Short story – Racconti – Poesia - Drabble... Vogliamo emozionarvi, rendervi partecipi dei nostri flash della mente. Entrate, siete i benvenuti.
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sabato 26 gennaio 2013
Immerso in onde verde lucente di Insolito Scrittore
Questa notte mi sono immerso in quelle onde verde lucente. Ho solcato quel mare scavalcando quei grani nel frastuono di quei respiri. Quelle perle erano come una barriera corallina, frenavano ogni emozione, impedendo di scivolare oltre quell’abisso.
Ho salato la tua pelle del mio sapore, condito la tua anima delle spezie mancanti, ho sentito sciogliere quelle paure e le ho condivise nei miei occhi. Ho rubato respiri, battiti e sorrisi.
Ho detto ti amo, spiaggiandomi in quelle parole. Ho spogliato il tuo corpo di invadenti baci, uno dopo l’altro ti hanno vestita. Quelle labbra chiedevano “lasciami spazio nel tuo cuore”.
I.S. in risposta a Nuotare nella presa di coscienza di Sharon Lake
Globo (doppia versione) da un idea di Giuseppe Balsamo
Giuseppe Balsamo lo vede alla sua maniera:
Da bambino avevo un mappamondo, un globo con la lampadina che si illuminava. Prima di addormentarmi, chiudevo gli occhi facendolo girare, puntavo il dito in un punto.
Quando finivo su qualche oceano riprovavo, cercando la terra ferma, leggevo ad alta voce il nome storpiandolo puntualmente, mi concentravo ed immaginavo, avventure inverosimili esseri fantasiosi con cui confrontarmi. Andavo a dormire con la certezza che quel luogo mi sarebbe apparso in sogno.
Sono passati molti anni ed alcuni di quei luoghi li ho visti veramente, i sogni si sono realizzati.
Molti sogni di bambino, ma anche alcuni da adulto, li ho realizzati.
Allie Walker prende spunto e aggiunge malizia
Quando ero bambino, mi regalarono un mappamondo. Ricordate quei globi con la lampadina dentro, che attaccavi alla corrente e si illuminavano? Prima di addormentarmi, mi divertivo a chiudere gli occhi, farlo girare e puntare il dito in un punto casuale.
Finivo in mezzo a qualche oceano ed ero costretto a riprovare, cercando con il polpastrello la terra ferma, leggevo ad alta voce il nome del luogo, storpiandolo. Immaginavo poi battaglie, avventure inverosimili, esseri fantastici, mi addormentavo con la certezza che li avrei sognati.
Oggi, lo riguardo, forse in maniera distorta… ehm ehm… ma un mappamondo così chi non lo vorrebbe?
venerdì 25 gennaio 2013
Nuotare nella presa di coscienza di Sharon Lake
Oggi. Non ieri, oggi. Ho guardato dentro quel mare, lo spazio che esiste fra te e me, dove la carta si bagna e si scioglie. Mi sono immersa insieme alle parole, disperse galleggiavano come salva genti. Un’ancora dove rimanere a galla. Non servono più, almeno alcune, oramai è tutto sotto pelle, sino al cuore. Mi hai raggiunta, mi sono fermata. Ho sollevato le palpebre dalle parole, hanno sbriciolato le mie paure. C’eri tu. Sorrido. Non sai come mi ami? Spiegamelo stanotte, mentre toglierai gli ultimi brandelli di tessuto dalla mia pelle. Inizia dal solito spazio, quello fra spalla e collo.
S.L.
Porcellana cinese di Francesca Delli Colli
Sensazione surreale, il tempo e' come essersi fermato nel momento in cui sono entrata in quella stanza. Non so se ho il cuore che si e' bloccato oppure batte talmente forte che non riesco piu' a percepirlo fondendosi con il tremore che mi circola per tutto il corpo.Un minuto sembra un'eternita' rispetto al tempo che passa realmente.
Forse vorrei andarmene, ma ora e' troppo tardi, sono bloccata da un qualcosa che non riesco a capire e che perfora la mia mente, oltre che da quel pezzo di scialle nero rotto per l'occasione che tiene legate le mie mani sopra la testa. Non e' quello che mi trattiene, ma la mia testa alla quale manca una parte di consapevolezza per essere completa.
Continuo a convincermi che devo restare, lo devo fare per me..devo capire e farmi largo tra i mille dubbi che mi girano attorno, ma fondamentalmente non so quale sara' il fine reale di tutto questo e questo mi terrorizza.
