni successivi cercai di pensarci il meno possibile, ma la figura di Laura con lo scudiscio in mano era ben impressa nella mente. E ben impresso era anche l'aver dato libero sfogo al mio sadismo, cosa che ultimamente avevo fatto di rado.
Pochi giorni dopo appresi che Marco aveva mollato la sua donna. Lui era triste, molto provato da quella decisione. Mi disse che non poteva vivere ancora con una persona che pretendeva di decidere la sua vita, quello che doveva o non doveva fare, o dire, o, addirittura, pensare. Le nostre conversazioni, passato il primo lieve imbarazzo per una relazione finita, tornarono come prima, non era cambiato nulla tra noi: due amici che si confrontavano e si confidavano su qualsiasi cosa. Era sempre molto disponibile con me, pronto ad aiutarmi e a parlare di qualsiasi cosa. Non passava giorno senza salutarci, o scambiare qualche chiacchiera o pettegolezzo. E fu semplice addentrarci in argomenti sempre più intimi.
Conversava con me molto amabilmente, a volte era estremamente serio, ma spesso sottilmente ironico e mi spiazzava continuamente. Quando mi parlò del suo essere donna, mistress trav, mi confdò che adorava sottomettere gli uomini, torturarli fino all'estremo e godeva delle loro suppliche; amava, inoltre, sottomettere le donne con dolcezza, nonostante in entrambi i casi desse libero sfogo al suo sadismo... cosa di cui non poteva fare a meno. Non aveva mai avuto rapporti con uomini, mai nessuno l'aveva convinto a tal punto da cedere la sua verginità in quel senso, ma con la sua donna aveva sperimentato il sesso passivo e ne era stato piacevolmente eccitato e soddisfatto. Quella sera rimanemmo svegli fino a notte fonda a parlare e a confidarci le nostre perversioni. E la sottile eccitazione che pervadeva il mio corpo stava prendendo campo.
Non mi addormentai subito, quella notte. Rimasi a pensare a lungo alla sua immagine, a Laura anzichè a Marco, mentre il ventre si scaldava e la figa si contraeva. Dovevo placare quel desiderio. Infilai le mani sotto il perizoma e toccai il clitoride, già gonfio e teso. Le dita si mossero subito abili e veloci, mi inarcavo accompagnando il ritmo e pensai a quanto mi sarebbe piaciuto essere scopata da Laura. L'orgasmo che mi scosse poco dopo si accompagnò al liquido che sentii colarmi tra le pieghe della figa, fino a raggiungere il culo e inumidire le lenzuola. Raccolsi con i polpastrelli gli umori e me li portai al naso. Annusare il mio odore fu inebriante. Poi assapporai le dita chiudendo gli occhi, pensando di leccare il cazzo di Laura. Mi eccitai di nuovo, i capezzoli si inturgidirono, li strinsi tra le dita torturandomi. Il dolore mi eccitava quanto il masturbarmi, il pensare a lei mi accendeva e di nuovo mi intrufolai tra le labbra a toccarmi e a sfiorarmi e a stringere fra le dita il clitoride e a godere di nuovo delle mie mani. Finalmente appagata mi girai su un fianco e mi addormentai pensando al domani, cosa che non facevo mai. Il domani non mi interessava, amavo vivere gli istanti, la giornata e il futuro per me non esisteva. Quella notte, invece, tornava nel mio esistere, nella mia vita che consideravo vuota, anche un domani.
La mattina dopo mi precipitai al computer, ero impaziente di vedere quel pallino verde che mi diceva che Marco era on line. Mi tremavano le mani, scrivevo e per l'emozione facevo continui errori. Chiacchierare con Marco e pensare a Laura mi fece chiudere tutto il resto del mondo fuori. Qualcosa era cambiato tra noi, non solo in me e più passava il tempo e più mi sentivo coinvolta, come ipnotizzata da quella figura così ambigua. La conferma del cambiamento mi arrivò chiara e limpida il giorno dopo al telefono. La decisione di vederci fu di una semplicità unica e il bisogno di guardarci negli occhi era palpabile quanto il desiderio di approfondire la conoscenza reciproca, pelle su pelle . Lei mi disse: "voglio provare a viverti".
