Short story – Racconti – Poesia - Drabble... Vogliamo emozionarvi, rendervi partecipi dei nostri flash della mente. Entrate, siete i benvenuti.
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domenica 23 novembre 2014
PRATICHE LEGALI di Alessandro Testa
L’odore di castagne arrosto misto ad un condimento di origine indiano si spargeva per l’androne del mio palazzo quando arrivato davanti alla distesa delle cassette della posta, vidi fuoriuscire dalla numero 19 (la mia) una busta bianca mista a volantini di ‘’Speedy pizza’’ e ‘’Pizzeria La Magnolia’’ … Alla ricerca della chiave per aprire, decisi di estrarre la busta direttamente, il mittente era chiaramente uno studio legale ed immaginavo già cosa ci fosse scritto all’interno di quella busta.
Erano passati appena 3 giorni dal ricevimento dell’invito, quando mi ritrovai catapultato all’interno di una sala d’aspetto in uno studio in pieno centro della capitale. Il mio era l’ultimo appuntamento della giornata evidentemente perché dopo essere entrato io nel salottino, nessun’altro entrò dopo di me e pian piano i posti a sedere si liberavano. Leggevo tranquillamente una rivista tra quelle a disposizione, tutte trattavano di borse, di affari , di trattative legali e codice civile. Il salotto era in pieno stile ottocento con drappeggi alle pareti pesanti, lampadari riaddomesticati con il neon freddo, tappeti sul pavimentologori e di dubbia fattura, e finestre alte due metri il cui affaccio era proprio su Piazza di Spagna.
La signorina che mi aveva aperto la porta all’ingresso, mi venne a chiamare perché l’avvocato si era finalmente liberato, tanto che mi accorsi di essere proprio l’ultima persona presente ad eccezione del cliente precedente che stava saldando una fattura staccando un succulento assegno dal suo blocchetto. Entrando nell’ufficio dell’avvocato venni soffocato da un’aria torrida, quasi come quella nelle giornate di agosto al mare, togliendo l’eventuale umidità ed aggiungendo un vago profumo di mughetto che veleggiava a mezza altezza. Lo stile dell’ufficio era completamente diverso, sintomo di una personalizzazione forte del proprio occupante: il moderno era di casa in quell’ambiente e lo stile unito al buon gusto la facevano da padrone
’Eccomi, mi scusi un attimo prendo il suo fascicolo e sono subito da lei!’’.
Da una porta laterale interna dell’ufficio, una voce di donna mi sottolineò, se ce ne fosse stato bisogno, la sua assenza. Ero in attesa restando in piedi con il mio soprabito curiosando all’interno delle vetrine su tutti i dorsi dei libri che negli studi professionali sono tutti uguali tra loro e progressivamente numerati in base all’anno di scrittura. I passi che subito dopo distinsero l’ingresso di una figura erano quelli di un tacco dodici che si stagliavano su un parquet di mogano invecchiato e logoro.
Girandomi verso i passi, il mio sguardo iniziò a disegnare la figura dell’avvocato a partire dalle sue caviglie, sottili e curate, del suo ginocchio che pronunciavano gambe diritte ed affusolate, fino all’inizio del suo tailleur senza dubbio Chanel. La vista riprese il cammino sulla sua figura arrivando velocemente al viso, occhi chiari, carnagione chiara, capelli biondi finissimi e ricci, ma non credo un riccio naturale e comunque alquanto stanco per via del finire della giornata lavorativa.
‘’Le dispiace se apro un poco la finestra per cambiare l’aria?’’
“ … faccia pure…” , le risposi io che soffocavo in assenza di ossigeno.
Le movenze ancheggianti dell’andare suo verso la finestra mi fecero venire in mente una miriade di soluzioni possibili, così come noi uomini siamo sempre tenuti a fare per contratto.
‘’Ma veniamo a noi, dunque, mi è giunta da qualche giorno una lettera che la riguarda, nella quale viene dichiarato lo stato fallimentare di una azienda dove lei era impiegato anni fa. La ditta in questione richiede ……. ‘’.
…. Ma francamente il mio pensiero era tutt’altro che presente alle parole dell’avvocato, ero invece concentrato sulla sua dentatura, sulla sua bocca che si apriva e chiudeva ritmicamente per far uscire parole e significati per me del tutto sconosciuti. Pensavo in realtà come una donna con quello stile e quel fascino potesse vestirsi intimamente sotto quel tailleur …. colori forti …. forse un blu scuro…. un rosso bordeaux …. Si tolse gli occhiali e si alzò nuovamente … io che ero ancora in piedi a fantasticare sulle sue abitudini private ed intime, la vidi nuovamente avvicinarsi alla finestra, chiuderla e stavolta abbassare anche la tenda a pacchetto. Si tolse gli occhiali da vista e la vidi avvicinarsi a me come una gatta si avvicina al suo gioco preferito. Mi prese il soprabito e lo getto sul divano, mentre la sua mano destra mi afferrò il nodo della cravatta per scioglierlo un poco, tanto da poter avere accesso al primo bottone del colletto della camicia e strapparlo! A quel punto ci annusammo a vicenda, lei sul mio collo fece come un piccolo sentiero con il naso raccogliendo le ultime molecole del mio profumo quotidiano ed io, non fui da meno su di lei. Mi padroneggiava ed io ero il suo schiavo prescelto! Non potei fare nulla se non attendere le sue mosse successive. Mi tolse la giacca facendola cadere sul posto, la cravatta prese il volo, lontano stavolta, e la camicia perse uno dopo l’altro i suoi bottoni bianchi. La sua bocca avida mi morse i capezzoli con forza e voracità, mi leccò i pettorali per poi prendere a mordermi nuovamente i capezzoli, ancora e ancora una volta fino a segnarli duramente. Provai dolore, si , un dolore di piacere, ma la mia reazione non seguì i suoi movimenti. Allora mi sospinse con decisione verso la scrivania, gettandomi seduto sulla sua sedia presidenziale in pelle nera e facendomi ribaltare col mio peso all’indietro. Ero in balia di una selvaggia che stanca di tutto il moscio che fino a quel momento l’aveva attanagliata, aveva finalmente trovato un duro da domare. Mi tolse le scarpe ancora allacciate con fermezza e mi slacciò la cinta dei pantaloni non senza qualche difficoltà, cosa che le fece perdere la pazienza a tal punto da alzarsi e darmi uno schiaffo in volto a mano piena senza che questo mi facesse ancora far perdere la pazienza. I suoi occhi erano rossi dalla voglia di trattarmi male e da quella posizione mi sfilò i pantaloni come un guanto ad una mano, e anch’essi volarono via. Eravamo solo io, lei ed il suo tailleur quando tutti i miei dubbi furono fugati. Sotto il suo vestito era completamente nuda e le sue intimità erano curate da un perfetto taglio del pelo biondo naturale a filo. Ebbi solo la possibilità di concentrarmi sui suoi capezzoli grandi quando lei mi balzò sopra senza nemmeno darmi la possibilità di diventare duro appieno, mentre lei era già completamente bagnata e aperta alle mie più intime reazioni. Quando ancora mi morse l’orecchio destro avvinghiandosi a me con tutta la sua forza, io persi la testa e mi alzai in piedi, con lei abbracciata a me, con il mio pene dentro di lei la riversai sulla scrivania, portando via tutto quanto fosse presente, carte, fascicoli, fogli, penne tutto prese il volo …. Anche il cellulare saltò via e mi concentrai su di lei con tutto me stesso. Ero ancora intento a riavermi dal piacere finalmente di possedere una professionista del sesso trasgressivo, vedendo i suoi seni che ritmicamente si muovevano i senso circolare, quando sulla mia schiena avvertì il calore di due seni grandi e succosi. La segretaria si aggiunse al divertimento già pronta ad entrare in partita a gioco iniziato e fui sorpreso nel sentire che abbassata dietro di me era intenta a leccare il mio ano con la sua lingua dura ed appuntita facendomi provare un piacere interno fortissimo, tale da rafforzare i colpi di bacino verso la professionista che gemendo, mordeva un libro del codice civile fino a strapparne dei pezzi con violenza. La segretaria mi invitò a rivolgere a lei delle attenzioni che non le potevo ancora dedicare, ma alla fine anche lei ebbe il suo compenso; il mio pene finì nella sua bocca aperta e lei seduta in ginocchio davanti a me mi ripulì di tutti gli umori che la colpevole avvocatessa mi aveva lasciato sopra. L’avvocato perverso si rialzò dalla scrivania e si sedette sulla sua poltrona allargando le gambe come in procinto di iniziare una visita ginecologica, aiutandosi con le dita delle mani si allargava la sua intimità implorando qualche attenzione dalla segretaria. Difatti non ci volle molto perché venisse accontentata: la segretaria lasciò per un attimo il mio pene e voltandosi di spalle a me, si mise in ginocchio a leccare la golosa professionista. Capì che l’occasione che mi si presentava era di fare un sesso anale veloce e frenetico senza ulteriori attese e tutto questo mentre la professionista era in pieno godimento. Il mio pene accontentò la segretaria, penetrandola dietro con velocità, ma anche con cura ed attenzione. I suoi capelli lunghi mori furono facile preda da raccogliere nelle mie mani e da usare come briglie di cavallo, la tirai a me, con forza, facendola gemere ancor di più. Quando le due anime furono sazie di avermi dentro, volevo che tutte e due contemporaneamente potessero assaggiarmi finalmente per l’ultima volta e mi posi sopra le loro bocche maneggiandomi per arrivare alla mia venuta finale. Quando fui pronto a godere, io trattenni lo sperma per un secondo e poi lo sparai fuori con ancor più forza colpendo nella gola profonda la professionista avida e con il secondo getto in pieno occhio, la segretaria sfaccendata. Come una vecchia tela dipinta, che ritrae una scena orgiastica, mi vedevo sfinito seduto sul tavolo con le due ancelle che si leccavano i resti del mio sapore, con me, al centro, non privo di lacrime e ferite.
‘’….. e quindi a partire dal mese di novembre del prossimo anno le verranno restituite tutte le somme pattuite con l’aggiunta degli interessi ! …. Signor Jones mi sta ascoltando ??...’’.
…. La professionista del sesso era ancora seduta alla sua scrivania vestita del suo tailleur più prezioso, la finestra aperta su Roma faceva entrare una brezza fresca e umida… ed io mi riebbi da quel pensiero stupendo che mi aveva trasportato in una nuova dimensione. Ero impacciato, ma ugualmente la ringraziai della sua cortesia, per la chiara e esaustiva esposizione del caso avendo capito tutto quanto era necessario sulla situazione. L’avvocato alzandosi con la sua solita sinuosità fece per accompagnarmi alla porta per uscire, mi strinse la mano dicendomi ‘’La ringraziamo di tutto !’’, quando il mio sguardo fu incuriosito dalla presenza sul parquet di un bottone bianco, chiaramente di una camicia … come mai poi la mia cravatta fosse sciolta resta per me ancora un mistero!
domenica 21 settembre 2014
FUMO TRA LE LABBRA. E' UN FINTO VIVERE QUANDO SI STA MORENDO di Allie Walker
"Sei stata creata per essere la donna perfetta per un uomo. Non puoi essere lo scarto dei capricci di ognuno di loro, molti sono solo impostori. Alla fine sarai solo una dolce e docile preda per loro.”
Le sue parole riecheggiavano nei sogni di Clio, come sempre. E ogni volta chi le parlava aveva avuto ragione. Come faceva a sapere? Come faceva a capire che sceglieva sempre in modo sbagliato? Lui non era reale. Era solo uno spirito, un demone informe che le appariva nei sogni, nel sonno.
Guardava profondamente in lei. Ed era come se la notte succhiasse dalla sua anima la vita per capirne il senso e il mattino, mentre albeggiava, gliela ritornava, scomparendo dolcemente. Non scomparivano, assieme a lui, le sue parole che, nelle ore di veglia, tornavano a martellarle le tempie. Quelle parole erano sempre con lei.
Una notte, le parlò del suo cuore. Le disse che amava troppo, profondamente, troppo spesso e troppo per quel mondo terreno. Lui la tormentava… le diceva continuamente che poteva vestirsi come le piaceva, mettersi ogni volta una maschera: sottomessa, frivola, un’amante perversa, una femmina affascinante; non sarebbe cambiato il motivo per cui lo faceva. Erano tutti meccanismi per raccogliere l’amore che desiderava, come se fosse stato l’ossigeno che la teneva in vita.
"La ragione per cui desideri così tanto amore da tutti quelli che incontri, è perché nessun amore ti è mai stato vicino a sufficienza. Non disperare. Quello che ti serve è solo attendere. Devi superare la superficialità per trovare l’Amore.”
Clio si svegliò e cercò di sollevare le braccia per toccarlo, le sembrò che fosse lì, con tutto il suo peso, ma non trovò nulla a cui aggrapparsi.
Si sentì cruda e fragile, quel mattino, mentre si vestì rendendosi conto che quel demonio aveva riconosciuto la paura, quella indossava come una seconda pelle. La paura di non essere amata abbastanza, la paura di non sapersi tenere gli uomini, la paura di dover amare troppo e avere nulla in cambio. Aveva cercato di mascherare quella paura nei sorrisi, di giorno, e nei baci che elargiva ai suoi occasionali accompagnatori. Perché dopo aver sofferto per amore, più volte, non cercava più l’uomo della sua vita, ma passava da uno all’altro senza ferirsi.
E intanto cercava di scacciare quel demone con la luce, sperava di liberarsene, bramava poter pensare liberamente e chiudere gli occhi per dormire in maniera serena. Eppure, al buio, quel demone tornò sempre. Era come se chiudendo gli occhi, solo pensando di sognare, o non sognare affatto, lei lo evocasse.
E lui lo sapeva. Sapeva che di notte, lo avrebbe chiamato pur non volendolo, perché in fondo desiderava averlo vicino. Era pur sempre una presenza costante. Il demone vedeva le lacrime silenziose che lei liberava quando era al buio e il cuscino che afferrava tra le braccia, ogni notte, prima di addormentarsi, in quella solitudine terribile che lei proteggeva in maniera feroce.
Lei ascoltava la cadenza del proprio respiro, il ritmo del proprio cuore ed era la sola melodia che le teneva compagnia, Ma era così assordante! Nel sonno si lasciava avvolgere dalle braccia di quell’oscura presenza e ascoltava il sussurro di quelle parole che, di giorno, si rifiutava di comprendere. E continuava ad amare persone sbagliate.
Scrivere era l’unica cosa che non la faceva sentire sola. Macinava pensieri e li traferiva sui fogli di word. Inventava storie, eroine, situazioni che avrebbe voluto vivere, amori impossibili. Sognava. Sognava di continuo, a occhi aperti, rileggendosi.
Quando l’editore la invitò a una presentazione di una collega, si disse che era venuto il momento di uscire allo scoperto. Perché continuare a rifugiarsi dietro uno pseudonimo? Per la paura di essere riconosciuta come la scrittrice di romanzi erotici? Additata perché scriveva “porcherie”?
“Prima che sia troppo tardi, voglio prendermi la soddisfazione di vedere la faccia allibita dei miei concittadini…” rimuginò fra sé. E quella serata poteva essere lo scenario adatto per fare il primo passo verso il pubblico. Era sicura che sarebbero stati presenti anche tanti amici e conoscenti in comune con la collega e amica scrittrice. Inoltre, un evento letterario, nella capitale, di una scrittrice che stava in cima alle vendite nazionali dell’ultimo periodo, era un appuntamento a cui i tanti nomi noti dell’editoria non avrebbero mai rinunciato. Forse si sarebbe presentata l’occasione giusta anche per lei, quella che aveva sempre sognato: diventare una scrittrice famosa.
Si preparò con cura, scegliendo l’abito giusto fra i tanti che aveva nell’armadio. Optò per un abito corto al ginocchio, con le spalline sottili e una scollatura vertiginosa che esaltava lo splendido decolté. Ai piedi un paio di scarpe con il tacco vertiginoso. I capelli raccolti, per il caldo, in uno chignon morbido con qualche ricciolo ribelle che le incorniciava il viso, gli occhi truccati alla perfezione, le labbra dipinte di un rosso rubino. Si specchiò un’ultima volta prima di uscire e si lanciò un bacio, apprezzando la sua immagine riflessa nel grande specchio, che faceva sfoggio di sé, nell’entrata del suo appartamento, tanto quanto la proprietaria. Il caldo umido della sera l’avvolse, ma per poco. Il tragitto che doveva percorrere per arrivare all’auto era breve. Appena salì, infilò la chiave, accese il climatizzatore e poi una sigaretta. Partì rombando verso un destino che lei ancora non conosceva, ma quella serata avrebbe segnato in maniera radicale la sua vita futura.
Arrivò al locale in perfetto orario. L’amica scrittrice salutava tutti con un affabile sorriso, che sembrava avesse stampato in viso. La sala era affollata e, tra i tanti volti sconosciuti, notò alcuni visi di amici. La musica in sottofondo si confondeva con il brusio della gente, un’accoppiata che non riuscì ad apprezzare. Appena l’editore la vide agitò una mano e le corse incontro. Clio si lasciò abbracciare e baciare, ma l’imbarazzo le stava salendo per il corpo in una scia di calore, nonostante l’ambiente fosse climatizzato in maniera eccelsa. Guido, l’editore, la prese per mano e la trascinò verso un capannello di persone. Le presentò alcuni suoi amici e tra questi anche un signore sulla quarantina, particolarmente affascinante: Tiberio. Non era bello, ma i suoi lineamenti erano eleganti e sottolineati da un pizzetto disegnato ad arte. Con un sorriso appena accennato, si chinò appena a prenderle la mano e sfiorarla con un finto bacio.
“Un uomo d’altri tempi…” pensò Clio.
Lo osservò. Era tutto in tiro nel suo abito scuro. Un abito che “sapeva” di sartoria d’alta classe e aveva l’odore del Dio denaro. Lei pensò che fosse eccessivo per un pomeriggio tra editori, scrittori e curiosi. Pensò di snobbarlo, alla stessa maniera che faceva lui ostentando uno status di privilegiato, ma non ci riuscì. Si ritrovò più volte a scrutarlo di sottecchi mentre era intento a parlare con alcune persone. Guido le teneva un braccio sulle spalle e la stringeva a sé in maniera eccessiva. Apprezzò quel gesto perché, così facendo, le donava un senso di protezione in mezzo a tutta quella gente.
