Visualizzazione post con etichetta Andrea Lagrein. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Andrea Lagrein. Mostra tutti i post

domenica 23 novembre 2014

L'IMPERATRICE PUTTANA di Andrea Lagrein



La sfida stava per avere inizio. Lisisca era sicura della vittoria, talmente sicura che aveva scommesso con Marzia, la sua antagonista, di restituirle il doppio di quel che avrebbe guadagnato quella sera se non fosse riuscita a scoparsi durante la notte un intero plotone di uomini. Venticinque uccelli da soddisfare in poche ore era impresa davvero notevole, ma Lisisca era convinta del suo trionfo finale.
Mnemmone, il liberto che gestiva il postribolo dove Lisisca si prostituiva, già si sfregava le mani pregustando introiti fuori dall'ordinario. La voce si era sparsa velocemente in tutta l'Urbe e quella sera, ne era certo, ci sarebbe stata una bella fila fuori dalla sua porta. E tanti, ma tanti sesterzi, dentro la sua bisaccia.
Valeria, questo il vero nome di Lisisca, era una giovane davvero bella e avvenente, e solo i clienti più facoltosi potevano permettersi una scopata con lei. Ma quella sera sarebbe stato diverso. Quella sera contavano i numeri e anche stallieri e legionari sarebbero andati bene pur di raggiungere il suo folle obiettivo. Venticinque chiavate prima del sorgere del sole!
Mnemmone al solito le aveva riservato la stanza più lussuosa, che poi tanto lussuosa non era, anche se si trattava della migliore di tutta la Suburra. Valeria aveva scelto quel lupanare perché frequentato di sovente da gladiatori e ufficiali dell'esercito, uomini veri, uomini che la sapevano far godere. Ed era questo quel che contava per lei : godere.
Nessuno, nella sua famiglia, avrebbe mai immaginato che giungesse a ridursi in tal modo, squallida puttana in bordelli malfamati. Ne tanto meno lei. Figlia di un console, imparentata con la familia Giulio-Claudia, discendente del divo Augusto e con nelle vene sangue imperiale, era stata allevata fin dalla culla nei precetti della virtù romana tanto cara a Catone, discepola dei più stimati e rinomati retori e filosofi del tempo. La sua bellezza, poi, era assolutamente straordinaria, al pari della sua arguta intelligenza.
Ma tutto ciò non aveva importanza quella sera. In quel momento lei era Lisisca, la lupa, pronta a soddisfare venticinque verghe assatanate pur di poter celebrare il suo trionfo, quasi fosse un imperatore di ritorno da qualche vittoriosa spedizione.
Il primo ad arrivare fu Sabinus, suo assiduo cliente. Lisisca si era preparata a dovere. Era uscita furtiva dalla sua domus, senza farsi notare, scivolando lungo i muri degli edifici nella tiepida sera romana, completamente avvolta in un ampio mantello. Giunse nei vicoli maleodoranti della Suburra dove la povertà della plebe esalava i suoi mefitici olezzi. Puzzo di piscio e merda, sudore e cibo irrancidito, aglio e cipolle, caligine dei focolari e letame di animali. Un fremito le corse lungo il corpo appena prima di entrare nel lupanare. Era la lussuria che già le inumidiva la fica. E a breve avrebbe placato le sue immani voglie.
Sabinus sorrise in modo volgare nel vederla. "Ave, lupacchiotta! La mia verga è qui pronta per te!". Lisisca sollevò il sopracciglio in un gesto di sfida, come se volesse mettere alla prova le vanterie dell'uomo. Era già stesa sul letto di legno a lei riservato, un vero lusso per quei luoghi, con candide lenzuola fresche di bucato. Non erano molte le puttane a cui veniva riservato un simile trattamento.
Del resto Valeria era abituata a ben altro. La domus in cui era cresciuta era davvero bella, al limite dello sfarzoso. Ma ancor più bello era il palazzo in cui fu condotta dopo che si sposò. Nozze da lei non scelte, ma imposte dalla divinità imperiale. Aveva solo quindici anni ma al volere dell'augusto Gaio Cesare Germanico non si poteva certo dire di no. Fu sua madre, non certo entusiasta, a darle la notizia. "Si tratta di Claudio, zio dell'imperatore. Ha cinquant'anni ed è tutt'altro che attraente ma, ti prego, non fare storie perché è Caligola che vuole queste nozze".
Con l'imperatore non si poteva di certo scherzare, soprattutto se l'imperatore era Caligola. Un pazzo sanguinario, squilibrato, depravato oltre ogni limite, assetato di sangue e vendetta. No! Un tale invito non lo si poteva di certo rifiutare. Anche se lo sposo aveva trent'anni più di lei, balbuziente, zoppo, brutto, insignificante e per giunta scemo, a detta di molti. Ma un ordine di Caligola era pur sempre un ordine di Caligola.
Lisisca fissò Sabinus mentre si spogliava. Per Giove, il fisico di quell'uomo la faceva pulsare di voglie irrefrenabili. Muscoli guizzanti, corpo nerboruto, addominali scolpiti, braccia e gambe possenti, sguardo volitivo, volto duro e ruvido. Un vero uomo! E non poteva essere altrimenti, visto che era uno dei gladiatori più forti di Roma. Il suo ingresso nell'arena era sempre accolto con un grande boato della folla. Il nome veniva inneggiato quasi fosse un generale vittorioso. E Lisisca era pronta a scoparselo.
Sabinus si avvicinò con l'uccello già teso e palpitante. La puttana ne sorrise compiaciuta. "Usa la tua verga come impugni il gladio nell'arena, mi raccomando" lo esortò la donna. Sabinus sogghignò truce. "Ti impalerò come fossi il più fottutissimo mirmillone che abbia mai incontrato in combattimento, stanne certa, cagna. Ora voltati che ti prenderò come una vacca da monta".
Quasi non ebbe il tempo di voltarsi che le mani rudi e forti dell'uomo l'afferrarono per i fianchi. Sabinus non perse tempo e affondò il suo uccello nella vulva della donna, spingendo e fottendo come un ossesso. Lisisca iniziò a gemere sotto quella furia. E godette ancor di più quando Sabinus spostò le mani dai fianchi ai seni, straziandone avidamente i capezzoli. Oh sì, questo era un uomo, un vero uomo, non come quel cazzo moscio di suo marito!
Eppure con Claudio ebbe due figli. Eppure con Claudio all'inizio fu felice, nonostante le facesse ribrezzo, felice di giocare alla virtuosa matrona romana che accudiva i suoi pargoli, Claudia Ottavia e Cesare Britannico. Lei, Valeria, la novella Cornelia! Ma la vita di corte, unita alla noia di un marito insignificante, presto la traviarono. E la corte di Caligola era ciò che di più sfrenato vi potesse essere. Un mattatoio a orario continuo : complotti, delazioni, assassinii, torture, suicidii, orge, baccanali, feste, balli sfrenati. Finché un giorno, l'augusto imperatore, venne assassinato. L'esercito, senza esitazione, acclamò come successore proprio suo marito, il ridicolo Claudio, e d'improvviso Valeria si ritrovò sul trono del più importante impero del mondo.
Ma quella sera il trono sul quale voleva sedersi era quello del suo trionfo sessuale. E con determinazione si lanciò nella sfida. La notte correva veloce. I bracieri e le torce iniziavano a consumarsi. Dopo Sabinus ne vennero altri quattordici, che Lisisca soddisfece appieno. Fu dunque il turno di un oste che gestiva una bettola vicino al Circo Massimo, un tale di nome Curzio Quinto.
Era un uomo basso e tarchiato, con i denti guasti, un'insopportabile puzza di cipolla e sudore addosso, la tunica unta e sgualcita, il volto mal rasato e due occhi da porco assatanato. Ma quando si tolse gli indumenti a Lisisca quasi mancò il fiato. Non aveva mai visto un fallo di tali proporzioni, degno del miglior Priapo. Subito la fica le si bagnò di nuovo, fremente d'attesa per prendere quell'insperato dono di Giove.
Nonostante la stanchezza la donna attirò a sé l'uomo. Lui non si fece di certo pregare e con un colpo violento la penetrò facendola urlare di dolore. Ma la sofferenza ben presto svanì lasciando il posto a un immenso godimento nel venire scopata da quella verga davvero notevole. L'uomo era steso su di lei, con il volto che quasi affondava nei suoi capelli. La chiavava con una brutalità davvero insolita ma questo, a Lisisca, piaceva infinitamente.
A Valeria piaceva essere scopata da sconosciuti. Nei suoi sogni più sfrenati aveva addirittura desiderato di essere violentata nei vicoli fangosi della sua città, presa brutalmente da loschi e biechi individui. A Valeria piaceva poiché tutto ciò le era negato nella posizione che aveva assunto. E si annoiava, si annoiava tremendamente.
Sicché cercò di replicare la sfrontatezza della corte dell'augusto predecessore. A suo marito non dispiaceva organizzare orge dove il piatto forte fosse sua moglie, ordinando ai suoi cortigiani di soddisfare le sempre più crescenti voglie di Valeria. Come nel caso dell'attore Mnestere, convinto da Claudio a fottersi la moglie. Ma più passava il tempo e maggiore era l'insoddisfazione di Valeria. Considerava ormai i cortigiani dei mezzi uomini, non adatti all'ideale di virilità che lei desiderava.
E quel che lei bramava lo trovò nei lupanari della Suburra. Stanca di amori che non le lasciavano nulla, decise di anestetizzare il suo cuore vestendo i panni della puttana. Una parrucca bionda, la pelle depilata completamente, con i capezzoli dorati e gli occhi segnati da antimonio, sgattaiolava fuori dal palazzo imperiale con la complicità dei liberti e si dirigeva da Mnemmone, il quale le riservava la cella più bella, affrescata da poco, ordinata e pulita. Qui, con il nome di Lisisca, si concedeva a marinai e soldati, funzionari pubblici e bottegai maleodoranti. Qui non era più l'imperatrice a cui inchinarsi e compiacere. Qui era semplicemente una donna attraente e affascinante, per la quale gli uomini erano disposti a pagare pur di poterla possedere.
La notte correva veloce e l'alba si stava approssimando. Lisisca iniziava a essere stanca. La fica le bruciava e braccia e gambe tremavano dalla fatica. Ma la sfida non era ancora vinta e lei era determinata a portarla a compimento. Nel cubicolo a lei riservato la puzza di sesso consumato stava divenendo insopportabile. Le lenzuola erano intrise di sudore e sperma, fradice dei suoi stessi umori.
La tenda che fungeva da porta a quella alcova di piaceri a pagamento si aprì. Entrò il ventunesimo cliente. Un uomo dai capelli spettinati, ingrigiti dal tempo, con il volto abbronzato solcato da innumerevoli rughe e con un corpo virile e possente. Un soldato sicuramente. "Sono Decimo Manlio, centurione della Legio decima Gemina". Lisisca lo squadrò incuriosita. Le piacevano i legionari. Avevano un modo di scopare molto animalesco. E questo, a lei, dava molta soddisfazione.
"Bene, centurione. Cosa posso fare per te?" domandò sfrontata e ironica. L'uomo sollevò la tunica tenendo in mano il suo uccello. "Succhiamelo, puttana. Succhiamelo e bevi fino all'ultima goccia". Decimo si avvicinò e le spinse la verga in bocca. Lisisca non era preparata a quella veemenza. Ma non si tirò indietro. L'uomo le afferrò selvaggiamente i capelli, spingendo la sua nerchia sempre più in profondità. Lisisca stava quasi per soffocare, mentre violenti conati la facevano sussultare tutta quanta.
Decimo grugniva in modo sempre più osceno, mentre a lei iniziavano a scendere le lacrime per lo sforzo, con le mandibole che le dolevano tremendamente. Ma nulla la eccitava di più che tenere in bocca quell'uccello gonfio e teso, nel vedere quel centurione, abituato a mille battaglie, sussultare e gemere sotto la sua lingua quasi fosse la più imberbe delle reclute. Perché lei era Lisisca, l'imperatrice del sesso!
E in quanto imperatrice Valeria era ormai abituata a destreggiarsi nel mondo violento e osceno della corte romana. Aveva imparato in fretta, a dire il vero. Questione di sopravvivenza. C'era da tenere a bada quella maledetta di Agrippina, che faceva di tutto per spingere il proprio figlio Nerone sul trono. Valeria doveva stare attenta, se voleva che il suo Britannico succedesse al padre.
Iniziò a mettere in pratica tutto ciò che aveva imparato da Caligola. Congiure, traffici di tangenti, omicidi, delazioni. E soprattutto manipolare quello stolto del marito, sempre pronto a credere alle panzane che lei gli raccontava. A Valeria la gestione del potere piaceva. Poter disporre a proprio piacimento della vita altrui la esaltava, la eccitava. Quasi come un orgasmo! Veder morire sotto i suoi occhi un uomo, un nemico, era paragonabile a godere del corpo prestante di un gladiatore. Sesso, morte e potere. Valeria non poteva chiedere di meglio!
Il sole iniziò a sorgere sopra i tetti della città eterna poco dopo che il venticinquesimo cliente ebbe lasciato l'alcova di Lisisca. Aveva vinto la sfida. Ce l'aveva fatta. Sarebbe stata proclamata invicta! Stanca ma non sazia, si lasciò cadere pesantemente sul letto, ormai laido dopo una notte di folli scopate.
Si voltò appena ad accarezzare la statua di Priapo, suo protettore, posta su una piccola mensola lì a fianco. Le dita scivolarono delicatamente sul grande fallo della divinità, a cui Lisisca rivolse una preghiera di ringraziamento per la vittoria appena conseguita. Aveva il trucco ormai sfatto, il corpo stremato, puzzava di sudore, cazzo e sperma, ma nonostante questo era la donna più felice di Roma. Aveva ancora una volta dimostrato, se mai ce ne fosse stato bisogno, di essere la migliore.
Mnemmone entrò con un sorriso di condiscendenza. Anche lui era visibilmente soddisfatto per gli ingenti introiti della nottata. Come richiesto da Lisisca, appoggiò sulla piccola cassapanca ai piedi del letto un vassoio con una caraffa di eccellente Falerno e focaccine accompagnate dal garum. Il meglio che si potesse chiedere.
E non poteva essere altrimenti!
Perché lei era Valeria Messalina, figlia dell'ex console Marco Valerio Messalla Barbato, moglie del divo Tiberio Claudio Cesare Augusto Germanico, imperatrice di Roma.

