domenica 23 novembre 2014

NEMICI IN BELLISSIMA VESTE di Asianne Merisi




Il tempo è passato,
la ragione non ha più parole.
I falsi che ci guardano con il loro sorrisi sfilacciati,
son fiocine che trapassano la nostra anima.
con sguardo ambiguo,
ti augurano la felicità,
ma condita di tristezza. perchè non sanno vedere te,
con più felicità di loro stessi
Vorrei che nel petto mio ci fosse il più potente antidoto
per tener lontano il loro potente veleno
Ma dentro di me pulsa solo un cuore,povero d'odio
E così, mentre loro uccidono,
A me non resta che continuare
a morir d'amore!
..oltre

LA PRATICA PIU' ESTREMA di Angelo Lancelot




La pratica più estrema di BDSM che io conosca è l'abbraccio. 
Un nodo inestricabile, lama che taglia la pelle e arriva dritta in fondo al cuore ma subito dopo risana ogni ferita. 
Chiama alla resa incondizionata l’abbraccio. 
Non ha bisogno di parole di salvataggio, né di forbici o di ghiaccio: il più pericoloso dei subspace.
Se sbaglio, quando sbaglio, uccidimi di dolore, plagia la mia mente, prendi la mia anima e stracciala, fa di me ciò che vuoi. Ma non farmi più mancare il tuo abbraccio.
Dopo quell’abbraccio io non ho resistito: in quel momento ero decisamente tuo, tu mia.

UN TATUAGGIO E' PER SEMPRE di Alice Stregatta



Il ronzìo della macchinetta e il sottile dolore dell'ago che penetrava nella carne la stavano cullando, portandola ad un livello di piacevole dormiveglia. Una specie di limbo che faceva vagare la sua mente... Bzzzz
Alternava la visualizzazione del tatuaggio a un milione di pensieri che cozzavano, si accavallavano, sparivano e tornavano ad affacciarsi nella frazione di un nanosecondo...
Bzzzz... Il respiro regolare, l'abbandono al piacevole dolore la distraevano dal suo stato di disperazione e le facevano desiderare sofferenze ben più concrete.
Desiderava stilettate profonde. Segni violacei. Striature e lividi.
Il sibilo della frusta, lo schiocco della cinghia, il fruscìo delle corde a segarle la pelle... Gemiti soffocati emessi attraverso la gag ball, la saliva a colarle dalla bocca semiaperta. Lo sguardo implorante, a pregarlo di smettere e di continuare... L'altalenante bisogno di piacere e dolore.
Pausa e ripresa.
Presa e ripresa. Goduta e usata.
"Ancora..." Gemette
"Manca ancora un'oretta", pronunciò una voce ovattata che si fece strada tra le sue fantasticherie e la catapultò nuovamente sul lettino nello studio del tatuatore, illuminato a giorno.
Gli sorrise di sottecchi, sorrise tra sè...
Ancora...
Ancora un'ora e finalmente avrebbe avuto il Suo nome tatuato nell'incavo dei reni.
"STRONZO", perché gli si addiceva.
Stronzo, perché se la loro storia fosse finita, poteva andar bene per chiunque...
Il Suo Stronzo.


OMBRE di Andrea Rossi




La mente ripercorre le ombre
lasciando filtrare la luce
un sorriso
dimenticato in fretta
svegliando
una sensazione
che brucia ancora
un ricordo
una scusa
attimi
pensieri
sospesi in aria
canne al vento
indifesi
come certezze
alito di vento
un respiro
che prende forma
plasma la mente
in un percorso
un desiderio.