Qualcuno parlò da un microfono e tutti si apprestarono a prendere posto sulle sedie. La musica cessò e la presentazione ebbe inizio. Tiberio prese posto accanto a Clio e Guido sulla sedia a fianco. Lei cercò di prestare attenzione a quel che si raccontava, provò a seguire il filo del discorso e le domande che un uomo faceva all’amica scrittrice, ma si sentì gli occhi di Tiberio addosso. Per tutto il tempo. Si perse. Fantasticò di essere tra le sue mani, di essere vicino alla sua pelle a inspirare il suo odore. Se le sentiva sul corpo quelle mani e il profumo di colonia che le arrivava alle narici la distraeva in maniera incredibile. Fino a che tutto finì - le sembrò che tutto si fosse svolto in pochissimi minuti - e gli applausi la colsero impreparata.
Tutti si alzarono in piedi e lei rimase immobile sulla sedia ancora immersa in fantasie carnali. Tiberio le sfiorò un braccio e lei rabbrividì, poi alzò gli occhi a guardarlo e lui le sorrise. A quel punto si alzò e l’uomo, un po’ più alto di lei, si chinò verso Clio e le sussurrò all’orecchio: “Sei mia ospite a cena…”
E sorrise di nuovo, lui, questa volta con un’espressione sorniona, di quelle bastarde. Quell’espressione che parlava senza dire nulla, che diceva “non aspetti altro che io ti scopi”. Quella fu l’impressione di Clio e un brivido le percorse la schiena.
Cominciò in quella maniera la relazione tra Tiberio e Clio. Dopo la cena lei accettò di finire la serata in una camera d’albergo. Era consapevole che la loro relazione sarebbe durata poco, l’anello all’anulare sinistro di lui la diceva lunga. Sarebbe stata una scopata, una notte di sesso e forse ne sarebbero seguite altre. Ma più di quello Clio non poteva e doveva pretendere e andò in quell’albergo perché lo desiderava. Quello che Clio non si aspettava, era che si sarebbe innamorata follemente di quell’uomo.
E ogni volta che si incontravano era lussuria allo stato puro. Le dita di lui correvano lungo la schiena di lei, anticipando la scia delle labbra e della lingua. Non servivano parole e nessuno dei due intendeva riempire il silenzio. Parlava molto di più di tante parole, il silenzio, le mani di lui si stringevano sui polsi di lei e, quando si addolciva, era protettivo, la accarezzava svegliando un fuoco che premeva sottopelle e scorreva assieme al sangue nelle vene. Infine, quando tutto era finito, quando entrambi aveva soddisfatto la loro arsura e le loro voglie, i muscoli della schiena di Clio si rilassavano contro il petto di Tiberio, mentre in sottofondo andava la musica del piano bar sotto casa. E poi lui se ne andava e lei, lentamente, si alzava dal letto e, ancora con l’odore di sesso addosso, si sedeva alla scrivania e vomitava pensieri, lasciando il cuore in sospeso.
A volte le chiedeva di accompagnarlo ad alcuni eventi mondani e Clio si chiedeva perché portasse lei e non sua moglie. Ma si guardava bene dal chiederlo a lui, le bastava essere insieme e in qualche momento si sentiva in colpa nel prendere un posto che non era suo. E si ripeteva, forse per convincersene in maniera radicale, che se andava bene a lui e, di conseguenza, anche a sua moglie sarebbe dovuto andare bene anche a lei. E la moglie non era nemmeno inconsapevole visto che apparivano spesso su alcune riviste di gossip e scandalistiche.
Una di quelle sere rimasero a cena in un noto ristorante romano, frequentato da tanti volti noti della movida capitolina, e in molti andarono a salutare Tiberio. In quei momenti Clio si isolava, appoggiandosi allo schienale della sedia, girando il capo a guardare tutti e tutto tranne le persone che si erano avvicinate al loro tavolo.
Ci fu un momento in cui nessun occhio o orecchio indiscreto era puntato su di loro e lei osservò curiosa Tiberio. Lui cercò nelle tasche della giacca e pochi istanti dopo appoggiò un suo biglietto da visita sul tavolo, sfilò la penna dal taschino e disegnò un cerchio perfetto sul lato bianco del biglietto. Al centro disegnò un piccolo punto. Clio lo guardava confusa. Lui rimarcò il cerchio e poi ritoccò il punto al centro.
“Lo vedi questo cerchio?” le chiese. Clio non rispose, alzò solo un istante gli occhi a guardarlo.
Lui riprese: “Io sono il cerchio!” e tornò a rimarcare con la penna il punto centrale. “Tu sei il centro. Puoi sentirti sola a volte. Stai pensando che tra me e te ci sia uno spazio enorme, e tu ti senti troppo piccola per colmare il divario che intravedi... Beh, lo vedi solo tu. Se rifletti bene e ti metti in testa che io sono il cerchio, quello spazio che vedi è la mia anima che ti circonda e protegge… io ti racchiudo. Non vai da nessuna parte se io non ci sono. Non devi aver paura di arrenderti a questo mio esserci sempre, anche quando non sono con te fisicamente. Questa sera siamo insieme e sto attendendo che tu distenda le braccia e mi accarezzi. E lo so. Io lo so. Tu sei in attesa di sentire il mio respiro su di te. Ma permettimi di viverti in mezzo alla gente che mi conosce.”
“Ma tua mo…” non la fece finire di parlare. La zittì scrollando il capo.
Tiberio riprese in mano la penna e in giri concentrici riempì il divario tra il cerchio iniziale e quel puntino che la rappresentava. Premette la penna più volte in quel punto. Clio non si sentì più così piccola e ricacciò tra i pensieri, seppellendoli con un sospiro, la famiglia di lui.
***
Una pomeriggio, mente erano ancora a letto, lui si mise a parlare. Fu un monologo che Clio ascoltò con attenzione, una cosa del tutto nuova per lui che parlava molto poco. O meglio… parlava, ma non quando erano a letto. Era un uomo colto, un produttore. Un ricco produttore ammogliato ma perverso. Un uomo che poteva avere tutte le donne che voleva, le bastava schioccare le dita. Ma adesso voleva lei. Ed era con lei. E questo le bastava.
“Sai… io sono un produttore di amore, degusto le donne.” Le disse. “Gusto te. Il cazzo è per il porno, è un esercizio fisico che da soddisfazioni fisiche: i muscoli si irrigidiscono, il cuore sbatte, i corpi sudano.” S’interruppe per guardarla, per vedere se lei stesse seguendo quel discorso. Sorrise e proseguì: “Io non scopo. Scrivo poesie sulla pelle con la punta delle dita. Lascio canzoni sul seno con le labbra. Disegno quadri con la bellezza dei gemiti che fuoriescono dalle tue labbra. Non sono semplicemente un cazzo e tu meriti molto di più di un desiderio sessuale impaziente. La mia è un’arte disperata.” Fece ancora una pausa. Si umettò le labbra, le baciò la fronte e poi gli occhi e si fermò a leccarle le labbra. E sulle labbra, soffermandosi per qualche istante a ogni parola, le sussurrò: ”Sì, è un’arte potente, cruda, diretta, appagante, mozzafiato; ma io non scopo. Trovo, invece, quelle parti di te… quelle parti che hai dimenticato essere così belle e le conficco nei tuoi ricordi.”
Si avvinghiarono l’uno all’altra, scoparono ancora e ancora. E a Clio sembrò di toccare il paradiso mentre pronunciò quel “ti amo”. Tiberio si bloccò un istante, la guardò ma non disse nulla e ricominciò ad affondare colpi dentro di lei, fino ad arrivare all’orgasmo, senza aspettarla, in maniera rude. Azione contraddittoria con quello che aveva poco prima espresso. Poi lui si rivestì in fretta e come tutte le altre volte se ne andò.
Quella notte, si vestì anche Clio e uscì di casa. Un sabato sera qualunque, ma tante persone in giro. Camminò in mezzo alla gente alla ricerca di qualcosa, ma non sapeva cosa. Avrebbe voluto che lì fuori ci fosse lui, Tiberio. E pensando a lui, che sicuramente era nella sua casa assieme a sua moglie e ai suoi figli, capì che non sarebbe mai stato totalmente suo.
Si mise alla ricerca di qualcuno che potesse sostituirlo, quella stessa sera. Aveva un bisogno urgente di braccia, di una presenza carnale, di occhi che l’apprezzassero per quello che era e di una bocca che pronunciasse la parola “amore”. Stava rasentando la follia, ma aveva le sue ragioni. Guardò la gente che le passava vicino. Avrebbe voluto un uomo che potesse tenerle compagnia la notte, in modo che quel demone, che da un po’ non tormentava le sue notti, non fosse tornato. Un uomo che si fosse svegliato assieme a lei al mattino, così da far vedere a quel demone bastardo che lei sapeva amare e non aveva paura dell’amore. Nessuno la degnò di uno sguardo.
Aspettò, poi, in mezzo alla strada affollata e guardò quel dipinto di viola e blu che la sovrastava. Sembrava tenero quel cielo minaccioso in confronto alle parole che le risuonavano in testa e le apparivano liquide. Era come se incombesse su di lei un fiume in piena, che presto avrebbe tracimato, e sentì sottopelle la paura scorrere assieme al sangue nelle vene. E afferrò il senso di un’altra notte in compagnia del suo compagno oscuro.
***
Quando arrivava Tiberio Clio doveva lasciar perdere tutto quello che stava facendo e prestargli attenzione. Lui voleva così.
Una delle tante volte che piombò a casa sua, lei non si unì a lui subito, si scusò dicendo che doveva andare in cucina a bere. Quando entrò in camera da letto lui era disteso sopra le lenzuola, senza nulla addosso. Clio non gli andò vicino, ma si sedette su una poltrona e rimase a guardarlo come se fosse un dio.
Tiberio stava con le gambe rilassate e giocava a provocarla, accarezzandosi. Clio respirava a fatica, come se lui le rubasse il respiro anche a distanza, la confondeva. Sentì il cuore in gola e il desiderio di toccarlo si amplificò momento per momento. Si impose si rimanere immobile, ma il tremore delle mani tradirono il suo sentire, deglutì la saliva, che le aveva riempito la bocca, mordendosi le labbra.
Era dentro di lei, la penetrava non solo con il corpo, ma anche con le parole non dette, con quelle mani che si muovevano sulla carne tesa, con quel suo sguardo irritante. Ubriaca di lui che non avrebbe dovuto amare.
Eppure era lì a guardarlo, e lui era lì a toccarsi e tutto nell’aria era sesso, non amore. Sul volto di lei la sconfitta di chi sa che non può chiedere di più. E rimuginava pensieri che poi avrebbe scritto quando lui se ne sarebbe andato.
Tentava di comprendere perché voleva proprio lei. Che cosa trovava in lei? Che cosa lo spingeva verso di lei?. Clio sapeva che lui non l’amava, ma non poteva ignorare quel torrente che ribolliva e la sciarada di parole in testa che le dicevano che lui la voleva. Sempre. Temeva il giorno in cui non sarebbe più stato così e, in quei momenti rubati agli altri, alla famiglia di lui, Clio usava le armi che aveva in mano.
Porgeva a Tiberio piccole dosi di sé, quel tanto che bastava a far vacillare quel freddo atteggiamento che gli si disegnava in viso ogni volta che voleva fare il duro. E lo faceva ogni volta in maniera diversa, lui odiava la monotonia dei gesti e Clio, in quel senso, lo assecondava in ogni cosa, in ogni gesto, in ogni richiesta. In quel momento lui continuò a guardarla maneggiandosi il cazzo. Sapeva che Clio lo voleva e a lui si leggeva in volto la smania di avere le mani di lei sull’asta, piuttosto che le proprie. Invece Clio si aggiustò meglio in poltrona, le gambe accavallate e le mani sui braccioli. Si obbligò a rimanere immobile a guardarlo, in una guerra di sguardi. Tiberio non amava essere sfidato, soprattutto da lei. E adesso era sul viso di lui che si leggeva la confusione.
Lei rimuginò pensieri: “Non sai quello che mi passa in testa e questo ti spiazza. Non sai che ti sto usando e quando sarò sola userò quello che ho visto per scrivere. Non sai di essere la mia musa. Sì, ti amo. Sì, ti uso. E ancora sì… mi usi per il tuo piacere, quello che non trovi tra le mura di casa tua.”
Tiberio alzò il busto dal letto e si sedette ma, prima di fare altri movimenti e alzarsi per raggiungerla, Clio aprì le gambe e iniziò a toccarsi. Lui si bloccò a guardarla, un sorriso sornione gli si stampò in volto.
Clio finalmente parlò: “Mi piace esibirmi, mostrarti quanto mi fai diventare troia…”
E solo con i pensieri proseguì: “Ma sei tu che vuoi prendere completamente possesso di me? O sono io a possederti? Vuoi che mi inginocchi ai tuoi piedi e implori il tuo possesso? O sei tu che adesso vorresti farlo? Potrei darti l’eternità, ma cosa avrò in cambio? Avrò te come tu hai me?” Domande che Clio aveva stampate in mente da tempo, domande sempre senza risposta.
Lui si avvicinò e sostituì le mani di lei con la bocca e la lingua.
Quando se ne andò, all’imbrunire, lei finì di scrivergli una lettera che lui non avrebbe mai letto, ben nascosta in un file del pc.
La lettera terminava con: “Sì, sono tua, tra il peccato e l’amore, estasiata da questa storia che insisto a tenere in piedi. E’ un racconto che mi costringo a vivere. Una vita con più domande che risposte, un mondo che provoca sofferenza ed estasi. Non temo il bruciarmi, solo non comprendo perché non possa diventare tutto più semplice. Mi vuoi, ma non puoi sempre. Mi vuoi, ma quando hai finito te ne vai. Mi vuoi, ma sono solo una bambola da mostrare. Perché questo amore deve essere risucchiato in un vortice di paradossi? Forse avrò il coraggio di fare qualcosa per liberarmi di te. O forse sarai tu che ti libererai di me. Rimane il fatto che ti amo e non posso averti. Forse abbracciando l’eternità sarai completamente mio. Mio e di nessun altra. E’ morboso questo amore che provo per te e so che mi porterà alla distruzione. Ma almeno non distruggerò te. Tua per sempre. Clio.”
E Clio bevve di quell’amore fino a dissetarsi, mangiando le parole e i gesti di Tiberio con una passione ricambiata, con un desiderio che era simile al suo, con il fuoco della sua mente, in continui orgasmi di pensieri che versava in inchiostro sulle pagine sparse per casa o nei file del pc.
Alle volte cantarono su diverse armonie, ma la musica ha immense possibilità e in tanti momenti divennero una sola melodia. Clio credette di essere pronta, sperò, lambì i confini di quello che lui le chiedeva, senza lesinare. Sapeva di non essere amata, di essere solo un desiderio carnale, un oggetto da mostrare, ma ricacciava indietro tutto i pensieri oscuri quando era con lui.
Si rifiutò, infine, di vedere quello che era vero, la realtà, quello che i pensieri più volatili tracciavano senza preavviso e ricacciava dentro a forza, quello che anche un cieco avrebbe letto nel loro rapporto, mentre lei, resa impotente dall'amore che provava per lui, attendeva i suoi momenti.
Lei ascoltò attentamente il crepitio del fuoco che divampava ogni volta tra loro, vacillò nella polvere della cenere che ne rimaneva fino a mostrargli tutto quello che era. Sperava potessero bruciare più a lungo, pensava di poter gestire le fiamme e tenerle vive.
Ma il fuoco, si sa, è affamato e insaziabile, consuma tutto quello che brucia. E lui? Lui non era solo calore e Clio ebbe paura che nulla avrebbe potuto mai saziarlo. E il suo risveglio, il suo fuoco, la sua luce che non furono più di Clio ma di un’altra.
Clio non amava mostrare segni di intolleranza, i bordi oscuri di un esaurimento. Si ritrovò immersa in una fitta nebbia che lentamente evaporava dal ghiaccio che aveva avvolto la sua anima, dopo che lui le disse che era finita.
Non lo rivide più e non tentò nemmeno di chiamarlo al telefono. Si disse che aveva una cura per il proprio mal d’amore, ma forse non era ancora pronta a guarire, preferiva tenersi il gelo a corazzare il cuore.
Ripensò più volte alle parole di Tiberio, a quel “mi dispiace” detto senza guardarla negli occhi. E in fin dei conti lei lo capiva. Lui aveva la sua vita, l’altra vita. E ora c’era anche l’altra. E chissà quante altre l’avevano preceduta e quante altre ce ne sarebbero state. Un numero. Questo era diventata per lui. Un numero e un giocattolo che non gli serviva più, perché sostituito con uno più divertente.
Clio arrivò al punto di uscire di casa solo per fare la spesa e in ogni angolo della sua casa aveva appiccicato un post it con la stessa scritta, identica per ognuno di essi: “perché hai rubato il mio respiro e non me lo dai indietro?”
E in qualche maniera era arrivata anche a godersi la solitudine, con il freddo e oscuro demone che la possedeva, ogni notte, quello che non l’avrebbe mai delusa. Quello che tutte le notti le appariva dopo aver chiuso gli occhi. Lui l’amava.
“E se devo scendere all'inferno con lui per sciogliere del tutto e velocemente questo ghiaccio che attanaglia anima e membra, lo seguirò, mi scioglierò dietro i suoi passi e sarà amore per l’eternità. Arrivo Demone.”
Scrisse questo ultimo biglietto e lo appoggiò sul tavolo, poi accese una sigaretta.
“Metto la morte tra le labbra, prendo una lunga boccata. E’ un finto vivere quando si sta morendo. Una boccata di vita, il fumo tra le labbra.” Pensò. Il sapore acre del fumo e del tabacco le stuzzicò il labbro mentre espelleva la morte. Spuntò un sorriso. “Vivo il presente ed evito un futuro, A che serve il futuro se hai nessuno accanto?” una risata isterica colpì le pareti della sua casa e le parve di sentire un’eco.
Si sentì soffocare, come se la morte l’avesse accarezzata per un istante. Le si strinse il petto, un dolore acuto tra le ossa dello sterno. Sentì la sua carne bruciare e il cuore palpitare.
“E’ solo piacere se si riconosce il dolore.” Disse ad alta voce, come per sentire di essere ancora viva. Soffiò fuori il fumo che le accarezzò la bocca. Poi passò la lingua sulle labbra per assaporare il gusto della morte, ogni bacio sulla pelle arsa. Il gusto era acre, poi divenne dolce, lo paragonò all’ultimo dei baci di Tiberio. Un’ultima boccata. Ancora un pensiero legato a lui.