PUTTANE ADDIO di Andrea Lagrein




Entrai nel bar tabaccheria di Gino per comprare le sigarette. Erano le cinque e mezza di un freddo pomeriggio di settembre. Seduto a un tavolino vicino alla vetrina c'era Giorgio, che sorseggiava lentamente il suo bianchino. I nostri sguardi si incrociarono e lui mi fece un cenno di saluto con la testa.
Mi avvicinai e mi sedetti al suo fianco, ordinando una birra. Non avevo granché da fare e la sua compagnia era sempre stimolante.
"Sai che giorno è oggi?" mi domandò guardando fuori dal locale. "Venerdì" risposi senza esitare. "Venerdì venti settembre duemilatredici. Già". Il suo successivo silenzio mi incuriosì. "E dunque?" chiesi divertito. Posò i suoi vecchi occhi senza eta su di me. "Dunque son già passati cinquantacinque anni da quel giorno". Lo guardai senza capire.
Giorgio era un uomo di settantacinque anni che di cose ne aveva viste e passate durante la sua vita. Era una sorta di memoria storica per noi altri perdi giorno del quartiere, tipo un vecchio saggio del villaggio sempre pronto a dispensare utili consigli.
Socchiuse gli occhi, come volesse rivivere quei momenti, come se quei momenti non fossero mai finiti. Socchiuse gli occhi e iniziò a raccontare.

Quel venti settembre del 58 uscii presto dalla fabbrica in cui lavoravo. Non volevo perdere tempo, che di tempo ormai ce n'era davvero poco. Corsi a casa e mi feci un bel bagno. Indossai il mio abito migliore, che poi tanto bello non era, ma avevo vent'anni e in casa di soldi ce n'erano pochini. Quindi presi il treno, destinazione Milano. Mi accorsi che, come me, tanti altri avevano avuto la stessa idea. Non si poteva certo biasimarli. Quella puttana di una socialista aveva vinto la sua battaglia e, per tutti noi, dalla mezzanotte di quel giorno, il mondo non sarebbe più stato lo stesso.
Avevo in tasca due mesi di stipendio. Una bella fortuna per quei tempi, non c'è che dire, ma vacca troia quel giorno sarebbe rimasto negli annali della storia, e io volevo celebrarlo come si conveniva.
Sceso dal vagone, mi diressi subito in Brera, via Fiori Chiari. La Lidia sarebbe stata la prima, e non poteva essere altrimenti. La Lidia era la puttana che mi aveva fatto diventare uomo, sì, insomma, quella che mi aveva sverginato. Non un grandissimo momento, lo riconosco, che forse non son durato nemmeno un minuto. Ma da allora rimase per sempre la mia Lidietta, e ogni mese tornavo a farci una bella visitina.
Lavorava nella casa della sciura Beatrice, un baldraccone grande e grosso sfatto dall'età e dalla professione, buona solo oramai per fare la tenutaria di bordelli. Madame, si faceva chiamare pomposamente, alla francese, lei che di francese non aveva nulla, lei che in Francia non c'era mai stata. Ma non aveva importanza, che per me, l'importante, era di chiavarmi la mia Lidietta.
In via Fiori Chiari c'era già un bel via vai di persone, nonostante fosse ancora presto. Ma quel giorno era speciale e si vede che ognuno voleva dare un ultimo saluto a chi per una o per decine di volte l'aveva fatto sentire bene.
Entrai nella casa di Madame. Appena mi vide mi sorrise compiaciuta. Evidentemente si aspettava proprio che io arrivassi. Si avvicinò ancheggiando il suo enorme culo e mi accarezzò un braccio. "Te la vado a chiamare immediatamente, Giorgio. Cosa vuoi fare? Una singola, una doppia, una mezz'ora?". Le pagai il dovuto. Mezz'ora con la Lidia. Non è che potessi permettermi molto di più!
Lei arrivò subito dopo. Il cuore mi pulsava all'impazzata, non tanto perché stessi per scoparmela, ma in quanto sarebbe stata l'ultima volta.
Era bellissima in quella sua vestaglia trasparente, le forme piene e generose, la pelle candida, i capelli color del mogano e gli occhi azzurri come il mare, io che il mare non lo avevo mai visto. Il suo sorriso mi scaldò subito il cuore. Il suo abbraccio mi fece impazzire. "Speravo proprio di vederti oggi, Giorgio" mi sussurrò all'orecchio. Arrossii di piacere. Per nulla al mondo avrei mai rinunciato a quell'ultima volta.
Prendendomi per un braccio mi accompagnò su per le scale fino alla solita stanza. Dalle porte attigue si potevano ben sentire gli ansimi di chi aveva avuto la mia medesima idea. Non so come spiegarlo, ma una sorta di strana tristezza mi avvolse improvvisamente. Avevo la netta percezione che il mondo fin lì conosciuto stesse definitivamente dissolvendosi.
Ma appena entrato in camera tutto svanì come d'incanto davanti a quel corpo meraviglioso. Mi sorrise maliziosa. "Sta calmo, Giorgio. Abbiamo mezz'ora. Non bruciare tutto in un minuto" disse scoppiando a ridere.
A dire il vero di stare calmo non ne avevo la minima intenzione. Il suo culo, le sue tette, le sue cosce avevano il potere di infiammarmi completamente e non sarei riuscito, ne ero certo, a resisterle a lungo. Le lasciai appena il tempo di sbottonarmi i calzoni. L'afferrai per le natiche e la impalai lì in piedi, senza perdere tempo, con un desiderio che quasi mi stordiva.
La fottei con furia selvaggia, tenendola sollevata con le mie braccia duramente allenate in fabbrica. Lei stessa, esperta mestierante, fu sorpresa da quella mia foga fuori dal comune. Ma del resto, quel giorno, nulla sarebbe stato ordinario.
Poco prima di venire mi staccai. Contro ogni buona regola, non avevo messo il preservativo. Ma la voglia era così tanta che si sarebbe potuta fottere pure la sifilide!
La feci sdraiare sul letto. Le sue gote erano arrossate e accaldate, per lo sforzo, per il piacere, per l'orgasmo raggiunto. Mi inginocchiai fra le sue gambe. Dio, non scorderò mai la luce dei suoi occhi in quel momento. Lidia era appagata, frastornata, eccitata, divertita, lusingata. Lidia era semplicemente la ragazza più bella che avessi mai visto. E faceva la battona nella casa di Madame!
La sua professionalità però non venne meno nemmeno in quella circostanza. "Ricordati il preservativo, Giorgino. Abbiamo già rischiato prima, non vorrai mica farmi un bel regalino proprio quest'ultimo giorno, eh?". Scoppiammo a ridere insieme. Sembavamo proprio una gran bella coppietta, di quelle che vanno al cinema il sabato sera o si fermano a un tavolino di un bar a bere gazzosa e chinotto, felici contenti e innamorati.
Non persi tempo e, come sospinto da un urgenza incontrollata, affondai in lei scopandola con colpi vibranti. A ogni affondo i nostri ansimi divenivano sempre più prepotenti, sempre più indemoniati. Le stringevo il culo con una mano, mentre con l'altra, fra i suoi capelli, mi aiutavo nelle spinte. Era come se volessi entrare per sempre in lei, lei che era la mia puttana, lei che era stata la mia prima donna.
Il tempo divenne superfluo. Non v'erano più secondi, minuti, mezz'ore, ore. Semplicemente il ticchettio dell'orologio ormai non aveva alcun senso. Fottevo per dimenticare. Scopavo per ricordare. Chiavavo per non piangere. Non sapevo cosa fosse l'amore, ma ciò che provai per la Lidia, in quegli istanti, con quel nome lo chiamai.
Venni, venni copiosamente, venni urlando in un grido roco, carico di desiderio, di appagamento, di disperazione. E lei venne insieme a me. Un orgasmo pieno di nostalgia, colmo di piacere. Con i corpi sudati ci sdraiammo l'uno di fianco all'altra, a fissare il soffitto, silenziosi, pensierosi.
"Cosa farai da domani?" chiesi frantumando quel silenzio così rumoroso. Lidia sospirò. "Non lo so ancora. Ho avuto mesi per pensarci, ma alla fine ancora non so". Si voltò a fissarmi, sorridendomi con tenerezza.
"Un mio cliente mi ha proposto di andare a lavorare in una filanda del suo paese. Dalle parti di Legnano, se non ricordo male. E di tanto in tanto mi verrebbe a trovare pagandomi per il disturbo" mi disse ridendo tristemente. "Sì, insomma, continuerei a fare la puttana clandestina, mentre di giorno mi spaccherei la schiena in officina. Magari troverei anche un moroso, che tanto da quelle parti mica sanno il lavoro che ho fatto".
"Ti sposo io, Lidietta. Mi prenderò cura io di te". Parlai di slancio, con veemenza, sull'onda del momento. Scoppiò a ridere accarezzandomi il volto glabro. Anche lei sapeva che era una stronzata, gettata lì figlia della scopata appena conclusa. I miei vent'anni non mi rendevano credibile e, a distanza di tempo, devo dire che aveva ragione. Non l'avrei mai sposata una puttana che quelle cose, al mio paese, non si facevano mica. Va bene chiavarsi una troia, ma portarsela in casa mai!
E così terminò quell'ultima mezz'ora con la mia Lidia. Il tempo era tiranno e gli affari erano sempre affari. Mi ritrovai presto in strada, ancora intriso dell'odore della sua fica e una tristezza che non voleva sapere di andarsene.
Con quel poco che mi era rimasto in tasca riuscii a farmi altri due bordelli. Roba spiccia, roba di poco conto, un ultimo saluto a un'era che si chiudeva. E difatti, a mezzanotte, calò il sipario sulla Lidia e le altre, su di me e noi altri.
Da un ambulante comprai un bicchiere di barbera e rimasi lì, in quell'angusto vicoletto di Brera, a osservare le luci dei portoni delle varie case spegnersi definitivamente. D'improvviso mi accorsi che di fianco a me c'era il Renato, mio compaesano. Aveva quasi le lacrime agli occhi. Gli offrii quel che rimaneva del mio bicchiere.
Poi, senza che alcuna parola fu scambiata fra noi, scoppiammo a ridere, come folli, come imbecilli. "Puttane addio" iniziò a gridare Renato. Subito lo imitai. Puttane addio, puttane addio, puttane addio, gridavamo correndo lungo la strada, salutando tutti i bordelli che in quegli anni ci avevano ospitato. Puttane addio! E come di rimando, molte si affacciavano dalle finestre delle loro stanze, chi salutandoci, chi sfottendoci, chi maledicendoci, chi ridendo, chi piangendo, chi solo per guardarci. Puttane addio!

