venerdì 23 maggio 2014

UNA, NESSUNA, CENTOMILA di Medusa Riggio




Mi confondo tra la folla,
non primeggio,
solo chi ha occhi
mi "sente".

ISTANTE DI FOLLIA di Medusa Riggio




Non ti chiedo come sarà dopo
tra un'ora, un mese oppure un'anno,
non ti chiedo quale è il tuo nome
non ricordo nemmeno il mio...
Ma se mai si potesse avere
un istante infinito oltre il tempo
di questa follia, vorrei che mai
svanisse per averti carne e mente
soltanto mia.

DANZA CON ME di Medusa Riggio




Non chiedere il mio nome,
né il mio sesso o la mia età,
non chiedere il colore dei miei occhi
o della mia chioma che ti avvolge.
Danza con me tra sospiri e gemiti
tra fuoco e fiamme, tra passione e lussuria.
Danza con me di questa danza che ci
libera la mente da confini e vuota sostanza.

(48 ORE) di Asianne Merisi




48 ore e la mia ragnatela ti accoglierà
senza lasciarti andare ti renderà mia preda
il mio cibo ...
la mia acqua...
48 ore e il mio corpo si nutrirà di ciò che la mia mente ha già fatto.
Avrò il tuo corpo, i tuoi respiri, la tua essenza che diviene mia
conoscerò il tuo volto quando di me si nutre
e il brivido che provi quando mi sfiori.
Sarò il tuo piacere,
sarai il mio godere,
desiderio viscerale,
bramosa, la voglia.
Poter sfiorare quelle mani
bagnare quelle labbra
comprimere il calore dei corpi.
ogni centimetro di pelle
sotto quel tocco freme
la mia bocca aspetta
con ansia che i tuoi
polpastrelli sfiorino
delicatamente il suo profilo
48 ore aspettate, volute, cercate.....
anima della mia anima
di te prenderò il senso perchè il mio tessere non sia stato vano
48 ore ci dividono .....nulla di più
.. ...
..oltre

giovedì 22 maggio 2014

UN AMORE SOTTOVUOTO di Giuseppe Balsamo




Un amore sotto vuoto il nostro.
Ma mica è una cosa negativa, non ti incazzare ora!
Semplicemente lo teniamo così per non disperderlo, per non farlo andare a male.
Forse abbiamo trovato questo equilibrio insano, chiuderlo in un barattolo, aprirlo quando siamo insieme e possiamo trarne a vicenda il dovuto godimento.
Quando son da solo non mi va di aprire il barattolo, neanche per darci una sbirciatina o sentirne quell’odore irresistibile.
Mi limito ad osservare te e me chiusi lì dentro, finalmente protetti, lontani da tutto e da tutti.
Siamo aggrovigliati, quasi in posizione fetale, però riusciamo a starci, i nostri corpi combaciano in uno strano disegno che ricorda lo ying e yang.
Chissà se quando non ci sei, se quando non ci sono, lì dentro facciamo lo stesso l’amore, parliamo, ridiamo, come quando siamo insieme.
Mi domando queste cose e sorrido, poi per non sciuparlo riposo il barattolo, controllo che sia ermeticamente chiuso bene.
Abbiamo inventato un nuovo modo di amare, il nostro è un amore sotto vuoto.