SINDROME DI STOCCOLMA di Alice Stregatta




Prendi la mia mente in ostaggio, non renderla per nessun riscatto, seducila e seviziala. Plasmala a tuo piacimento. Penetrala e invadila. 
Una volta soggiogata, il mio corpo ubbidirà ai tuoi comandi.
Vibrerá al solo pensarti, si schiuderá al tocco delle tue mani.
Il mio cuore batterá, segregato, solo per te.
Vivró pendendo dalle tue labbra, mi nutrirò delle tue parole, mi disseterò con i tuoi baci.
Riposerò protetta dal tuo abbraccio.
Mi sentiró libera perché legata a te da un filo da pesca.
Invisibile, incorruttibile, indistruttibile,impossibile da spezzare.
Non si sfilaccia, se lo tiri ti penetra più a fondo nella carne, si aggroviglia alle viscere, non può essere rimosso se non tranciato di netto.
Io, tua prigioniera, tu, il mio splendido aguzzino.
Saremo un tutt'uno, indissolubilmente uniti dalla nostra passione.
Dall'amore.
Tua. Mio.

PENA MAI-UN COLPO DRITTO AL CUORE di Giuseppe Balsamo



“Minchia è pieno di sbirri”.
Questo pensava Renatino, gli occhi chini su un tascabile stropicciato.
Il caldo proveniente dall’asfalto bollente e dai treni in transito gli stava inzuppando la camicia jeans. Ad ogni passaggio degli uomini in divisa, il sudore diventava gelido provocandogli brividi alla schiena.
Quegli occhi, per cui era diventato famoso, ora li aveva mascherati con un vistoso paio di occhiali da vista, la barba gli donava l’aria da intellettuale.
Lesse e rilesse quella frase, scritta da lui tre anni prima:”FINE PENA MAI ”. Come fosse sotto dettatura, ascoltando i giudici pronunciare in aula la sentenza che segnava il suo destino. Restò seduto a sentirla, rifiutandosi di alzarsi, intento a scarabocchiare la fine della sua esistenza.
Sollevò lo sguardo soltanto dopo aver udito lo sferragliare del treno, si alzò con la maggior naturalezza possibile, sotto gli occhi inconsapevoli degli sbirri. Con il capo chino, salì gli scalini che lo separavano dal convoglio, rintanandosi nel primo cesso libero. Aveva paura, ogni rumore, ogni voce, oltre quella porta, lo faceva sobbalzare. La vedeva spalancarsi all’improvviso, gli sbirri senza nemmeno parlare lo riempivano di piombo, lasciandolo morire dissanguato in mezzo al piscio.
Seduto sulla tazza, la mano infilata dentro la logora sacca ad impugnare la pistola, restò così finchè non avvertì il movimento del convoglio. Tirò fuori la nove corta. Il metallo freddo, come sempre, lo rassicurava, gli dava un senso di onnipotenza. Ogni volta che impugnava un’ arma sentiva profonda l’esigenza di “scarrellare”; quel suono metallico, inconfondibile ed unico, lo faceva sentire euforico ed invincibile. Evitò di farlo, limitandosi a constatare che il colpo fosse in canna e la sicura inserita.
Gli mancava l’aria, si sentiva soffocare dalla sua inadeguatezza patologica. Passò le dita sulla barba e sotto le narici; sentendo quell’odore intenso. Odore di fica e paura. Il pensiero gli andò a quella mattina, mentre le rotaie scorrevano verso il tramonto.
Malvolentieri sciacquò mani e viso, avrebbe preferito trattenere quell’odore, ma il caldo era insopportabile.
In realtà erano mesi che progettava il tutto. Da quando si era reso conto che quella guardia pendeva dalle sue labbra. Gli aveva fatto un sacco di promesse, così Tonino aveva nascosto in infermeria la nove corta. Più problematico era stato farsi ricoverare.
Aveva atteso che ci fosse qualcuno a soccorrerlo e mandato giù la candeggina, anche quella dono del buon Tonino. Il bruciore lo aveva invaso, i conati furiosi ed il suo corpo in preda agli spasmi, avevano richiamato l’attenzione di una guardia. Era stato portato in infermeria: salvato dalla lavanda gastrica.