E ancora un sussurro: “E’ un finto vivere, quando si sta morendo...”
Poi si decise, andò in bagno e lasciò correre i suoi pensieri, la sua immaginazione… e c’era lui con lei.
Lui e il bagno. E l’acqua che correva. Osservò la grande vecchia vasca da bagno con i piedi da leone, enormi artigli che la sostenevano; ormai piena fino all’orlo con acqua calda.
Il vapore saliva in vortici seducenti, così fitti da confondere tutto il resto, le pareti e il soffitto scomparirono e c’era tutto un mondo in quella nebbia.
C’era lui. Clio lo sentiva, era parte dell’acqua, era nel vapore e la sua presenza l’avvolse come le sue braccia non avevano mai fatto. Sentì le sue mani stringerle i polsi, un dolore sottile come di una lama tagliente. Quella che affondò sulla carne, a raggiungere le vene.
Lei sapeva quello che voleva, quello che era, ed era convinta che lui era lì per un solo motivo. “Non mi lascerai andare fino a che non ti darò ciò che è tuo.”
Si arrese.
S’ immerse nell’acqua e sentì scivolare via ogni preoccupazione, la sua solitudine, l’ordinarietà della sua vita. L’acqua si chiuse sopra la sua testa e si rilassò.
“Il nostro momento durerà in eterno, rimarrai con me.” I pensieri corsero a lui e poi a quello che avrebbe voluto fare.
“Non ce la faccio ancora, è troppo presto, devo risalire, devo respirare e prendere ancora un altro respiro, e un altro ancora e andare avanti.”
Con la testa fuori dall’acqua, il vapore si diradò e Tiberio era lì, la stava guardando. Lei vide i suoi occhi grigi offuscati, il viso che sembrava essere di marmo, inflessibile e freddo, i capelli bagnati incollati alla nuca.
Chiuse gli occhi e appoggiò la schiena contro la vasca, il vapore le solleticò le narici, il volto era umido. Le rimaneva difficile respirare.
Lo sentì sussurrare il suo nome, Le sembrò rassicurante la sua voce, come se stesse calmando la sua bambina. I seni galleggiavano sulla superficie dell’acqua, senza peso, i capezzoli turgidi bramavano un tocco. Lo attendeva.
E finalmente si avvicinò, posò i suoi baci sugli occhi di Clio, la lingua leccò le gocce di vapore che le ricoprivano il viso. Era delicato.
Lento e delicato.
Le labbra di Tiberio sfiorarono quelle di Clio, i denti affondarono sulle labbra. Le mani impastarono i seni, li strizzarono, tirarono i capezzoli. Lei provò dolore, ma aveva bisogno di sentirlo, aveva bisogno di ricordarlo.
Nel momento in cui Tiberio affondò la lingua nella bocca di lei, Clio aggrovigliò le mani ai capelli di lui, per tirarlo più vicino a sé.
“Non posso lasciarti andare questa volta…”
Allargò le cosce contro i bordi della vasca, offrendosi, in attesa che le dita di lui trovassero la loro strada dentro di lei.
La trovò, lei gemette, sollevò i fianchi, l’acqua traboccò, ma lei aveva bisogno di avere di più. Mentre si contorceva e inarcava il ventre, Tiberio chiuse la bocca su un capezzolo, lo succhiò, lo morse. Lei sentì di nuovo dolore, si trasformò in piacere.
La tenne in bilico fra il piacere e il dolore.
Si accese il corpo e tutto vibrò nella mente di lei. Lui la lasciò un istante e lei si mise in ginocchio, le braccia appoggiate sul bordo della vasca.
Lo sentì subito dietro di lei, fulmineo, il suo corpo fondersi a quello di Clio, le mani si allacciarono ai seni.
“E’ tutto quello che ho sempre voluto, sentirti così vicino, petto contro schiena, le labbra che mi baciano il collo e le dita che tirano i capezzoli.”
Eppure non era sufficiente, il bisogno che sentiva Clio era infinito. Si strofinò conto di lui, sapeva che le avrebbe dato sollievo, sapeva che poteva farlo. Il cazzo contro la figa, lentamente scivolò dentro di lei a completarla.
Poi, senza preavviso, lui spinse duro, martellante. Il nucleo di Clio divenne rovente
“Ti voglio, godi! Fammi godere… Godi.” Urlò lei nei vapori.
Poi strinse con le mani il bordo della vasca, mentre gli schizzi andavano ovunque, seguivano implacabili i movimenti.
Gridò. Clio gridò ancora.
Ondate di piacere la trapassavano, fremeva, tremava, godeva, mentre lui si dissolse con gli ultimi resti del vapore.
“E’ troppo presto.” Sussurrò Clio.
Pianse con gli occhi chiusi.
Si immerse.
Tutta.
Aveva freddo, ma lì rimase, mentre il sangue si confondeva con l'acqua e i brividi le trapassano il corpo prima di cogliere un'ultima immagine dietro le palpebre chiuse: ancora lui, Tiberio, nel suo abito “tronfio” di alta sartoria.
E perse anche il suo ultimo respiro.
Le sue parole riecheggiavano nei sogni di Clio, come sempre. E ogni volta chi le parlava aveva avuto ragione. Come faceva a sapere? Come faceva a capire che sceglieva sempre in modo sbagliato? Lui non era reale. Era solo uno spirito, un demone informe che le appariva nei sogni, nel sonno.
Guardava profondamente in lei. Ed era come se la notte succhiasse dalla sua anima la vita per capirne il senso e il mattino, mentre albeggiava, gliela ritornava, scomparendo dolcemente. Non scomparivano, assieme a lui, le sue parole che, nelle ore di veglia, tornavano a martellarle le tempie. Quelle parole erano sempre con lei.
Una notte, le parlò del suo cuore. Le disse che amava troppo, profondamente, troppo spesso e troppo per quel mondo terreno. Lui la tormentava… le diceva continuamente che poteva vestirsi come le piaceva, mettersi ogni volta una maschera: sottomessa, frivola, un’amante perversa, una femmina affascinante; non sarebbe cambiato il motivo per cui lo faceva. Erano tutti meccanismi per raccogliere l’amore che desiderava, come se fosse stato l’ossigeno che la teneva in vita.
"La ragione per cui desideri così tanto amore da tutti quelli che incontri, è perché nessun amore ti è mai stato vicino a sufficienza. Non disperare. Quello che ti serve è solo attendere. Devi superare la superficialità per trovare l’Amore.”
Clio si svegliò e cercò di sollevare le braccia per toccarlo, le sembrò che fosse lì, con tutto il suo peso, ma non trovò nulla a cui aggrapparsi.
Si sentì cruda e fragile, quel mattino, mentre si vestì rendendosi conto che quel demonio aveva riconosciuto la paura, quella indossava come una seconda pelle. La paura di non essere amata abbastanza, la paura di non sapersi tenere gli uomini, la paura di dover amare troppo e avere nulla in cambio. Aveva cercato di mascherare quella paura nei sorrisi, di giorno, e nei baci che elargiva ai suoi occasionali accompagnatori. Perché dopo aver sofferto per amore, più volte, non cercava più l’uomo della sua vita, ma passava da uno all’altro senza ferirsi.
E intanto cercava di scacciare quel demone con la luce, sperava di liberarsene, bramava poter pensare liberamente e chiudere gli occhi per dormire in maniera serena. Eppure, al buio, quel demone tornò sempre. Era come se chiudendo gli occhi, solo pensando di sognare, o non sognare affatto, lei lo evocasse.
E lui lo sapeva. Sapeva che di notte, lo avrebbe chiamato pur non volendolo, perché in fondo desiderava averlo vicino. Era pur sempre una presenza costante. Il demone vedeva le lacrime silenziose che lei liberava quando era al buio e il cuscino che afferrava tra le braccia, ogni notte, prima di addormentarsi, in quella solitudine terribile che lei proteggeva in maniera feroce.
Lei ascoltava la cadenza del proprio respiro, il ritmo del proprio cuore ed era la sola melodia che le teneva compagnia, Ma era così assordante! Nel sonno si lasciava avvolgere dalle braccia di quell’oscura presenza e ascoltava il sussurro di quelle parole che, di giorno, si rifiutava di comprendere. E continuava ad amare persone sbagliate.
Scrivere era l’unica cosa che non la faceva sentire sola. Macinava pensieri e li traferiva sui fogli di word. Inventava storie, eroine, situazioni che avrebbe voluto vivere, amori impossibili. Sognava. Sognava di continuo, a occhi aperti, rileggendosi.
Quando l’editore la invitò a una presentazione di una collega, si disse che era venuto il momento di uscire allo scoperto. Perché continuare a rifugiarsi dietro uno pseudonimo? Per la paura di essere riconosciuta come la scrittrice di romanzi erotici? Additata perché scriveva “porcherie”?
“Prima che sia troppo tardi, voglio prendermi la soddisfazione di vedere la faccia allibita dei miei concittadini…” rimuginò fra sé. E quella serata poteva essere lo scenario adatto per fare il primo passo verso il pubblico. Era sicura che sarebbero stati presenti anche tanti amici e conoscenti in comune con la collega e amica scrittrice. Inoltre, un evento letterario, nella capitale, di una scrittrice che stava in cima alle vendite nazionali dell’ultimo periodo, era un appuntamento a cui i tanti nomi noti dell’editoria non avrebbero mai rinunciato. Forse si sarebbe presentata l’occasione giusta anche per lei, quella che aveva sempre sognato: diventare una scrittrice famosa.
Si preparò con cura, scegliendo l’abito giusto fra i tanti che aveva nell’armadio. Optò per un abito corto al ginocchio, con le spalline sottili e una scollatura vertiginosa che esaltava lo splendido decolté. Ai piedi un paio di scarpe con il tacco vertiginoso. I capelli raccolti, per il caldo, in uno chignon morbido con qualche ricciolo ribelle che le incorniciava il viso, gli occhi truccati alla perfezione, le labbra dipinte di un rosso rubino. Si specchiò un’ultima volta prima di uscire e si lanciò un bacio, apprezzando la sua immagine riflessa nel grande specchio, che faceva sfoggio di sé, nell’entrata del suo appartamento, tanto quanto la proprietaria. Il caldo umido della sera l’avvolse, ma per poco. Il tragitto che doveva percorrere per arrivare all’auto era breve. Appena salì, infilò la chiave, accese il climatizzatore e poi una sigaretta. Partì rombando verso un destino che lei ancora non conosceva, ma quella serata avrebbe segnato in maniera radicale la sua vita futura.
Arrivò al locale in perfetto orario. L’amica scrittrice salutava tutti con un affabile sorriso, che sembrava avesse stampato in viso. La sala era affollata e, tra i tanti volti sconosciuti, notò alcuni visi di amici. La musica in sottofondo si confondeva con il brusio della gente, un’accoppiata che non riuscì ad apprezzare. Appena l’editore la vide agitò una mano e le corse incontro. Clio si lasciò abbracciare e baciare, ma l’imbarazzo le stava salendo per il corpo in una scia di calore, nonostante l’ambiente fosse climatizzato in maniera eccelsa. Guido, l’editore, la prese per mano e la trascinò verso un capannello di persone. Le presentò alcuni suoi amici e tra questi anche un signore sulla quarantina, particolarmente affascinante: Tiberio. Non era bello, ma i suoi lineamenti erano eleganti e sottolineati da un pizzetto disegnato ad arte. Con un sorriso appena accennato, si chinò appena a prenderle la mano e sfiorarla con un finto bacio.
“Un uomo d’altri tempi…” pensò Clio.
Lo osservò. Era tutto in tiro nel suo abito scuro. Un abito che “sapeva” di sartoria d’alta classe e aveva l’odore del Dio denaro. Lei pensò che fosse eccessivo per un pomeriggio tra editori, scrittori e curiosi. Pensò di snobbarlo, alla stessa maniera che faceva lui ostentando uno status di privilegiato, ma non ci riuscì. Si ritrovò più volte a scrutarlo di sottecchi mentre era intento a parlare con alcune persone. Guido le teneva un braccio sulle spalle e la stringeva a sé in maniera eccessiva. Apprezzò quel gesto perché, così facendo, le donava un senso di protezione in mezzo a tutta quella gente.
Qualcuno parlò da un microfono e tutti si apprestarono a prendere posto sulle sedie. La musica cessò e la presentazione ebbe inizio. Tiberio prese posto accanto a Clio e Guido sulla sedia a fianco. Lei cercò di prestare attenzione a quel che si raccontava, provò a seguire il filo del discorso e le domande che un uomo faceva all’amica scrittrice, ma si sentì gli occhi di Tiberio addosso. Per tutto il tempo. Si perse. Fantasticò di essere tra le sue mani, di essere vicino alla sua pelle a inspirare il suo odore. Se le sentiva sul corpo quelle mani e il profumo di colonia che le arrivava alle narici la distraeva in maniera incredibile. Fino a che tutto finì - le sembrò che tutto si fosse svolto in pochissimi minuti - e gli applausi la colsero impreparata.
Tutti si alzarono in piedi e lei rimase immobile sulla sedia ancora immersa in fantasie carnali. Tiberio le sfiorò un braccio e lei rabbrividì, poi alzò gli occhi a guardarlo e lui le sorrise. A quel punto si alzò e l’uomo, un po’ più alto di lei, si chinò verso Clio e le sussurrò all’orecchio: “Sei mia ospite a cena…”
E sorrise di nuovo, lui, questa volta con un’espressione sorniona, di quelle bastarde. Quell’espressione che parlava senza dire nulla, che diceva “non aspetti altro che io ti scopi”. Quella fu l’impressione di Clio e un brivido le percorse la schiena.
Cominciò in quella maniera la relazione tra Tiberio e Clio. Dopo la cena lei accettò di finire la serata in una camera d’albergo. Era consapevole che la loro relazione sarebbe durata poco, l’anello all’anulare sinistro di lui la diceva lunga. Sarebbe stata una scopata, una notte di sesso e forse ne sarebbero seguite altre. Ma più di quello Clio non poteva e doveva pretendere e andò in quell’albergo perché lo desiderava. Quello che Clio non si aspettava, era che si sarebbe innamorata follemente di quell’uomo.
E ogni volta che si incontravano era lussuria allo stato puro. Le dita di lui correvano lungo la schiena di lei, anticipando la scia delle labbra e della lingua. Non servivano parole e nessuno dei due intendeva riempire il silenzio. Parlava molto di più di tante parole, il silenzio, le mani di lui si stringevano sui polsi di lei e, quando si addolciva, era protettivo, la accarezzava svegliando un fuoco che premeva sottopelle e scorreva assieme al sangue nelle vene. Infine, quando tutto era finito, quando entrambi aveva soddisfatto la loro arsura e le loro voglie, i muscoli della schiena di Clio si rilassavano contro il petto di Tiberio, mentre in sottofondo andava la musica del piano bar sotto casa. E poi lui se ne andava e lei, lentamente, si alzava dal letto e, ancora con l’odore di sesso addosso, si sedeva alla scrivania e vomitava pensieri, lasciando il cuore in sospeso.
A volte le chiedeva di accompagnarlo ad alcuni eventi mondani e Clio si chiedeva perché portasse lei e non sua moglie. Ma si guardava bene dal chiederlo a lui, le bastava essere insieme e in qualche momento si sentiva in colpa nel prendere un posto che non era suo. E si ripeteva, forse per convincersene in maniera radicale, che se andava bene a lui e, di conseguenza, anche a sua moglie sarebbe dovuto andare bene anche a lei. E la moglie non era nemmeno inconsapevole visto che apparivano spesso su alcune riviste di gossip e scandalistiche.
Una di quelle sere rimasero a cena in un noto ristorante romano, frequentato da tanti volti noti della movida capitolina, e in molti andarono a salutare Tiberio. In quei momenti Clio si isolava, appoggiandosi allo schienale della sedia, girando il capo a guardare tutti e tutto tranne le persone che si erano avvicinate al loro tavolo.
Ci fu un momento in cui nessun occhio o orecchio indiscreto era puntato su di loro e lei osservò curiosa Tiberio. Lui cercò nelle tasche della giacca e pochi istanti dopo appoggiò un suo biglietto da visita sul tavolo, sfilò la penna dal taschino e disegnò un cerchio perfetto sul lato bianco del biglietto. Al centro disegnò un piccolo punto. Clio lo guardava confusa. Lui rimarcò il cerchio e poi ritoccò il punto al centro.
“Lo vedi questo cerchio?” le chiese. Clio non rispose, alzò solo un istante gli occhi a guardarlo.
Lui riprese: “Io sono il cerchio!” e tornò a rimarcare con la penna il punto centrale. “Tu sei il centro. Puoi sentirti sola a volte. Stai pensando che tra me e te ci sia uno spazio enorme, e tu ti senti troppo piccola per colmare il divario che intravedi... Beh, lo vedi solo tu. Se rifletti bene e ti metti in testa che io sono il cerchio, quello spazio che vedi è la mia anima che ti circonda e protegge… io ti racchiudo. Non vai da nessuna parte se io non ci sono. Non devi aver paura di arrenderti a questo mio esserci sempre, anche quando non sono con te fisicamente. Questa sera siamo insieme e sto attendendo che tu distenda le braccia e mi accarezzi. E lo so. Io lo so. Tu sei in attesa di sentire il mio respiro su di te. Ma permettimi di viverti in mezzo alla gente che mi conosce.”
“Ma tua mo…” non la fece finire di parlare. La zittì scrollando il capo.
Tiberio riprese in mano la penna e in giri concentrici riempì il divario tra il cerchio iniziale e quel puntino che la rappresentava. Premette la penna più volte in quel punto. Clio non si sentì più così piccola e ricacciò tra i pensieri, seppellendoli con un sospiro, la famiglia di lui.
***
Una pomeriggio, mente erano ancora a letto, lui si mise a parlare. Fu un monologo che Clio ascoltò con attenzione, una cosa del tutto nuova per lui che parlava molto poco. O meglio… parlava, ma non quando erano a letto. Era un uomo colto, un produttore. Un ricco produttore ammogliato ma perverso. Un uomo che poteva avere tutte le donne che voleva, le bastava schioccare le dita. Ma adesso voleva lei. Ed era con lei. E questo le bastava.