Socchiuse nuovamente gli occhi, assaporando quegli istanti di dolci e tristi ricordi. Con gesto istintivo gli posai la mano sulla sua, in un tocco carico di tenerezza. Chinò il capo in avanti. Le sue folte ciglia candide di vecchiaia tremarono nel tentativo di fermare le lacrime.
Finii d'un solo fiato quel che rimaneva della mia birra. Mi alzai e me ne andai, lasciandolo solo con i suoi ricordi, i suoi sogni, la sua Lidietta. Era giusto così, in fondo.
Appena uscito dal bar mi accesi una sigaretta e mi incamminai verso casa. Scoppiai a ridere. Avevo davanti ai miei occhi l'immagine di due ragazzi nel pieno della loro esuberanza, che gridavano al cielo la fine di un'epoca.
Puttane addio!

lunedì 10 novembre 2014

SATYRICON di Andrea Lagrein



Mi guardavo attorno, ospite occasionale, sbagliata figura in controluce, fra il lucore di lustrini e paillets di quella festa assai sfarzosa. Ovunque lusso sfrenato, ovunque ricchezza ostentata. Mi aggiravo fra tavoli riccamente imbanditi e decoltè d'alto bordo, circondato da smoking profumati e gioielli affamati. Affamati? Sì! Affamati di ricchezza, potere, vanità, lussuria.
Avevo ricevuto l'invito tramite un amico di un amico dell'amico del padrone di casa. Certi inviti non si potevano rifiutare. E quando mai sarebbe capitata nuovamente un'occasione del genere? Il bel mondo non stava di certo ad aspettare me. O anche minimamente a curarsene! Così mi ritrovai nella stanza dei bottoni, attorniato da quelli che la sapevano, ma la sapevano davvero lunga.
Il mio impaccio era evidente. Non ero assolutamente abituato al bel mondo, al bon ton di chi, dopo aver indossato per una serata una camicia nuova, la buttava nella spazzatura. Io convivevo con il degrado e la miseria e lì, in quella spazzatura, le camicie si indossavano anche se lise e consunte.
"Cosa ne pensa lei di tutta questa immigrazione incontrollata?" mi domandò un ometto calvo con gli occhiali, sfavillante nel suo impeccabile doppio petto. Onestamente non stavo nemmeno seguendo la conversazione di quel gruppetto di persone fra cui accidentalmente ero capitato. Ma non potevo certo esimermi da dare una risposta, questione di educazione.
Tutti mi fissavano, come se io avessi la soluzione a tutti i mali del mondo. Allargai le braccia sospirando. "E' un bel problema, c'è da ammetterlo. Ma non si può nemmeno lasciare tutti questi poveracci a morire nel loro paese, non trovate?". Pensavo di essere stato vago, nel rispondere. Parlare per non dire nulla. Essere cortese senza esporsi.
"E farci così conquistare da tutti questi beduini?". Una signora sui cinquantacinque anni, gran matrona dell'alta società ingioiellata da capo a piedi, mi fissava con quei suoi occhi azzurri, attendendo la risposta alla domanda che mi aveva rivolto.
"Forse non sarebbe poi così un male". Mentre rispondevo mi stavo già mordendo la lingua. Ma ormai il danno era fatto e mi ritrovai così a fronteggiare una piccola insurrezione verbale. "Cosa intende dire?" chiese l'ometto calvo che, venni successivamente a sapere, era un importante esponente di un altrettanto importante partito politico.
"E' la storia che ce lo insegna". Cercai di mantenermi calmo. Ma era come trovarsi in un anfiteatro circondato da leoni affamati, senza avere nemmeno una birra fra le mani per tentare di difendersi. "Le civiltà si evolvono mediante il continuo flusso immesso dai popoli migranti. La società si rimodella costantemente e l'immigrazione è il propellente che porta sempre nuova linfa vitale. Pensate a noi. Siamo un crogiolo di stratificazioni sociali e culturali. Siamo quel che siamo in quanto ci siamo evoluti grazie al susseguirsi di ondate migratorie che via via sono giunte da noi. Pensate solo se ci fossimo fermati al tardo impero romano!".
Tutto sommato ritenevo di aver fatto un'eccellente figura. E non avevo toccato neppure un goccio di alcool. Evidentemente però il mio eccelso auditorium non la pensava allo stesso modo. "Essere conquistati da un branco di beduini non vuol certo dire evolversi. Io vedo solo regressione e imbarbarimento". Chi parlò era un pezzo grosso di un'importante banca. E il suo sdegno era ampiamente visibile dipinto sul volto.
"Ben detto, carissimo". L'arrivo improvviso del padrone di casa distolse immediatamente l'attenzione su di me. Tirai un sospiro di sollievo. "La barbarie va combattuta a oltranza, senza fermarsi, senza mai abbassare la guardia, con ogni mezzo a nostra disposizione. Noi, che siamo il faro della cultura, della civiltà, abbiamo l'obbligo morale di salvare le generazioni future da questi selvaggi analfabeti. A iniziare proprio dalla cultura, cari miei. Dobbiamo riappropriarci della nostre radici culturali".
I presenti assentirono beati e soddisfatti. Il loro anfitrione era davvero una persona illuminata! Erano proprio persone come lui che avrebbero salvato la civiltà dal decadimento. Personaggi forti, sapienti, saggi.
"Fate come me, miei cari. Leggete, leggete e leggete ancora. Nei libri si trovano le risposte. A tal riguardo vi consiglio di leggere il Satyricon, testo davvero illuminante. Nella mia ricca biblioteca ne conservo un esemplare antichissimo. Fu scritto duemila anni fa da Giovenale e descrive perfettamente come l'aristocrazia romana tentò di difendersi dall'imbarbarimento dei costumi".
Cristo! Mancava solo l'applauso finale per celebrare l'apoteosi di questi savi che ci avrebbero dovuto condurre alla salvezza.
Senza dare nell'occhio, mi allontanai con discrezione. A questo punto un bel whisky ci sarebbe stato bene. Cosa sarebbe servito far notare che il Satyricon era stato scritto da Petronio e non da Giovenale? A chi avrebbe giovato sottolineare che l'intero libro era un'enorme, sublime presa per il culo di una classe dirigente che, a dispetto dei duemila anni passati, non era cambiata per nulla?
No, meglio stare zitti e tentare di affogare in un bel Jack Daniel's offerto dall'illuminato padrone di casa. Ma del buon vecchio Jack nemmeno l'ombra. Solo Krug e Dom Perignon. Che fare, quindi? Mi adeguai, scolandomi quanti più calici possibili. In fondo dovevo pur sopravvivere in qualche modo a tutti quei gioielli e profumi nauseanti!
Continuai ad aggirarmi fra i numerosi capannelli di illustri ospiti. Una galleria di personaggi surreali, figli pero di una realtà fin troppo reale. Cialtroni, loschi, ruffiani, vanesi, ignoranti, biechi, gaudenti, tronfi delle loro poltrone e dei loro affari. Mentre il mondo fuori andava a puttane, qui dentro veniva celebrato con ostentazione il lucore della decadenza. Effettivamente mi pareva proprio di trovarmi alla cena di Trimalcione, un'isola felice e irreale dedita allo sperpero e alla vanità.
Come l'anfitrione di quella serata che, con gesto plateale, richiamò l'attenzione di tutti sulle enormi tavolate riccamente imbandite. La grande abbuffata stava per iniziare, alla faccia di chi, tornando a sera stanco e curvo dal lavoro, non sapeva nemmeno se sarebbe riuscito a mangiare.
Il fugace tocco di una mano sul mio braccio mi riportò alla realtà. Una donna all'incirca della mia età, né bella né brutta, mi stava fissando con occhi da cerbiatta in calore. "Ti voglio" mi sussurrò senza alcun ritegno. Più che un desiderio pareva un ordine. Gesù, quanto volevo avere fra le mani un bel bicchiere di Jack Daniel's!
La guardai stupito. A tutto ero preparato tranne che a quello. Una ninfa assatanata nel bel mezzo di una delle serate mondane più importanti. Ammetto che non seppi reagire, così tramortito da quella sfacciataggine imprevista. "Seguimi". Fu lei ha prendere l'iniziativa. Era lei che conduceva il gioco. E io non ne conoscevo neppure le regole. La seguii diligentemente. Nessuno si accorse della nostra fuga, intenti com'erano a celebrare il trionfo culinario del padrone di casa.
Mi fece entrare in una stanza, richiudendosi alle spalle la porta a chiave. Nemmeno il tempo di dire una parola che me la ritrovai avvinghiata addosso. Mi tolse il respiro baciandomi con foga, con avidità, mentre le sue mani fameliche armeggiavano con la zip dei miei pantaloni. "Scopami, scopami, scopami" ansimava fra un bacio e l'altro, tenendo ben salda fra le dita la mia erezione. Il suo costosissimo profumo non riusciva a celare l'afrore del suo corpo in calore. Le infilai una mano fra le gambe. Aveva la fica fradicia.
Non mi lasciai pregare oltremodo. Giunto a quel punto sarebbe stato insensato tirarsi indietro, nonostante non sapessi chi fosse, nonostante le rughe del viso, nonostante il culo flaccido e cadente. La signora voleva essere scopata, e io ero lì per accontentarla.
L'afferrai per i fianchi, la sollevai e la penetrai con furia selvaggia. Lei rispose con altrettanta foga. Si vede che nell'alta società era costume far così! La chiavai lì, in piedi, schiacciandola alla parete del muro, pensando a spregio solo al mio godimento, insultandola, chiamandola puttana, trattandola come un oggetto. E questo non fece altro che aumentare ancor di più la sua smisurata eccitazione.
Le venni dentro copiosamente, grugnendo come un animale, fra i suoi ansimi e gemiti di godimento. Appena terminato mi staccai da lei e la fissai con occhi colmi di disprezzo. Mi faceva schifo! Mi faceva schifo quel suo modo da gran signora che amava atteggiarsi a mo di puttana, per gioco, per divertimento, in spregio a chi invece lo era per necessita.
Ma tutta la mia acredine svanì improvvisamente appena udii un sibilo provenire alle mie spalle. Mi voltai allarmato. Pareva un ansimo, quasi un sospiro. Solo che nella stanza, all'infuori di noi due, non c'era nessuno. Mi girai di nuovo a guardare la donna. Lei nel contempo si stava sistemando il vestito. Mi fissò altezzosa e sarcastica.
"Non ti preoccupare, è solo mio marito". Ora ero ancor più preoccupato di prima. Lei scrollò le spalle. "A lui piace guardare. Si eccita così. Possiamo andare, adesso?". Stordito, mi avviai dietro di lei. Ero stato usato come un mero oggetto per il godimento altrui, perverso o meno che fosse. Questa era la gente fra cui ero finito. Persone che non erano abituate a chiedere, ma a volere e ottenere, indipendentemente a chi si trovassero di fronte.
Rientrai nel salone principale. Caviale, ostriche, piatti elaborati a profusione e fiumi e fiumi di champagne. L'atmosfera si era decisamente surriscaldata durante la mia assenza. C'era chi, famelico, divorava tutto quel che si trovava di fronte; chi si lasciava andare in balli sfrenati dalle movenze ammiccanti; chi rideva sguaiatamente; chi senza pudore ci provava con qualsiasi donna gli capitasse a tiro; chi si lanciava in simposi farciti di facezie e spiritosaggini.
Incrociai lo sguardo dell'ometto calvo che mi sorrise compiaciuto nel mentre addentava un involtino di non so cosa. Subito dopo vidi la mia ninfa assatanata aggirarsi fra i tavoli al braccio di quel che doveva essere suo marito, un uomo corpulento dagli occhi porcini. Dio mio, quanto mi mancava il mio Jack Daniel's!
Mi sembrava di presenziare a una corte di ipocriti, ballerine e buffoni senza ritegno, che gozzovigliavano mentre tutto attorno a loro imperversava una terribile crisi materiale, spirituale e culturale. Mala tempora! avrebbero esclamato i nostri antenati latini. Ma qui, ben pochi, lo avrebbero compreso.
I barbari erano alle porte e non avrebbero di certo faticato a conquistarci. E in fondo sarebbe stata unicamente colpa nostra!