Ci saremmo viste quindici giorni dopo. Giorni che passarono tra il desiderio reciproco e la complicità, e una mente diabolica come la mia che stuzzicava le voglie di lei, che ora chiamo la Mia Laura. Avevo voglia di farla mia, voglia di respirarla, di annusare la sua pelle e colmarmi della sua essenza. Parole e pensieri che ai più sarebbero sicuramente risultate banali e scontate, ma nella mia mente e nei miei pensieri colmavano il mio tempo, gli attimi che si susseguivano veloci ma sempre troppo lenti in quell’attesa che ci vedeva complici e perverse. Inutile dire che in privato Laura si trasformava in un troia lussuriosa.
E mi venne in mente di giocare un po’ con lei fino al giorno del nostro appuntamento.
Il primo giorno le dissi di scegliere dal suo guardaroba un paio di calze nuove, di indossarle durante la notte e poi di riporle il mattino dopo in una scatola, che avrebbe messo a mia disposizione il giorno del nostro appuntamento, assieme ad altre cose che le avrei indicato nei giorni a venire.
Il secondo giorno dovette inviarmi un sms a un orario prestabilito, descrivendomi le calze del giorno prima e indicandomi l’indumento a sua scelta che avrebbe riposto nella scatola. Laura era notevolmente incuriosita da quel gioco intrigante, tanto da chiedermi continue informazioni su cosa sarebbe accaduto quando ci saremmo viste. Così le chiesi di scrivere su un foglio che cosa secondo lei sarebbe accaduto quel giorno, di sigillarlo in una busta e sistemarlo assieme alle altre cose nella “scatola delle meraviglie”.
Certa che non avrebbe mai indovinato il finale che mi passava per la testa, mi stavo divertendo come una pazza, perché la sentivo sempre più coinvolta ed eccitata. Sorridevo di continuo, tanto che al lavoro qualcuno se ne accorse e me lo fece notare: “Hai per caso incontrato l’uomo della tua vita?” Mi chiese il capoufficio. Mi feci una grassa risata e lui scrollò la testa tornando dietro le vetrate del suo ufficio. Ma sapevo io perché ridevo. Forse non avevo incontrato l’uomo della mia vita, ma sicuramente una persona completamente diversa dall’ordinario. E a me piaceva immensamente vivere fuori dagli schemi.
Il terzo giorno la lasciai cuocere nel suo brodo, senza indicargli nulla da inserire nella scatola e cercavo di portare la conversazione fuori dall’argomento “incontro”.
Sentivo, però, che anche lei stava tramando qualcosa e cercavo di non lasciarmi coinvolgere in quel gioco di nascondersi e progettare. A un certo punto mi sembrò di essere entrata in competizione con Laura, ma non era così. Era, piuttosto, una “lotta” a tenere alta l’eccitazione, che scemava solo nei momenti in cui entrambe eravamo coinvolte nei nostri lavori, nella quotidianità.
Il quarto giorno le chiesi di indossare una minigonna di pelle, il quinto un reggiseno e poi un corsetto. E nei giorni successivi le chiesi di mettere nella scatola altre cose utili, come del maquillage e una parrucca castana.
E finalmente arrivò il giorno dell’incontro. Milano come sempre caotica. La giornata particolarmente afosa. Grondavo sudore, un po’ per il caldo ma anche per l’eccitazione. Fuori la stazione salii su un taxi e mi feci portare dove lavorava Marco. Lui era lì ad attendermi, fuori dal portone, sorridente. Pagai e scesi velocemente dal taxi, precipitandomi immediatamente tra le braccia di Marco. Le sue braccia mi strinsero forte e mi diede un bacio, leggero, come se avesse paura di andare troppo oltre e poi non riuscire a trovare la via del ritorno… per strada e di fronte al suo ufficio dovevamo contenere le nostre voglie.