“Sai… io sono un produttore di amore, degusto le donne.” Le disse. “Gusto te. Il cazzo è per il porno, è un esercizio fisico che da soddisfazioni fisiche: i muscoli si irrigidiscono, il cuore sbatte, i corpi sudano.” S’interruppe per guardarla, per vedere se lei stesse seguendo quel discorso. Sorrise e proseguì: “Io non scopo. Scrivo poesie sulla pelle con la punta delle dita. Lascio canzoni sul seno con le labbra. Disegno quadri con la bellezza dei gemiti che fuoriescono dalle tue labbra. Non sono semplicemente un cazzo e tu meriti molto di più di un desiderio sessuale impaziente. La mia è un’arte disperata.” Fece ancora una pausa. Si umettò le labbra, le baciò la fronte e poi gli occhi e si fermò a leccarle le labbra. E sulle labbra, soffermandosi per qualche istante a ogni parola, le sussurrò: ”Sì, è un’arte potente, cruda, diretta, appagante, mozzafiato; ma io non scopo. Trovo, invece, quelle parti di te… quelle parti che hai dimenticato essere così belle e le conficco nei tuoi ricordi.”
Si avvinghiarono l’uno all’altra, scoparono ancora e ancora. E a Clio sembrò di toccare il paradiso mentre pronunciò quel “ti amo”. Tiberio si bloccò un istante, la guardò ma non disse nulla e ricominciò ad affondare colpi dentro di lei, fino ad arrivare all’orgasmo, senza aspettarla, in maniera rude. Azione contraddittoria con quello che aveva poco prima espresso. Poi lui si rivestì in fretta e come tutte le altre volte se ne andò.
Quella notte, si vestì anche Clio e uscì di casa. Un sabato sera qualunque, ma tante persone in giro. Camminò in mezzo alla gente alla ricerca di qualcosa, ma non sapeva cosa. Avrebbe voluto che lì fuori ci fosse lui, Tiberio. E pensando a lui, che sicuramente era nella sua casa assieme a sua moglie e ai suoi figli, capì che non sarebbe mai stato totalmente suo.
Si mise alla ricerca di qualcuno che potesse sostituirlo, quella stessa sera. Aveva un bisogno urgente di braccia, di una presenza carnale, di occhi che l’apprezzassero per quello che era e di una bocca che pronunciasse la parola “amore”. Stava rasentando la follia, ma aveva le sue ragioni. Guardò la gente che le passava vicino. Avrebbe voluto un uomo che potesse tenerle compagnia la notte, in modo che quel demone, che da un po’ non tormentava le sue notti, non fosse tornato. Un uomo che si fosse svegliato assieme a lei al mattino, così da far vedere a quel demone bastardo che lei sapeva amare e non aveva paura dell’amore. Nessuno la degnò di uno sguardo.
Aspettò, poi, in mezzo alla strada affollata e guardò quel dipinto di viola e blu che la sovrastava. Sembrava tenero quel cielo minaccioso in confronto alle parole che le risuonavano in testa e le apparivano liquide. Era come se incombesse su di lei un fiume in piena, che presto avrebbe tracimato, e sentì sottopelle la paura scorrere assieme al sangue nelle vene. E afferrò il senso di un’altra notte in compagnia del suo compagno oscuro.
***
Quando arrivava Tiberio Clio doveva lasciar perdere tutto quello che stava facendo e prestargli attenzione. Lui voleva così.
Una delle tante volte che piombò a casa sua, lei non si unì a lui subito, si scusò dicendo che doveva andare in cucina a bere. Quando entrò in camera da letto lui era disteso sopra le lenzuola, senza nulla addosso. Clio non gli andò vicino, ma si sedette su una poltrona e rimase a guardarlo come se fosse un dio.
Tiberio stava con le gambe rilassate e giocava a provocarla, accarezzandosi. Clio respirava a fatica, come se lui le rubasse il respiro anche a distanza, la confondeva. Sentì il cuore in gola e il desiderio di toccarlo si amplificò momento per momento. Si impose si rimanere immobile, ma il tremore delle mani tradirono il suo sentire, deglutì la saliva, che le aveva riempito la bocca, mordendosi le labbra.
Era dentro di lei, la penetrava non solo con il corpo, ma anche con le parole non dette, con quelle mani che si muovevano sulla carne tesa, con quel suo sguardo irritante. Ubriaca di lui che non avrebbe dovuto amare.
Eppure era lì a guardarlo, e lui era lì a toccarsi e tutto nell’aria era sesso, non amore. Sul volto di lei la sconfitta di chi sa che non può chiedere di più. E rimuginava pensieri che poi avrebbe scritto quando lui se ne sarebbe andato.
Tentava di comprendere perché voleva proprio lei. Che cosa trovava in lei? Che cosa lo spingeva verso di lei?. Clio sapeva che lui non l’amava, ma non poteva ignorare quel torrente che ribolliva e la sciarada di parole in testa che le dicevano che lui la voleva. Sempre. Temeva il giorno in cui non sarebbe più stato così e, in quei momenti rubati agli altri, alla famiglia di lui, Clio usava le armi che aveva in mano.
Porgeva a Tiberio piccole dosi di sé, quel tanto che bastava a far vacillare quel freddo atteggiamento che gli si disegnava in viso ogni volta che voleva fare il duro. E lo faceva ogni volta in maniera diversa, lui odiava la monotonia dei gesti e Clio, in quel senso, lo assecondava in ogni cosa, in ogni gesto, in ogni richiesta. In quel momento lui continuò a guardarla maneggiandosi il cazzo. Sapeva che Clio lo voleva e a lui si leggeva in volto la smania di avere le mani di lei sull’asta, piuttosto che le proprie. Invece Clio si aggiustò meglio in poltrona, le gambe accavallate e le mani sui braccioli. Si obbligò a rimanere immobile a guardarlo, in una guerra di sguardi. Tiberio non amava essere sfidato, soprattutto da lei. E adesso era sul viso di lui che si leggeva la confusione.
Lei rimuginò pensieri: “Non sai quello che mi passa in testa e questo ti spiazza. Non sai che ti sto usando e quando sarò sola userò quello che ho visto per scrivere. Non sai di essere la mia musa. Sì, ti amo. Sì, ti uso. E ancora sì… mi usi per il tuo piacere, quello che non trovi tra le mura di casa tua.”
Tiberio alzò il busto dal letto e si sedette ma, prima di fare altri movimenti e alzarsi per raggiungerla, Clio aprì le gambe e iniziò a toccarsi. Lui si bloccò a guardarla, un sorriso sornione gli si stampò in volto.
Clio finalmente parlò: “Mi piace esibirmi, mostrarti quanto mi fai diventare troia…”
E solo con i pensieri proseguì: “Ma sei tu che vuoi prendere completamente possesso di me? O sono io a possederti? Vuoi che mi inginocchi ai tuoi piedi e implori il tuo possesso? O sei tu che adesso vorresti farlo? Potrei darti l’eternità, ma cosa avrò in cambio? Avrò te come tu hai me?” Domande che Clio aveva stampate in mente da tempo, domande sempre senza risposta.
Lui si avvicinò e sostituì le mani di lei con la bocca e la lingua.
Quando se ne andò, all’imbrunire, lei finì di scrivergli una lettera che lui non avrebbe mai letto, ben nascosta in un file del pc.
La lettera terminava con: “Sì, sono tua, tra il peccato e l’amore, estasiata da questa storia che insisto a tenere in piedi. E’ un racconto che mi costringo a vivere. Una vita con più domande che risposte, un mondo che provoca sofferenza ed estasi. Non temo il bruciarmi, solo non comprendo perché non possa diventare tutto più semplice. Mi vuoi, ma non puoi sempre. Mi vuoi, ma quando hai finito te ne vai. Mi vuoi, ma sono solo una bambola da mostrare. Perché questo amore deve essere risucchiato in un vortice di paradossi? Forse avrò il coraggio di fare qualcosa per liberarmi di te. O forse sarai tu che ti libererai di me. Rimane il fatto che ti amo e non posso averti. Forse abbracciando l’eternità sarai completamente mio. Mio e di nessun altra. E’ morboso questo amore che provo per te e so che mi porterà alla distruzione. Ma almeno non distruggerò te. Tua per sempre. Clio.”
E Clio bevve di quell’amore fino a dissetarsi, mangiando le parole e i gesti di Tiberio con una passione ricambiata, con un desiderio che era simile al suo, con il fuoco della sua mente, in continui orgasmi di pensieri che versava in inchiostro sulle pagine sparse per casa o nei file del pc.
Alle volte cantarono su diverse armonie, ma la musica ha immense possibilità e in tanti momenti divennero una sola melodia. Clio credette di essere pronta, sperò, lambì i confini di quello che lui le chiedeva, senza lesinare. Sapeva di non essere amata, di essere solo un desiderio carnale, un oggetto da mostrare, ma ricacciava indietro tutto i pensieri oscuri quando era con lui.
Si rifiutò, infine, di vedere quello che era vero, la realtà, quello che i pensieri più volatili tracciavano senza preavviso e ricacciava dentro a forza, quello che anche un cieco avrebbe letto nel loro rapporto, mentre lei, resa impotente dall'amore che provava per lui, attendeva i suoi momenti.
Lei ascoltò attentamente il crepitio del fuoco che divampava ogni volta tra loro, vacillò nella polvere della cenere che ne rimaneva fino a mostrargli tutto quello che era. Sperava potessero bruciare più a lungo, pensava di poter gestire le fiamme e tenerle vive.
Ma il fuoco, si sa, è affamato e insaziabile, consuma tutto quello che brucia. E lui? Lui non era solo calore e Clio ebbe paura che nulla avrebbe potuto mai saziarlo. E il suo risveglio, il suo fuoco, la sua luce che non furono più di Clio ma di un’altra.
Clio non amava mostrare segni di intolleranza, i bordi oscuri di un esaurimento. Si ritrovò immersa in una fitta nebbia che lentamente evaporava dal ghiaccio che aveva avvolto la sua anima, dopo che lui le disse che era finita.
Non lo rivide più e non tentò nemmeno di chiamarlo al telefono. Si disse che aveva una cura per il proprio mal d’amore, ma forse non era ancora pronta a guarire, preferiva tenersi il gelo a corazzare il cuore.
Ripensò più volte alle parole di Tiberio, a quel “mi dispiace” detto senza guardarla negli occhi. E in fin dei conti lei lo capiva. Lui aveva la sua vita, l’altra vita. E ora c’era anche l’altra. E chissà quante altre l’avevano preceduta e quante altre ce ne sarebbero state. Un numero. Questo era diventata per lui. Un numero e un giocattolo che non gli serviva più, perché sostituito con uno più divertente.
Clio arrivò al punto di uscire di casa solo per fare la spesa e in ogni angolo della sua casa aveva appiccicato un post it con la stessa scritta, identica per ognuno di essi: “perché hai rubato il mio respiro e non me lo dai indietro?”
E in qualche maniera era arrivata anche a godersi la solitudine, con il freddo e oscuro demone che la possedeva, ogni notte, quello che non l’avrebbe mai delusa. Quello che tutte le notti le appariva dopo aver chiuso gli occhi. Lui l’amava.
“E se devo scendere all'inferno con lui per sciogliere del tutto e velocemente questo ghiaccio che attanaglia anima e membra, lo seguirò, mi scioglierò dietro i suoi passi e sarà amore per l’eternità. Arrivo Demone.”
Scrisse questo ultimo biglietto e lo appoggiò sul tavolo, poi accese una sigaretta.
“Metto la morte tra le labbra, prendo una lunga boccata. E’ un finto vivere quando si sta morendo. Una boccata di vita, il fumo tra le labbra.” Pensò. Il sapore acre del fumo e del tabacco le stuzzicò il labbro mentre espelleva la morte. Spuntò un sorriso. “Vivo il presente ed evito un futuro, A che serve il futuro se hai nessuno accanto?” una risata isterica colpì le pareti della sua casa e le parve di sentire un’eco.
Si sentì soffocare, come se la morte l’avesse accarezzata per un istante. Le si strinse il petto, un dolore acuto tra le ossa dello sterno. Sentì la sua carne bruciare e il cuore palpitare.
“E’ solo piacere se si riconosce il dolore.” Disse ad alta voce, come per sentire di essere ancora viva. Soffiò fuori il fumo che le accarezzò la bocca. Poi passò la lingua sulle labbra per assaporare il gusto della morte, ogni bacio sulla pelle arsa. Il gusto era acre, poi divenne dolce, lo paragonò all’ultimo dei baci di Tiberio. Un’ultima boccata. Ancora un pensiero legato a lui.
E ancora un sussurro: “E’ un finto vivere, quando si sta morendo...”
Poi si decise, andò in bagno e lasciò correre i suoi pensieri, la sua immaginazione… e c’era lui con lei.
Lui e il bagno. E l’acqua che correva. Osservò la grande vecchia vasca da bagno con i piedi da leone, enormi artigli che la sostenevano; ormai piena fino all’orlo con acqua calda.
Il vapore saliva in vortici seducenti, così fitti da confondere tutto il resto, le pareti e il soffitto scomparirono e c’era tutto un mondo in quella nebbia.
C’era lui. Clio lo sentiva, era parte dell’acqua, era nel vapore e la sua presenza l’avvolse come le sue braccia non avevano mai fatto. Sentì le sue mani stringerle i polsi, un dolore sottile come di una lama tagliente. Quella che affondò sulla carne, a raggiungere le vene.
Lei sapeva quello che voleva, quello che era, ed era convinta che lui era lì per un solo motivo. “Non mi lascerai andare fino a che non ti darò ciò che è tuo.”
Si arrese.
S’ immerse nell’acqua e sentì scivolare via ogni preoccupazione, la sua solitudine, l’ordinarietà della sua vita. L’acqua si chiuse sopra la sua testa e si rilassò.
“Il nostro momento durerà in eterno, rimarrai con me.” I pensieri corsero a lui e poi a quello che avrebbe voluto fare.
“Non ce la faccio ancora, è troppo presto, devo risalire, devo respirare e prendere ancora un altro respiro, e un altro ancora e andare avanti.”
Con la testa fuori dall’acqua, il vapore si diradò e Tiberio era lì, la stava guardando. Lei vide i suoi occhi grigi offuscati, il viso che sembrava essere di marmo, inflessibile e freddo, i capelli bagnati incollati alla nuca.
Chiuse gli occhi e appoggiò la schiena contro la vasca, il vapore le solleticò le narici, il volto era umido. Le rimaneva difficile respirare.
Lo sentì sussurrare il suo nome, Le sembrò rassicurante la sua voce, come se stesse calmando la sua bambina. I seni galleggiavano sulla superficie dell’acqua, senza peso, i capezzoli turgidi bramavano un tocco. Lo attendeva.
E finalmente si avvicinò, posò i suoi baci sugli occhi di Clio, la lingua leccò le gocce di vapore che le ricoprivano il viso. Era delicato.
Lento e delicato.
Le labbra di Tiberio sfiorarono quelle di Clio, i denti affondarono sulle labbra. Le mani impastarono i seni, li strizzarono, tirarono i capezzoli. Lei provò dolore, ma aveva bisogno di sentirlo, aveva bisogno di ricordarlo.
Nel momento in cui Tiberio affondò la lingua nella bocca di lei, Clio aggrovigliò le mani ai capelli di lui, per tirarlo più vicino a sé.
“Non posso lasciarti andare questa volta…”
Allargò le cosce contro i bordi della vasca, offrendosi, in attesa che le dita di lui trovassero la loro strada dentro di lei.
La trovò, lei gemette, sollevò i fianchi, l’acqua traboccò, ma lei aveva bisogno di avere di più. Mentre si contorceva e inarcava il ventre, Tiberio chiuse la bocca su un capezzolo, lo succhiò, lo morse. Lei sentì di nuovo dolore, si trasformò in piacere.
La tenne in bilico fra il piacere e il dolore.
Si accese il corpo e tutto vibrò nella mente di lei. Lui la lasciò un istante e lei si mise in ginocchio, le braccia appoggiate sul bordo della vasca.
Lo sentì subito dietro di lei, fulmineo, il suo corpo fondersi a quello di Clio, le mani si allacciarono ai seni.
“E’ tutto quello che ho sempre voluto, sentirti così vicino, petto contro schiena, le labbra che mi baciano il collo e le dita che tirano i capezzoli.”
Eppure non era sufficiente, il bisogno che sentiva Clio era infinito. Si strofinò conto di lui, sapeva che le avrebbe dato sollievo, sapeva che poteva farlo. Il cazzo contro la figa, lentamente scivolò dentro di lei a completarla.
Poi, senza preavviso, lui spinse duro, martellante. Il nucleo di Clio divenne rovente
“Ti voglio, godi! Fammi godere… Godi.” Urlò lei nei vapori.
Poi strinse con le mani il bordo della vasca, mentre gli schizzi andavano ovunque, seguivano implacabili i movimenti.
Gridò. Clio gridò ancora.
Ondate di piacere la trapassavano, fremeva, tremava, godeva, mentre lui si dissolse con gli ultimi resti del vapore.
“E’ troppo presto.” Sussurrò Clio.
Pianse con gli occhi chiusi.
Si immerse.
Tutta.
Aveva freddo, ma lì rimase, mentre il sangue si confondeva con l'acqua e i brividi le trapassano il corpo prima di cogliere un'ultima immagine dietro le palpebre chiuse: ancora lui, Tiberio, nel suo abito “tronfio” di alta sartoria.
E perse anche il suo ultimo respiro.
martedì 12 agosto 2014
Faccio il cinese di Giuseppe Balsamo
“Che sogno del cazzo!”
Sono più stanco di quando mi sono messo a letto, non ho dormito per niente e mi sento come se mi avessero scaricato addosso dei sassi. Lame di luce hanno la meglio sulle imposte semi aperte. Mi stropiccio gli occhi abbagliato e disturbato, comprendendo perché le chiamano “lame di luce”.
Eva ha già allungato la mano sul mio membro e mi sfotte crudelmente, come suo solito rispondendomi a tono:”Tu, hai cazzo da sogno mio bello italiano”, cercando allo stesso tempo di baciarmi.
Mi ritraggo, mi sento come se una lucertola stesse pasteggiando con la mia lingua, per poi marcirmi in bocca. Lei mette su il musetto, ma stamattina non ce la faccio, a tastoni cerco il bicchiere che ho lasciato la sera prima sul comodino. Se non ricordo male ci dovrebbero essere ancora due dita di rhum, quello che ci vuole come prima colazione.
Ingurgito l’alcool e lo sento bruciare nello stomaco, forse era meglio un caffè.
Intanto Eva riprende il suo lavoro con la mano, per reagire adeguatamente sarebbero necessari almeno quindici anni di meno, forse anche quindici sigarette in meno al giorno.