REALTA' VIRTUALE di Andrea Lagrein




Bussarono alla porta. Alle sette di sera non aspettavo certamente qualcuno. Fui quasi tentato di non andare ad aprire. L'insistenza del misterioso ospite era al limite della maleducazione. "Dai, lo so che sei in casa. Aprimi, cazzo".
Sorrisi divertito. Quella era Marta, la ragazzina quattordicenne che abitava sopra di me. A quel tempo abitavo in zona via Padova, ultimo rifugio dopo l'ennesimo sfratto. La casa non era granché, ma tutto sommato era migliore di tutti i tuguri dove fino allora mi ero trascinato. Almeno non c'erano battone e travestiti, ma un'onesta umanità che si faceva il culo da mattina a sera per arrivare a fine mese senza eccessivi affanni. Insomma, una parvenza di normalità.
Andai ad aprire e lei entrò senza nemmeno salutare, con il volto corrucciato, gettandosi letteralmente sulla poltrona che avevo in sala. Immediatamente iniziò a scrivere come una furia sull'iPhone che teneva in mano.
"Problemi?" chiesi una volta messomi di fronte. Lei nemmeno mi guardò. "Dammi una birra, che ne ho tremendamente bisogno". Feci come mi chiese. Non ero suo padre e non spettava a me farle la paternale se dovesse o meno bere alcolici alla sua età.
"Quindi?" domandai nuovamente. Per un breve istante sollevò gli occhi dalla tastiera. "Quella stronza di mia madre è ancora in ritardo. E io son chiusa fuori di casa". Ritornò immediatamente a concentrarsi sul display del telefono.
Mi aprii una birra anch'io. Infondo non erano problemi che mi riguardassero. "Ma tu guarda sto figlio di puttana" esclamò d'improvviso. Non dissi nulla, volevo che fosse lei a parlare. Mi guardò con occhi pieni di lacrime. Mi passò il telefono affinché anch'io potessi capire.
Vi era una foto di lei, ben riconoscibile, mentre prendeva in bocca un grosso uccello. Era del tutto inequivocabile. Le riconsegnai l'apparecchio. "Dicasi pompino". Stavo cercando di sdrammatizzare, anche se da sorridere c'era ben poco.
"Già, lo so bene cos'è. Nel caso non te ne fossi accorto, sono io quella che sta spompinando" rispose decisamente irata. Sollevai le spalle con fare indifferente. "E dunque?" domandai iniziando a essere infastidito dal suo atteggiamento.
Lei se ne accorse e abbassò lo sguardo. La sua fasulla scorza da dura crollò all'istante. Scoppiò in un pianto dirotto. Era scossa dai singulti e tutta la sua disperazione si sciolse in quelle lacrime. Mi avvicinai, mi sedetti al suo fianco e l'abbracciai, senza dir nulla, ma rimanendo così, l'uno stretto all'altra.
"E' stato quel bastardo a postare la foto" disse infine con un filo di voce. La guardai senza capire, domandando silenziosamente una spiegazione con gli occhi. "Ivan, il mio ex. Ci siamo lasciati da più di due settimane. Doveva essere uno scherzo fra noi due, un gioco cretino che al momento mi sembrava innocuo. Eravamo a casa sua e lui ha voluto fare quella foto. Pensavo che mi amasse, pensavo fosse il ragazzo della mia vita. E invece due settimane fa mi ha piantata per un'altra puttanella del quartiere. Mi ha detto che le piaceva di più, che le faceva più sangue, che non era capace di resistere al suo corpo e voleva scoparsela. Che voleva starci insieme. E io come una cogliona a piangere la notte per lui. Per lui, capisci?".
In realtà non capivo, ma non glielo dissi. Non capivo come a quattordici anni si potesse pensare che il mondo finisse solo perché un ragazzino l'aveva scaricata. Non capivo come a quattordici anni si potessero far pompini come una trentenne consumata. Non capivo soprattutto come una stupida fotografia potesse sconvolgere così tanto la mente di una persona. Forse, a quarant'anni, avevo ormai addosso la polvere di una generazione passata.
"Non ti preoccupare, piccola" tentai di consolarla. "Credimi, la vita va avanti, ne troverai tanti altri di Ivan, e una foto la si dimentica in fretta. Fidati, fra qualche settimana non te ne ricorderai nemmeno più".
Lei mi fissò come si guarda uno stupido. "Tu credi? Quella foto è e sarà la mia rovina. Quella foto mi perseguiterà per sempre. Tieni, guarda, leggi i commenti che circolano sui social".
Mi passò il telefono. Iniziai a leggere, sempre più disgustato. Ciao bella pompinara, quando passi da me?; la succhia cazzi di via Padova; sei una vera maiala, ti voglio incontrare; che labbra infuocate che ha sta bimba; sei una troia, gira alla larga dal mio ragazzo; ciao bel vaccone, se non me la dai ti sputtano in tutta la scuola; ma non ti vergogni a essere così zoccola?; ciao, ho voglia di sborrarti in bocca, quando ci incontriamo?
Le ripassai l'iPhone. Avevo letto a sufficienza per i miei gusti, e non è che i miei gusti fossero proprio sofisticati. Il branco sapeva essere davvero crudele con chi mostrava le proprie debolezze o i propri errori. Nessuna pietà, nessun rimorso, nessun riscatto.
"Capisci ora cosa intendo?" mi domandò singhiozzando. "Io ormai sono diventata la pompinara di via Padova. E tutti questi, che manco conosco, continueranno a perseguitarmi, dandomi della puttana e della poco di buono".
Le accarezzai i capelli in un gesto affettuoso. "Lasciali perdere, tesoro. Sono delle merde che fanno i bulli solo perché dietro a uno schermo. Non dargli peso, esci e vivi nella vita reale, che ste cazzate sono solo virtuali. L'hai detto tu stessa, manco li conosci sti stronzi". Marta scosse il capo, come se io non volessi, o riuscissi a capire ciò che lei intendeva.
"Forse per te sarà realtà virtuale, tu che ormai hai già la tua età e non usi queste cose. Ma per noi, questa è la realtà. E se ti sputtanano lì dentro, sei proprio fottuto, amico". Si stava lentamente calmando, ma la sua tristezza era infinita. La tristezza di chi non aveva più un futuro. A quattordici anni!
I rumori al piano di sopra ci fecero capire che i suoi erano tornati a casa. "Vado, adesso. Grazie per la birra Andrea". Si diresse veloce verso la porta, quasi che si vergognasse di ciò che mi aveva appena raccontato. Non sapevo cosa dirle, sicché la salutai unicamente con un gesto della mano.
Un paio di giorni dopo incontrai accidentalmente sua madre lungo le scale. "Come sta Marta?" chiesi. La donna mi guardò confusa, non capendo il motivo di quella domanda. Gesù, quella donna era all'oscuro di tutto l'inferno che stava attraversando suo figlia.
"Perché mi fa questa domanda? Marta sta bene, non si preoccupi". Mi fissava come fossi un turpe violentatore di ragazzine. Sospirai. "Non mi sembrava l'ultima volta che ci siamo visti. Anzi, mi pareva alquanto sconvolta". Quella donna, con quel suo atteggiamento, iniziava a darmi sui nervi, nonostante l'avessi incontrata solo un paio di volte.
"Senta, signor so tutto io, Marta ha dei genitori che si preoccupano per lei. Se le ha fatto qualcosa, me lo dica immediatamente, altrimenti si faccia gli affari suoi. Intesi?". La mia voglia di pigliarla a calci nel culo cresceva di momento in momento.
"Si vede come vi preoccupate per lei. Vi preoccupate così tanto che non sapete un cazzo di quel che sta passando quella povera ragazza". La donna, evidentemente colpita nel suo orgoglio di madre, mi fulminò con gli occhi.
"Mi ascolti un pò, bellimbusto. Lei non ha figli, passa le giornate non so in che modo, ogni sera rimorchia donne sempre diverse, e alcune per me sono pure battone da marciapiede, beve come una spugna, e osa venire a fare la predica a me? A me che mi spacco la schiena ogni santo giorno per mandare avanti la casa? Mi faccia il favore, giri alla larga da mia figlia e pensi agli affari suoi, intesi?".
Non aspettò nemmeno la mia risposta. Si voltò e se ne andò. Rimasi lì come un ebete, incapace di fare o dire qualsiasi cosa. Alla fine rientrai a casa.
Dopo due settimane circa, mi ritrovai su quella stessa poltrona dove Marta mi aveva mostrato quella foto e quegli orribili commenti. Accarezzavo il bracciolo mentre bevevo una birra, e mi pareva proprio che fosse ancora umido dalle sue lacrime. O forse erano le mie!
Mi avevano appena dato la notizia. Non volevo crederci. Eppure quel che era accaduto non era virtuale, ma reale, tremendamente reale. Continuavo a ripensare a Marta, ai suoi quattordici anni, al suo mondo, ai suoi problemi. Il branco ha le sue regole, è spietato, non guarda in faccia a nessuno. Tutti dietro a uno schermo, tutti a pensare che sia solo un gioco.
La pompinara di via Padova! A quattordici anni si è semplicemente ancora troppo piccoli per affrontare certi problemi. A quattordici anni si dovrebbe sognare, non far pompini. A quattordici anni si dovrebbe correre felici in contro alla vita, non ubriacarsi per sfuggire alla merda che ci circonda. A quattordici anni si dovrebbe arrossire per uno sguardo, non farsi sbattere nel cesso di una discoteca dal primo bullo di passaggio. A quattordici anni si dovrebbe vivere, non morire.
Marta si era rifugiata nella sua realtà virtuale e da esse ne era stata distrutta. Una fuga da una realtà che, a quattordici anni, era già divenuta insostenibile. Una fuga che non la portò da nessuna parte.
Ero lì, seduto sulla mia poltrona, con una birra in mano e con la notizia che mi avevano appena dato. Marta si era tolta la vita!

martedì 28 ottobre 2014

A TE di Andrea Lagrein





Se fossi acqua, in te vorrei naufragare
e avvolto dal tuo abisso i miei giorni terminare;

Se fossi terra, in te vorrei arare
e all'ombra d'una quercia il raccolto aspettare;

Se fossi cielo, in te vorrei volare
e nel tuo abbraccio infine riposare;

Se fossi fuoco, in te vorrei bruciare
e ogni giorno con passione sulle tue labbra ricominciare;

Sei la strada maestra che il mio incerto passo percorrerà.
Sei la fonte cristallina che la mia arsura placherà.
Sei il vento rinfrescante che la tempesta via porterà.
Sei la pulsione squassante che il mio cuore spezzerà.