Mi sembra di essere sdoppiata, mi guardo come se fossi riflessa in uno specchio non riconoscendo la mia figura ed eccomi qui incatenata alle mie paure che cerco di esorcizzare, spero una volta per tutte.
E' stato pattuito tutto, dopo non so quante ore di chiacchierate e chiarimenti ed incontri,quindi questo mi dovrebbe tranquillizzare, ma non lo sono.
Tu sei li che mi guardi seduto sul ciglio del letto, il volto è pensieroso come se stesse valutando le mie reazioni che in fondo ancora non sono stimolate da nulla se non da una forte ansia. Sei anche te un po' imbarazzato dalla situazione sicuramente inusuale rispetto al tuo vissuto, oltre che dalla persona particolare e forse infantile che sono in questa situazione che tento di vivere.
Penso che avrei fatto passare la pazienza anche ai santi con tutte le mie domande, dubbi, indecisioni..ma invece tu sei ancora li e questo mi conforta.
Paragonata ad una "porcellana cinese" ,hai detto che devo essere trattata come un oggetto delicato che rischia di rompersi al primo gesto sbagliato, ed e' vero, ti sto perforando con il mio sguardo cercando di prevenire le tue mosse... come se potessi evitarle......
Sono proprio ingenua....mi sono vestita di tutto punto come se dovessi andare ad un incontro galante, senza pensare che allo stato scevro della mia mente si presenta una situazione completamente opposta.
Tante sensazioni, tante emozioni ma del tutto diverse da quelle che conosco normalmente.
Ed ora mi ritrovo quasi nuda davanti ad uno sconosciuto, un misto di vergogna ed eccitazione, che i miei seni esprimo senza alcuna remora, sbocciando oltre il leggero velo che dovrebbe coprirli, anzi che ne copre solo uno, il movimento delle braccia alzate sopra la testa hanno scoperto quello destro, che impotente ti si offre.
Il mio volto e' contrito, per nulla disteso nel momento in cui ti alzi da quel letto per venirmi vicino, ho la sensazione che le mie gambe stanno per cedere, vittime del tumulto che ho dentro...ma so che tu mi "raccoglierai" mentre mi adagio inerme nelle tue mani .
Forse vorrei andarmene, ma ora e' troppo tardi, sono bloccata da un qualcosa che non riesco a capire e che perfora la mia mente, oltre che da quel pezzo di scialle nero rotto per l'occasione che tiene legate le mie mani sopra la testa. Non e' quello che mi trattiene, ma la mia testa alla quale manca una parte di consapevolezza per essere completa.
Continuo a convincermi che devo restare, lo devo fare per me..devo capire e farmi largo tra i mille dubbi che mi girano attorno, ma fondamentalmente non so quale sara' il fine reale di tutto questo e questo mi terrorizza.
Mi sembra di essere sdoppiata, mi guardo come se fossi riflessa in uno specchio non riconoscendo la mia figura ed eccomi qui incatenata alle mie paure che cerco di esorcizzare, spero una volta per tutte.
E' stato pattuito tutto, dopo non so quante ore di chiacchierate e chiarimenti ed incontri,quindi questo mi dovrebbe tranquillizzare, ma non lo sono.
Tu sei li che mi guardi seduto sul ciglio del letto, il volto è pensieroso come se stesse valutando le mie reazioni che in fondo ancora non sono stimolate da nulla se non da una forte ansia. Sei anche te un po' imbarazzato dalla situazione sicuramente inusuale rispetto al tuo vissuto, oltre che dalla persona particolare e forse infantile che sono in questa situazione che tento di vivere.
Penso che avrei fatto passare la pazienza anche ai santi con tutte le mie domande, dubbi, indecisioni..ma invece tu sei ancora li e questo mi conforta.
Paragonata ad una "porcellana cinese" ,hai detto che devo essere trattata come un oggetto delicato che rischia di rompersi al primo gesto sbagliato, ed e' vero, ti sto perforando con il mio sguardo cercando di prevenire le tue mosse... come se potessi evitarle......
Sono proprio ingenua....mi sono vestita di tutto punto come se dovessi andare ad un incontro galante, senza pensare che allo stato scevro della mia mente si presenta una situazione completamente opposta.
Tante sensazioni, tante emozioni ma del tutto diverse da quelle che conosco normalmente.