Quella mattina non aveva fatto altro che recuperare l’arma e scatenare il putiferio. Verso le nove, era stato accompagnato dalla psicologa, una brunetta tutte curve che provocava i detenuti di continuo. La stronza indossava sempre vestitini succinti, adorava prendersi gioco di loro. Insomma una vera puttana sadica. Renatino la odiava. Quella mattina portava un abitino nero aderente, con le cosce di fuori. Per stare tranquilla e poter far meglio la troia, lasciava gli agenti fuori, così aveva campo libero nei suoi giochetti psicologici, godendo nel far arrivare il cazzo in gola ai detenuti.
Non appena soli, la dottoressa non fece in tempo a parlare che si trovò la pistola puntata ed una mano a tapparle la bocca. Renatino la fece alzare:”Se stai zitta forse non ti ammazzo”. Puzzava di paura come una cagna, fu questo a farlo uscire di sé. Non seppe resistere, così le insinuò la mano tra le cosce, trovando il pizzo degli slip:”Ora mi diverto un po’io, cosa si prova ad avere paura?”. La costrinse sulla scrivania, il viso schiacciato sul tavolo. Quando ebbe le mani bagnate dalla sua fica, si slacciò i pantaloni. La penetrò a fondo:”Stai zitta troia o ti ammazzo!”.
Guardandola lacrimare, non ebbe pietà, volle umiliarla ancora. Tirò fuori il cazzo e, con violenza, le penetrò l’ano, mentre lei si mordeva le labbra per il dolore. Le scopò il culo, come una bestia, abbandonandosi ad un orgasmo cupo e selvaggio, marchiandole l’anima.
Quando ebbe finito, il resto fu semplice: una guardia azzoppata, la dottoressa scaraventata sul marciapiede, la corsa verso la libertà.
”Fottuta troia, te la sei voluta!”, quelle parole gli uscirono ciniche, terribili: una sorta di auto assoluzione.
Trascurando il puzzo di merda, Renatino aprì libro tascabile, tirò fuori la foto consunta di un’altra donna, accarezzandola amorevolmente. Erano tre anni che fantasticava su di lei, alternando sentimenti contrastanti, avendo però un unico pensiero: raggiungerla.
L’aveva conosciuta a Genova, ove era diretto, in un periodo in cui per motivi di “onesto” lavoro vi si era pressoché trasferito con tutto il suo clan, amava definirla così la sua banda.
Chantal, la femmina della foto, l’aveva incontrata in un night. Faceva la bagascia, non nei bassi tra i vicoli bui, ma quello era tuttavia il suo mestiere. Si era innamorato di una puttana.
Una troia a ed un figlio di troia: un’accoppiata vincente.
Sentendosi più tranquillo, decise di uscire dal bagno e trovarsi un posto:”E’ libero?”. Lo scompartimento in realtà era vuoto, c’era solo quella donna con il viso rosso di chi ha appena versato molte lacrime. Odiava le donne che frignano, ma quel posto accanto alle porte di uscita lo rassicurava.
Indossava un abitino color crema, ben si intonava con i capelli castano chiari che le scendevano sulle spalle. Gli occhi, arrossati dalle lacrime, erano color delle nocciole, nel complesso una bella femmina.
Un kleneex ti salva la vita. Dopo qualche attimo di imbarazzante silenzio, Renatino tirò fuori dalla sacca il fazzolettino di carta, consentendole di asciugare le lacrime che non volevano smettere di bagnarle le guance. Ci sapeva fare con le donne Renatino; forse era il suo modo di parlare, oppure la sua capacità di ascoltarle; fatto sta che quelle, magicamente, si aprivano con lui come se si fossero conosciuti da sempre. Così Rossana, che lui cominciò a chiamare confidenzialmente Ros, gli raccontò dell’ultimo appuntamento mancato, di un amore impossibile e precipitato nel nulla, di quel viaggio prenotato per due, che stava facendo da sola. Dopo averla consolata, non sapendo neppure lui come, era persino riuscito a strapparle qualche sorriso, constatando che era più bella quando non piangeva, insomma che era di fronte ad una donna in gamba.