venerdì 17 ottobre 2014

SAMO di Andrea Lagrein





"Sei un fottutissimo negro del cazzo, anche se vai in giro vestito Armani e con il buco del culo pieno di dollari. Tornatene a imbrattare i muri con i tuoi amichetti graffitari!”. “L'arte è una cosa seria, non è per i musi neri come te. Andy ti tiene nel suo serraglio perché avrai l'uccello grosso e a quel dannato finocchio piacciono maledettamente gli uccelli grossi!". I due uomini scoppiarono a ridere di gusto, soddisfatti di aver urlato tutta la loro invidia in faccia a quel negraccio strafatto di crack. A loro, divinità di Wall Street, semplicemente non andava a genio che guadagnasse dieci volte quel che loro si sudavano faticosamente.
Questa storia dello sporco negro a Jean-Michel non gli era mai andata giù. Eppure la maggior parte delle persone così lo trattavano. Come quando la Nosei lo rinchiuse letteralmente nello scantinato della sua galleria d'arte a SoHo. Era uno schiavo incatenato. Dipingeva e si faceva di coca. La Nosei faceva scendere i ricchi clienti collezionisti per far loro osservare la sua bestia rara, il nuovo fenomeno da baracconi della pop-art. E i dollari frusciavano che era un piacere! Non che stesse male. Là sotto aveva tele, colori, pennelli e soprattutto una montagna di coca. C'era cocaina dappertutto. Un giorno addirittura era sceso Jagger. Cazzo, Mike Jagger davanti a lui in carne e ossa. Gli venne quasi da ridere nel ricordare quell'incontro. "Ehi, amico, vuoi della coca? " gli chiese. Jagger lo guardò serio. "No, grazie, faccio jogging!" rispose.
La coca lo faceva star bene. Lo ispirava e al contempo lo faceva volare lontano da tutta quella merda che sentiva di avere dentro. Semplicemente lo esaltava. I collezionisti parevano iniziare a interessarsi dei suoi lavori, i galleristi dell'East Side facevano a gara per accaparrarsi i suoi lavori, il danaro finalmente scorreva a fiumi e tutte le più belle fiche di Manhattan facevano a gara pur di scoparselo. Cazzo, e allora perché smettere con la coca, l'eroina, il crack e gli acidi se i risultati erano questi?
E difatti non smise. Appena poteva correva a casa di Jeff lì vicino al Chelsea Hotel. L'appartamento di quel bastardo era un vero e proprio covo di drogati d'alto bordo. A Jean-Michel spesso gli capitava di farsi insieme a gente come Billy Idol, John Lurie, Fab 5, David Bowie.
Ma rimaneva sempre un negro e un negro pieno di soldi destava sempre sospetti. Come quella volta a Roma, all'aeroporto, quando gli sbirri lo beccarono insieme alla sua Suzanne con la bellezza di centomila dollari in contanti. Fu dura far digerire a quella gente che se li era guadagnati vendendo i suoi quadri piuttosto che droga. Cazzo, un negro rasta, con centomila bigliettoni in tasca, doveva per forza essere uno spacciatore. Altro che artista!
Certo, era un negro con talento. Ma ben presto iniziò ad avere la stramaledetta sensazione di essere uno schiavo al servizio dei mercanti bianchi, che gli imponevano di dipingere otto, dieci quadri alla settimana per poi rivenderli a prezzi esorbitanti. Si sentiva prigioniero di una catena di montaggio. E coca, crack ed eroina erano il solo mezzo che conoscesse per fuggire da questa alienazione. Lo volevano così. E infondo a lui andava bene, perché ormai era divenuto una star.
Lasciandosi alle spalle Stuyvesant Street, imboccò la Broadway per arrivare al 33 di Union Square. Entrò nella Factory e cercò disperatamente Andy. Lui lo vide e si avvicinò immediatamente, fulminato dallo sguardo allucinato di Jean-Michel. Andy era un uomo troppo sensibile per non capire che l'amico nonché collega fosse profondamente scosso. Quegli occhi non erano solo occhi di un drogato strafatto di coca, ma rivelavano la profondità del baratro in cui Jean-Michel era scivolato.
"Vieni qui, caro. Vieni qui!" furono le sole parole che disse Andy, abbracciandolo e baciandolo teneramente sulla bocca. Jean-Michel si lasciò cullare dall'amico, riuscendo finalmente a calmarsi. La vita era una merda e Andy rimaneva la sua unica àncora di salvezza. Per Andy invece Jean-Michel era stato motivo di rinascita, nuova linfa vitale che quel ragazzino selvaggio e complicato era riuscito a donargli. Per Andy, quel suo stile di dipingere brutale e selvaggio era adrenalina pura. I suoi quadri erano riflessi diretti di una società decadente e sadica. Figurine infantili, angeli e demoni, uomini neri e bianchi, che mostravano denti, indossavano corone e portavano la bilancia della giustizia, cervelli bruciati, occhi robotici, senza speranza, senza vita. Jean-Michel dipingeva la realtà di tutti i gironi e a Andy questo piacque fin da subito. Non stava passando un buon momento, Andy, in quegli inizi degli anni ottanta. La sua arte era come se si fosse avvolta su se stessa, vuoto e mero artigianato. Jean-Michel fu una boccata di aria nuova.
Andy si ricordava ancora della prima volta che gli presentarono Jean-Michel. Erano alla Factory quando arrivò Bruno con quel ragazzino negro pieno di dreadlock. Avevano ideato un gioco. In cambio di una tela di Jean-Michel, Andy avrebbe ritratto il ragazzetto. Tutti si fermarono per pranzo, tutti tranne Jean-Michel, che corse immediatamente nel suo studio. Quando fu l'ora di mettersi a tavola, fece irruzione nella Factory l'assistente di Jean-Michel. Aveva in mano un ritratto di Andy appena fatto da Jean. Era ancora bagnato di pittura. Andy rimase a bocca aperta. "Sono veramente invidioso. E' più veloce di me!" furono le sue uniche parole. Nel quadro era dipinta una figurina infantile con ciocche di capelli che ornavano la testa. Sembrava una bambolina voodoo. Primitiva e stilizzata, riuscì però a cogliere la folle eccentricità di Andy, la sua tristezza e la sua dolcezza. Andy ne restò colpito e affascinato.
Andy era come un padre per Jean-Michel. Stare nel suo abbraccio protettivo era una sorta di calmante per lui. Andy lo abbracciava, lo accarezzava, lo baciava, lenendo i suoi patimenti, le sue sofferenze, i suoi demoni interiori. E Jean-Michel lo lasciava fare, grato di quel calore umano che pochi, prima d'ora, erano riusciti a dargli. Per i più, lui, era solo una macchina per far soldi o per spassarsela fra droga, sesso e bella vita. Lui era una star e tutti se ne approfittavano. Tranne Andy, che non ne aveva certamente bisogno. Lui, Andy, sapeva quale fosse il prezzo del successo. Lui lo comprendeva benissimo. "Su su, adesso calmati, Jean. Forza, tesoro, il tuo Andy è qui con te!". Jean-Michel si lasciò cullare e lentamente tornò in se.
Non era un problema per lui che Andy fosse omosessuale. A lui di queste barriere, di queste etichette, non era mai fregato un cazzo. Aveva avuto più di una storia gay in passato, anche se con Andy non ci era mai finito a letto. Quando era squattrinato e sconosciuto aveva addirittura fatto marchette per sopravvivere. C'erano uomini disposti a pagar bene pur di avere il suo enorme uccello. E Jean-Michel riuscì a sopravvivere grazie a questo. Aveva avuto anche brevi relazioni con altri uomini. Nulla di che, beninteso! Ma per Jean-Michel il sesso era come la droga o l'alcool. Non importava dove, quando, come, con chi. L'importante era sempre averne in eccesso, superare sempre il limite. Per lui il sesso era un modo per non rimanere solo, come invece la droga e l'alcool erano un mezzo per fuggire da se stesso.
Jean-Michel comunque preferiva la fica. Le donne lo adoravano. Facevano la fila pur di infilarsi nel suo letto. E lui non si tirava di certo indietro. Erano storie di una notte, di una settimana, al massimo di un mese. Poi lui immancabilmente finiva fra le cosce di qualcun 'altra. Solo Suzanne rappresentò veramente qualcosa per lui. Non che le fu fedele, tutt'altro. Suzanne lo lasciò più e più volte, salvo poi tornare fatalmente da lui. Se mai Jean-Michel amò una donna, quella fu Suzanne! Era una ragazza mezza palestinese nata in Canada, capelli neri color ebano e occhi verdi, alta, barista in una bettola. Jean-Michel perse immediatamente la testa. Suzanne divenne la sua ossessione. Fu un corteggiamento lento, l'unico di Jean-Michel. Ma quella ragazza doveva diventare sua. A quel tempo lui, diciannovenne, passava le notti sulle panchine dei parchi pubblici. Suzanne lo ospitò a casa sua. Non pagava l'affitto, ovviamente. Era letteralmente al verde. Dormiva per terra su dei cuscini, mentre riempiva la casa di disegni e dipinti. Suzanne se ne innamorò. E andò avanti ad amarlo per tutta la vita.
Forse solo per Louise provò lontanamente qualcosa di simile. Era l'autunno dell'82 quando Jean-Michel la incontrò al Mudd. Lui ormai era una star affermata. Andava in giro in limousine, con i suoi completi Armani sporchi di tempera e un mucchio di dollari stropicciati che gli uscivano dalle tasche, sempre strafatto di coca e crack. Louise abitava sulla Quarta, un quartiere loschissimo, pieno di gangster da strada. Era poverissima ma piena di sogni. Voleva diventare una cantante. Jean-Michel fu subito affascinato da quella ragazza. E presto si misero insieme. Lei aveva una carica erotica straordinaria. Quando scopavano facevano davvero scintille! Jean-Michel era completamente impazzito per quella ragazzina. Ma il suo stile di vita non andava molto d'accordo con quello di Louise. Lei era salutista, si svegliava presto al mattino per andare a correre, era precisa e metodica. Jean-Michel invece era quasi sempre strafatto, andava a letto all'alba e si svegliava alle cinque del pomeriggio. "Io non voglio più averci a che fare con tutta questa merda!" gli urlò in faccia Louise alla fine, prima di andarsene. Lei voleva diventare una cantante di successo, ecco quel che realmente voleva. E Jean-Michel rischiava di diventare un ostacolo. Lui era sicuro che prima o poi lei ce l'avrebbe fatta. Non gli piaceva la musica che faceva. A lui piacevano Charlie Parker, Dizzy Gillespie o al massimo Hendrix. Quello schifo commerciale che invece lei cantava gli faceva venire il voltastomaco. Ma avrebbe fatto successo, ne era sicuro. E poi, con quel nome d'arte che si era scelta, non poteva che sfondare. Madonna!
"Mi danno ancora del fottuto negro, Andy! Nonostante tutto quel che ho fatto, nonostante quel che sono diventato, per loro sono e rimarrò sempre un fottuto negro del cazzo. Non un artista, capisci! Ma un negro di merda, buono solo per fare graffiti!". Andy lo abbracciò ancor più forte. "Lasciali stare, Jean! Sono solo invidiosi del tuo talento. Certo che sei un artista, e il migliore che ci sia!". Jean-Michel socchiuse gli occhi. Quelle parole, dette da Andy, assumevano un significato del tutto particolare. Quelle parole, dette da Andy, erano la sua consacrazione in campo artistico.
Ne aveva fatta di strada, quel fottuto ragazzino negro. Figlio di immigranti haitiani e portoricani, aveva iniziato insieme all'amico Al Diaz. Jean-Michel sorrideva ancora adesso, carico di nostalgia, al solo ricordo di quei giorni. Correvano da una strada all'altra, da un muro all'altro, da un vagone della metropolitana all'altro, armati delle loro bombolette spray, lasciando il loro tag sui graffiti che producevano. SAMO era la loro indelebile firma, "same old shit", la solita vecchia merda di una società imbalsamata e stantia. Era la fine degli anni 70, e i nuovi ricchi di Wall Street assiepati nella Downtown iniziarono a strizzare l'occhio ai nuovi bohemien, in una nuova sorta di speculazione. Musica, moda e arte divennero un mix deflagrante per essere trend e fare soldi a palate. Per Jean-Michel fu il colpo di fortuna inaspettato. Tutti iniziarono a interessarsi a SAMO e così lui uscì dai bassifondi underground iniziando a frequentare le gallerie d'arte più rinomate. E più merda gettava addosso a quegli stronzi di ricchi collezionisti, più la sua fama aumentava.
Ma più diventava famoso, pieno di soldi e belle donne, e sempre più si sentiva solo, abbandonato, sfruttato. Solo la droga riusciva a farlo fuggire da tutto quello schifo ricoperto d'oro. Solo la droga riusciva a nasconderlo da se stesso. E poi arrivò Andy. Quel dannato genio dandy era il massimo in campo artistico. Per Jean-Michel era la stella polare a cui ispirarsi. E quando Andy lo accolse nella sua Factory e gli chiese di cooperare insieme a lui, beh, a quel punto Jean-Michel capì di essere definitivamente entrato nel firmamento dei grandi artisti. Cazzo, lui era Andy Warhol, il massimo in quel momento, e gli aveva chiesto a lui, fottuto negro, di dipingere insieme. Jean-Michel e Andy, il negro drogato e il biondino slavato. Jean-Michel e Andy, il graffitaro di Brooklyn e il genio indiscusso della pop-art. Jean-Michel e Andy!
Jean-Michel si staccò dall'abbraccio del suo amico. Lo fissò con occhi riconoscenti. "Ma sì, che si fottano tutti quanti!" sussurrò debolmente. Poi si voltò e uscì dall'appartamento di Warhol. Corse nel suo loft e si fece di coca e di crack, solo, tremendamente solo. Accese lo stereo. Charlie Parker, il suo preferito. Si stese sul letto. Il soffitto prese a girare vorticosamente. Finalmente Jean-Michel iniziò a stare bene. Che si fottessero tutti quanti!
Perché lui era Jean-Michel Basquiat, un bastardo negro del cazzo. Lui era Jean-Michel Basquiat, un grandissimo talento bruciato sull'altare del mercato. Lui era Jean-Michel Basquiat, il primo pittore nero nel mondo dell'arte dei bianchi. Perché lui era SAMO, una vita spesa contro la stessa vecchia merda!