Ed ora mi ritrovo quasi nuda davanti ad uno sconosciuto, un misto di vergogna ed eccitazione, che i miei seni esprimo senza alcuna remora, sbocciando oltre il leggero velo che dovrebbe coprirli, anzi che ne copre solo uno, il movimento delle braccia alzate sopra la testa hanno scoperto quello destro, che impotente ti si offre.
Il mio volto e' contrito, per nulla disteso nel momento in cui ti alzi da quel letto per venirmi vicino, ho la sensazione che le mie gambe stanno per cedere, vittime del tumulto che ho dentro...ma so che tu mi "raccoglierai" mentre mi adagio inerme nelle tue mani .
F.D.C.
Il brivido a cavallo dell'onda di Insolito Scrittore (risposta a Onda anomala di Sharon Lake)
Io credo che tu lo sai, in cuor tuo lo sai, ammettilo, non puoi continuare a mentire a te stessa e a me. Ha molta importanza lo spessore del filo che ci unisce? Ho come l'impressione che non sia mai stato fragile e al contempo resistente come ora. Ha scavalcato il mare.
Quanto ad essere qualcosa di diverso dalla seta, non giurerei di essere diverso da ciò che i tuoi occhi cercano. La questione ora è un'altra semmai, A M A M I. Sei in grado di farlo? Ho pensato a tante volte a questo nostro gioco di parole, a volte interminabile, sfiancante altre, per occhi indiscreti, ora ti ho raggiunto, sono davanti a quegli occhi e busso chiedendo di lasciarmi affogare la dentro. Ho varcato porte socchiuse e oltrepassato quelle ombre. L'ho fatto per andare a conoscere un anima ritrovata. L'ho fatto per una promessa atavica di non lasciarla mai, l'ho fatto perché mi ha stregato nuovamente come ogni volta. Mi ci è voluto un po per capirlo. Ma ora ci sono.
Ho letto quel sms mai spedito, mai digitato, ancora incubato dentro quei pensieri che sembrano pennacchi di canne al vento. Sono io quel vento o sei tu che ti fletti a me? Io inseguitore o inseguito. Mi son voltato e ho visto che mi cercavi dietro di te. In quel momento l'hai vista, quell'agenda, l'hai letta indagando su quei pensieri. Ti sei lasciata vestire da quelle parole e ti sei spogliata di altre. E quel gioco è continuato fino ad oggi.
Perché indietreggi? Son io che ti spingo su quella parete, inchiodandoti ai tuoi pensieri? Perché chiudi quelle palpebre, celando quei lucenti occhi verdi. Ho provato a fuggire da te, tante volte, troppe, rifiutando ciò che ora mi è chiaro. Solo tu non ne vuoi prendere coscienza.
Perché hai paura di me? Che mostro pensi di aver creato tra quelle lenzuola di carta, vuoi essere solo un indimenticabile ricordo di una notte o quell'eterno ritrovarsi di anime elette che riescono sempre a sfiorarsi. Perché scindere le categorie, mi chiedo, se fosse anche questo insegnami ad amarti, sfiorarti al meglio.
Conosci i miei vizi, troppo bene, mi hai insegnato tu a viverli sulla tua pelle, credi mi faccia effetto un'altra donna nuda tra i palmi, che squallido pensiero son diventato, contorto? Innamorato? FOLLE! Se dovessi mai muovere le dita per disegnare quelle gentili forme che mi hanno stregato lo farei, senza esitazione per accedere la dove vorrei rubare battiti dal tuo cuore.
Ho sciolto le distanze e sono a un respiro da te. Inebriato dal sapor di vaniglia, dai pizzi, dai grani delle perle che ti ho regalato.
No, non scivolo ancora lungo quel canale di desiderio che mi offri, aspetto che sollevi le palpebre, voglio leggertelo negli occhi quel desiderio di avere il dorso delle mie dita sfiorarti, voglio sentire il tuo respiro reclamare il mio, non desiderare le mie mani sulle generose forme prima ancora che le mie labbra colpiscano un punto indefinito tra spalla e collo.
E' tutto semplice ora, anni di corteggiamento, di parole che vestivano l'anima è tutto così facile ora, cosa non capisci tra l'amarmi e lo spogliarti? Mi hai chiesto di osare, l'ho fatto, mi sono spogliato di ogni maschera, di ogni pudore interagendo lungo quei pizzi, ora sono solo un ricordo, come acqua ormai passata sotto i ponti, ora io ho solo una cosa da offriti, essere la sorgente dei tuoi desideri più intimi. Alza lo sguardo. Dischiudi quegli occhi. Fallo! Rischiara ogni perplessità, che hai nell'anima, liberati da quel fardello di dolore, pensi di averne uno tutto tuo, più pesante di altri.