Quando gli occhi azzurri di Renatino finirono sul giornale, ripiegato accanto alla borsetta di Ros, il cuore gli arrivò in gola:”Posso dare un’occhiata?”.
Lei gli porse il quotidiano:”Certo, così nel frattempo piango ancora un po’, sono un disastro!”.
Sorridendole Renatino sfogliò il Corriere. Non si soffermò sulle tante cazzate scritte sul suo conto, ormai le conosceva a memoria, quanto piuttosto sulla foto. Fortunatamente le immagini di archivio e le foto segnaletiche non rispecchiano mai la realtà. Dopo tre anni di quell’inferno era molto cambiato. Ripiegò il giornale, facendo attenzione che la foto non fosse più visibile, rimettendolo al suo posto.
Parlarono ancora, scherzarono soprattutto, concordando che la vita va vissuta e che dopo ogni temporale arriva il sereno. Si fecero insomma buona compagnia in un viaggio difficile per entrambi, con discorsi banali ma confidenziali e rassicuranti.
Gli dispiaceva ma non aveva scelta, conosceva quell’ultima galleria lunga e buia prima della fermata di Genova Principe. La sua mano, veloce, cercò il portafogli di lei nella borsetta e se ne impossessò, aveva bisogno di soldi e subito.
Più frettolosamente di quanto avrebbe voluto, tornata la luce, il treno si fermò e si congedò da lei.
Era già sulla banchina quando la voce di Ros lo richiamò:”Tienilo tu questo…”, affacciata al finestrino, gli tendeva il giornale ben ripiegato. Renatino lo afferrò e le sorrise, notando che Ros gli schiacciava l’occhio complice.
Fuori dalla stazione Renatino constatò con piacere che tutto era come si ricordava. Scelse un bar che già conosceva, ordinò un caffè e curiosò nel grosso portafogli femminile. Constatò soddisfatto la presenza di cinquecento mila lire, poi esaminò con attenzione la carta di identità di Ros, ma soprattutto un tesserino che la identificava come appartenente alla Polizia di Stato:”Uuu uno sbirro, addirittura commissario…”, la cosa non lo sconvolse affatto, anzi lo fece sorridere non facendogli certo cambiare opinione su di lei. Andò a fondo nella perquisizione è trovò quella lettera, ripiegata con cura:
“Caro Paolo, ti scrivo queste poche righe, sapendo che non le leggerai mai…”.
Lesse e rilesse con attenzione, un vero stronzo questo Paolo.
Terminato il caffè acquistò le sigarette, ma anche due buste e relativi francobolli. Nella prima infilò i documenti di Rossella accompagnati dalle scuse del caso; nella seconda la lettera indirizzata a Paolo e mai spedita: certo uno stronzo, ma lei ne era innamorata.
Chantal abitava al solito indirizzo. Quando arrivò era con un cliente; Renatino, con i suoi modi “garbati”, lo invitò a levarsi dai coglioni. Era più bella che mai, fecero l’amore a lungo, assaporò quei momenti e la sua pelle come non faceva da tempo.
Morì veloce Chantal, per lei aveva scelto una lunga lama che le arrivò dritta al cuore:”Occhio per occhio…”. Fu dispiaciuto nel vedere il seno nudo in una pozza di sangue. Le posò un ultimo bacio sulle labbra ancora tiepide:”Ogni tradimento ha il suo prezzo amore mio...”.
Si rivestì con estrema tranquillità, con altrettanta calma scese le scale e ritornò alla stazione.
Direzione Milano, forse sarebbe addirittura arrivato prima della sua lettera, chissà cosa avrebbe pensato Rossella ritrovandoselo in commissariato.
Quell’arresto se l’era meritato, fra tutti gli sbirri era quella che preferiva, ritornare in carcere accompagnato da lei sarebbe stato meno drammatico, ci sarebbe morto in galera questa volta, andarci sotto braccio con la Ros non sarebbe stato così male.
Racconto/Noir