AD OVEST DEL PECOS di Fabio Morici




Si risvegliò con la bocca impastata, la lingua un po' gonfia, la testa gli faceva male, aprì con un certo sforzo un' occhio solo, e dopo un poco  riconobbe dove era.
Sì, era disteso sopra un letto, sulla cui pulizia era meglio non indagare, ma a questo era abbondantemente abituato.
Che ci faceva lì ? Ci volle un certo sforzo per ricordare, ma piano piano la mente gli si snebbiava.
" Bella fiesta, ieri sera ! Siamo andati avanti per tutta la notte, fin quasi alle prima luci dell' alba. Che sbronza colossale ! E tutta roba buona avevano tirato fuori i cari peones, tequila di algave di prima qualità, non quel veleno che di solito spacciava l' oste nella Posada. "
Ed improvvisamente ricordò anche il motivo, di tanta festa , ma non ne rimase troppo sconvolto, in fondo aveva fatto quello che doveva e che era giusto fare.
Sì , adesso ricordava tutto. Era giunto l' altro giorno in quello sperduto villaggio messicano, che si trovava da qualche parte a Sud di San Antonio , Texas , nelle vicinanze di una vecchia missione abbandonata , anzi ora ne ricordava addirittura il nome : San Antonio de Bexar .
Il suo cavallo era stanco , e lui di più , per cui si era fermato in quella sottospecie di Posada per bere e mangiare un piatto di fagioli con le cotiche , quello che sembrava essere l' unico piatto esistente in quella parte della terra .
Erano molto stanchi , per cui aveva deciso di fermarsi per la notte , ma di non dormire in uno di quei sudici letti che l' oste metteva a disposizione di eventuali e sfortunati viandanti , bensì di dormire nella stalla , accanto al cavallo, la paglia sarebbe andata benissimo e così vi erano meno rischi che gli fregassero la sua preziosa cavalcatura .
Se la stava prendendo comoda , l' indomani mattina , quando sentì degli strepiti , delle urla , delle bestemmie provenire dall' esterno , da quella che pomposamente gli abitanti di quel povero buco , chiamavano La Plaza .
Si affacciò cautamente , senza sporgersi , dallo spigolo del muro , ché in queste cose aveva imparato ad essere prudente.
Quello che vide non gli piacque affatto. Tre uomini , ma per meglio dire , tre facce da forca , se ne stavano a cavallo , le armi pronte , e maltrattavano l' Alcade del villaggio e qualche altro peone .
Era ad una trentina di metri ed aveva il vento contrario , per cui non capiva bene quello che si dicevano , ma le cose erano abbastanza chiare. Non ci voleva certo un indovino! Erano banditi e pretendevano qualche cosa da quelli del villaggio. Cosa era facilmente immaginabile, denaro, viveri , techila , donne.
Più per un riflesso condizionato che per una vera e propria decisione , iniziò quasi meccanicamente a caricare la sua carabina a canna lunga , una bella arma veramente , molto precisa , ed il suo pistolone da cavalleria a due colpi , ricordo dei molti anni trascorsi nell' esercito.
In un lampo la sua vita passata gli scorse per la mente, di come , appena diciottenne , era stato arruolato.  Non era lui il prescelto all'arruolamento, ma il figlio di un possidente locale, e poichè era possibile pagare un sostituto e la sua  famiglia era molto povera... insomma era andata così.
Non che si fosse poi trovato così male nel 1° reggimento Cacciatori a cavallo del Regno d' Italia , agli ordini del Vicerè Eugenio.  Sì , era il 1806.
Il reggimento era stata, in fondo, la sua vera famiglia. Aveva imparato anche a leggere ed a scrivere, anzi, a forza di combattere era arrivato al grado di sergente maggiore e sperava di diventare presto ufficiale, come sottoluogotenente di 2° classe. Purtroppo gli eventi non gli furono favorevoli.
Napoleone cadde e tutto l' esercito fu smobilitato.
Per alcuni anni guadagnò da vivere come tuttofare del titolare di un ingrosso di grano, riso ed altri cereali, ma dopo i moti del '20-21, la polizia gli aveva mise gli occhi addosso, schedandolo come sovversivo e carbonaro. Non gli lasciarono un attimo di pace.
Così, infine, decise di espatriare nelle lontane Americhe, ma i soldi erano pochi, come fare ?
Rideva, mentre ci ripensava, intanto che caricava la pistola, aveva avuto un vero colpo di genio !
Si era presentato al comando della gendarmeria ed aveva chiesto di parlare direttamente con il Signor Delegato Capo della polizia, e senza tanti giri di parole gli aveva esposto il caso .