Osservo i capelli colore del grano scivolare sul mio corpo, si muovono come onde marine, come se il vento le sospingesse.
La sua lingua percorre il torace appena sotto il petto, quindi si avvia a far compagnia alla sua mano, priva di qualunque compassione per la mia nottata insonne e per il mio corpo privo di forze. Sento le sue labbra lambirmi il sesso, il suo palato carezzarlo, in un inesorabile movimento.
So che mi ascolta, mentre mi dona piacere, così cerco di raccontarle il mio sogno.
“Conosci quello stronzo della TV, sai quello che fa politica e ce l’ha con le pale eoliche, che poi a volte non mi sta nemmeno così antipatico. Sgarbi, si che hai capito. Me lo son sognato che mi guardava dal fondo della tazza del cesso, con i suoi occhialoni e con il dito puntato mi diceva guarda come la fai!”.
Eva interrompe quello che sta facendo, comprendendo che voglio andare avanti con la mia storia, solleva lo sguardo divertita annuendo, restando appoggiata con parte del viso sul mio sesso, continuando ad accarezzarlo con la mano, quasi a volermi aiutare a proseguire.
“Insomma ero in bagno tutto intenzionato a far pipì, guardo giù e non ti vedo il faccione di Sgarbi che mi guarda? Lo stronzo, puntandomi il dito, mi urla contro di tutto, sai come fa in televisione? Dice che è colpa delle pale eoliche quello che mi è successo, che bisogna far qualcosa se no altri diventeranno come me, mi invita a guardare che disastro son diventato. Io resto lì a guardarlo, nemmeno troppo stupito di vederlo laggiù dove dovrebbe nuotare la merda, penso ora gli piscio in faccia così sta zitto; cerco di prendermi l’uccello in mano e non lo trovo. Vado nel panico, mi cerco l’uccello, fra i peli, niente: mi è cresciuta la patata, comincio a toccarla con curiosità, poi mi spavento. Mi scappa, devo farla, ma rinuncio e penso: sto cazzo di maniaco di Sgarbi mi sta guardando la fica, così gli sbatto il coperchio in faccia; non gli permetterò di guardarmi tutto mentre mi siedo sul cesso”.
Eva ride come solo lei è capace di fare, cerco di spiegarle che la cosa mi ha terrorizzato, poi mi coinvolge nella sua risata.
“Non è finita, ho paura di girarmi e guardarmi allo specchio, così con le mani mi esploro e vado un po’ più su: due tette da paura che quasi ma fa piacere toccarle, quasi fossero le tue. A sto punto, vinco ogni resistenza e mi giro verso il lavandino. Mi vedo riflesso, anzi ti vedo riflessa Eva. Io sono te, oppure tu sei me , come preferisci. Sono diventato una bella figa bionda, intendiamoci sei belle Eva, ma mi è preso un cazzo di spavento che non hai idea. Mi è caduto il mondo addosso, comincio a pensare come fare a dirlo a te, agli amici, al lavoro. Immagino tutti quelli che vorranno scoparmi. Insomma rivoglio la mia brutta faccia ed il mio uccello e non so come fare, sono impotente e spaventato: terribile tu non immagini”.
Questa volta sono io a ridere mentre le racconto il sogno, una risata nervosa che cerca di nascondere quello che in realtà è stato un incubo.
“Povero il mio bel maschione”.
Eva risale sul mio corpo, sento i suoi seni gonfi sul petto ed il suo sesso tiepido che si struscia sul mio. Mi morde il mento e con gli indici mi tira gli occhi, facendoli diventare a mandorla: vuole che le faccia l’imitazione del cinese, è una cosa che faccio con stile e che la diverte sempre molto.
Dopo che faccio il buffone per lei, sento che laggiù qualcosa si muove, alla faccia di Vittorio Sgarbi.
Stavolta non le dico di no, facciamo l’amore come lo si può fare solo al mattino. Languidamente, con calma, come sbocconcellassimo un croissant farcito e tiepido.
Lo si assaggia un po’ alla volta, per ingurgitare improvvisamente l’ultimo boccone di marmellata che rischia di cadere. Così si muove su di me: prima lentamente, poi impazzita, lasciandomi venire dentro di lei.
Ci godiamo le prime ore del mattino nel nostro enorme lettone quadrato.
Mi scappa da pisciare ma sono restio ad andare in bagno, non voglio rischiare i danni delle pale eoliche.
Sono più stanco di quando mi sono messo a letto, non ho dormito per niente e mi sento come se mi avessero scaricato addosso dei sassi. Lame di luce hanno la meglio sulle imposte semi aperte. Mi stropiccio gli occhi abbagliato e disturbato, comprendendo perché le chiamano “lame di luce”.
Eva ha già allungato la mano sul mio membro e mi sfotte crudelmente, come suo solito rispondendomi a tono:”Tu, hai cazzo da sogno mio bello italiano”, cercando allo stesso tempo di baciarmi.
Mi ritraggo, mi sento come se una lucertola stesse pasteggiando con la mia lingua, per poi marcirmi in bocca. Lei mette su il musetto, ma stamattina non ce la faccio, a tastoni cerco il bicchiere che ho lasciato la sera prima sul comodino. Se non ricordo male ci dovrebbero essere ancora due dita di rhum, quello che ci vuole come prima colazione.
Ingurgito l’alcool e lo sento bruciare nello stomaco, forse era meglio un caffè.
Intanto Eva riprende il suo lavoro con la mano, per reagire adeguatamente sarebbero necessari almeno quindici anni di meno, forse anche quindici sigarette in meno al giorno.
Osservo i capelli colore del grano scivolare sul mio corpo, si muovono come onde marine, come se il vento le sospingesse.
La sua lingua percorre il torace appena sotto il petto, quindi si avvia a far compagnia alla sua mano, priva di qualunque compassione per la mia nottata insonne e per il mio corpo privo di forze. Sento le sue labbra lambirmi il sesso, il suo palato carezzarlo, in un inesorabile movimento.
So che mi ascolta, mentre mi dona piacere, così cerco di raccontarle il mio sogno.
“Conosci quello stronzo della TV, sai quello che fa politica e ce l’ha con le pale eoliche, che poi a volte non mi sta nemmeno così antipatico. Sgarbi, si che hai capito. Me lo son sognato che mi guardava dal fondo della tazza del cesso, con i suoi occhialoni e con il dito puntato mi diceva guarda come la fai!”.
Eva interrompe quello che sta facendo, comprendendo che voglio andare avanti con la mia storia, solleva lo sguardo divertita annuendo, restando appoggiata con parte del viso sul mio sesso, continuando ad accarezzarlo con la mano, quasi a volermi aiutare a proseguire.
“Insomma ero in bagno tutto intenzionato a far pipì, guardo giù e non ti vedo il faccione di Sgarbi che mi guarda? Lo stronzo, puntandomi il dito, mi urla contro di tutto, sai come fa in televisione? Dice che è colpa delle pale eoliche quello che mi è successo, che bisogna far qualcosa se no altri diventeranno come me, mi invita a guardare che disastro son diventato. Io resto lì a guardarlo, nemmeno troppo stupito di vederlo laggiù dove dovrebbe nuotare la merda, penso ora gli piscio in faccia così sta zitto; cerco di prendermi l’uccello in mano e non lo trovo. Vado nel panico, mi cerco l’uccello, fra i peli, niente: mi è cresciuta la patata, comincio a toccarla con curiosità, poi mi spavento. Mi scappa, devo farla, ma rinuncio e penso: sto cazzo di maniaco di Sgarbi mi sta guardando la fica, così gli sbatto il coperchio in faccia; non gli permetterò di guardarmi tutto mentre mi siedo sul cesso”.
Eva ride come solo lei è capace di fare, cerco di spiegarle che la cosa mi ha terrorizzato, poi mi coinvolge nella sua risata.
“Non è finita, ho paura di girarmi e guardarmi allo specchio, così con le mani mi esploro e vado un po’ più su: due tette da paura che quasi ma fa piacere toccarle, quasi fossero le tue. A sto punto, vinco ogni resistenza e mi giro verso il lavandino. Mi vedo riflesso, anzi ti vedo riflessa Eva. Io sono te, oppure tu sei me , come preferisci. Sono diventato una bella figa bionda, intendiamoci sei belle Eva, ma mi è preso un cazzo di spavento che non hai idea. Mi è caduto il mondo addosso, comincio a pensare come fare a dirlo a te, agli amici, al lavoro. Immagino tutti quelli che vorranno scoparmi. Insomma rivoglio la mia brutta faccia ed il mio uccello e non so come fare, sono impotente e spaventato: terribile tu non immagini”.
Questa volta sono io a ridere mentre le racconto il sogno, una risata nervosa che cerca di nascondere quello che in realtà è stato un incubo.
“Povero il mio bel maschione”.
Eva risale sul mio corpo, sento i suoi seni gonfi sul petto ed il suo sesso tiepido che si struscia sul mio. Mi morde il mento e con gli indici mi tira gli occhi, facendoli diventare a mandorla: vuole che le faccia l’imitazione del cinese, è una cosa che faccio con stile e che la diverte sempre molto.
Dopo che faccio il buffone per lei, sento che laggiù qualcosa si muove, alla faccia di Vittorio Sgarbi.
Stavolta non le dico di no, facciamo l’amore come lo si può fare solo al mattino. Languidamente, con calma, come sbocconcellassimo un croissant farcito e tiepido.
Lo si assaggia un po’ alla volta, per ingurgitare improvvisamente l’ultimo boccone di marmellata che rischia di cadere. Così si muove su di me: prima lentamente, poi impazzita, lasciandomi venire dentro di lei.
Ci godiamo le prime ore del mattino nel nostro enorme lettone quadrato.
Mi scappa da pisciare ma sono restio ad andare in bagno, non voglio rischiare i danni delle pale eoliche.
Disperato erotico stomp di Giuseppe Balsamo
“Ti hanno vista alzare la sottana, la sottana fino al pelo: che nero!...”.
Dalla suonava nell’IPod insistentemente. Le note e le parole di quel brano rimbombno nelle tue orecchie, ossessive ritmate ed incessanti, mentre un invisibile strato di sudore ricopre il tuo corpo nudo, costringendoti ad un continuo girarti e rigirarti fra le lenzuola appiccicose.
La sagoma di tuo marito si muove impercettibilmente, seguendo il ritmo del suo respiro e tu, in quella notte d’agosto, ti senti terribilmente sola; in quel letto troppo spazioso, talmente grande che le tua mente non vuole saperne di smettere di galoppare dietro sentieri tutti da esplorare.
Sai bene che alla fine mi troverai, così fra una nota e l’altra di quella melodia, rimbombano anche le mie parole. Sottofondo alla proiezione in technicolor del nostro ultimo amplesso.
Seguendo le parole di Lucio Dalla, mi osservi mentre ti scopo seguendo il ritmo di quella canzone. Da dietro ti penetro riempiendoti di piacere, tirandoti a capelli ed affondando le mie mani sul tuo culo, dosando dolore e piacere, come piace a te, come piace a noi. Ti assaggio con le labbra, poi ti mordo lasciandoti i segni dei miei denti, costringendoti a dondolare le natiche per accogliermi meglio, per avermi tutto dentro. Il tuo sudore diventa così la mia saliva calda, il pensiero di me si diffonde nella tua fica umida, risale nella pancia per arrivarti dritto al cervello.
“Ho chiuso un poco gli occhi e con dolcezza è partita la mia mano…”.
Non riesci a non seguire le parole della canzone in quel momento, nel silenzio di una notte d’agosto, mentre lui inconsapevole dorme al tua fianco, esegui i miei ordini e l’esempio di Lucio Dalla.
La tua mano scivola nelle mutandine, cerchi il clitoride gonfio e lo torturi, penetrandoti poi con le dita senza trovare pace, muovendole come fosse il mio cazzo.
Passi la lingua sulle labbra, immaginando di avere il mio sesso fra le labbra, ti strizzi i seni perché tutto sia come quando sei con me, non puoi smettere, almeno finchè c’è questo, così lo segui fino alla fine.
Ora è la tua sagoma a muoversi impercettibilmente nel buio, al ritmo di me che da lontano ti possiedo fino a non poterne più.
Così arriva il mio seme caldo, ectoplasma immaginario, ad inondarti il corpo, mentre l’orgasmo ti invade improvvisamente. Una sorta di fuoco d’artificio colorato e rumoroso, esploso in una festa di mezza estate in cui sei l’unica invitata.
Non puoi godere come vorresti. Costretta al segreto, l’esplosione è solo nella tua mente, nella realtà si riduce ad un gemito soffocato e muto, ad una serie di respiri affannosi, che lui può sempre interpretare come un’insonnia dovuta al troppo caldo.
La canzone è finita, Lucio Dalla sfuma e così anche il nostro film in technicolor. Comincia un'altra canzone, decidi di ascoltarla prima di dormire.
Sono gli Stadio, cantano: “Grande figlio di puttana”, mi pensi e trattieni una fragorosa risata, di quelle che sappiamo fare solo noi quando siamo insieme :”sscchhhh non ridere che lo svegli!!”.
Il regno del nulla di Andrea Lagrein
Via Novara 385. Silvia abitava a quel civico. Caseggiato fatiscente di cinque piani, senza ascensore, ballatoi a ringhiera e puzza di miseria, di quella vera, di quella dura. Lei faceva la cassiera in un supermercato a 900 euro al mese, che affitto e bollette regolarmente si mangiavano quasi tutti quanti. La conobbi alla cassa. Alla terza volta che mi vide dietro una montagna di lattine di birra ruppe gli indugi e cercò di fare conversazione. Dopo una settimana avevo già bell'e pronto l'invito a casa sua.
Erano le nove di sera di un freddo novembre quando ci andai per la prima volta. Nebbia e umidità lungo la via. A sera la zona si trasformava in un ricettacolo di balordi, ubriaconi, puttanieri e malviventi di ogni sorta. La luce gialla dei lampioni illuminava scene di ordinario squallore, scene che improvvisamente apparivano e scomparivano fra le pieghe della nebbia.
Salii le scale di quel laido stabile. Quinto piano, cazzo! Maledissi tutti i pacchetti di sigarette fin li fumati. E per meglio esprimere il mio anatema, mi accesi una Pall Mall, così, a spregio! Mentre salivo ansante ascoltavo le innumerevoli storie che provenivano dai vari appartamenti che via via superavo. Storie di squallore, storie di vita ordinaria, fra un litigio familiare, un televisore a volume improponibile e ansimi e gemiti di scopate animalesche.
Del resto in via Novara non si poteva pretendere di trovare boutique all'ultima moda o locali trendy frequentati dalla meglio gioventù! No! In via Novara si incontrava la fatica, il sudore, la puzza, la disperazione, i ratti e gli scarafaggi. In via Novara ci si imbatteva in tutto ciò che era agli antipodi del falso lucore che le insegne del centro cittadino volevano far credere e reclamizzare. In via Novara si trovava Silvia, che con i suoi 900 euro al mese doveva far di conto pure davanti a una bancarella del mercato.
Entrai in casa sua. Bilocale mal messo, muffa al soffitto e muri che iniziavano a scrostarsi. Non vi badai granché. Non che io fossi messo meglio. Per lo meno, però, avevo vinto la mia personale battaglia con gli scarafaggi. Qui invece, di lavoro, ce ne era ancora da fare! Ma non era questo il momento di fare i sofisticati. E comunque, io, non sarei stato affatto credibile! In un rigurgito di buone maniere mi presentai con una bottiglia di rosso. Nel caso le cose non si fossero messe bene, avrei sempre potuto scolarmi del buon vino.
Non riuscivo a capire se la puzza di fritto che avvertivo distintamente provenisse da casa sua o da uno degli appartamenti che mi ero lasciato alle spalle nella mia affannosa ascesa. Una scalata certamente educativa per chi ama come me imbrattare pagine. Entrai nel cancello accompagnato da un trans con il suo cliente. L'uomo era visibilmente imbarazzato dalla mia presenza. Il trans invece era perfettamente a suo agio. In fondo stava facendo il suo lavoro. La figura del succhiacazzi la faceva l'altro, di cui sicuramente ignorava il nome. A me invero non fregava nulla. Non persi occasione di guardare con insistenza lo splendido culo del viados che saliva davanti a me. Si fermarono al primo piano. Mi annotai mentalmente quale fosse il suo appartamento. Si sa mai nella vita!
Una vita che scorreva con i suoi ritmi, qui in via Novara. Ritmi completamente differenti dalla frenesia del resto della città. Questo era il regno del nulla. Solo carcasse umane che rovistavano fra gli avanzi lasciati da altri, i più fortunati, i più forti, i più vincenti. Una periferia come tante altre, in fondo. Solo che qui non vi era nemmeno quel poco che nei sobborghi degradati solitamente si può trovare. Il regno del nulla, per l'appunto! Un distributore di benzina aperto 24 ore, una trattoria perennemente vuota, uno sfasciacarrozze, una discarica, un hotel a una stella, un'autofficina, un parco che alla sera veniva chiuso divenendo ricettacolo di zombie assortiti, un altro distributore, la fermata di una linea di autobus e in fondo, in lontananza, i cartelli dell'ingresso della tangenziale. In tutto questo si stagliava lo stabile dove abitava Silvia.
Mobilio scadente, ante scardinate, tovaglie floreali macchiate da pasti fugaci e solitari. Appena entrai lei mi sorrise, fiera di quel vestitino sintetico che indossava, suo apice di un'eleganza a buon mercato. Sorrisi anch'io. Del resto quel misero indumento non avrebbe avuto vita lunga! Di fatti, ben presto, si ritrovò stropicciato sul pavimento, insieme al resto della biancheria intima che le tolsi con frenesia. In quel momento non mi interessava di certo un defilé alla moda, ma le sue tette e il suo culo in cui affondarci le mani. E lei acconsentì di buon grado, forse e soprattutto per dimenticare le miserie che ci circondavano.
E quel che ci circondava non era esattamente un idillio. Di giorno le auto correvano veloci per entrare o uscire dalla città, passaggio repentino verso lidi migliori. Vecchie baldracche imbruttite dal tempo e dalla professione svendevano i propri corpi per pochi euro a puttanieri derelitti, dispensando veloci orgasmi dietro alberi e cespugli grigi di smog. Zingari lesti e furtivi si aggiravano su quei marciapiedi in cerca di chissà quale occasione, rientrando poi al campo nomadi poco distante. I pochi italiani del posto correvano a occhi bassi verso le loro incombenze, fra romeni e nigeriani che oziavano sui muretti fumando in continuazione. Di notte invece diveniva il regno dei trans brasiliani, splendide donne dagli uccelli enormi, concupiti da padri di famiglia e distinti signori in cerca di forti emozioni.