Non è difficile, alzi il viso in direzione del mio respiro, mi guardi e lasci che io ti sfiori.
Quanta paura avevo di una donna. E ora sono li ancora un passo e lo spazio tra te e il muro sarà colmato.
Un brivido, lo scorgo ora, le tue punte ben visibili sotto l'intimo, un rossore sulle gote, qualche scia riga il tuo volto, le palpebre si levano in su, gli occhi si velano di un oceano di colori, quel dito che reclamavi ti sfiora, scivola lento, sulla pelle, liscia come seta, indugio un attimo sulle perle, leggo ancora l'ultimo dubbio e lo scavalco, il respiro si ferma, affogato nelle labbra in un punto indefinito tra collo e spalla, come promesso, si allarga e si chiude quella bocca risale verso il collo, la mano scivola dietro ai capelli per lasciar morire le labbra sulle tue labbra.
Credo tu sappia dove è l'altra mano. Vero? La senti danzare sull'orlo del pizzo, a rivelare un desiderio, il mio, il tuo, il nostro.
I.S.
Il collare di Eleonora Marino Rosso Seta
Un collare, lasciato in sospeso, pronto per essere indossato, so che desideri farlo, so che mi desideri, so che i tuoi pensieri offuscati non ti permettono di vederlo... Presto sarà primavera e il sole riscalderà anche il tuo cuore e la tua anima dalle sofferenze che ti hanno preso mente e corpo. Io attenderò fino a quel momento dove le nostre anime si uniranno, senza dire nulla, sapremo come arrivare alla nostra complicità e a dissetare la nostra anima...
Pensarti e volerti mi accompagneranno sino al giorno in cui tenderai la mano e essa arriverà a me... Donna e Slave.
Pensarti e volerti mi accompagneranno sino al giorno in cui tenderai la mano e essa arriverà a me... Donna e Slave.
E.M.R.S.
La telefonata di Giuseppe Balsamo
Era diventato il mio secondo lavoro, cominciato quasi per scherzo con un annuncio messo per caso, era diventata la mia maggior fonte di reddito.
La prima volta era sta dura, una sorta di sfida con me stesso. Rammento ancora la telefonata di lei, forse ero ancora più imbarazzo della mia nuova cliente, a tavola e nella camera dell’albergo fui un fiume di parole, forse questo servì a metterla a suo agio, farla ridere servì a tranquillizzarla “non rido così da molto tempo”, erano queste le sue parole più ricorrenti e che rammento di più. Le pronunciò, la prima volta, mentre le mie mani scorrevano sulle spalline di seta del suo abitino, la baciavo mettendole a nudo l’animo, scoprendo quel corpo che tra poco avrei avuto dietro compenso.
Imparai a farle ridere, il denaro ed i regali non erano per il sesso, ma per quelle risate spontanee che sentivo nella stanza poco prima di averle avute. Richiamavano e passavano il numero alle loro amiche, non perché le facevo godere, non per il mio fisico atletico o i capelli brizzolati, ma perché le facevo sorridere, perché “era da molto tempo che non ridevano più così”. Non erano tante, ma molte di più di quelle che mi sarei aspettato, tanto da potermi permettere una vita agiata, una seconda vita di cui nessuno sapeva nulla.
Così come era incominciata, con una semplice telefonata, finì allo stesso modo: con una telefonata da parte di una sconosciuta.
La voce preoccupata ed imbarazzata di quella donna che chiedeva un appuntamento per parlarmi, mi mise una certa inquietudine addosso. L’urgenza di quel tono, la condiscendenza ed allo stesso tempo la sua decisione, mi spinsero a recarmi all’incontro.
Milena, così disse di chiamarsi, mi aspettava su una panchina isolata. Al di sotto il Po scorreva lento e scuro, le luci provenienti dal Monte dei Cappuccini ed i pochi lampioni illuminavano parzialmente il volto di quella giovane donna. Era più giovane di me, uno sguardo triste color nocciola le caratterizzava il viso, le labbra non erano carnose, ma ben disegnate, una bellezza mesta ma allo stesso tempo magnetica, da cui era difficile ritrarre lo sguardo. Restammo qualche momento seduti uno accanto all’atro, poi cominciò a raccontarmi della sorella, più grande di lei e che avevo visto più volte, del marito e del loro rapporto, pregandomi di non rivederla più; non riuscendo a distogliere lo sguardo dai suoi occhi la rassicurai. Non ci fu molto altro da dire e me ne andai, lasciandola sulla panchina e continuando a sentire i suoi occhi colpirmi la schiena, come frecce spuntate che non fanno male ma provocano fastidio e disagio.