Voleva andarsene, ma gli serviva il passaporto pulito e del denaro. E il Signor Delegato Capo decise che valesse la pena di spendere 100 fiorini per liberarsi per sempre di quella non gradita presenza.
L' altro, un tedesco dei Sudeti che parlava male il milanese, rimase un poco interdetto, sulle prime, ma poi, capito che il discorso era serio, si era fatto subito attento .
L' affare, chiamiamolo così, si perfezionò in pochi giorni con il benestare dei superiori, e  in breve tempo si ritrovò in viaggio verso Livorno  ove si trovavano sempre vari legni inglesi che facevano rotta verso le Americhe.
Il resto era storia recente, un po' per volta era sceso sempre più a sud, ed ora si trovava in quello sputo di paese.
Osservò meglio i tre, due erano dei bianchi, Yankee, come li chiamavano i messicani, il terzo un mezzosangue indiano, forse quello più pericoloso.
Bisognava decidersi alla svelta, che fare? Ma in cuor suo già conosceva la risposta; quei tre erano tipi molto pericolosi, se l'avessero scoperto, e vi erano molte possibilità che questo accadesse, era probabile che lo ammazzassero subito, non fosse altro che per il cavallo e le armi da portargli via.
Bisognava dunque decidere gli obbiettivi, ma al suo occhio esperto la scelta era semplice.
Per primo doveva colpire il cavaliere armato di un fucile a trombone, arma pericolosissima nella breve distanza, i cui pallettoni erano micidiali.
Prese, perciò, accuratamente la mira, non che a quella distanza temesse di mancare il bersaglio, ma era meglio che la canna della sua carabina non sporgesse troppo dal muro.
Dopo alcuni secondi che teneva il bandito sotto mira, tirò il grilletto.
L' uomo, colpito in pieno petto, a sinistra, dalla parte del cuore, fece un balzo all' indietro e cadde come  un fantoccio di pezza.
Posata la carabina, si precipitò fuori dalla stalla brandendo in una mano il pistolone a due colpi e nell' altra un lungo pugnale .
Il secondo uomo, anche se preso di sorpresa dal colpo di fucile che aveva abbattuto il suo complice e fatto scartare i cavalli imbizzarriti,si  stava subito riprendendo e cercava di prenderlo di mira .
Egli non gliene lasciò il tempo. Si abbassò su se stesso, lo prese di mira e sparò.
Lo colpì al collo e la testa fu quasi staccata dalla violenza del colpo. L' uomo cadde di fianco, un grido si strozzò nella gola recisa, un grande fiotto di sangue ed era finita .
Il mezzosangue, il più pericoloso, nonostante il trambusto dei cavalli e gli spari, aveva imbracciato il fucile e lo stava prendendo di mira, una situazione molto brutta !
Occorreva togliersi subito dalla linea di tiro. Si rialzò dunque in piedi e con la maggiore velocità che potè imprimere alle sue gambe cercò di scartare di lato, verso destra. Intanto tese la mano e prese la mira .
Spararono quasi contemporaneamente. Sntì fischiare la pallottola del fucile vicinissima, due dita, forse una, forse anche meno .
Ma la sua mano non aveva sbagliato. Anche il mezzosangue aveva cercato di girarsi, per offrire un obbiettivo minore, ma essendo in sella la sua manovra non era completamente riuscita ed era stato colpito alla spalla destra. Una ferita non certo mortale.
Fu perciò giocoforza scagliarsi contro di lui. Lasciò cadere il pistolone oramai inutile e passò il pugnale dalla mano sinistra a quella destra .
Con grandissima furia si gettò contro il cavaliere, prima che questi, benché ferito, potesse prendere la pistola che portava infilata ad una fascia che gli cingeva i fianchi .
Lo colpì una sola volta, infilzandogli il lungo pugnale nel costato all' altezza della quarta o quinta costola; un colpo decisamente mortale, come aveva ben imparato in anni ed anni di guerra, e ricordò quando a Wagram aveva si era guadagnato i galloni di sergente.
Con occhi stupefatti e quasi fuori dalle orbite, lanciando un grido terribile, mentre il sangue zampillava come da una fontana dopo che ebbe ritratto la lama, il meticcio lentamente scivolò dalla sella, quasi che le sue gambe si stingessero ancora al cavallo nel tentativo di trattenere la vita che gli sfuggiva, insieme al sangue, dalla mortale ferita .
Si fece poi innanzi, pronto a dare il colpo di grazia, ma vide gli occhi di lui già velati dalla morte incipiente, mentre con le gambe scalciava negli ultimi rantoli di vita, ed in breve spirò.
Ecco perché aveva tanto bevuto, quella notte.