Questa era via Novara. Questa era la miseria che ci circondava. Relitti umani che tentavano di sopravvivere, grandi protagonisti dei talk-show politici dove nobili mestieranti e paladini degli umili parlavano in loro vece, salvo poi dimenticarseli immediatamente il giorno dopo che tanto, la merda sotto le scarpe, mica gliela levavano loro!
Silvia era uno di questi relitti. Non usava Chanel o Dior. No! Il suo profumo era l'acre odore di sudore di una intensa giornata lavorativa, puzza di ascelle e indumenti acrilici. Il suo aroma era quello di chi, a 900 euro, quasi non riusciva a raggiungere la fine del mese. Ma quando mi abbracciò e aprì le gambe tutto questo svanì. Rimase solo la nostra voglia, la nostra eccitazione, la nostra libidine. Scopammo la disperazione, la miseria, gli affanni. Scopammo i nostri corpi e in essi vi affogammo le nostre menti, in una sorta di fuga da tutto ciò che avevamo attorno.
Via Novara era questa. Nessuna poesia, nessuna dolce melodia. Merda e piscio a cui non badare, di cui far finta di non vedere, che in fondo via della Spiga non era molto lontana, circa un quarto d'ora di auto. Ma qui in via Novara la vita scorreva ugualmente, fra trans, vecchie baldracche e rom dai lesti coltelli. E poveracci che vivevano con 900 euro al mese, fra immondizia e scarafaggi.
Perché in fondo, questo, era il regno del nulla!
lunedì 16 giugno 2014
UNA PRATICA DA ARCHIVIARE di Fabio Morici
Si era recato in archivio da solo , in quel tardo pomeriggio , a lui in
fondo piaceva farlo , respirare il profumo di quei vecchi faldoni
rinsecchiti , odore di polvere e cose un po' morte.
Poteva benissimo chiamare uno dei fattorini e far portare da lui la pratica nel sotterraneo del ministero , ove era ubicato l' archivio centrale dello stesso , dato che era Vice-capo Divisione , ma non aveva molte altre cose da fare , per cui pensò : "Lo porto di persona , e poi dato che è anche venerdì , me ne vado a casa , tanto , come dirigente ,mica devo timbrare" .
Scese perciò in ascensore i vari piani , e poi con il faldone sotto braccio si avviò verso la porta dell' archivio , giuntovi davanti notò però che se anche era accostata , essa era aperta , evidentemente vi era già qualcuno nel sotterraneo.
Non diede grande importanza alla cosa ed entrò deciso , vide una luce , in fondo , che filtrava debolmente dalla porta di una stanzetta e così , senza forse nemmeno rendersene conto si avviò in quella direzione .
Indossava delle scarpe da barca , molto comode e silenziose , giunse così , praticamente senza far rumore sino alla porta , era quasi completamente chiusa , solo un piccolo spiraglio restava aperto.
Gli venne la curiosità di veder chi fosse in quella stanza , prima di palesarsi , e così appoggiò un occhio alla fessura e sbirciò dentro.
Rimase di sasso !
Ecco quello che vide : una donna di spalle , con le mutandine mezzo abbassate era intenta a masturbarsi nel mentre guardava delle immagini che scorrevano su di un tablet.
Istintivamente si fermò e rimase a guardarla , come ipnotizzato .
La situazione lo eccitò quasi immediatamente , il suo fratellino diede grandi segni di irrequietezza ed allora , lui , cercò di calmarlo prendendoselo in mano .
Questa boccaccesca situazione durò per qualche minuto , poi forse inavvertitamente , toccò la porta , la quale cigolò lamentosamente sui cardini ! La donna si voltò di colpo e lo vide ! Rimasero un istante come due statue di sale , lei sembrava incapace anche solo di abbozzare una reazione . Fù lui che si riprese per primo , entrò nella stanza ed ebbe cura di richiudere bene la porta , questa volta, poi più dolcemente che potè , ostentando una calma solo apparente, nel mentre che ancora si teneva il membro in mano , le disse : " Non temere , non dirò nulla di quanto ho visto , ero solo sceso per archiviare una pratica e non ho potuto fare a meno di ammirarti . Anzi , a questo proposito , che stavi guardando con tanto interesse ?" E si diresse verso di lei , poi senza proferir altre parole prese in mano il tablet e guardò la scena .
Si vedeva un uomo incappucciato e vestito di cuoio che sculacciava e frustava una bella donna.
"Hai di queste fantasie ? " le chiese , e poi senza aspettare risposta le disse di nuovo "Masochista , vero ? " lei , accennò ad un si , con il capo , incapace ancora di proferir parola.
"Vieni qui !" le disse lui e la prese per un braccio , lei cercò di resistere , mormorando solo un
Poteva benissimo chiamare uno dei fattorini e far portare da lui la pratica nel sotterraneo del ministero , ove era ubicato l' archivio centrale dello stesso , dato che era Vice-capo Divisione , ma non aveva molte altre cose da fare , per cui pensò : "Lo porto di persona , e poi dato che è anche venerdì , me ne vado a casa , tanto , come dirigente ,mica devo timbrare" .
Scese perciò in ascensore i vari piani , e poi con il faldone sotto braccio si avviò verso la porta dell' archivio , giuntovi davanti notò però che se anche era accostata , essa era aperta , evidentemente vi era già qualcuno nel sotterraneo.
Non diede grande importanza alla cosa ed entrò deciso , vide una luce , in fondo , che filtrava debolmente dalla porta di una stanzetta e così , senza forse nemmeno rendersene conto si avviò in quella direzione .
Indossava delle scarpe da barca , molto comode e silenziose , giunse così , praticamente senza far rumore sino alla porta , era quasi completamente chiusa , solo un piccolo spiraglio restava aperto.
Gli venne la curiosità di veder chi fosse in quella stanza , prima di palesarsi , e così appoggiò un occhio alla fessura e sbirciò dentro.
Rimase di sasso !
Ecco quello che vide : una donna di spalle , con le mutandine mezzo abbassate era intenta a masturbarsi nel mentre guardava delle immagini che scorrevano su di un tablet.
Istintivamente si fermò e rimase a guardarla , come ipnotizzato .
La situazione lo eccitò quasi immediatamente , il suo fratellino diede grandi segni di irrequietezza ed allora , lui , cercò di calmarlo prendendoselo in mano .
Questa boccaccesca situazione durò per qualche minuto , poi forse inavvertitamente , toccò la porta , la quale cigolò lamentosamente sui cardini ! La donna si voltò di colpo e lo vide ! Rimasero un istante come due statue di sale , lei sembrava incapace anche solo di abbozzare una reazione . Fù lui che si riprese per primo , entrò nella stanza ed ebbe cura di richiudere bene la porta , questa volta, poi più dolcemente che potè , ostentando una calma solo apparente, nel mentre che ancora si teneva il membro in mano , le disse : " Non temere , non dirò nulla di quanto ho visto , ero solo sceso per archiviare una pratica e non ho potuto fare a meno di ammirarti . Anzi , a questo proposito , che stavi guardando con tanto interesse ?" E si diresse verso di lei , poi senza proferir altre parole prese in mano il tablet e guardò la scena .
Si vedeva un uomo incappucciato e vestito di cuoio che sculacciava e frustava una bella donna.
"Hai di queste fantasie ? " le chiese , e poi senza aspettare risposta le disse di nuovo "Masochista , vero ? " lei , accennò ad un si , con il capo , incapace ancora di proferir parola.
"Vieni qui !" le disse lui e la prese per un braccio , lei cercò di resistere , mormorando solo un
" NO...no..."
Allora lui la guardò deciso e le disse con la massima calma " Non mi far ripetere due volte la stessa cosa , è chiaro ? "
Lei accennò di si con la testa e gli si avvicinò . " Metti le braccia dietro la schiena " , essa docilmente obbedì , allora egli prese dei grossi elastici che erano su di un tavolo , di quelli che servono per fermare i faldoni , e con uno di essi , dopo avervi fatto passare dentro entrambe le braccia , le bloccò le stesse quasi all' altezza delle spalle , passandolo doppio , poi ne prese un altro e legò le braccia poco al di sopra dei gomiti , infine con un elastico più fine bloccò saldamente le mani di lei , dopo averle incrociate affinché la legatura risultasse più efficace.
Quindi le sfilò le mutandine , presele in mano le strofinò con vigore contro il sesso di lei , affinché si bagnassero di tutti i suoi umori , indi le appallottolò e cercò di infilargliele in bocca ; lei non voleva e dimenava debolmente la testa , allora lui la afferrò forte per i capelli e con l' altra mano le strinse qualche secondo il naso.
Come lei aprì la bocca per respirare , lesto vi infilò dentro le mutandine , poi, preso un rotolo di nastro da pacchi , con vari pezzetti le sigillò bene bene la bocca. Dopodichè la mise in posizione prona ,facendole appoggiare il busto sul tavolo , in modo che il suo posteriore fosse bene in evidenza.
Prese una riga in alluminio ,di un metro di lunghezza circa ,che era nelle vicinanze ed iniziò a colpirla , 5 colpi a destra , 5 colpi a sinistra , cercando di mantenere sempre la stessa forza e direzione .
"Quando godi , fammelo sapere " le disse , ed intanto continuava a colpirla con regolarità.
Dopo svariate serie , lei iniziò a mugolare e dibattersi sempre più forte ed in maniera incontrollata , finchè fu evidente , dai lunghi brividi che le squassavano il corpo che aveva goduto , ed anche molto intensamente , pensò lui .
Allora la fece rialzare , le liberò le braccia e la bocca e poi le disse , "Adesso è il mio turno " ed iniziò a segarsi molto velocemente , non fù una cosa lunga , ché era troppo eccitato , quando fu per venire , contrariamente alle varie ipotesi che lei aveva fatto , lui si chinò e quindi diresse il getto del suo seme verso e sopra i piedi e le scarpe di lei .
Quindi si rialzò ed iniziò a ricomporsi , anche lei fece altrettanto e qui , forse per la prima volta si guardarono veramente in faccia e si riconobbero , si conoscevano di vista , lavoravano entrambi al ministero , ma in divisioni differenti ed anche abbastanza lontane .
Prima di uscire , lei gli chiese " Perché ai fatto in quel modo , alla fine ? ti piace così ? " "Si e no " rispose lui , "E' stato un modo per renderti omaggio , per dirti che al di là del gioco , dei ruoli , siamo sempre su un piede di parità ; e stai tranquilla , con me , il tuo segreto è al sicuro ".
Allora lui la guardò deciso e le disse con la massima calma " Non mi far ripetere due volte la stessa cosa , è chiaro ? "
Lei accennò di si con la testa e gli si avvicinò . " Metti le braccia dietro la schiena " , essa docilmente obbedì , allora egli prese dei grossi elastici che erano su di un tavolo , di quelli che servono per fermare i faldoni , e con uno di essi , dopo avervi fatto passare dentro entrambe le braccia , le bloccò le stesse quasi all' altezza delle spalle , passandolo doppio , poi ne prese un altro e legò le braccia poco al di sopra dei gomiti , infine con un elastico più fine bloccò saldamente le mani di lei , dopo averle incrociate affinché la legatura risultasse più efficace.
Quindi le sfilò le mutandine , presele in mano le strofinò con vigore contro il sesso di lei , affinché si bagnassero di tutti i suoi umori , indi le appallottolò e cercò di infilargliele in bocca ; lei non voleva e dimenava debolmente la testa , allora lui la afferrò forte per i capelli e con l' altra mano le strinse qualche secondo il naso.
Come lei aprì la bocca per respirare , lesto vi infilò dentro le mutandine , poi, preso un rotolo di nastro da pacchi , con vari pezzetti le sigillò bene bene la bocca. Dopodichè la mise in posizione prona ,facendole appoggiare il busto sul tavolo , in modo che il suo posteriore fosse bene in evidenza.
Prese una riga in alluminio ,di un metro di lunghezza circa ,che era nelle vicinanze ed iniziò a colpirla , 5 colpi a destra , 5 colpi a sinistra , cercando di mantenere sempre la stessa forza e direzione .
"Quando godi , fammelo sapere " le disse , ed intanto continuava a colpirla con regolarità.
Dopo svariate serie , lei iniziò a mugolare e dibattersi sempre più forte ed in maniera incontrollata , finchè fu evidente , dai lunghi brividi che le squassavano il corpo che aveva goduto , ed anche molto intensamente , pensò lui .
Allora la fece rialzare , le liberò le braccia e la bocca e poi le disse , "Adesso è il mio turno " ed iniziò a segarsi molto velocemente , non fù una cosa lunga , ché era troppo eccitato , quando fu per venire , contrariamente alle varie ipotesi che lei aveva fatto , lui si chinò e quindi diresse il getto del suo seme verso e sopra i piedi e le scarpe di lei .
Quindi si rialzò ed iniziò a ricomporsi , anche lei fece altrettanto e qui , forse per la prima volta si guardarono veramente in faccia e si riconobbero , si conoscevano di vista , lavoravano entrambi al ministero , ma in divisioni differenti ed anche abbastanza lontane .
Prima di uscire , lei gli chiese " Perché ai fatto in quel modo , alla fine ? ti piace così ? " "Si e no " rispose lui , "E' stato un modo per renderti omaggio , per dirti che al di là del gioco , dei ruoli , siamo sempre su un piede di parità ; e stai tranquilla , con me , il tuo segreto è al sicuro ".
mercoledì 11 giugno 2014
SEGRETI
“Ma chi se lo aspettava, non lo avrei mai detto!”, Carmelo si stava togliendo la maglietta come fanno di solito i culturisti, dimenticandosi della vistosa pancetta che trasbordava dai bermuda color verde pisello. “Due frocioni, si vede che va di moda prenderlo in culo”. Seguì una fragorosa risata mentre, seduto sul letto, finiva di denudarsi, sistemandosi il pacco all’interno di un paio di boxer a fantasia. Beatrice era in bagno, domandandosi come avesse fatto a sposare quell’individuo, inutile replicare, meglio tacere.
Secondo lei invece Antonio e Luca erano carini, sempre molto curati nella persona, almeno per quel poco che aveva potuto notare in quei due giorni. Li avevano conosciuti perché soggiornavano nello stesso albergo, sulla Salaria. Anche loro lì per lavoro, erano capitati allo stesso tavolo a cena in albergo. Senza alcun imbarazzo, avevano fatto intendere che stavano insieme, peraltro si capiva da alcuni sguardi che si lanciavano.
Quando Bea ritornò in camera da letto, Carmelo era stravaccato sul materasso, il membro già eretto, guardava il corpo della moglie, coperto da un baby doll trasparente, pregustando quello che avrebbe avuto. Beatrice provò a fargli capire che era stanca, giocò anche la carta dell’emicrania, ma lui non sentì ragioni. Bovinamente fu sopra di lei, collaudò le doghe del lette per due minuti scarsi, finchè sazio la lasciò sdraiata e sporca del suo seme. Beatrice trascorse quei due minuti ansimando, con la testa altrove e gli occhi chiusi, sperando che lui facesse in fretta e continuando a riflettere sulle ragioni sbagliate di quel matrimonio.
Antonio e Luca erano entrambi alla loro prima esperienza omosessuale. Stavano vivendo quella situazione con curiosità ed emozione, quasi fosse una passione adolescenziale, anche se loro i trenta li avevano superati da un pezzo. Mai prima di allora avevano sospettato che il corpo maschile potesse suscitare tali pensieri. Da sempre circondati da belle donne, tutto era nato per caso ed improvvisamente, come due pietre focaie che strofinandosi fra loro permettono ad una piccola scintilla di creare un falò.
Amici ormai da diversi mesi, una notte, dopo una delle loro scorribande per locali, mentre erano in auto fermi a fumare e scherzare sotto l’effetto di abbondanti libagioni, si erano ritrovati a baciarsi ed a cercare con le mani l’uno il sesso dell’altro. Nessuno dei due ricordava chi effettivamente avesse fatto il primo passo, fatto sta che avevano accettato quella situazione, anomala per entrambi, senza porsi particolari domande, limitandosi alla decisione di trascorrere qualche giorno da soli in un albergo lontano da tutti quelli che conoscevano.
A volte, a cena, si rendevano conto degli sguardi che Carmelo lanciava loro, un misto di disgusto e sarcasmo. Quello zoticone non si prendeva neanche il disturbo di dissimulare il ribrezzo che provava, ammiccando con la moglie Beatrice; al che Luca ed Antonio accentuavano alcuni comportamenti, per provocarlo, divertendosi così alle sue spalle. Beatrice invece si era dimostrata molto simpatica, intelligente ed aperta, parlare con lei era piacevole, anche se le brevi discussioni si limitavano al tempo trascorso a tavola.
Quella sera Luca ed Antonio si accorsero immediatamente che i due coniugi avevano litigato fra loro. Erano giunti al tavolo con il volto teso, rivolgendosi a stento la parola. Fra un discorso ed un altro venne fuori che Carmelo, dopo cena, sarebbe dovuto andare ad incontro di lavoro imprevisto, inoltre che non avrebbe portato la moglie con se. Con gentilezza si offrirono di tenerle compagnia, anche se sarebbe stata la loro ultima notte insieme. Carmelo notando che, dopo quella proposta, l’umore della moglie era migliorato, fu ben contento di lasciarla in compagnia dei due innocui “frocioni”, così non terminò nemmeno di mangiare la frutta che si congedò, raccomandando ai presenti di divertirsi anche per lui, visto che lo aspettava una serata noiosa ed un convegno pallosissimo.
Fortunatamente l’albergo disponeva di un piano bar, così i tre alzatisi da tavola andarono a godersi un po’ di musica seduti ad uno dei tavolini. La sala era semi deserta, approfittarono di un posto libero vicino al pianoforte. Ordinarono i loro drink colorati, poi decisero di prendere una bottiglia di prosecco. Nonostante l’aria condizionata faceva caldo e bere dava sollievo; la musica era piacevole ed il pianista bravo e disponibile ad accettare i loro suggerimenti. Non ci volle molto che si ritrovarono tutti e tre a cantare insieme i brani di vecchi cantautori, percorrendo vent’anni di musica italiana. A dar inizio alle danze fu Antonio, che si dimostrò un ottimo ballerino, facendo scivolare Beatrice sulla pista, come le onde che accarezzavano “una rotonda sul mare”. Sotto lo sguardo divertito di Luca, che batteva animosamente le mani, Antonio e Beatrice furono anche protagonisti di una bachata molto sensuale, che provocò le risate del trio.