Quando fui sopraffatto dai tre uomini, sentii lontano la sua voce le sue grida, quel bruciore sul fianco, il liquido caldo e denso sulla maglietta e poi il buio.
Fui risvegliato dalla voce di Milena e dall’odore pungente del disinfettante, le sue scuse non servirono a placare il dolore, ma la sua presenza mi fece stare meglio. Mi venne a trovare più volte, poi non la rividi più. Passò un mese, ogni volta che guardavo il telefono e quel piccolo biglietto dove c’era il suo numero appuntato, pensavo di chiamarla, ma lo feci solo passato l’inverno. Le dissi che avevo qualcosa per lei, alcune lettere della sorella che sarebbe stato meglio tenesse lei. Era pettinata in maniera diversa, aveva però lo stesso sguardo malinconico e ricordavo bene il suo viso ai tratti irregolari. Bevemmo qualcosa insieme al bar sotto casa mia, sotto i portici di piazza Vittorio; mi raccontò che era sposata, parlavamo, parlavamo, non mi aspettavo che un tipo del genere potesse parlare così a lungo di se stessa.
La feci salire per consegnarle le lettere, in casa notai che si guardava in giro con attenzione come volesse scoprire qualcosa; la sorpresi alle spalle:”qui le donne non vengono!” , si voltò e la baciai facendola ritrarre spaventata e sorpresa: “che stai facendo..!?!”. La sua voce era diversa, aveva uno sguardo impaurito, la baciai di nuovo spingendola sul letto. Non feci in tempo a spogliarla del tutto, non mi spogliai del tutto: fu tutto veloce quasi avessi l’esigenza di averla in fretta, pochi colpi dentro di lei e venni preso dal desiderio dall’urgenza di possederla; tutto il contrario di quello che avrei fatto con le donne da cui ricevevo danaro.
Rimasi sdraiato, il respiro irregolare, lei accanto a me nella stessa condizione.
La osservai mentre si spogliava, restava nuda davanti a me, dopo che la biancheria intima color rosa antico cadeva per terra. Feci altrettanto anche io, e la ebbi sul mio corpo, le sue labbra mi assaggiavano fino a riempirsi del mio membro, facendogli riprendere rigidità.
Si sedette sopra di me, accogliendo il mio sesso nel suo, muovendosi lentamente sue giù mentre le mie mani imparavano a conoscere il suo corpo.
Questa volta fu più lungo, il suo orgasmo lento precedette di poco il mio, esplosi dentro di lei, stringendole i glutei fino a farle male.
Passammo la notte a parlare e fare l’amore, fino a che sottili lame di luce, attraverso le tapparelle annunciarono il mattino. Giunse il sonno, mi svegliò Milena, sorridendo, passandomi due dita sulle labbra. Aprii gli occhi e sentii la sua voce..:”stavi ridendo nel sonno…!!”
Le sorrisi e compresi, la cosa migliore non era “farle ridere”, la perfezione era quando a ridere si era in due.
La prima volta era sta dura, una sorta di sfida con me stesso. Rammento ancora la telefonata di lei, forse ero ancora più imbarazzo della mia nuova cliente, a tavola e nella camera dell’albergo fui un fiume di parole, forse questo servì a metterla a suo agio, farla ridere servì a tranquillizzarla “non rido così da molto tempo”, erano queste le sue parole più ricorrenti e che rammento di più. Le pronunciò, la prima volta, mentre le mie mani scorrevano sulle spalline di seta del suo abitino, la baciavo mettendole a nudo l’animo, scoprendo quel corpo che tra poco avrei avuto dietro compenso.
Imparai a farle ridere, il denaro ed i regali non erano per il sesso, ma per quelle risate spontanee che sentivo nella stanza poco prima di averle avute. Richiamavano e passavano il numero alle loro amiche, non perché le facevo godere, non per il mio fisico atletico o i capelli brizzolati, ma perché le facevo sorridere, perché “era da molto tempo che non ridevano più così”. Non erano tante, ma molte di più di quelle che mi sarei aspettato, tanto da potermi permettere una vita agiata, una seconda vita di cui nessuno sapeva nulla.