L'ENTRATA DI CRISTO A BRUXELLES di Andrea Lagrein




Il vociare che proveniva giù in strada aumentò d'improvviso. La processione era prossima a passare sotto il balcone dell'appartamento dove mi trovavo. "Sta arrivando Gesù! Stanno arrivando, devo andare!" quasi urlò trafelata Laura, uscendo dal letto ancora caldo del nostro amplesso. Scoppiai a ridere. La scena era esilarante. Quelle parole dette così velocemente stridevano con il culo pieno e le tette cadenti che avevo di fronte, mentre cercava di rivestirsi in fretta e furia. Già, stava arrivando Gesù e la mia Maddalena doveva correre per redimersi!
"Non c'è nulla da ridere, stronzo!" mi fulminò con lo sguardo. "Nella processione c'è anche mio marito e sai che casino se ci dovesse beccare? Si aspetta di vedermi giù in strada e non voglio certo che si insospettisca se non mi vedesse!". Rischiò quasi di cadere nella fretta di infilarsi la gonna. E questo non fece altro che aumentare il mio divertimento. Era sposata con un pezzo grosso del luogo, assessore o roba del genere. Non la scopava ormai più da tempo, ma le garantiva comunque una vita più che dignitosa, con una bella villa, auto sportiva e spese folli sempre garantite. E a Laura, infondo, non dispiaceva. Sarebbe corsa in strada ad assistere al passaggio di Gesù Cristo, mentre con la mano, da brava e devota moglie, salutava il marito che camminava in mezzo al corteo. Tanto lui non avrebbe avvertito il suo afrore di cagna in calore. E la mascherata avrebbe potuto placidamente continuare per la sua strada.
Si trattava, o si sarebbe dovuto trattare, di una cerimonia religiosa, di una processione. Era la commemorazione dell'entrata di Gesù a Gerusalemme. L'intero paese si era riversato in strada per l'occasione. Era uno dei momenti salienti della placida e monotona vita di questo luogo. Ogni anno si ripeteva la stessa sarabanda e tutti accorrevano non certo per ammirare Gesù che attraversava il paese a dorso di mulo ma per mettersi in mostra agli occhi dei propri concittadini. Una fiera carnascialesca, ognuno con la propria maschera!
Mi accesi una sigaretta, aprii una lattina di birra e mi misi al davanzale della finestra a torso nudo, per osservare la folla tumultuosa che si assiepava ai bordi della strada. In quel luogo ci ero capitato quasi per caso. Stavo cercando di rimettere insieme i cocci della mia vita e un amico mi aveva offerto quel suo appartamento che non usava. Era il classico paesino sconosciuto sperduto nel nulla, in mezzo alla campagna, dove ancora l'agricoltura la faceva da padrone e tutti gli abitanti si conoscevano e si salutavano per nome. Dopo due settimane conoscevo già le storie di ogni singolo abitante. Era semplicemente perfetto!
Più che una processione sembrava una sfilata, dove la moltitudine di persone chiassose oscurava e nascondeva il Cristo. Don Ciro capeggiava la parata. I suoi occhi tronfi e scintillanti facevano il paio con gli ornamenti che indossava. Guardava a destra e a sinistra, ammiccando e salutando tutti quanti. Era risaputo che Don Ciro fosse un sacerdote dedito alla vita. Certe storie erano giunte anche alle mie orecchie. Fica e tette, insieme a un bel culo pieno, erano la sua passione, uguagliata forse dal buon rosso forte e sincero della zona. L'avevo incontrato pochi giorni prima sul sagrato della chiesa, in uno dei miei soliti giri oziosi. Aveva la bazza ancora sporca di unto del pasto appena consumato. Mi salutò soddisfatto prima di sparire velocemente in un piccolo vicolo laterale. Sapevo dove stava andando. La casa di Simona si trovava poco più in la. Era risaputo da tutti che Don Ciro amava scoparsela, e la cosa era ricambiata. La passione, evidentemente, poteva superare qualsiasi barriera, anche la più solenne. Così, fra un miserere e un te deum, aspergeva le sue pecorelle con il suo uccello da Priapo mai sazio. Il suo gregge faceva finta di non vedere e in cambio lui chiudeva un occhio, se non tutte e due, sulla fede non proprio irreprensibile dei propri parrocchiani. E oggi, impettito nei sacri paramenti, camminava come fosse su una passerella di Milano. Sfilava in bella mostra come fosse lui il protagonista di giornata. Mansueto, l'asino con il Messia, lo seguiva a debita distanza.
Spensi la sigaretta, m'infilai una maglietta e decisi di scendere anch'io in strada. Lo spettacolo era troppo allettante! L'odore di frittelle e dolciumi assortiti mi colpì immediatamente. Varie bancarelle stipate sui marciapiedi offrivano le loro mercanzie. Il sacro che si trascinava il profano! "Ehi, bel signore, la vuole una frittella succulenta?". La voce era di una donna di mezza età ben in carne che, dietro al suo tavolaccio, mi offriva quello schifo colante di olio. La guardai sorridendo. "Ma sta passando Gesù! Non vuole assistere alla processione?" chiesi con il tono più angelico che riuscii a fare. "Eh, caro mio, gli affari sono affari. Gesù capirà, ne sono sicura!". Mi voltai perdendomi nella folla, mentre con lo sguardo iniziai a cercare Laura. "Il prezzo del grano è alle stelle e anche con il latte siam messi maluccio!". "Già, è uno schifo. Son quasi ridotto in miseria!". Non potei far a meno di ascoltare la conversazione dei due tizzi di fianco a me. Gesù intanto stava arrivando. Cristo, mi sembrava di essere fra i mercanti nel tempio. Tutti che vociavano e discorrevano dei fatti propri incuranti della processione.
Nel frattempo la sfilata continuava a scorrere. Dietro Don Ciro venivano dei ragazzotti che tenevano in mano delle palme. Erano a torso nudo e facevano bella mostra di se, gonfiando i muscoli che guizzavano sotto la pelle sudata per il caldo. Con gli occhi scrutavano fra la folla in cerca di ragazze che li rimirassero avide. In fondo era una ghiotta occasione per pavoneggiarsi e magari rimediare una bella scopata per la sera. Che Gesù li seguisse da presso era un fatto meramente marginale. Nel frattempo una mano delicata mi sfiorò il braccio. Mi voltai di scatto. Era Amanda, la puttana del paese. "Costo molto meno di quelle di città e ti faccio godere molto di più!" mi sussurrò maliziosa. Il Cristo a dorso d'asino aveva quasi raggiunto il posto dove eravamo fermi. La guardai. "Ma questa è una giornata dedicata al Signore. Lavori anche oggi?" domandai divertito. Fece scendere la mano fra le mie gambe senza farsi vedere e con le dita afferrò il mio uccello. "E' proprio in queste giornate che si lavora meglio. Se vuoi lo possiamo fare nella posizione della missionaria!". E scoppiò in una risata volgare. Quasi mi venne il voltastomaco. Quasi! "Tesoro, non oggi. E' già passata qualcun'altra prima di te. Sarà per la prossima volta!". Amanda non mi rispose neppure. Si voltò allontanandosi, in cerca di qualche altro cliente, ennesima Maddalena da redimere!
La mia attenzione fu nuovamente catturata dal corteo. La banda del paese iniziò a suonare a ritmo infernale, quasi fosse una fanfara militare, ennesima promiscuità fra sacro e profano. Gesù passava benedicendo, ma tutti erano molto più attenti ai musicisti che non alla sacra rappresentazione. Su un loggione erano comodamente seduti il sindaco con i vari notabili del paese, sorridenti e sgargianti nei loro doppio petto di circostanza. Si affacciavano dalla balconata dispensando saluti e ampi cenni delle mani a chi da sotto ossequiava il loro potere. Per la gente questa era una benedizione ben più potente e importante di quella impartita dalla figura a dorso di mulo.
Improvvisamente, con la coda dell'occhio, vidi due ragazzini che si davano da fare fra la folla. Le loro mani erano leste e, senza che nessuno se ne accorgesse, un bel po di portafogli finirono nelle loro tasche. Uno dei dei due si accorse che lo stavo fissando. Mi guardò scrollando le spalle, come a dire "e a te che te ne importa!". In quel momento Gesù passò proprio al loro fianco. Tornai a fissare la processione. Quei due erano probabilmente i più onesti che c'erano in mezzo a tutte quelle persone. Li lasciai fare senza dire nulla. Probabilmente quella sera si sarebbero presi una bella sbronza.
Decisi di averne abbastanza di quel carnevale improvvisato. Tutti accorsi in massa all'evento, ma nessuno che degnava di uno sguardo il Messia. Triste simbologia dei giorni nostri! Meglio tornare in casa a scolarmi qualche birra che stare in mezzo a queste maschere fasulle. Ma non feci in tempo a incamminarmi che Laura apparve d'improvviso al mio fianco. Gesù ormai ci aveva superato. "La processione si sta allontanando!" mi sussurrò maliziosa. La guardai con occhi interrogativi. "Ho ancora una voglia matta di rotolarmi con te fra le lenzuola. Voglio che mi scopi ancora, e poi ancora, e poi una volta ancora. Torniamo da te, dai!". Non ero certamente un santo e a certe proposte non sapevo dire di no. Così ci avviammo, mentre suo marito, felice e sorridente, procedeva in mezzo alla processione.
Nel contempo il Messia a dorso di mulo fu ingurgitato dalla folla festante, mentre noi due ci eclissavamo nei nostri olezzi adulterini.
E così la benedizione non scese su di noi!