La mezzanotte arrivò senza che i tre se ne rendessero conto, nonostante le insistenze e le richieste di bis, il pianista li salutò, dimostrando di aver gradito la presenza di quel piccolo pubblico così partecipe.
Decisero di andare in stanza a riposare, Luca però non volendo lasciare Beatrice sola, avendo appreso che Carmelo avrebbe fatto tardi, le propose un ultimo bicchiere in camera.
Beatrice accettò, non aveva per niente sonno, sudata e leggermente brilla, fu ben lieta di stare ancora un po’ in compagnia.
In camera li aspettava una bottiglia di champagne immersa nel cestello del ghiaccio. In realtà Antonio e Luca avrebbero voluto stapparla per la loro ultima notte insieme, però decisero di condividerla con la loro nuova amica.
L’atteggiamento dei due, incoraggiato dalla privacy della stanza, mutò. Beatrice non fu per nulla infastidita per quelle effusioni ed i gesti di affetto fra i due uomini. Dopo averle chiesto il permesso, facendo un caldo terribile, a turno si misero in libertà, restando in calzoncini corti. Beatrice, che indossava un semplice abitino nero che le lasciava scoperte gran parte delle cosce e la schiena, chiese il permesso di togliersi le scarpe dal tacco alto che la stavano tormentando.
Si accomodò su una poltroncina color rosa antico, mentre i due uomini sul bordo del letto. Non ci volle molto a terminare la bottiglia: un flute tira l’altro, inoltre Beatrice, ogni volta che vedeva le mani di Antonio o di Luca indugiare sui corpi nudi e ben definiti l’uno dell’altro, aveva un moto di eccitazione.
Fra i vari discorsi i due accennarono anche alla loro relazione. Luca ed Antonio domandarono a Bea se provasse noia nel guardarli in quella situazione, la donna con un sorriso alterato dall’ebbrezza alcolica, replicò che i gesti di amore sono sempre piacevoli e che li trovava belli nella loro relazione. Poi scherzando e provocandoli, disse che non gli era mai capitato di vedere due uomini baciarsi fra loro. Divertiti da quel gioco, i due non si fecero pregare: cominciarono a baciarsi languidamente, mentre la mano di Antonio massaggiava lentamente e con passione il sesso di Luca: l’erezione cominciò a tendere il tessuto dei calzoncini corti dell’uomo.
“Basta ragazzi, così fate eccitare anche me”, sbattendo le mani come una maestra a scuola che richiama l’attenzione dei bambini, cercò di interrompere quel momento . Antonio effettivamente smise di baciare il suo amante, osservando le reazioni di Beatrice e proseguendo a massaggiare la sagoma ormai evidente del cazzo di Luca:”Be non c’è nulla di male ad eccitarsi, vuoi partecipare?”, scoppiarono tutti in una fragorosa risata per la provocazione, mentre Luca guidava la mano di Antonio all’interno dei suoi pantaloncini, permettendogli così di impugnare il cazzo. Beatrice si fece ad un tratto seria, notando quel movimento veloce, si passò la lingua sulle labbra, il cuore le batteva forte per quella situazione inaspettata.
Antonio, temendo che la donna si fosse offesa, levò la mano dai pantaloncini dell’amico, stava per scusarsi, quando Beatrice lo interruppe:”Continua ti prego”.
Nessuno dei tre pensava che potesse andare a finire così, così Antonio abbasso i pantaloncini di Luca, tirandogli fuori il pene eccitato, cominciando un movimento lento lungo l’asta mettendogli in mostra la cappella:”Vieni qui Beatrice, non lo trovi bello?”.
La donna non si fece pregare, si alzò in piedi non togliendo lo sguardo dai quei due, sbarazzandosi del suo vestitino e rimanendo coperta unicamente dal suo minuscolo perizoma e da un reggiseno a balconcino, entrambi neri. Si inginocchiò ai piedi del letto, fra le cosce di Luca. Guidata dai movimenti della mano di Antonio, prese in bocca il cazzo dell’uomo, cominciando dalla cappella per poi ingurgitare buona parte dell’asta, seguendo il ritmo lento della mano. Luca ed Antonio si baciavano con passione, lei vedendoli si eccitò ancora di più, mentre succhiava avidamente, allungò una mano verso il cazzo di Antonio, tirandolo fuori dai pantaloncini per massaggiarlo.
Non lo aveva mai provato prima, aveva due cazzi all’altezza del viso, ingorda cominciò a succhiarli a turno, massaggiando quello che restava scoperto dalle sue labbra.
Dopo breve si ritrovò sdraiata sul letto, le cosce aperte e Luca che la scopava, mai abbandonando le labbra dell’amante. Antonio, osservando il suo uomo muoversi languidamente fra le gambe di Beatrice, si sistemò con il proprio pene in modo che la donna potesse proseguire a succhiarglielo. Beatrice gemeva di piacere, con le labbra colme di sesso ed eccitata dai colpi ormai furiosi di Luca.
Non permettendole di arrivare all’orgasmo, i due uomini si diedero il cambio. Antonio la fece voltare, volendola prendere da dietro, Luca invece in piedi e sul bordo del letto, le afferro i capelli guidandola sul proprio cazzo. L’affare di Antonio era più grosso, non appena se lo ritrovò dentro cominciò impazzita a muovere i fianchi, assecondando i colpi dell’uomo, l’orgasmo sopraggiunse furioso, scuotendola e facendola gemere ed ansimare. Costretta ad interrompere il pompino con cui stava deliziando Luca, strinse forte le lenzuola e venne gemendo rumorosamente come una cagna in calore, come non le era mai capitato.
Si sentì troia, porca, la cosa non le dispiaceva affatto, ormai priva di ogni inibizione si mise in ginocchio sul pavimento:”Vi voglio tutti e due in bocca!”
I due amanti la accontentarono, entrambi in piedi, uno accanto all’altro, le offrirono il loro sesso ancora eccitato, mentre lei in ginocchio donava loro piacere con le labbra e con le mani, dedicandosi a turno al cazzo di ciascuno.
Vennero pressoché all’unisono, probabilmente perché eccitati nel leggere il piacere negli occhi e da quel gioco di sguardi. Il primo schizzo fu quello di Luca, che le finì dritto in gola, poi fu la volta di Antonio. Si trovò con il viso pieno della sborra di entrambi, le colava copiosamente dai capelli, dalle guancie e dalle labbra, su cui passò la lingua per assaporarne il gusto. Senza ripulirsi i tre si ritrovarono sul letto, con Beatrice in mezzo, i baci e le carezze si sprecarono.
La donna guardò l’ora e si rese conto che era tardissimo, doveva andare prima che arrivasse il marito.
Carmelo la trovò sveglia sotto le lenzuola:”Come è andata con i due finocchi? Divertita?”.
Bea, con un sorriso furbetto, rispose che aveva passato una splendida serata, domandò se anche la sera successiva avesse da lavorare. Fortunatamente l’uomo le risparmiò la sveltina prima di addormentarsi, permettendole di rivivere ad occhi chiusi i corpi dei due amanti.
Secondo lei invece Antonio e Luca erano carini, sempre molto curati nella persona, almeno per quel poco che aveva potuto notare in quei due giorni. Li avevano conosciuti perché soggiornavano nello stesso albergo, sulla Salaria. Anche loro lì per lavoro, erano capitati allo stesso tavolo a cena in albergo. Senza alcun imbarazzo, avevano fatto intendere che stavano insieme, peraltro si capiva da alcuni sguardi che si lanciavano.
Quando Bea ritornò in camera da letto, Carmelo era stravaccato sul materasso, il membro già eretto, guardava il corpo della moglie, coperto da un baby doll trasparente, pregustando quello che avrebbe avuto. Beatrice provò a fargli capire che era stanca, giocò anche la carta dell’emicrania, ma lui non sentì ragioni. Bovinamente fu sopra di lei, collaudò le doghe del lette per due minuti scarsi, finchè sazio la lasciò sdraiata e sporca del suo seme. Beatrice trascorse quei due minuti ansimando, con la testa altrove e gli occhi chiusi, sperando che lui facesse in fretta e continuando a riflettere sulle ragioni sbagliate di quel matrimonio.
Antonio e Luca erano entrambi alla loro prima esperienza omosessuale. Stavano vivendo quella situazione con curiosità ed emozione, quasi fosse una passione adolescenziale, anche se loro i trenta li avevano superati da un pezzo. Mai prima di allora avevano sospettato che il corpo maschile potesse suscitare tali pensieri. Da sempre circondati da belle donne, tutto era nato per caso ed improvvisamente, come due pietre focaie che strofinandosi fra loro permettono ad una piccola scintilla di creare un falò.
Amici ormai da diversi mesi, una notte, dopo una delle loro scorribande per locali, mentre erano in auto fermi a fumare e scherzare sotto l’effetto di abbondanti libagioni, si erano ritrovati a baciarsi ed a cercare con le mani l’uno il sesso dell’altro. Nessuno dei due ricordava chi effettivamente avesse fatto il primo passo, fatto sta che avevano accettato quella situazione, anomala per entrambi, senza porsi particolari domande, limitandosi alla decisione di trascorrere qualche giorno da soli in un albergo lontano da tutti quelli che conoscevano.
A volte, a cena, si rendevano conto degli sguardi che Carmelo lanciava loro, un misto di disgusto e sarcasmo. Quello zoticone non si prendeva neanche il disturbo di dissimulare il ribrezzo che provava, ammiccando con la moglie Beatrice; al che Luca ed Antonio accentuavano alcuni comportamenti, per provocarlo, divertendosi così alle sue spalle. Beatrice invece si era dimostrata molto simpatica, intelligente ed aperta, parlare con lei era piacevole, anche se le brevi discussioni si limitavano al tempo trascorso a tavola.
Quella sera Luca ed Antonio si accorsero immediatamente che i due coniugi avevano litigato fra loro. Erano giunti al tavolo con il volto teso, rivolgendosi a stento la parola. Fra un discorso ed un altro venne fuori che Carmelo, dopo cena, sarebbe dovuto andare ad incontro di lavoro imprevisto, inoltre che non avrebbe portato la moglie con se. Con gentilezza si offrirono di tenerle compagnia, anche se sarebbe stata la loro ultima notte insieme. Carmelo notando che, dopo quella proposta, l’umore della moglie era migliorato, fu ben contento di lasciarla in compagnia dei due innocui “frocioni”, così non terminò nemmeno di mangiare la frutta che si congedò, raccomandando ai presenti di divertirsi anche per lui, visto che lo aspettava una serata noiosa ed un convegno pallosissimo.
Fortunatamente l’albergo disponeva di un piano bar, così i tre alzatisi da tavola andarono a godersi un po’ di musica seduti ad uno dei tavolini. La sala era semi deserta, approfittarono di un posto libero vicino al pianoforte. Ordinarono i loro drink colorati, poi decisero di prendere una bottiglia di prosecco. Nonostante l’aria condizionata faceva caldo e bere dava sollievo; la musica era piacevole ed il pianista bravo e disponibile ad accettare i loro suggerimenti. Non ci volle molto che si ritrovarono tutti e tre a cantare insieme i brani di vecchi cantautori, percorrendo vent’anni di musica italiana. A dar inizio alle danze fu Antonio, che si dimostrò un ottimo ballerino, facendo scivolare Beatrice sulla pista, come le onde che accarezzavano “una rotonda sul mare”. Sotto lo sguardo divertito di Luca, che batteva animosamente le mani, Antonio e Beatrice furono anche protagonisti di una bachata molto sensuale, che provocò le risate del trio.
La mezzanotte arrivò senza che i tre se ne rendessero conto, nonostante le insistenze e le richieste di bis, il pianista li salutò, dimostrando di aver gradito la presenza di quel piccolo pubblico così partecipe.
Decisero di andare in stanza a riposare, Luca però non volendo lasciare Beatrice sola, avendo appreso che Carmelo avrebbe fatto tardi, le propose un ultimo bicchiere in camera.
Beatrice accettò, non aveva per niente sonno, sudata e leggermente brilla, fu ben lieta di stare ancora un po’ in compagnia.
In camera li aspettava una bottiglia di champagne immersa nel cestello del ghiaccio. In realtà Antonio e Luca avrebbero voluto stapparla per la loro ultima notte insieme, però decisero di condividerla con la loro nuova amica.
L’atteggiamento dei due, incoraggiato dalla privacy della stanza, mutò. Beatrice non fu per nulla infastidita per quelle effusioni ed i gesti di affetto fra i due uomini. Dopo averle chiesto il permesso, facendo un caldo terribile, a turno si misero in libertà, restando in calzoncini corti. Beatrice, che indossava un semplice abitino nero che le lasciava scoperte gran parte delle cosce e la schiena, chiese il permesso di togliersi le scarpe dal tacco alto che la stavano tormentando.
Si accomodò su una poltroncina color rosa antico, mentre i due uomini sul bordo del letto. Non ci volle molto a terminare la bottiglia: un flute tira l’altro, inoltre Beatrice, ogni volta che vedeva le mani di Antonio o di Luca indugiare sui corpi nudi e ben definiti l’uno dell’altro, aveva un moto di eccitazione.
Fra i vari discorsi i due accennarono anche alla loro relazione. Luca ed Antonio domandarono a Bea se provasse noia nel guardarli in quella situazione, la donna con un sorriso alterato dall’ebbrezza alcolica, replicò che i gesti di amore sono sempre piacevoli e che li trovava belli nella loro relazione. Poi scherzando e provocandoli, disse che non gli era mai capitato di vedere due uomini baciarsi fra loro. Divertiti da quel gioco, i due non si fecero pregare: cominciarono a baciarsi languidamente, mentre la mano di Antonio massaggiava lentamente e con passione il sesso di Luca: l’erezione cominciò a tendere il tessuto dei calzoncini corti dell’uomo.
“Basta ragazzi, così fate eccitare anche me”, sbattendo le mani come una maestra a scuola che richiama l’attenzione dei bambini, cercò di interrompere quel momento . Antonio effettivamente smise di baciare il suo amante, osservando le reazioni di Beatrice e proseguendo a massaggiare la sagoma ormai evidente del cazzo di Luca:”Be non c’è nulla di male ad eccitarsi, vuoi partecipare?”, scoppiarono tutti in una fragorosa risata per la provocazione, mentre Luca guidava la mano di Antonio all’interno dei suoi pantaloncini, permettendogli così di impugnare il cazzo. Beatrice si fece ad un tratto seria, notando quel movimento veloce, si passò la lingua sulle labbra, il cuore le batteva forte per quella situazione inaspettata.
Antonio, temendo che la donna si fosse offesa, levò la mano dai pantaloncini dell’amico, stava per scusarsi, quando Beatrice lo interruppe:”Continua ti prego”.
Nessuno dei tre pensava che potesse andare a finire così, così Antonio abbasso i pantaloncini di Luca, tirandogli fuori il pene eccitato, cominciando un movimento lento lungo l’asta mettendogli in mostra la cappella:”Vieni qui Beatrice, non lo trovi bello?”.
La donna non si fece pregare, si alzò in piedi non togliendo lo sguardo dai quei due, sbarazzandosi del suo vestitino e rimanendo coperta unicamente dal suo minuscolo perizoma e da un reggiseno a balconcino, entrambi neri. Si inginocchiò ai piedi del letto, fra le cosce di Luca. Guidata dai movimenti della mano di Antonio, prese in bocca il cazzo dell’uomo, cominciando dalla cappella per poi ingurgitare buona parte dell’asta, seguendo il ritmo lento della mano. Luca ed Antonio si baciavano con passione, lei vedendoli si eccitò ancora di più, mentre succhiava avidamente, allungò una mano verso il cazzo di Antonio, tirandolo fuori dai pantaloncini per massaggiarlo.
Non lo aveva mai provato prima, aveva due cazzi all’altezza del viso, ingorda cominciò a succhiarli a turno, massaggiando quello che restava scoperto dalle sue labbra.
Dopo breve si ritrovò sdraiata sul letto, le cosce aperte e Luca che la scopava, mai abbandonando le labbra dell’amante. Antonio, osservando il suo uomo muoversi languidamente fra le gambe di Beatrice, si sistemò con il proprio pene in modo che la donna potesse proseguire a succhiarglielo. Beatrice gemeva di piacere, con le labbra colme di sesso ed eccitata dai colpi ormai furiosi di Luca.
Non permettendole di arrivare all’orgasmo, i due uomini si diedero il cambio. Antonio la fece voltare, volendola prendere da dietro, Luca invece in piedi e sul bordo del letto, le afferro i capelli guidandola sul proprio cazzo. L’affare di Antonio era più grosso, non appena se lo ritrovò dentro cominciò impazzita a muovere i fianchi, assecondando i colpi dell’uomo, l’orgasmo sopraggiunse furioso, scuotendola e facendola gemere ed ansimare. Costretta ad interrompere il pompino con cui stava deliziando Luca, strinse forte le lenzuola e venne gemendo rumorosamente come una cagna in calore, come non le era mai capitato.
Si sentì troia, porca, la cosa non le dispiaceva affatto, ormai priva di ogni inibizione si mise in ginocchio sul pavimento:”Vi voglio tutti e due in bocca!”
I due amanti la accontentarono, entrambi in piedi, uno accanto all’altro, le offrirono il loro sesso ancora eccitato, mentre lei in ginocchio donava loro piacere con le labbra e con le mani, dedicandosi a turno al cazzo di ciascuno.
Vennero pressoché all’unisono, probabilmente perché eccitati nel leggere il piacere negli occhi e da quel gioco di sguardi. Il primo schizzo fu quello di Luca, che le finì dritto in gola, poi fu la volta di Antonio. Si trovò con il viso pieno della sborra di entrambi, le colava copiosamente dai capelli, dalle guancie e dalle labbra, su cui passò la lingua per assaporarne il gusto. Senza ripulirsi i tre si ritrovarono sul letto, con Beatrice in mezzo, i baci e le carezze si sprecarono.
La donna guardò l’ora e si rese conto che era tardissimo, doveva andare prima che arrivasse il marito.
Carmelo la trovò sveglia sotto le lenzuola:”Come è andata con i due finocchi? Divertita?”.