Ci sedemmo per qualche minuto fuori da un bar nelle vicinanze e ci servirono un aperitivo. Poi lui mi diede le chiavi del suo appartamento e mi chiamò un taxi.
Al riparo dal caldo, nel suo appartamento con il condizionatore che funzionava alla perfezione, misi il naso tra le sue cose. Era più un orizzontarmi tra quattro mura che non avevo mai visto e in realtà cercavo di mettermi a mio agio prima che lui fosse tornato dal lavoro. Decisi di fare una doccia per rilassarmi e lavare via il caldo del viaggio.
Tuttavia, dopo essermi tolta di dosso abiti e sudore, ero in ansia. Avevo davanti ai miei occhi la scena di quando sarebbe rientrato e mi buttai sul letto. Volevo che tutto fosse perfetto. Su uno dei comodini la scatola con gli indumenti che Marco mi aveva descritto. Una scatola di cartone nera chiusa con degli elastici. Non l’aprii, volevo farlo assieme a lui e volevo che fosse lui a porgermi le sue cose per trasformarla in Laura. Il tempo passò in fretta e mi resi conto che Marco sarebbe arrivato di lì a poco.
Sorrisi e mi avvolsi con le sue lenzuola.

venerdì 9 maggio 2014

PRESENZE di Allie Walker




Era un piacere pronunciare il suo nome, il suono le usciva flebile dalle labbra e sorrideva. Era spontaneo sorridere e pensarlo e, quando lo sussurrava, la sua anima si colmava di piacere. Era un segreto che custodiva gelosamente, era la voglia di lui, il desiderio di averlo accanto e quel nome sulle labbra usciva come se fosse una reliquia e non avrebbe mai osato pronunciarlo ad alta voce. Come se urlandolo avesse potuto dissipare il suo fascino, l’intrigo, la sensualità di quell’uomo che osservava da lontano ogni giorno benedetto che andava a in ufficio. Non gli aveva mai rivolto la parola pur essendo colleghi, lui sembrava sempre molto indaffarato e quando era in relax c’era sempre qualche altra donna che gli si strusciava contro. Rossa di gelosia girava lo sguardo e tornava al suo lavoro. Ma quel nome affiorava poco dopo nei suoi pensieri sopra ogni cosa, sopra ogni altra persona che era in quell’ufficio, sopra ogni telefonata che riceveva da qualche probabile cliente. E quel nome, un giorno, divenne un peso insopportabile da tenere sulla lingua. Per tutto il giorno trovò difficoltà nel concentrarsi, lui non c’era e le mancava quella presenza, quel ghigno beffardo e dannatamente sexy che attirava un po’ tutte le donne. Ripeté il suo nome all’infinito, solo in testa, ma non ne traeva conforto come in passato. Era sul punto di crollare dal nervosismo e quello stato che ribolliva dentro di lei sarebbe presto esploso in un'altra maniera.
Tornò a casa con un grosso peso che aumentava a ogni passo che faceva verso la sua dimora, solitaria.
Infilò la chiave nella toppa e da lì iniziò il suo fantasioso viaggio verso il piacere.
Si spogliò lanciando gli indumenti alla rinfusa, fino ad arrivare in camera che era nuda. Aprì le finestre, il caldo di inizio estate si faceva già sentire. Il suo corpo si contrasse appoggiandosi al letto nel tentativo di domare quello stato ansioso che le aveva fatto compagnia per tutto il giorno e si trovò a pronunciare il nome di lui a voce alta e senza paura. Attese che la tensione si placasse massaggiandosi lieve le braccia e poi il ventre piatto, ma aveva bisogno di più forza. Aveva bisogno di imitare l’intensità di un altro corpo che le si strusciava contro, aveva bisogno di altra pelle e altre mani. Che non aveva!