giovedì 2 ottobre 2014

NANA' di Andrea Lagrein




Anna si rimirava allo specchio, visibilmente compiaciuta, completamente nuda, mentre con un dito si sfiorava un piccolo neo che aveva su un fianco. Si mise di profilo, si contemplò, si ammirò e infine, soddisfatta, godette della vista di sé. Si voltò a guardarmi, sorridente. Fianchi ben torniti, capelli corvini, lunghi fino alla vita, tette perfette, coscerigogliose, culo pieno e sodo, occhi azzurri, labbra turgide. Non faticavo a credere che molti uomini si fossero rovinati per lei!
"Ancora non capisco cosa io ci faccia qui!" mi disse quasi con noncuranza, quasi che io non fossi presente, quasi non volesse essere un'offesa ma una semplice constatazione. Mi guardai attorno. Cristo, come darle torto?
Mi alzai dal letto e mi diressi verso la cucina. Pochi passi, beninteso, che il tutto era racchiuso in un unico locale. Soggiorno, camera da letto, cucina a vista. Monolocale in affitto, uno degli ultimi caseggiati di via Ripamonti, termine ultimo della periferia milanese prima che iniziassero campi incolti e svincoli autostradali.
Mi aprii una birra, mi appoggiai al lavello e la guardai. Ero completamente nudo. "Sono appena tornata da Parigi. Hotel cinque stelle extra lusso. Ha pagato tutto lui, ovviamente. Il mio notaio. Figurati che si è portato dietro anche la moglie! Questa volta non poteva lasciarla a casa, mi ha detto. Come se a me cambiasse qualcosa!". E tornò a fissarsi allo specchio.
Sogghignai. "Ed eravate tutti e tre nella stessa stanza?". Non so perché, ma la scena mi divertiva. Lei mi guardò senza afferrare l'ironia. "Ma certo che no! Sei impazzito? La moglie non sa nulla di noi due. Avevamo stanze separate. E ogni tanto lui veniva a farmi visita!". Gesù! Sarai pure uno schianto, bambola, ma quanto a perspicacia stai messa maluccio!
"Già, certo, che stupido che sono! E così, una sveltina prima dell'aperitivo con la moglie, giusto? E poi tu a fare shopping sugli Champs a spese sue, dico bene?". Mi sorrise soddisfatta. "Hai detto bene!" rispose avvicinandosi lentamente.
Anna era così. Prendere o lasciare! Faceva del suo corpo un arma di sopravvivenza. In effetti la sua bellezza era sconvolgente, travolgente, da far ammattire anche il più sano di mente. Molti uomini si erano rovinati per lei. Matrimoni mandati a puttane, fortune dilapidate, vite distrutte. Tutto per rincorrere il sogno e la speranza di averla tutta per se. Speranza vana! Anna non era una preda facile. Lei non chiedeva, non aveva un tariffario. Lei sceglieva in base alla convenienza. Un bell'appartamento, un'auto sportiva, un viaggio a cinque stelle, abiti da tre zeri. Si concedeva a chi le concedeva. E chi le concedeva di più, magari, aveva in premio un po più di tempo. Ma Anna concedeva solo il suo corpo che il resto, per lei, non esisteva. Anna amava solo una persona. Se stessa. E di questo non ne ero neanche gran che sicuro.
"E allora perché sei qui?" le domandai quasi in tono di sfida. Non avevo nulla da perdere. Pertanto non avevo nulla da rischiare! Mi appoggiò le mani sul petto. I suoi occhi scintillavano. Le sue labbra sorridevano appena. I suoi capezzoli erano turgidi. Abbassò lo sguardo. Scoppiai a ridere. "Ah beh, ti capisco! Parigi o non Parigi, a Big Jack è difficile resistere!". Le feci l'occhiolino. Tanto.....non avevo nulla da perdere!
Scivolò inginocchiandosi fra le mie gambe. I suoi occhi mi fissavano. Le sue labbra iniziarono a sfiorarmi il glande. Big Jack si mise subito sull'attenti. Le infilai una mano fra i capelli. Sentivo il suo respiro sulla pelle tesa. E intanto i suoi occhi continuavano a fissarmi.
Anna era così. Prendere o lasciare! Decideva lei. Il quando, il come e il dove. Il quanto invece, con me, non aveva senso. Semplicemente perché non avevo nulla da offrirle. O quasi! Sostenni il suo sguardo e tornai a sorseggiare la birra che avevo aperto. Io non ero come uno dei tanti che si era rovinato, o che era pronto a rovinarsi, per lei. Non lo ero non perché fossi speciale, semplicemente perché non ne avevo i mezzi. Altrimenti mi sarei accodato alla schiera!
Era figlia di un lattoniere e di una donna delle pulizie. E di quel mondo, lei, non ne voleva più sapere. Aveva tentato con la televisione. Scopandosi qualche impresario era riuscita ad avere qualche fugace apparizione. Ma nulla di che. Già tutto dimenticato. Ben presto però scoprì il lato debole degli uomini, degli uomini ricchi, degli uomini di potere. E iniziò a sfruttarlo alla perfezione. Talmente bene che ora si poteva permettere un grande appartamento in centro a Milano, un paio di auto costosissime e boutique sempre aperte e disponibili nei suoi confronti. I genitori, senza rimpianti, se li era dimenticati!
Glielo cacciai tutto in bocca. Così, tanto per ribadire una puerile superiorità maschile che non esisteva. Lei non fece una piega e mi spompinò a dovere. Talmente a dovere che alla fine rimasi senza fiato! Quindi si rialzò, si rivestì e con tutta naturalezza mi disse "Devo andare dal parrucchiere. Questa sera mi passa a prendere un pezzo grosso della finanza. Cena con i suoi amici e poi sicuramente vorrà il dolce da me!". Mi sorrise maliziosa. "Sai com'è! Mi piacerebbe tanto avere una bella casettina a Cortina. Adoro la neve in inverno!". Mi accarezzò una guancia. "Beh, nel qual caso ricordati di me. A Big Jack non dispiacerebbe darti una ripassata davanti a un bel camino scoppiettante!". Mi schiaffeggiò scherzosamente. "Stronzo!". E questo fu il suo commiato prima di uscire da casa mia.
Mi distesi nuovamente nel letto. Effettivamente facevo fatica a capire. Capire il perché saltuariamente una così venisse da me. Forse, io, ero la sua nemesi. Forse aveva bisogno, ogni tanto, di tornare a sentire la puzza da dove proveniva, da dove era stata concepita, da dove era fuggita. Una sorta di ritorno alle origini.
Non che me ne fregasse gran che. Me la scopavo, ed era una gran scopata. Tanto mi bastava. Sorrisi. Il mondo stava andando a puttane e di eroi ormai non ce n'erano più. Mi sentivo come una delle ultime cariatidi sopravvissute a un cataclisma totale. Ora regnavano loro, quelle e quelli come Anna, disincantati, senza poesia, pronti a tutto e con un nuovo fiammante Maserati sotto il culo. Il mio tempo era passato, senza nemmeno che me ne accorgessi!
Quella sera, in suo onore, decisi di rileggermi uno dei miei romanzi preferiti. Nanà di Zola. In fondo, a ben pensarci, Anna era proprio così. Esattamente la mia Nanà!

martedì 23 settembre 2014

LA BALKA DELLA SALVEZZA di Andrea Lagrein



Le fiamme del camino crepitavano vivaci. Il tono della sua voce era basso e nostalgico, quasi non volesse disturbare i lontani ricordi. Gli occhi erano velati di malinconia. Carlo mi raccontava la sua storia venuta dal passato, come fosse una confidenza, come se ancora si trovasse là.
Ci dissero che era una scampagnata, una vacanza. Vacca boia, dopo l'Albania pensavamo che l'inferno fosse alle spalle. E noi stupidi ancora a credergli! Ma non potevamo fare altrimenti, così salimmo sui treni e via, che la grande Russia ci aspettava. Cristo, doveva essere solo una scampagnata, dovevamo solo essere di appoggio ai toni che, a sentir loro, avrebbero presto preso Stalingrado e ci avrebbero portato donne e vodka a volontà.
Non era passato che un anno da quando eravamo tornati dall'Albania. Di notte mi svegliavo sognando ancora il fango e la neve dei Guri i Copit. Avevo ancora davanti agli occhi quel dannato bersagliere, le nostra urla, i nostri avvertimenti di non passare sul ponte che avevamo ricoperto di mine. Era come se fossi ancora lì, mentre lo vedevo saltare in aria e andare in mille pezzi, gambe, braccia, testa, tutto a brandelli, puzza di carne bruciata e sangue ovunque. Mi svegliavo e mi veniva il voltastomaco. E quei geni giù a Roma che parlavano di scampagnata! Vacca puttana, che ci andassero loro in Russia, con le loro belle divise da parata, le loro feste, le loro bottiglie di champagne e le loro puttane profumate. Che io, la scampagnata, avrei preferita farla nei prati del mio paese, con la Nina, fra le spighe di grano maturo.
Invece ci fecero salire sulla tradotta e via, in giro per l'Europa. Passammo la Germania, la Polonia e infine in Ucraina. Da qui con i camion fino alla nostra destinazione. Vacca boia, la nostra scampagnata! Ero con i miei compari della 45 compagnia fucilieri alpini del battaglione Morbegno. Io, che dal paese le montagne le vedevo solo in lontananza quando il cielo era terso! C'eravamo noi reduci dall'Albania, oltre alle nuove burbe tutte eccitate per la nuova avventura. Avventura! Avventura dei miei coglioni! Al primo colpo di mortaio se la sarebbero subito fatta addosso, come tutti noi, del resto.
Ci posizionammo lungo il Don. Gesù, in vita mia non avevo mai visto una bestia del genere! Noi che al paese, se volevamo bagnarci le chiappe, si andava al canale Villoresi o tutt'al più giù al Seveso. Vedere un fiume del genere era per noi uno spettacolo. Se non ci fossero stati i rossi dall'altra parte, si sarebbe potuto fare delle pescate della Madonna, vacca boia! E invece giù a scavare trincee, posizionare mortai e mitragliatrici e passare il tempo a grattarsi per i pidocchi e le pulci. Comunque all'inizio fu tutto tranquillo. Tanto i toni stavano per prendere Stalingrado, continuavano a ripeterci.
E invece quei nazi del cazzo si fecero sorprendere dai comunisti e tutto il fronte crollò. Noi ci trovammo così in mezzo a una pioggia di bombe e merda, di katiusce e mitragliate, roba da pisciarsi addosso dalla paura. Altro che scampagnata, Dio bono!
Poi arrivò l'inverno, che ci congelò anche i peli del culo. Non ho mai visto un gelo del genere. E neve, neve, neve e ancora neve. Per i nostri grandi generali a Roma, noi si doveva fare una bella scampagnata. E come tali ci avevano vestito. Cristo, il freddo ti entrava dappertutto e non ti restava altro che stringerti al commilitone più vicino per cercare un po di calore. Gran bella scampagnata per davvero. Che poi io, come tutti del resto, ne avremmo fatto volentieri a meno di tutta questa guerra di merda. Sarei rimasto a Cesano, a fare quel che sapevo fare, cioè il mobiliere, mentre al sabato si andava per i campi insieme a papà a mietere il grano, e alla sera giù in locanda per un bicchiere di barbera e una bella partita a scopone. E invece ci avevano fatto credere di fondare un impero e allora via, armarsi e partire, per la gloria del re, della patria e del duce. Che si fottano tutti quanti, adesso, mentre avevo le palle congelate da questo fottutissimo inverno, distante un'infinità da casa.
La situazione divenne insostenibile. Iniziò a circolare la voce che la grande e mitica Julia era stata spazzata via, dopo aver resistito eroicamente. Le altre divisioni di fanteria se l'erano squagliata già da un pezzo. E così anche i toni, se l'erano già date a gambe. Arrivò l'ordine di ritirarsi. Una benedizione. Almeno pensavamo all'inizio. Ma l'inferno doveva ancora iniziare!
Tu non puoi capire, Andrea, cosa vuol dire marciare con quaranta gradi sotto zero mentre i russi ti sparano dappertutto e devi pure combattere per aprirti un varco per andare avanti, andare oltre, inoltrarsi sempre di più in quell'inferno bianco, inferno di ghiaccio. Che poi, a dirla tutta, i rossi potevano anche evitare di spararci addosso. Ci pensava già l'inverno a farci a pezzi. Camminavo, camminavo, camminavo ancora come un ebete, ormai non capendo più nulla e non facendo più caso ai compagni che crollavano a terra, esausti, lasciandosi semplicemente morire congelati. Vacca boia, quei furboni di Roma pensavano veramente a una scampagnata e ci avevano dato divise estive. Mettiti tu una divisa estiva con meno quaranta sotto zero! E poi dimmi se non ti verrebbe voglia di infilargli i loro fasci littori del cazzo su per il culo!
Era tardo pomeriggio di non so più quale giorno di gennaio. So solo che non ce la facevo più. Semplicemente non riuscivo più ad andare avanti. Avevo perso la colonna in marcia. Ero solo. E' finita, Dio bon! pensai. Decisi di sdraiarmi e aspettare di morire. Poi sentii un paio di colpi di fucile. Non sapevo da dove provenivano, ma l'istinto di sopravvivenza mi fece correre verso una balka. Mi gettai dentro per ripararmi e in fondo all'avvallamento vidi un'isba da cui usciva del fumo dal comignolo. La mia unica speranza di salvezza!
Iniziai a correre, correre, correre. Inciampando, cadendo, rotolando, per poi rialzarmi e tornare a correre, terrorizzato dall'aver solo pensato di lasciarmi morire in quell'immensità di freddo e neve. Giunsi alla porta. Ero pronto a tutto. Tirai fuori la mia rivoltella e impugnai anche l'unica bomba a mano che mi era rimasta. Ero pronto ad ammazzare pur di potermi sdraiare a fianco di un camino acceso! Sfondai la porta con un calcio. Entrai. Ma non ci fu bisogno di sparare alcun colpo.
All'interno c'era solo una ragazza che avrà avuto più o meno la mia eta, intorno ai venticinque. Mi guardò e mi sorrise. "Italienish?" domandò goffamente. Feci un gesto affermativo con il capo. Lei non disse nulla. Ma si avvicinò alla credenza e tirò fuori del pane secco e una rapa mezza congelata. Mi indicò di sedermi accanto al fuoco e mi porse quel poco che aveva. Mi vennero le lacrime agli occhi nel vedere tale generosità, nel trovare quel po di umanità in mezzo a tanta e tale barbarie. Ma avevo troppa fame e freddo per indugiare oltre. Mi sedetti accanto al fuoco e iniziai a divorare quel povero pasto. Dopo, tutta la stanchezza di quei giorni venne fuori, e caddi letteralmente addormentato.
Mi svegliai che era notte fonda. Mi svegliai perché un paio di mani mi stavano toccando. In realtà mi stavano accarezzando! Mi svegliai di soprassalto pronto a combattere per la mia sopravvivenza. Invece mi ritrovai steso a terra, svestito, accanto al fuoco, mentre gli stracci che indossavo erano appesi a scaldarsi sul camino, avvolto da una pesante coperta di lana, con quella ragazza sconosciuta avvinghiata a me.
Non dicemmo niente. Non ce n'era bisogno. Furono i nostri corpi a ballare insieme il canto della vita. La mia mano scivolò istintivamente fra le sue cosce. Il tepore delle sue carni risvegliò l 'uomo che c'era in me. Infilai due dita nella sua fica, già umida e fremente. Lei mi baciò. Io la baciai. Poi le montai sopra. La penetrai più e più volte. Il tempo parve fermarsi. L'orrore della guerra si dileguò. Finché stanchi ed esausti ci addormentammo abbracciati, stretti l'una all'altro.
Al mattino mi svegliai di buon ora. Onestamente non volevo più abbandonare quell'isba. Che si fottano tutti! pensai mentre lentamente riaprivo gli occhi. Che si facciano da soli il loro impero. A me non importa nulla. Ma fuori dalla capanna iniziai a sentire un vociare sempre più vicino. Mi rivestii velocemente, subito imitato dalla mia salvatrice. Ben presto capii che si trattava di soldati italiani. Era un plotone della 53 compagnia del Vestone. Avevano combattuto tutta notte e ora si stavano riaggregando al resto del battaglione. Il mio senso del dovere mi spinse dal desistere dai miei propositi. In fondo erano miei compagni. E tutti insieme si stava cercando di uscire da quell'inferno. Sicché mi unii a loro.
Prima di andarmene, la ragazza mi allungò un involucro con dentro due patate e una crosta di pane. La baciai dolcemente, in un ultimo gesto di ringraziamento. E poi nuovamente mi gettai in quell'inferno di ghiaccio.
Carlo fece una pausa, come se il ricordare quei giorni lo avesse nuovamente stremato. Vedi, Andrea, alla fine ne sono uscito vivo, ma se non fosse stato per quella ragazza, di cui non ho mai saputo il nome, sarei sicuramente morto su quella balka, congelato da quel dannato freddo!
Carlo chiuse gli occhi, come se volesse ancora sognare quella donna. Lasciai mio zio sulla poltrona davanti al fuoco crepitante. Andai in cucina a farmi una birra. Non volevo disturbare i suoi teneri ricordi.
Era giusto che ora rimanesse solo con una ragazza di cui non seppe mai il nome!