PUTTANE ADDIO di Andrea Lagrein




Entrai nel bar tabaccheria di Gino per comprare le sigarette. Erano le cinque e mezza di un freddo pomeriggio di settembre. Seduto a un tavolino vicino alla vetrina c'era Giorgio, che sorseggiava lentamente il suo bianchino. I nostri sguardi si incrociarono e lui mi fece un cenno di saluto con la testa.
Mi avvicinai e mi sedetti al suo fianco, ordinando una birra. Non avevo granché da fare e la sua compagnia era sempre stimolante.
"Sai che giorno è oggi?" mi domandò guardando fuori dal locale. "Venerdì" risposi senza esitare. "Venerdì venti settembre duemilatredici. Già". Il suo successivo silenzio mi incuriosì. "E dunque?" chiesi divertito. Posò i suoi vecchi occhi senza eta su di me. "Dunque son già passati cinquantacinque anni da quel giorno". Lo guardai senza capire.
Giorgio era un uomo di settantacinque anni che di cose ne aveva viste e passate durante la sua vita. Era una sorta di memoria storica per noi altri perdi giorno del quartiere, tipo un vecchio saggio del villaggio sempre pronto a dispensare utili consigli.
Socchiuse gli occhi, come volesse rivivere quei momenti, come se quei momenti non fossero mai finiti. Socchiuse gli occhi e iniziò a raccontare.