MILONGA DI PASSIONE di Andrea Lagrein




Mi avvicinai al bancone con l'intento di chiedere da bere. Il caldo era soffocante in quella piccola sala così gremita di ballerini. Nessun condizionatore. Nessun ventilatore. Solo alcune finestre aperte che, detto per inciso, non rinfrescavano per nulla ma facevano entrare nugoli di zanzare. Cercai con lo sguardo Vanessa, la mia compagna, e la intravvidi in un gruppetto di altre ragazze. Se la stavano chiacchierando allegramente. Ordinai una birra. Ghiacciata!
A quel tempo stavo con Vanessa. Gran bella ragazza, non c'è che dire! Condividevamo il piacere per il ballo e per il buon sesso. Sul bere, invece, lei era un pò restia. Ma non me ne curavo gran che. Infondo bastavo io per tutti e due!
Non che ne fossi innamorato, che la parola amore era un tantino eccessiva. Ma mi piaceva, e anche molto, e con lei stavo meravigliosamente bene. Si era trasferita da un paio di mesi nel mio bilocale zona Ripamonti, e la cosa mi stava bene. Scopava in modo sublime e, dettaglio non da poco, faceva delle omelette da far venire i brividi. Sicché avevo chetato la mia anima da puttaniere incallito dando prova di una fedeltà inimmaginabile.
Pagai la birra e mi appoggiai al muro nel tentativo di riposarmi. Nel mentre facevo correre lo sguardo sui presenti. E quasi subito i miei occhi furono catturati dai suoi. Big Jack fremette immediatamente e l'antico richiamo frustò tutto il mio corpo.
Lei era seduta su una sedia. E mi fissava. Indossava un lungo vestito rosso, trasparente fra le pieghe, e scarpe dall'identico colore. Aveva le gambe accavallate e la sola vista di quelle cosce ben tornite e quelle caviglie così sfilate inebriarono all'istante la mia sete di lussuria. Con noncuranza sollevò le braccia infilando le mani nella folta chioma riccia, raccogliendo i capelli in un chiaro tentativo di difendersi dal caldo afoso. Quel semplice gesto minò definitivamente tutti i miei buoni propositi di fedeltà!
Non persi tempo. Lasciai il boccale di birra su un tavolino e andai deciso verso di lei. Mi sorrise. Io no! Allungai il braccio in un deciso invito. Lei non ci pensò neppure un attimo. Si alzò e mi diede la mano. L'attirai immediatamente a me. Braccio destro lungo la sua schiena. Mano sinistra nella sua destra. La strinsi a me in una volcada dall'abbraccio molto chiuso, sprofondando il viso nella sua cascata di riccioli. Avvertii i suoi capezzoli inturgidirsi al solo contatto e immediatamente fui avvolto dal suo profumo fresco e delicato. Ero guidato da un solo unico scopo. Eccitarla oltremodo con la danza in cui mi apprestavo a guidarla!
Un sensuale tango di Francisco Canaro diede il via alla nostra camminata. Passo dopo passo i nostri corpi divennero pura armonia, unisono di respiri e folli desideri. Sentivo il calore della sua pelle. Avvertivo la cupidigia impadronirsi lentamente dei nostri pensieri. Lessi l'ardente voglia scintillare nelle sue iridi.
Era come svestirla lentamente, senza fretta, delicatamente, assaporando ogni istante, accarezzando ogni centimetro di quel corpo voluttuoso. Io ero il maschio e lei la femmina. Il tango in fondo è proprio questo. L'uomo conduce, la donna seduce. Io avevo l'iniziativa mentre lei si faceva trasportare docilmente. Io la spogliavo di ogni suo velo, lei si concedeva ebbra di piacere.