Bea, con un sorriso furbetto, rispose che aveva passato una splendida serata, domandò se anche la sera successiva avesse da lavorare. Fortunatamente l’uomo le risparmiò la sveltina prima di addormentarsi, permettendole di rivivere ad occhi chiusi i corpi dei due amanti.
ANNEGARE PER DIMENTICARE (acquerelli di vita reale)
La luce dei lampioni illuminava il viale che stavo percorrendo per tornare a casa. Erano le undici di sera e non vi era quasi nessuno in quella fredda serata d'inverno appena iniziato. Guidavo lentamente, senza fretta alcuna, disgustato dalla solita nauseante giornata lavorativa. Ne avevo la palle piene! Che schifo, che schifo, che schifo. Pieno di sconforto, osservavo con l'anima gonfia di malinconia la periferia urbana che scorreva ai miei lati. Provavo schifo per tutto. Per un lavoro che odiavo, per una solitudine che mi pesava, per una vita improvvisamente deragliata, per un domani che non vedevo, per un oggi che sentivo sterile ed inutile. Provavo schifo per me stesso. Un fallito con un passato indimenticabile, un presente intollerabile, un futuro inimmaginabile. E ogni giorno che passava sprofondavo sempre più.
Fuggivo! Quel che sapevo fare, e lo facevo bene, era semplicemente fuggire, appena possibile, da tutto e da tutti. Una sbronza, una scopata, un sogno a occhi aperti, un libro in cui dimenticare me stesso e chiudere il mondo reale fuori dalla porta del proprio cuore. Ecco quel che facevo e, se avessi potuto, sarei fuggito anche da me stesso. Ma scappare da se stessi è impossibile, sicché mettevo in fila un giorno dopo l'altro senza nessuno scopo, con l'unico intento di non impazzire.
A questo stavo pensando quella fredda sera d'inverno appena iniziato, mentre percorrevo un viale di periferia per tornare a casa. E a un angolo, immobile a un distributore di benzina, la vidi.
Il corto piumino bianco risaltava nell'oscurità della notte, illuminato dal neon dei prezzi dei carburanti che campeggiava poco distante. I suoi lunghi e lisci capelli corvini spuntavano da un cappellino di lana, anche quello bianco, come candidi erano i guanti che indossava. La piccola borsa portata al braccio, invece, era nera come quella sera di miei turpi pensieri. La corta minigonna di jeans metteva in mostra le gambe cinte da una pesante calzamaglia. Gli stivali di pelle lucida, che arrivavano ben oltre il ginocchio, completavano la sua mise da puttana di periferia.
Rallentando le passai accanto, cercando di scrutare il suo volto. Mi parve quasi che mi sorridesse, in una sorta di veloce adescamento. Non so se fu solo frutto della mia immaginazione, ma il viso che scorsi mi sembrò proprio di una bellezza sconvolgente. Il desiderio sorse improvviso e prepotente.
Ero combattuto, indeciso se tornare a casa e mettermi a letto o sprofondare nella fica di una troia da marciapiede. Ma quella sera era sera da biechi pensieri. Quella sera mi piegai alle mie turpi voglie. Cedetti alla voglia di lascivia che latente aleggiava nel mio io più silente. Annegare per dimenticare!
Svoltai al primo incrocio e tornai indietro. Mi fermai dove lei era ancora lì, quasi mi stesse attendendo. Abbassai il finestrino. Lei mi sorrise. Le chiesi quanto volesse. Lei mi rispose e io la invitai a salire. Non era poi così bella come avevo creduto. L'immaginazione mi aveva fatto vedere ciò che in realtà non era. Era comunque una ragazza carina, con tutte le sue piccole imperfezioni. Per una frazione di secondo mi pentii di quel che avevo fatto. Ma poi tutto si dissolse quando lei iniziò a spiegarmi dove andare per consumare il nostro laido commercio. Ogni remora scomparve quando lei appoggiò la sua mano sulla mia coscia, in un gesto quasi tenero.
Ci appartammo in un anfratto oscuro appena dietro la stazione di servizio. Alla destra si ergeva un alto muro scrostato che serviva a delimitare un campo incolto. Alla sinistra vi era il retro dell'officina del distributore di benzina. Spensi i fari, arrestai l'auto e il buio della notte ci avvolse con il suo freddo alito invernale. Solo una pallida luna e le luci in lontananza mi aiutavano ad intuire, più che a vedere, contorni e profili.
Mi chiese i soldi in anticipo e, mentre glieli stavo consegnando, iniziò in modo sbrigativo a spogliarsi. Poi, d'improvviso, si fermò e mi guardò. Quasi seccata mi fece un cenno con la testa verso le mie gambe e, con tono spazientito, mi disse di togliermi i pantaloni. Io obbedii diligente e al contempo lei cominciò a reclinare il sedile su cui era seduta. Si era tolta la giacca che, insieme alla borsa, lanciò sui sedili posteriori. Mise i soldi nello stivale, quindi si sfilò il maglione, sollevò la maglietta e si slacciò il reggiseno. Tette grosse e cadenti, che accesero immediatamente le mie voglie.
Nessuna parola, nessuna informazione, nessuna conversazione preliminare. Prese un preservativo, si chinò fra le mie gambe e in modo rapido ed esperto prese in bocca tutto il mio uccello. Nonostante lo squallore della situazione, o forse proprio per quello, la mia eccitazione ruggì e si gonfiò rapidamente fra le sue labbra. Le passai una mano sulla schiena, accarezzando la sua pelle ruvida e granulosa. L'altra mano la lasciai scivolare fra i suoi capelli, secchi e rigidi, mentre la sua testa si muoveva velocemente lungo il mio membro. Allungai il braccio fino all'incavo del suo culo, quindi infilai il dito medio nella sua fica. Iniziai a penetrarla cosi', senza tante cerimonie.
Ben presto l'odore del suo profumo a basso costo misto al puzzo di sudore rappreso dei suoi indumenti si sparse in tutto l'abitacolo, mischiandosi all'inconfondibile afrore di sesso consumato. Questo aroma di lussuria proibita mi diede alla testa, scatenando tutta la mia volubile bestialità. Le sollevai il capo, la feci stendere al suo posto, scivolai dal suo lato e mi inginocchiai fra le sue gambe.
Lei capii immediatamente. Sollevò la minigonna, aprì il piccolo taglio che sapientemente aveva fatto nella calzamaglia e scostò leggermente gli slip. Io affondai il mio volto fra le sue cosce e iniziai a baciare e leccare con furia. I peli mal rasati graffiavano le mie gote. Il puzzo di fica usata e abusata quasi mi toglieva il respiro. Il tanfo delle calze sintetiche, da troppo tempo negli stivali, letteralmente mi stordiva. La desolazione del paesaggio di periferia attorno a noi incorniciava lo squallore della nostra deriva. Della mia deriva!
Eppure tutto questo mi eccitava. E così la mia lingua guizzava fra le pieghe della sua femminilità a pagamento. Lei appoggiò una gamba sul cruscotto mentre l'altra, divaricandola, al volante. Infilai le mani sotto il suo culo, molle e flaccido, baciando con foga animalesca la sua vulva umida di saliva. Finché lei mi afferrò la testa, mi sollevò e tacitamente mi invitò a scoparla. Io non mi feci pregare e senza troppi complimenti la penetrai. Ero steso sopra di lei e con avidità consumai quel giro di giostra pagato a buon mercato.
Il mio viso sprofondò di lato fra i suoi capelli che sapevano di smog, di nebbia, di cibo fritto, di bassifondi inimmaginabili. Tentai di baciarla ma quella era l'unica azione proibita. Troppo intimo, troppo personale per essere comprato su di un marciapiede. Il corpo poteva essere venduto. L'anima e i sentimenti no!
Con gesto brusco mi allontanò il viso. Mi disse di no, che non si poteva, incitandomi poi a fotterla più velocemente per raggiungere l'orgasmo. Poi voltò il capo e si mise a guardare fuori dal finestrino mentre io la scopavo con furia cieca. Il suo corpo pareva svuotato di ogni linfa vitale, immobile com'era, concesso al mio lubrico piacere per poche banconote.
I suoi occhi fissavano il muro all'esterno e il suo sguardo volò lontano. Mentre grugnivo e sbuffavo lei con la mente si diresse in un luogo distante migliaia di chilometri da quel sedile di laidi connubi. Per non sentire il peso di un corpo accettato unicamente per danaro, le sue fantasie volavano leggiadre chissà dove, nel tentativo di far svanire quei pochi minuti di orrendo lavoro. Ogni tanto, con tono monocolore e quasi annoiato, mi incitava a compiere il mio dovere. Pareva quasi non udire ciò che lei stessa diceva.
Quando invece comprese che la mia voglia stava per esplodere, si voltò a guardarmi e con tono sbrigativo e alquanto forzato iniziò a spronarmi con maggior decisione, fingendo anche alcuni ansimi di piacere. Era del tutto evidente che non voleva perdere altro tempo. La sua serata era appena iniziata e non poteva concedersi il lusso di far attendere altri potenziali clienti.
Venni in un grido roco e strozzato, per poi lasciarmi cadere stremato sul suo corpo immobile. Lei mi sussurrò un bravo di compiacimento, mi accarezzò fugacemente la schiena in un gesto di abitudine, quindi con le mani mi afferrò i fianchi facendomi intendere di spostarmi. Il tempo era scaduto. Di tempo non ce n'era più.
Veloce si rivestì e io feci altrettanto. Non disse nulla ma si limitò a guardare fuori dal finestrino. Per lei già non esistevo più. La riaccompagnai al suo angolo di disperazione. Con un mezzo sorriso assolutamente fasullo, nel scendere dall'auto, abbozzò fra i denti una saluto che non attese nemmeno la chiusura della portiera. La serata sarebbe stata ancora lunga.
Ripresi la strada verso casa. Ripresi la strada verso il mio destino. Ripresi la strada verso la mia solitudine. Mi sentivo sporco, sporco nell'anima. E continuai a provare schifo per me stesso!
Fuggivo! Quel che sapevo fare, e lo facevo bene, era semplicemente fuggire, appena possibile, da tutto e da tutti. Una sbronza, una scopata, un sogno a occhi aperti, un libro in cui dimenticare me stesso e chiudere il mondo reale fuori dalla porta del proprio cuore. Ecco quel che facevo e, se avessi potuto, sarei fuggito anche da me stesso. Ma scappare da se stessi è impossibile, sicché mettevo in fila un giorno dopo l'altro senza nessuno scopo, con l'unico intento di non impazzire.
A questo stavo pensando quella fredda sera d'inverno appena iniziato, mentre percorrevo un viale di periferia per tornare a casa. E a un angolo, immobile a un distributore di benzina, la vidi.
Il corto piumino bianco risaltava nell'oscurità della notte, illuminato dal neon dei prezzi dei carburanti che campeggiava poco distante. I suoi lunghi e lisci capelli corvini spuntavano da un cappellino di lana, anche quello bianco, come candidi erano i guanti che indossava. La piccola borsa portata al braccio, invece, era nera come quella sera di miei turpi pensieri. La corta minigonna di jeans metteva in mostra le gambe cinte da una pesante calzamaglia. Gli stivali di pelle lucida, che arrivavano ben oltre il ginocchio, completavano la sua mise da puttana di periferia.
Rallentando le passai accanto, cercando di scrutare il suo volto. Mi parve quasi che mi sorridesse, in una sorta di veloce adescamento. Non so se fu solo frutto della mia immaginazione, ma il viso che scorsi mi sembrò proprio di una bellezza sconvolgente. Il desiderio sorse improvviso e prepotente.
Ero combattuto, indeciso se tornare a casa e mettermi a letto o sprofondare nella fica di una troia da marciapiede. Ma quella sera era sera da biechi pensieri. Quella sera mi piegai alle mie turpi voglie. Cedetti alla voglia di lascivia che latente aleggiava nel mio io più silente. Annegare per dimenticare!
Svoltai al primo incrocio e tornai indietro. Mi fermai dove lei era ancora lì, quasi mi stesse attendendo. Abbassai il finestrino. Lei mi sorrise. Le chiesi quanto volesse. Lei mi rispose e io la invitai a salire. Non era poi così bella come avevo creduto. L'immaginazione mi aveva fatto vedere ciò che in realtà non era. Era comunque una ragazza carina, con tutte le sue piccole imperfezioni. Per una frazione di secondo mi pentii di quel che avevo fatto. Ma poi tutto si dissolse quando lei iniziò a spiegarmi dove andare per consumare il nostro laido commercio. Ogni remora scomparve quando lei appoggiò la sua mano sulla mia coscia, in un gesto quasi tenero.
Ci appartammo in un anfratto oscuro appena dietro la stazione di servizio. Alla destra si ergeva un alto muro scrostato che serviva a delimitare un campo incolto. Alla sinistra vi era il retro dell'officina del distributore di benzina. Spensi i fari, arrestai l'auto e il buio della notte ci avvolse con il suo freddo alito invernale. Solo una pallida luna e le luci in lontananza mi aiutavano ad intuire, più che a vedere, contorni e profili.
Mi chiese i soldi in anticipo e, mentre glieli stavo consegnando, iniziò in modo sbrigativo a spogliarsi. Poi, d'improvviso, si fermò e mi guardò. Quasi seccata mi fece un cenno con la testa verso le mie gambe e, con tono spazientito, mi disse di togliermi i pantaloni. Io obbedii diligente e al contempo lei cominciò a reclinare il sedile su cui era seduta. Si era tolta la giacca che, insieme alla borsa, lanciò sui sedili posteriori. Mise i soldi nello stivale, quindi si sfilò il maglione, sollevò la maglietta e si slacciò il reggiseno. Tette grosse e cadenti, che accesero immediatamente le mie voglie.
Nessuna parola, nessuna informazione, nessuna conversazione preliminare. Prese un preservativo, si chinò fra le mie gambe e in modo rapido ed esperto prese in bocca tutto il mio uccello. Nonostante lo squallore della situazione, o forse proprio per quello, la mia eccitazione ruggì e si gonfiò rapidamente fra le sue labbra. Le passai una mano sulla schiena, accarezzando la sua pelle ruvida e granulosa. L'altra mano la lasciai scivolare fra i suoi capelli, secchi e rigidi, mentre la sua testa si muoveva velocemente lungo il mio membro. Allungai il braccio fino all'incavo del suo culo, quindi infilai il dito medio nella sua fica. Iniziai a penetrarla cosi', senza tante cerimonie.
Ben presto l'odore del suo profumo a basso costo misto al puzzo di sudore rappreso dei suoi indumenti si sparse in tutto l'abitacolo, mischiandosi all'inconfondibile afrore di sesso consumato. Questo aroma di lussuria proibita mi diede alla testa, scatenando tutta la mia volubile bestialità. Le sollevai il capo, la feci stendere al suo posto, scivolai dal suo lato e mi inginocchiai fra le sue gambe.
Lei capii immediatamente. Sollevò la minigonna, aprì il piccolo taglio che sapientemente aveva fatto nella calzamaglia e scostò leggermente gli slip. Io affondai il mio volto fra le sue cosce e iniziai a baciare e leccare con furia. I peli mal rasati graffiavano le mie gote. Il puzzo di fica usata e abusata quasi mi toglieva il respiro. Il tanfo delle calze sintetiche, da troppo tempo negli stivali, letteralmente mi stordiva. La desolazione del paesaggio di periferia attorno a noi incorniciava lo squallore della nostra deriva. Della mia deriva!
Eppure tutto questo mi eccitava. E così la mia lingua guizzava fra le pieghe della sua femminilità a pagamento. Lei appoggiò una gamba sul cruscotto mentre l'altra, divaricandola, al volante. Infilai le mani sotto il suo culo, molle e flaccido, baciando con foga animalesca la sua vulva umida di saliva. Finché lei mi afferrò la testa, mi sollevò e tacitamente mi invitò a scoparla. Io non mi feci pregare e senza troppi complimenti la penetrai. Ero steso sopra di lei e con avidità consumai quel giro di giostra pagato a buon mercato.
Il mio viso sprofondò di lato fra i suoi capelli che sapevano di smog, di nebbia, di cibo fritto, di bassifondi inimmaginabili. Tentai di baciarla ma quella era l'unica azione proibita. Troppo intimo, troppo personale per essere comprato su di un marciapiede. Il corpo poteva essere venduto. L'anima e i sentimenti no!
Con gesto brusco mi allontanò il viso. Mi disse di no, che non si poteva, incitandomi poi a fotterla più velocemente per raggiungere l'orgasmo. Poi voltò il capo e si mise a guardare fuori dal finestrino mentre io la scopavo con furia cieca. Il suo corpo pareva svuotato di ogni linfa vitale, immobile com'era, concesso al mio lubrico piacere per poche banconote.
I suoi occhi fissavano il muro all'esterno e il suo sguardo volò lontano. Mentre grugnivo e sbuffavo lei con la mente si diresse in un luogo distante migliaia di chilometri da quel sedile di laidi connubi. Per non sentire il peso di un corpo accettato unicamente per danaro, le sue fantasie volavano leggiadre chissà dove, nel tentativo di far svanire quei pochi minuti di orrendo lavoro. Ogni tanto, con tono monocolore e quasi annoiato, mi incitava a compiere il mio dovere. Pareva quasi non udire ciò che lei stessa diceva.
Quando invece comprese che la mia voglia stava per esplodere, si voltò a guardarmi e con tono sbrigativo e alquanto forzato iniziò a spronarmi con maggior decisione, fingendo anche alcuni ansimi di piacere. Era del tutto evidente che non voleva perdere altro tempo. La sua serata era appena iniziata e non poteva concedersi il lusso di far attendere altri potenziali clienti.
Venni in un grido roco e strozzato, per poi lasciarmi cadere stremato sul suo corpo immobile. Lei mi sussurrò un bravo di compiacimento, mi accarezzò fugacemente la schiena in un gesto di abitudine, quindi con le mani mi afferrò i fianchi facendomi intendere di spostarmi. Il tempo era scaduto. Di tempo non ce n'era più.
Veloce si rivestì e io feci altrettanto. Non disse nulla ma si limitò a guardare fuori dal finestrino. Per lei già non esistevo più. La riaccompagnai al suo angolo di disperazione. Con un mezzo sorriso assolutamente fasullo, nel scendere dall'auto, abbozzò fra i denti una saluto che non attese nemmeno la chiusura della portiera. La serata sarebbe stata ancora lunga.
Ripresi la strada verso casa. Ripresi la strada verso il mio destino. Ripresi la strada verso la mia solitudine. Mi sentivo sporco, sporco nell'anima. E continuai a provare schifo per me stesso!
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