Quel venti settembre del 58 uscii presto dalla fabbrica in cui lavoravo. Non volevo perdere tempo, che di tempo ormai ce n'era davvero poco. Corsi a casa e mi feci un bel bagno. Indossai il mio abito migliore, che poi tanto bello non era, ma avevo vent'anni e in casa di soldi ce n'erano pochini. Quindi presi il treno, destinazione Milano. Mi accorsi che, come me, tanti altri avevano avuto la stessa idea. Non si poteva certo biasimarli. Quella puttana di una socialista aveva vinto la sua battaglia e, per tutti noi, dalla mezzanotte di quel giorno, il mondo non sarebbe più stato lo stesso.
Avevo in tasca due mesi di stipendio. Una bella fortuna per quei tempi, non c'è che dire, ma vacca troia quel giorno sarebbe rimasto negli annali della storia, e io volevo celebrarlo come si conveniva.
Sceso dal vagone, mi diressi subito in Brera, via Fiori Chiari. La Lidia sarebbe stata la prima, e non poteva essere altrimenti. La Lidia era la puttana che mi aveva fatto diventare uomo, sì, insomma, quella che mi aveva sverginato. Non un grandissimo momento, lo riconosco, che forse non son durato nemmeno un minuto. Ma da allora rimase per sempre la mia Lidietta, e ogni mese tornavo a farci una bella visitina.
Lavorava nella casa della sciura Beatrice, un baldraccone grande e grosso sfatto dall'età e dalla professione, buona solo oramai per fare la tenutaria di bordelli. Madame, si faceva chiamare pomposamente, alla francese, lei che di francese non aveva nulla, lei che in Francia non c'era mai stata. Ma non aveva importanza, che per me, l'importante, era di chiavarmi la mia Lidietta.
In via Fiori Chiari c'era già un bel via vai di persone, nonostante fosse ancora presto. Ma quel giorno era speciale e si vede che ognuno voleva dare un ultimo saluto a chi per una o per decine di volte l'aveva fatto sentire bene.
Entrai nella casa di Madame. Appena mi vide mi sorrise compiaciuta. Evidentemente si aspettava proprio che io arrivassi. Si avvicinò ancheggiando il suo enorme culo e mi accarezzò un braccio. "Te la vado a chiamare immediatamente, Giorgio. Cosa vuoi fare? Una singola, una doppia, una mezz'ora?". Le pagai il dovuto. Mezz'ora con la Lidia. Non è che potessi permettermi molto di più!
Lei arrivò subito dopo. Il cuore mi pulsava all'impazzata, non tanto perché stessi per scoparmela, ma in quanto sarebbe stata l'ultima volta.
Era bellissima in quella sua vestaglia trasparente, le forme piene e generose, la pelle candida, i capelli color del mogano e gli occhi azzurri come il mare, io che il mare non lo avevo mai visto. Il suo sorriso mi scaldò subito il cuore. Il suo abbraccio mi fece impazzire. "Speravo proprio di vederti oggi, Giorgio" mi sussurrò all'orecchio. Arrossii di piacere. Per nulla al mondo avrei mai rinunciato a quell'ultima volta.
Prendendomi per un braccio mi accompagnò su per le scale fino alla solita stanza. Dalle porte attigue si potevano ben sentire gli ansimi di chi aveva avuto la mia medesima idea. Non so come spiegarlo, ma una sorta di strana tristezza mi avvolse improvvisamente. Avevo la netta percezione che il mondo fin lì conosciuto stesse definitivamente dissolvendosi.
Ma appena entrato in camera tutto svanì come d'incanto davanti a quel corpo meraviglioso. Mi sorrise maliziosa. "Sta calmo, Giorgio. Abbiamo mezz'ora. Non bruciare tutto in un minuto" disse scoppiando a ridere.
A dire il vero di stare calmo non ne avevo la minima intenzione. Il suo culo, le sue tette, le sue cosce avevano il potere di infiammarmi completamente e non sarei riuscito, ne ero certo, a resisterle a lungo. Le lasciai appena il tempo di sbottonarmi i calzoni. L'afferrai per le natiche e la impalai lì in piedi, senza perdere tempo, con un desiderio che quasi mi stordiva.
La fottei con furia selvaggia, tenendola sollevata con le mie braccia duramente allenate in fabbrica. Lei stessa, esperta mestierante, fu sorpresa da quella mia foga fuori dal comune. Ma del resto, quel giorno, nulla sarebbe stato ordinario.
Poco prima di venire mi staccai. Contro ogni buona regola, non avevo messo il preservativo. Ma la voglia era così tanta che si sarebbe potuta fottere pure la sifilide!
La feci sdraiare sul letto. Le sue gote erano arrossate e accaldate, per lo sforzo, per il piacere, per l'orgasmo raggiunto. Mi inginocchiai fra le sue gambe. Dio, non scorderò mai la luce dei suoi occhi in quel momento. Lidia era appagata, frastornata, eccitata, divertita, lusingata. Lidia era semplicemente la ragazza più bella che avessi mai visto. E faceva la battona nella casa di Madame!