D'improvviso mi lanciai in un molinete. Iniziammo, camminando, a girare intorno al nostro stesso asse. Uno, due, tre volte per poi riprendere la camminata. I nostri corpi, ancora una volta, risposero all'unisono, vibrando in modo veemente. Come fosse averla nuda fra le braccia, mentre le mie labbra scivolavano sui turgidi capezzoli assaporandone tutto il calore. La mia decisione la trovò pronta e consenziente. Voleva la mia bocca sulla sua pelle morbida e delicata. Non aspettava altro. E io non persi tempo, avvolgendola di baci infuocati.
Il tempo parve fermarsi. I presenti scomparvero del tutto. Vi era solo la musica e il nostro ballo palpitante, sensuale, erotico all'inverosimile. Vi eravamo solo noi due e l'immensa voglia di sprofondare l'uno nell'altra.
Per farle capire meglio le mie intenzioni feci una sacada con parada, guidandola poi in un ocho all'indietro. Lasciai scivolare una gamba fra le sue, invadendo il suo spazio, per poi interrompere con il piede la sua camminata, facendola in questo modo arrestare e portandola infine con una rotazione a disegnare un otto sul posto.
In fondo mi ero dichiarato. La volevo, la volevo ardentemente. E lei non desiderava altro. Era come se le mie mani, per la prima volta, scivolassero fra le sue cosce, andando a esplorare trepidanti la sua femminilità. Un dito, due dita e la sua lussuria grondante sul palmo. Quasi riuscivo a sentire l'afrore del suo desiderio, l'odore della sua fica ricolma di voglie. Era un profumo inebriante. Era l'aroma della nostra incontrollata passione!
Conclusi l'ocho con un voleo e ripresi la camminata. Volevo gustarmelo lentamente, questo amplesso. Volevo che fosse un tango memorabile. I nostri corpi erano madidi di sudore. La mia mano scivolava sulla pelle imperlata della sua schiena. Eppure i nostri passi continuavano imperterriti. La volevo sentire su di me, fremente, calda, lubrica. Volevo sciogliermi nel calore del suo abbraccio.
Sicché la condussi fino a una sentada, dove lei si sedette su una mia gamba, allungata e tesa verso l'esterno. Sentire i suoi glutei scivolare su di me mi rese folle di desiderio. Avvertire le sue gambe accavallate allacciarsi con fermezza alla mia mi inebriava di lussuria. La vedevo nuda e imperante cavalcare focosamente la mia virilità. La penetrai. La penetrai con foga. E lei mi accolse con il fuoco nelle vene. Mi scopò. La scopai. I nostri corpi si fusero come fossero sol uno. La nostra pelle, umida di sudore, scivolava una sull'altra, accarezzandosi in modo voluttuoso. I suoi baci erano strozzati dagli ansimi di piacere. I miei gemiti si innalzavano come musica brutale. E le fiamme della passione ci arsero completamente.
Fin quando, esausti e spossati, ci fermammo su un lato della sala. La musica era terminata. Il nostro tango era giunto a conclusione. Vidi di sfuggita Vanessa che mi stava fissando. Ma non me ne importava. Avevo occhi solo per lei. Lei di cui ignoravo anche il nome. Glielo chiesi. Lei mi sorrise. E poi me lo sussurrò all'orecchio. Rosa!
Ci staccammo dal nostro abbraccio. Non avrei mai voluto lasciarla. Ma la musica era finita. E lei svanì fra i presenti. Non la rividi mai più.
La mia rosa rossa!
La mia milonga di passione!