E allora si alzò dal letto e si diresse verso l’armadio. Ridacchiò e con in mano l’oggetto del piacere si distese di nuovo sul letto. La pancia tremò sotto quel tocco e i capezzoli si inturgidirono, il petto si alzava e si abbassava lentamente, respiri profondi mentre il massaggio si spingeva verso il basso. Tutto quello che riusciva a pensare era quanto velocemente quell’oggetto che aveva in mano poteva portarla all’orgasmo. Ma non voleva che accadesse, non voleva la velocità, ma l’intensità. E si dimenticò di lui, momentaneamente.
Puntò il giocattolo sul clitoride e dimenò i fianchi per avere maggiore intensità. Sentì una immediata sensazione di calore e gli umori colare tra le pieghe della figa. Non ci volle molto per esplodere, nonostante avrebbe preferito aspettare, ma fu inevitabile. Altrettanto imprevisto fu quel nome, che le sembrava aver accantonato per assecondare il piacere e godersi anche mentalmente quel momento in solitudine, che invece uscì dalla sua bocca con un urlo. Lo urlò più volte quella sera e per ogni volta che lei urlò quel cazzo di nome i suoi muscoli si irrigidivano e poi si muovevano in spasmi incontrollabili. Si crogiolava nella fantasia che potesse sentirla ogni volta che aveva goduto gridando il suo nome ma gioiva del fatto di poter godere anche da sola. E lo fece ancora, gridò un’ultima volta, più forte delle altre, i seni scossi dall’agitazione del piacere, le braccia divennero un pasticcio sciatto lungo il letto, le gambe irrigidite mentre aspettava di placarsi, fino a quando tutto l’amore che aveva nel corpo era colato fuori di lei.
E mentre sorseggiava un bicchiere di acqua fresca si rese contro che aveva urlato per tutto il tempo e forse i vicini l’avevano sentita. Alzò le spalle, indifferente. Solo allora si accorse della finestra aperta e della figura oscura in piedi in mezzo alla grande finestra del palazzo di fronte poco distante dal suo.

domenica 13 aprile 2014

CHE SUONO HA IL PIANTO? di Allie Walker




La mia vita è un percorso senza fine,
un cammino che non può esaurirsi
quando mi piego sulle ginocchia e piango.
Guidata dai tentacoli dell’infinito
che rimbomba sotto le mie ginocchia,
e come un albero che dolcemente scivola
con le sue radici sotto madre terra,
seguo con lo sguardo
il diramarsi dei miei pensieri
e torno agli albori, dai miei avi.
Giorni, settimane, mesi e anni,
ricordi che mi ruotano attorno
senza sapere dove sto andando
e cosa sto cercando.
Qualche filosofo irreale
mi strappa una conversazione
che sa di niente,
invisibili forze
mi portano lontano dal mio mondo
fatto di emozioni strappate agli istanti.
Tutto si contorce nella mia psiche
e ho sete di sapere,
ho fame di misticismo,
ho voglia di scoprire l’inizio della vita
e la fine nella morte.
Mi perdo:
muoio un poco ogni volta
che piango e urlo la mia sete di sapere,
muoio un poco ogni volta
che mi rifugio nel silenzio delle non risposte,
muoio un poco ogni volta
quando cerco la solitudine
- Appena percettibile qualche altro pianto. -
Rifletto:
la morte non è consolazione
come vogliono farmi credere,
non può esserci niente dopo la morte,
non credo ci sia altro dopo il mio ultimo respiro.
Mi tiro in piedi,
accecata nel buio dei miei occhi
che insisto a tenere chiusi
per non vedere un mondo misero,
e sbatto contro le cose
per cercare un dolore
che non sia dell’animo - nelle budella -
ma solo un altro livido per raccontarmi
che sono carne.
- Ubriaca di incoerenza
mormoro contro la morte
e urlo per la vita -
Il mio percorso senza fine
da qualche parte
avrà sì un inizio di saggezza,
ma io ancora non lo trovo,
e ci sarà di sicuro questa fine
che incensano nella morte,
ma io ancora non la comprendo.
E piantata qui, su questa terra
dove il pianto è sinonimo di debolezza,
rifletto e muoio un poco ogni giorno
cercando il suono del mio pianto.
(tratto da "Piango per un mondo vuoto")