domenica 21 settembre 2014

LA SIGNORA DELLE CAMELIE di Andrea Lagrein




Richiusi il libro che stavo leggendo. Troppi ricordi. Troppa sofferenza. E quel romanzo stava riportando tutto a galla. Semplicemente Margherita mi mancava. La ferita del suo addio mi bruciava. Ne ero ancora innamorato. Ne ero ancora geloso. E il fatto di non sapere, in quel preciso momento, quel che stava facendo o a chi si stesse dando mi faceva letteralmente impazzire.
L'avevo conosciuta una sera a teatro. Ero alla Scala ad assistere alla Traviata di Verdi e quasi ci scontrammo nel foyer, durante la pausa fra il primo e il secondo atto. Lei sollevò lo sguardo e mi sorrise. Un sorriso delicato, indelebile ai miei occhi. Fui trafitto dalla sua bellezza. Su un ovale di una grazie indescrivibile mettete due occhi neri sormontati da sopracciglia con un arco talmente puro da sembrare dipinto, velate quegli occhi con grandi ciglia che, quando si abbassano, gettano una lieve ombra sul roseo incarnato delle guance; disegnate una bocca regolare, le cui labbra si schiudono graziosamente su denti bianchi come il latte; date alla pelle quel colore vellutato delle pesche che nessuna mano ha ancora sfiorato. E allora avrete l'immagine di quel delizioso volto. Era pura e semplice poesia. Era Margherita. E io me ne innamorai immediatamente!
"E' una puttana!" mi confidò poco dopo Armando, l'amico con cui ero a teatro. Lo guardai fulminandolo con gli occhi. Quello splendido petalo profumato non poteva di certo essere una troia! Ma Armando aveva ragione. Come mi disse subito dopo, Margherita faceva la escort. "Roba di gran classe, Lagrein, che ne tu ne io, nemmeno dopo una vita di sacrifici, potremmo permetterci! Lascia perdere!".
Ma io, di lasciar perdere, non ne avevo la minima intenzione. Mi aveva fulminato, mi era entrata dentro, mi si era scolpita nell'anima. Cristo! Mi aveva del tanto ammaliato che, se non l'avessi più rivista, sarei impazzito. Sicché, dopo un paio di settimane e fiumi e fiumi di birre, riuscii a recuperare il suo numero. La telefonata fu veloce e sbrigativa. Mi disse che si ricordava di me. Ma io non le credetti. Figurarsi! Classica balla per lusingare un potenziale cliente!
Ci incontrammo in un bar molto chic giù nel centro. Per l'occasione sfoggiai i miei abiti migliori. Gesù, probabilmente son costati un decimo del paio di scarpe che indossava. Ma, molto educatamente, fece finta di nulla. "Allora, Andrea, mi han detto che scrivi!". Il suo sorriso era disarmante. Doveva aver preso informazioni su di me. Questo non giocava affatto a mio favore! Decisi pertanto di giocare a carte scoperte.
"Più che altro cazzeggio, imbrattando pagine per ingannare il tempo e soprattutto me stesso. Ti hanno raccontato male, tesoro. Sono un mezzo alcolizzato senza lavoro, un inguaribile sognatore che ruba notti di amore qua e là, dove capita, fingendo di saperla lunga ma infondo senza aver mai capito un cazzo della vita!". Come presentazione non era male. Se non se ne fosse andata dopo dieci secondi, mi sarei detto bravo da solo!
Sorrise. E nel farlo si alzò. Sei secondi! Avrei sempre potuto entrare in qualche fottutissimo guinness dei primati! "Domani sera. Dopo cena. Da te!". La fissai stupito. E continuai a fissarla mentre usciva dal locale, ovviamente lasciando a me il conto. Beh, mi dissi bravo da solo!
La sera successiva eccola varcare la soglia di casa mia. Mi sorrise nel salutarmi. La guardai senza credere ai miei occhi. "Avresti preferito che mi presentassi con la tenuta ordinaria da lavoro?". Mi fece un occhiolino complice. La Margherita che entrò nel mio squallido bilocale di periferia non era la escort scintillante che tanto irretiva i clienti facoltosi, ma una ragazza semplice, vestita come si vestivano le sue coetanee di ventitre anni, l'eta che aveva, pronta a farsi una birra piuttosto che una coppa di costosissimo champagne. In fondo mi stava facendo un regalo. Mi stava donando la sua vera natura, la sua vera anima, ciò che era in realtà e non l'apparenza di cui si rivestiva normalmente per il lavoro che faceva. Davanti a me avevo la vera Margherita! Lo ammetto, aveva un look particolarmente aggressivo, nulla però che ricordasse la professione che faceva. E i suoi capelli rossi, rosso fuoco, Dio mio, incendiarono immediatamente i miei sensi.
Da quella sera iniziò la nostra relazione. Una storia fatta di sesso infuocato, ma anche di visite ai musei, di serate a teatro, di concerti lirici e libri letti e commentati insieme. Margherita non era solo un'Afrodite rediviva per me, era anche e soprattutto una compagna di vita, con un'intelligenza fuori dal comune, dall'ordinario. Il fatto che facesse la puttana era assolutamente secondario. Almeno all'inizio!
Mi piaceva guardarla stesa nel mio letto. O osservarla mentre cucinava, completamente nuda. Mi piaceva gustarmi la sua bellezza in mezzo alla bruttura del mio appartamento. Era riuscita anche nell'immane compito di renderlo accettabile. Ora, sul tavolo, vi era sempre un vaso con camelie fresche, i suoi fiori preferiti. La dove un tempo c'erano solo lattine vuote e mozziconi di sigaretta, ora si stagliava l'effige della femminilità, del buon gusto e del desiderio di normalità.
Ma con il trascorrere del tempo, il solo pensiero di dover condividere la donna di cui ero innamorato con altri uomini, anche se solo per danaro, iniziò a esacerbarmi, a farmi letteralmente impazzire. D'accordo, era solo lavoro, ma io ero geloso, fottutissimamente geloso. Iniziai a indebitarmi, a indebitarmi pesantemente pur di garantirle ciò che i suoi clienti, senza alcuno sforzo, riuscivano a darle. Nella mia follia, pensavo che se fossi riuscito a farle fare la stessa vita che conduceva prima non avrebbe più avuto alcuna necessità di concedersi per soldi. E sarebbe rimasta unicamente mia! Cristo, io che tentavo di fuggire disperatamente dall'amore, ci andai a sbattere addosso in malo modo. E il baratro si aprì sotto di me.
Un pomeriggio di un'estate afosa eravamo stesi nel letto. I suoi umori ancora rivestivano la mia pelle. La mia eccitazione era ancora fremente, per nulla appagata dalla lussuria che il suo corpo costantemente faceva vibrare in me. Avevamo appena finito di scopare, un amplesso selvaggio, animalesco, fatto di morsi, graffi e urla quasi dolorose, che io ero già pronto a riniziare. Eravamo stesi nel letto e il nostro maledetto destino prese forma dalle frasi che pronunciai.
"Smettila di fare la escort! Smettila, ti prego. Non la reggo più, io, sta cosa!". Lei mi fissò con occhi dolci. "Ci siamo innamorati, vero?". Più che una domanda, la sua, era una costatazione. "Non pensavo, dopo quel che mi è successo, di poterci ricascare. Ma......beh, direi proprio di sì!". Era un ammissione, la mia, una sorta di capitolazione davanti ai demoni del mio passato. Scopate di una notte, sbronze colossali, ferreo cinismo. Tutto svanito di fronte a lei. A Margherita!
Mi abbracciò. Mi baciò. Mi montò sopra. Lentamente. Delicatamente. Facemmo l'amore con passione e tenerezza, con trasporto e avidità. Facemmo l'amore per tutto il resto della giornata. Ed io mi sentii l'uomo più felice di questa terra.
Il giorno dopo, quando rientrai a casa, trovai un foglietto sgualcito di fianco al vaso di camelie. Vi era scritta una sola parola. Addio! Ci misi un po a capire, a realizzare il tutto. A comprendere che Margherita se n'era andata. Per sempre!
Mi incazzai di brutto. Mi sentivo tradito, preso in giro, usato. Mi sentivo come una breve parentesi, una vacanza dalla solita vita, poche settimane di bohème per provare brividi sconosciuti, per poi tornare ai lussi e agli agi da mantenuta d'alto bordo. Ero furioso! Ma del resto dovevo saperlo, con la storia che si trovava alle spalle. Cresciuta in un orfanotrofio, adottata da genitori che presto si stancarono di lei, abusata da un padre che non seppe resistere alla sua acerba bellezza, fuggiasca da casa appena compiuti i diciotto anni, battona da marciapiede a diciannove per sopravvivenza, gran dama a pagamento a ventuno, con un bell'appartamento in centro città, una Maserati a sua disposizione, yacht e abiti costosi pagati da ricchi industriali che facevano la fila per la sua fica e le sue tette. E io invece cosa le offrivo? La merda di un bilocale in periferia, cheesburger e patatine fritte e l'ansia del fine mese. Oltre al mio amore, ovvio. Ma quella era solo una parola, che non serviva a un cazzo, tanto meno a pagare le bollette! Infondo tutto poteva essere comprato e venduto, perfino i sentimenti, e Margherita ne era il paradigma. Tutto ruotava attorno alla disponibilità o alla carenza di denaro, al mercato dei beni, ai creditori o ai debitori. E Margherita era lo spaccato impietoso di questa società di merda!
Dall'ira passai alla tristezza. Dalla tristezza alla desolazione. Quella ragazza che tanto mi era entrata dentro mi mancava. Mi mancava da morire. E se n'era andata. Per sempre! Solo tempo dopo venni a sapere la reale motivazione. Armando le aveva parlato. Le aveva chiesto lui di lasciarmi, perché mi stavo rovinando di debiti pur di tenerla stretta a me. E lei alla fine aveva acconsentito, a malincuore. Per amore mio! La prostituzione, anche se scelta volontariamente, in fondo è sempre una prigione, un pozzo tanto profondo dal quale, anche sforzandosi all'estremo per guardare in sù, non si riesce a scorgere il cielo. Quel cielo che io ero pronto a donarle e lei disposta ad accettare. Margherita non riuscì a scappare dal proprio passato, da ciò che era e da ciò che volevano che fosse. E infine si sacrificò per me, rinunciando alla propria felicità per salvare il derelitto naufrago che ero. La verità ultima era che Margherita mi amava!
Richiusi il libro che stavo leggendo. Le lacrime ancora solcavano il mio viso. Lacrime amare. Lacrime di solitudine. Mi faceva troppo male, quel libro. Alexandre Dumas figlio. La signora delle camelie!