Così come era incominciata, con una semplice telefonata, finì allo stesso modo: con una telefonata da parte di una sconosciuta.
La voce preoccupata ed imbarazzata di quella donna che chiedeva un appuntamento per parlarmi, mi mise una certa inquietudine addosso. L’urgenza di quel tono, la condiscendenza ed allo stesso tempo la sua decisione, mi spinsero a recarmi all’incontro.
Milena, così disse di chiamarsi, mi aspettava su una panchina isolata. Al di sotto il Po scorreva lento e scuro, le luci provenienti dal Monte dei Cappuccini ed i pochi lampioni illuminavano parzialmente il volto di quella giovane donna. Era più giovane di me, uno sguardo triste color nocciola le caratterizzava il viso, le labbra non erano carnose, ma ben disegnate, una bellezza mesta ma allo stesso tempo magnetica, da cui era difficile ritrarre lo sguardo. Restammo qualche momento seduti uno accanto all’atro, poi cominciò a raccontarmi della sorella, più grande di lei e che avevo visto più volte, del marito e del loro rapporto, pregandomi di non rivederla più; non riuscendo a distogliere lo sguardo dai suoi occhi la rassicurai. Non ci fu molto altro da dire e me ne andai, lasciandola sulla panchina e continuando a sentire i suoi occhi colpirmi la schiena, come frecce spuntate che non fanno male ma provocano fastidio e disagio.
Quando fui sopraffatto dai tre uomini, sentii lontano la sua voce le sue grida, quel bruciore sul fianco, il liquido caldo e denso sulla maglietta e poi il buio.
Fui risvegliato dalla voce di Milena e dall’odore pungente del disinfettante, le sue scuse non servirono a placare il dolore, ma la sua presenza mi fece stare meglio. Mi venne a trovare più volte, poi non la rividi più. Passò un mese, ogni volta che guardavo il telefono e quel piccolo biglietto dove c’era il suo numero appuntato, pensavo di chiamarla, ma lo feci solo passato l’inverno. Le dissi che avevo qualcosa per lei, alcune lettere della sorella che sarebbe stato meglio tenesse lei. Era pettinata in maniera diversa, aveva però lo stesso sguardo malinconico e ricordavo bene il suo viso ai tratti irregolari. Bevemmo qualcosa insieme al bar sotto casa mia, sotto i portici di piazza Vittorio; mi raccontò che era sposata, parlavamo, parlavamo, non mi aspettavo che un tipo del genere potesse parlare così a lungo di se stessa.
La feci salire per consegnarle le lettere, in casa notai che si guardava in giro con attenzione come volesse scoprire qualcosa; la sorpresi alle spalle:”qui le donne non vengono!” , si voltò e la baciai facendola ritrarre spaventata e sorpresa: “che stai facendo..!?!”. La sua voce era diversa, aveva uno sguardo impaurito, la baciai di nuovo spingendola sul letto. Non feci in tempo a spogliarla del tutto, non mi spogliai del tutto: fu tutto veloce quasi avessi l’esigenza di averla in fretta, pochi colpi dentro di lei e venni preso dal desiderio dall’urgenza di possederla; tutto il contrario di quello che avrei fatto con le donne da cui ricevevo danaro.
Rimasi sdraiato, il respiro irregolare, lei accanto a me nella stessa condizione.
La osservai mentre si spogliava, restava nuda davanti a me, dopo che la biancheria intima color rosa antico cadeva per terra. Feci altrettanto anche io, e la ebbi sul mio corpo, le sue labbra mi assaggiavano fino a riempirsi del mio membro, facendogli riprendere rigidità.
Si sedette sopra di me, accogliendo il mio sesso nel suo, muovendosi lentamente sue giù mentre le mie mani imparavano a conoscere il suo corpo.
Questa volta fu più lungo, il suo orgasmo lento precedette di poco il mio, esplosi dentro di lei, stringendole i glutei fino a farle male.
Passammo la notte a parlare e fare l’amore, fino a che sottili lame di luce, attraverso le tapparelle annunciarono il mattino. Giunse il sonno, mi svegliò Milena, sorridendo, passandomi due dita sulle labbra. Aprii gli occhi e sentii la sua voce..:”stavi ridendo nel sonno…!!”
Le sorrisi e compresi, la cosa migliore non era “farle ridere”, la perfezione era quando a ridere si era in due.
G.B.
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