La sua professionalità però non venne meno nemmeno in quella circostanza. "Ricordati il preservativo, Giorgino. Abbiamo già rischiato prima, non vorrai mica farmi un bel regalino proprio quest'ultimo giorno, eh?". Scoppiammo a ridere insieme. Sembavamo proprio una gran bella coppietta, di quelle che vanno al cinema il sabato sera o si fermano a un tavolino di un bar a bere gazzosa e chinotto, felici contenti e innamorati.
Non persi tempo e, come sospinto da un urgenza incontrollata, affondai in lei scopandola con colpi vibranti. A ogni affondo i nostri ansimi divenivano sempre più prepotenti, sempre più indemoniati. Le stringevo il culo con una mano, mentre con l'altra, fra i suoi capelli, mi aiutavo nelle spinte. Era come se volessi entrare per sempre in lei, lei che era la mia puttana, lei che era stata la mia prima donna.
Il tempo divenne superfluo. Non v'erano più secondi, minuti, mezz'ore, ore. Semplicemente il ticchettio dell'orologio ormai non aveva alcun senso. Fottevo per dimenticare. Scopavo per ricordare. Chiavavo per non piangere. Non sapevo cosa fosse l'amore, ma ciò che provai per la Lidia, in quegli istanti, con quel nome lo chiamai.
Venni, venni copiosamente, venni urlando in un grido roco, carico di desiderio, di appagamento, di disperazione. E lei venne insieme a me. Un orgasmo pieno di nostalgia, colmo di piacere. Con i corpi sudati ci sdraiammo l'uno di fianco all'altra, a fissare il soffitto, silenziosi, pensierosi.
"Cosa farai da domani?" chiesi frantumando quel silenzio così rumoroso. Lidia sospirò. "Non lo so ancora. Ho avuto mesi per pensarci, ma alla fine ancora non so". Si voltò a fissarmi, sorridendomi con tenerezza.
"Un mio cliente mi ha proposto di andare a lavorare in una filanda del suo paese. Dalle parti di Legnano, se non ricordo male. E di tanto in tanto mi verrebbe a trovare pagandomi per il disturbo" mi disse ridendo tristemente. "Sì, insomma, continuerei a fare la puttana clandestina, mentre di giorno mi spaccherei la schiena in officina. Magari troverei anche un moroso, che tanto da quelle parti mica sanno il lavoro che ho fatto".
"Ti sposo io, Lidietta. Mi prenderò cura io di te". Parlai di slancio, con veemenza, sull'onda del momento. Scoppiò a ridere accarezzandomi il volto glabro. Anche lei sapeva che era una stronzata, gettata lì figlia della scopata appena conclusa. I miei vent'anni non mi rendevano credibile e, a distanza di tempo, devo dire che aveva ragione. Non l'avrei mai sposata una puttana che quelle cose, al mio paese, non si facevano mica. Va bene chiavarsi una troia, ma portarsela in casa mai!
E così terminò quell'ultima mezz'ora con la mia Lidia. Il tempo era tiranno e gli affari erano sempre affari. Mi ritrovai presto in strada, ancora intriso dell'odore della sua fica e una tristezza che non voleva sapere di andarsene.
Con quel poco che mi era rimasto in tasca riuscii a farmi altri due bordelli. Roba spiccia, roba di poco conto, un ultimo saluto a un'era che si chiudeva. E difatti, a mezzanotte, calò il sipario sulla Lidia e le altre, su di me e noi altri.
Da un ambulante comprai un bicchiere di barbera e rimasi lì, in quell'angusto vicoletto di Brera, a osservare le luci dei portoni delle varie case spegnersi definitivamente. D'improvviso mi accorsi che di fianco a me c'era il Renato, mio compaesano. Aveva quasi le lacrime agli occhi. Gli offrii quel che rimaneva del mio bicchiere.
Poi, senza che alcuna parola fu scambiata fra noi, scoppiammo a ridere, come folli, come imbecilli. "Puttane addio" iniziò a gridare Renato. Subito lo imitai. Puttane addio, puttane addio, puttane addio, gridavamo correndo lungo la strada, salutando tutti i bordelli che in quegli anni ci avevano ospitato. Puttane addio! E come di rimando, molte si affacciavano dalle finestre delle loro stanze, chi salutandoci, chi sfottendoci, chi maledicendoci, chi ridendo, chi piangendo, chi solo per guardarci. Puttane addio!

Socchiuse nuovamente gli occhi, assaporando quegli istanti di dolci e tristi ricordi. Con gesto istintivo gli posai la mano sulla sua, in un tocco carico di tenerezza. Chinò il capo in avanti. Le sue folte ciglia candide di vecchiaia tremarono nel tentativo di fermare le lacrime.
Finii d'un solo fiato quel che rimaneva della mia birra. Mi alzai e me ne andai, lasciandolo solo con i suoi ricordi, i suoi sogni, la sua Lidietta. Era giusto così, in fondo.
Appena uscito dal bar mi accesi una sigaretta e mi incamminai verso casa. Scoppiai a ridere. Avevo davanti ai miei occhi l'immagine di due ragazzi nel pieno della loro esuberanza, che gridavano al cielo la fine di un'epoca.
Puttane addio!